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sabato 24 febbraio 2018

Ravanate febbrili: Tristenbach

Siamo alla terza, ma forse la seconda. Terrordactyl ero convalescente, La Piccola ero proprio uno straccio, oggi..non parto certo bene e continuo peggio. Salire una cascata da malati (in senso fisico, non mentale) è proprio..da malati: ma che ci vuoi fare, ormai eravamo li..
Ma potevamo anche non esserci. Al parcheggio della nostra amata pianura, dopo aver caricato tutta l'auto, Tommaso in tutta la sua euforia ha un sussulto "Ho dimenticato gli scarponi a casa", casa che vuol dire 45min di macchina nella direzione opposta alla meta. Se Giorgio sentisse, gli verrebbe un infarto, visto che oggi fanno cordata insieme. Ma prima che il mio amico possa morire di crepacuore, trovo la soluzione "Tommy che numero porti?" "45" "Bene, andiamo a prendere l'altro mio paio di scarponi".
Dormo tutto il viaggio sperando di ribeccarmi, invano. Colazione con una sola misera pasta, non è da me. Ma giunti a Riva di Tures, di nuovo dopo lo scorso weekend, mi ringalluzisco: anche Federico è carico, oggi che è la sua prima cascata, la sua "giornata di terrore". Ci incamminiamo, e giunti alla separazione delle due coppie (io e Federico andiamo a fare Tristenbach,Giorgio e Tommaso vanno per Ursprung), nuovo sussulto di Tommaso "Azz, non ho preso la corda in macchina". Lo sguardo di Giorgio tradisce la disperazione..
Beh noi andiamo, e ben presto arriviamo in vista del nostro flusso, per poi tornare indietro qualche passo e risalire la sinistra orografica del ruscello, non la destra. Solo due scialpinisti davanti a noi, che devono aver sbagliato strada: davvero positivo essere i primi ad attaccare la cascata, e fino alla fine non aver nessuno sopra la testa!
Parto per il primo tiro, facile ma iperestetico. Già la sosta è in una location magica, riparata dal tiro, sotto quasi un grottino. Il tiro poi è quasi incassato tra le pareti scavate dal torrente. Il ghiaccio non è bellissimo, ma su queste pendenza non da problemi. La mia tosse invece..accidenti a lei
Giunto fuori dalle "difficoltà", mi pare troppo lontano il muro del secondo tiro per pensare di proseguire; considerando poi che Federico è alla sua prima esperienza..mi sembra stupido fargli fare già un tiro in conserva! Sosto sugli spit mentre studio dove passare sul tiro chiave: Fede mi raggiunge e lo lascio scorrere verso la base di L2.
Sosta su ghiaccio e via andare. Primi metri già al cardiopalma: sarà perchè il ghiaccio non è così buono, sarà per la crepa dove scorre l'acqua poco distante dai miei piedi, sarà per la mia salute, sarà perchè è la prima cascata della stagione, sarà perchè sono una schiappa..non mi pare così banale questa partenza!
Poi si addolcisce un po' la pendenza, e posso godermi la salita..fino al prossimo bruciore di gola. E fino a quella zona dalle conformazioni strane.. Sulla sinistra un tunnel nel ghiaccio dovuto allo scioglimento di una candela potrebbe portare alla sosta a spit a sinistra, ma ricordo due a destra. Continuo quindi a salire, trovandomi a fare strani passi per essere un 3+, abbracciare colonne, e toh, la sosta bella nettamente a dx! Non posso traversare su roccia, salgo e sosto su ghiaccio..con kevlar..brrr (la mia sosta dinamica è rimasta sotto!).
Recupero Federico, che intanto parte con un bello scivolone, dopo di chè lo sento ben più chiacchierone del solito: con se stesso tra l'altro. Come si dice, "sta cagando la romella"! Ma non ci mette molto a raggiungermi in sosta e accorgersi quanto può esser scomoda una sosta su ghiaccio.
Riparto per un altro tiro facile ma estetico. Ghiaccio un po' esile, ma la spaccata a diedro è assicurata. Raggiungo ben presto la sosta con spit e catena da cui l'altravolta il capo Nikobeta impose le calate in corda doppia. Io oggi invece vorrei continuare  a vedere cosa c'è oltre, visto che qualcosa dovrebbe esserci. Qualcosa che a vedere la neve, nessuno ha tracciato però.
Tracce escono su misto facile a sinistra, io vado ad attraversare guardingo quella lastra di ghiaccio sotto la quale si vede l'acqua, per poi fiondarmi sul rampone nevoso..mezzo metro di farina. Parte la ravanata. Nuotando nella neve esco dal canyon e mi ritrovo a fluttuare su un tappeto bianco fino al caratteristico albero di traverso. Meglio far sosta.
Riparto, e altra nuotata nella neve, a tracciare tutto: prima in piano, poi in traverso per non cadere nel letto del torrente, che non si sa mai.. Ma porco cane se è dura star su. Quel muretto di ghiaccio però chiama, andiamo a vedere com'è. Raggiungerlo è arduo: la spiccozzata che scalfisce il ghiaccio (marcio) è un toccasana per dei piedi sul vuoto.
Impiegherò un tempo infinito per superare questi pochi metri di ghiaccio (brutto) intrisi di neve (brutta) e che terminano con un metro di farina a 80°. Io una ravanata così difficile e (perchè non dirlo) rischiosa, non la ricordo. Le picche che seppur scavano trincee di quasi un metro, non trovano nulla sotto a cui aggrapparsi. I piedi che devono salire di un metro per poi scendere di 90cm. Ma chi me l'ha fatto fare?! E giù tosse.
Fuori dalla parte ripida, per raggiungere un albero cui far una bella sosta devo ancora salire decine di metri. Tracciare decine di metri. Finalmente posso recuperare Federico, che ha vita ben più facile con le orme già presenti e la corda dall'alto.
Per raggiungere il sentiero tocca tracciare ancora un centinaio abbondante di passi: alle 10e30 eravamo alla terza sosta, dopo due ore siamo sul sentiero..per scalare 10m di ghiaccio..brutto. Ma adesso al sole, sudati, possiamo goderci panino e mars, e giornata. Ziocca sudati, io se non sono già malato, mi ammalo.
Ora di scendere, andiamo ad Angerer a trovare la Monia. Ma già scendendo ci rendiamo conto che fa un caldo assassino (e di vede che non sto bene, normalmente sarei già in topless con queste condizioni!): arrivati alla falesia ci accoglie il crollo di un lavandino. Da solo, senza che nessuno lo abbia sollecitato col suo peso.
Due chiacchiere con la Regina del Ghiaccio, e torniamo alla macchina ad aspettare i due sfortunati che scendano da Ursprung. Dai muovetevi.. Il sole tramonta presto e tocca rifugiarsi dentro a Saege. Un miraggio dalla finestra, arrivano! Cambiamoci, birra ad Angerer e a casa! E domani..a letto con la febbre!

Qui altre foto.
Qui e quireport.

venerdì 19 febbraio 2016

E fu la volta buona: Tristenbach

Il primo tentativo finì a vuoto perchè da noi giudicata troppo magra, e ripiegammo su una bella giornata avventurosa su Wagnis und Gluck. Il secondo tentativo in realtà non ci fu, abortimmo prima di provare perchè tardi e perchè altri volevano salire quella linea, perciò aspettammo. Stavolta sarà la volta buona? Di certo è la volta più programmata di sempre. 

L'occasione è la concomitanza domani e dopo dopodomani con Carpiccozza 2016, oggi ci combiniamo una salita per la formazione degli aspiranti istruttori, Fiorella e Simone (Dario resta vittima dell'influenza). Partiamo tardissimo, si burlano di me, ma per fortuna saremo i soli a salire oggi. Colazione in posto nuovo, solito parcheggio, ma  nuova neve, finalmente sembra essere un pochino inverno.. 

Vietato uscire dalla traccia, pena lo sprofondare nella neve. Un ometto ci dice che la via è giusta, un cartello ce lo conferma, la vista della cascata ancor di più. Tutto un altro aspetto rispetto alla scorsa volta, ma manca ancora la vista sul tratto intermedio, quello più duro. La neve probabilmente copre molto ghiaccio orizzontale, e così finiamo a fare sosta dalla clessidra trapanata. 

Parte la lezione del Maestro Nicola, poi partiamo anche noi che va beh che non fa freddo, ma a star fermi non fa nemmeno caldo. Simone, in cordata con Nicola, tituba sul ghiaccio ricoperto di neve, con rocce affioranti che poi Gianluca sfiderà con le sue lame alla criptonite. Non li vediamo più, ma la corda scorre, scorre, scorre, fino a trovare mille nodi in queste corde nuove indemoniate. 

Partiamo anche noi secondi, senza sapere se siamo in sicura o in conserva, anzi quasi di certo siamo in conserva visto che io e Fiorella saliamo appaiati. Povero Gianluca che ci tira su come salami! I primi metri di goulotte sono belli incassati, il ghiaccio un po' meno, le viti di Simone tante, ma se la sbriga poi Nicola. Io armato delle picche di Riccardo e dei ramponi di Nicola, salgo molto tranquillo. 

Noto la sosta prima della camminata verso il muro del secondo tiro, che nessuno ha visto (mah) e assaporo la salita che mi aspetta: ben più in forma dell'altra volta, ma nemmeno grassa e bella chiusa. Comunque salibile. Due chiacchiere in sosta e parto. Peccato per Simone, ha fatto sosta a sx, così Nicola ha davanti a se la possibilità di complicarsi la vita: le madonne che non tirerà dopo Simo. 

Sarà il materiale, sarà che mi sento in forma, nonostante tutto non mi sembra così delicato, La Piccola era ben peggio! Scartando le scariche di Nicola, la mia progressione prosegue fischiettando allegramente e piantando più viti del dovuto, ma pace. Arrivo vicino al mio amico che sta inserendo una vite dopo aver messo un cordino in una clessidra di ghiaccio: "Nico, ma qui c'è una sosta, perchè non l'hai fatta?" "Perchè non l'ho vista!" 

Arrugginita e scomoda (scendendo scoprirò che ce ne era una nuova qualche metro più su), rinforzata con vite e con gli ancoraggi del mio amico, adesso possono partire anche gli altri. Gianluca the cat sale svelto, seminando i concorrenti e fermandosi qualche metro sotto la sosta visto che "mi sembrate tanto scomodi lì, io sto qui". Simone stacca pezzi di ghiaccio fino a trovarsi in braccio una lavatrice, e terminando la salita con una serie di madonne che fanno considerare a Gianluca che "Simone mi stai rubando il mestiere". 

Simone riparte subito, 5 in questa sosta sarebbe stato inaffrontabile, anche 4 si sta male, così pulsiamo Fiorella a partire subito. Detto fatto, ci ritroviamo noi tre vecchi a parlar male dei due giovini che salgono e non posso sentirci (vecchi e giovani non di età, ma di "esperienza") Solo che parla parla..il tempo passa. Ma che fanno? Corda che sale, corda che scende, non ci sentiamo. 

Finalmente Nicola parte, ma noi non possiamo, e aspetta. Aspetta. Poi eccoci salire, congelati, tiro molto estetico, peccato per il ghiaccio delicato e a volte esile. Già in due cordate stiamo stretti, se penso che a volte salgono in cinque..brrr! 

Troviamo Simone in sosta che armeggia con Nicola "si scende in doppia!", uffa speravo sentiero, pace. Solo che Fiorella è salita altri 25m, non la vediamo, ma le tocca scendere, nonostante a detta sua lassù è molto belo e ci sarebbe un altro salto da fare, ma capo Nicola dice di no, giù. 

Tento invano di placare una fame della madonna con quello che ho, mentre aspetto il mio turno per calarmi, verso la sosta scomodissima. Poi da questa Nicola opta per farsi fare la calata assistita dal basso, una volta giù propone a me o Gianluca "dai fatevi calare voi ora", lascio immaginare l cortese lettore le risposte. 

Passegiatina su neve, e mentre l'ultima doppia viene attrezzata, Nicola cerca di farsi del male incastrando il monopunta nel granito, o nel basalto, insomma Nicola che roccia è?!?!?! Una volta alla base solo un pensiero ci assila: la birra. La birra che non vedremo. 

Rientriamo su sentiero, lasciamo la macchina dov'è (l'auto con e forme di parmigiano al posto delle ruote) per andare a vedere la falesia per domani, Angerer. Ma a Sage una teutonica ci blocca, con dei versi (una lingua) a noi sconosciuti, brandendo una macchina fotografica e puntando il suo dito guarnito di unghia con smalto verso di noi. 

Capiamo dopo qualche minuto cosa vuole, farci una foto. Una foto per se, da tenere lei. Siamo dei fenomeni da baraccone. Poi una anche con lei. Andiamo alla falesia va la: bella, ok, si viene qui con i corsisti. Il tempo per la birra non c'è, troppo tardi, ma rientrati al Garnì almeno restano 15 minuti per una corsetta.

Una cenetta che mi lascia affamato, e via a letto che domani sarà lunga.

Qui altre foto.
Qui e qui report.

sabato 19 dicembre 2015

Alpinismo d'altri tempi: Wagnis und Glück

Ci sono giornate che vanno bene e che vanno male, che potrebbero andar meglio e che potrebbero andar peggio, che partono bene ma finiscono male e viceversa. Questa è una giornata che appartiene all'ultima categoria:partiti carichi, smorzati tristemente male, e quando eravamo ormai rassegnati..un'illuminazione da lontano e l'inizio di una bella avventura.

La voglia di ghiaccio si fa sentire, neve in giro non ce ne è, report incoraggianti fanno ben sperare nelle condizioni che si possono trovare (NB: condizioni medie pessime, ma alcuni posti si salvano). Essere in 6 complica notevolmente le cose, logistica, trovare itinerario che piaccia a tutti e sopratutto adatto a tutti. Scovo un paio di idee (per la verità di più, ma il dislivello proibitivo per alcuni o le pessime condizioni me le fanno scartare).

Resta solo la Valle di Riva di Tures, nota per essere una delle più fredde d'Italia: in più viste le due volte che ci sono già stato (Ursprung e Jahrzahlwand), conosco un bar che apre a orario decente per accontentare chi predilige la colazione alla salita. Alle 2e30 siamo al solito parcheggio, auto divise per cordate e si parte. Menzione particolare da riservare alla nebbia: ovviamente ne troviamo nella nostra “valle” ma poi pure in Val di Tures, due balle.
Le complicazioni di essere due auto si fanno sentire: io, Giorgio e Simone arriviamo per primi al bar, mentre Fiorella, Gianluca e Nicola sbagliano strada e arrivano un bel po' dopo. Riusciamo a scambiare due battute, poi meglio che almeno noi intanto partiamo: arriviamo al parcheggio che è ancora buio, meglio così! Magari riusciamo a salire per primi! Ormai pronti, Simone si accorge di avere ancora il cartellino su un rinvio.. Tutto fila liscio per ora, a parte il caldo.
Seguendo le indicazioni di Cappellari, utilizzando la cartina dellaTabacco, saliamo su per il bosco sul sentiero che porta al rifugio Roma. Ma sali sali, il famigerato ponticello non si trova: saremo ormai belli alti, e sulla poca neve che c'è non si vedono impronte di predecessori nemmeno dei giorni passati. Continuiamo fiduciosi a seguire il sentiero, ma nulla: qualche flusso lassù, ma non pare la cascata che cerchiamo.
Torniamo giù, si prende la strada, e toh chi si vede! Gli altri tre che salgono a cercare Tristenbach anche loro: allora Gianluca ha convinto Nicola, meno male dai, così ci fa sei risate insieme. Continuiamo a scendere verso est, trovate le indicazioni per la cascata, saliamo su per il bosco, ecco la cascata! Tutti belli carichi, ma col morale che si smorza man mano che ci si avvicina.
Mamma mia se è messa male. Buchi, ghiaccio sottile, l'acqua che si vede scorrere attraverso entrambi. Meduse. Ma come, ci han detto che ieri l'han salita! Il liscio del filare si sgretola. La mia cordata tenta caparbiamente di risalire la boscaglia sul lato destra, per vedere se lo stato del secondo e terzo tiro è ugualmente scarso, mentre Nicola tutto festante coi suoi “ragazzi, proviamo a questo punto ad andare su Ursprung”: la goccia cinese ha trovato man forte nelle scarse condizioni di Tristenbach, e ora trotterella festante verso la cascata con cui ci ha fiaccato le balle per una settimana. Le nostre strade che si erano riunite, si dividono per non incrociarsi più.
“Raga, niente da fare, troppo pericolosa” e l'entusiasmo e le aspettative che avevamo implodono lasciando un cumulo di amarezza. Dopo il Gran Pilastro, un altra ritirata. Scendiamo alla bene e meglio su un terreno che era già infido in salita, notando un'altra cordata alla base che guarda sconsolata le condizioni della cascata.
Giorgio e Simone avrebbero piacere di andare a vedere Ursprung a questo punto, e li accontento: non credo proprio che saliremo, io di affrontare del 4/4+ adesso a inizio stagione non me la sento. Scendiamo anche noi, dopo esserci spogliati, e prendiamo il sentiero 7. Mamma cara, quando ero passato di qua qualche anno fa, ricordo ci fosse almeno un metro di neve!
Col cuore spezzato, il cervello ragiona. Mentre camminiamo sul sentiero, ragioniamo su alcuni aspetti che ci fanno ancor più pensare che oggi non metteremo i ramponi. Nessuno di noi se la sente di tirare Ursprung. Ci saranno almeno già quattro cordate impegnate sulla via, e se mai decidessimo di provare a salire, avremo doppia razione di ghiaccio in testa: chi sale e chi scende in doppia. Siamo rassegnati.
Poi, all'improvviso, vediamo l'apparizione: passato un ponte notiamo un flusso ghiacciato lassù, esposizione nord. Oh però, si potrebbe.. “Oh, se no andiamo a provare quello là” propongo io, ma un comprensibile scetticismo aleggia sulle facce dei mie amici. Riprendiamo l'avvicinamento verso Ursprung. Ma qualcosa sta nascendo in noi, l'idea si insinua come le radici nel terreno.
Riprendiamo a ragionare: siamo sempre più sicuri che se anche arriviamo a Ursprung, ci piazziamo li sotto a mangiare il panino mentre vediamo gli altri che salgono. Bello. Quella cascata vista prima invece.. Non sembra difficile, ma sembra piena. Non ci scorre acqua sotto. Dai che magari.. Di comune accordo torniamo indietro, la rivediamo, e la puntiamo. Scatto una foto alle facce dei miei amici che giustamente pensano alle probabilità di successo di questa avventura.
La risalita del bosco ci preoccupava, invece è quasi agevole. La pochissima neve rende tutto più facile, anche se scivoloso. Solo che vedere il flusso diventa sempre più difficile e dubbioso: si vede qualcosa a destra, ma la nostra doveva essere a sinistra. Provo ad andare a sinistra, ma trovo solo barriere di roccia. Oh allora sarà sopra di noi e non la vediamo, ci sarà da aggirare a destra.
Trovato un posto comodo, mettiamo i ramponi, picche fuori, le nostre propaggini metalliche sono pronte a scatenare la loro rabbia! Ma ci riusciranno? Pronti, rifocillati, via. Sguscio verso destra, lasciando la parete rocciosa sotto la quale ci eravamo posizionati, primi metri camminati su ghiaccio, e poi la nostra cascata si svela davanti a miei occhi. Salgo qualche metro, e finalmente anche i miei amici, eccitati, la vedono. Le facce cambiano.
E la voglia di avventura, di scoperta, salire un flusso sconosciuto e non relazionato, ci fa salire la fierezza di aver tentato. Non siamo ancora riusciti, ma almeno qualcosa si fa. Una placca ghiacciata lascia posto a qualche gradino, tutta roba facile che saliamo slegati. Man mano la goulottina si avvicina, è ora di fare le cose sul serio: preparare una sosta. Pianto un chiodo da roccia, che poi cambierò, una vite e un friend: una sosta più varia di così!
Nella lotta di chi parte per prima vince Simone. Io vorrei fare l'ingordo e farla da primo tutta io, ma ho rispetto per i miei amici, e se posso scegliere mi terrei il tiro finale che da lontano pareva avere un muretto invitante. Ora che la corda ci unisce, siamo ancora più smaniosi. Le viti che ci siamo portati appresso, iniziano ad avere un senso.
Il primo tiro è una serie di salti dentro una goulotte larga un paio di metri, non troppo incassata ma che merita di certo come estetica. Un tratto è pure salibile con un piede su ghiaccio e uno su roccia, a mo di diedro misto, una chicca. Mentre il nostro amico sale, io e Giorgio siamo ancora poco vestiti, e il freddo inizia a pungere: d'altronde abbiamo intimo e una maglia, l'orsetto e la giacca sono ancora dentro lo zaino!
Simone esce dalla nostra visuale, fuori dalla goulotte, sosta e ci chiama. It's time to dance! Parto prima io, smonto mezza sosta e lascio a Giorgio il chiodo che avevo piantato, che viene via senza troppe difficoltà, ops. I ramponi e le picche mordono bene questo ghiaccio un po' bagnato, il migliore che si possa trovare per non faticare come un ossesso sentendosi comunque sicuri.
Mentre sono lì che salgo e mi diverto, noto però che la mia corda sta facendo l'effetto grondaia con l'acqua che scorre sul ghiaccio, bagnandomi il pantalone. A questa vista, la mia velocità di progressione aumenta di botto, ma continuo a godermi un bell'ambiente e un bel ghiaccio. Ghiaccio nuovo, che abbiamo la presunzione sognatoria romantica che nessuno abbia mai salito prima di noi.
Eccoci in sosta, su ghiaccio, la spada (la vite da 22) che ci tiene saldamente insieme a sua sorella spadina (la 19). Scambio di corde e parte Giorgio per il secondo tiro, che si presenta di quella pendenza stronza inizialmente, ovvero quella in cui devi comunque usare le punte perchè il resto non terrebbe, e le picche obbligano a essere quasi coricati e quindi scomodi. Ma il ghiaccio è burro, e Giorgio sale.

Lo si vede un pelino più impegnato su un saltino sopra una roccia, io e Simone ce la ridiamo mentre lo vediamo con un rampone che scivola (ce la ridiamo perchè comunque si tiene, siam mica delle cornacchie) e mentre scommettiamo che per uscire da quel cambio di pendenza userà un ginocchio. Ma nulla di tutto ciò succede. Scompare anche lui alla nostra vista, la corda quasi finisce, e poi tocca a noi.
Tocca a noi assaporare la pendenza scomoda e il saltino problematico, mentre osservo che anche a sinistra poteva esserci qualcosa di interessante. Non certo oggi con questa magra in giro, però un giorno chissà: dopo la goulotte obbligata, la cascata si apre a diverse possibilità. Mentre salgo osservo meglio quello che mi aspetta, e come prenderlo.
Ultimi passi quasi camminando ed eccoci alla sosta, tutti contenti che finora sta andando tutto bene e stiamo sfamando la nostra voglia di ghiaccio in un modo inaspettato ma di certo più alpinistico. Forse però qualche segno sul ghiaccio che pare essere una spicozzata di qualcuno prima di noi, ci guasta la festa.
Tocca a me. Guardo il muretto che vedevo fin da basso, prima di decidere di salire a provare questo flusso fantasma: candele e festoni a sinistra, un buco roccioso al centro, a destra muretti a rampa. Si potrebbe provare in mezzo alle cendelette bagnate a mo di diedro, però ora che sono un po' più vicino sembrano tre metri delicati e non proteggibili. Andiamo a vedere, intanto prendo un po di tutto che sopra non si sa cosa troverò.
Parto con del facile, qualche vite, ma resto qualche metro  destra rispetto alla verticale del muretto, in pratica sotto la roccia scoperta, in modo da vedere e capire quanto sia spesso il ghiaccio a sinistra, o se ci sia una grotta e quindi sia un free standing delicato. Free standing o no, è delicato. Due picozzate su lastroni echeggiano come rumori nefasti. Poi ci vanno i piedi, e il mio pensiero corre a quelli simili trovati sulla Madre, anche se erano più grandi.
No no, lascia stare a sinistra, sto già pestando un tappeto di bicchieri di cristallo, sotto il muretto vedo che il tappeto è bello consistente, e il muretto è un tappeto verticale. Troppo rischioso. Salgo verso destra, che poi anche qui un paio di metri un po' verticali ci sono, osservo, sogno passaggi più duri per mettermi alla prova, ma questa è la prima della stagione, può andare bene anche così! rampetta a sinistra, e in questo modo sono sopra la roccia scoperta, e con mezza corda sono fuori dalle difficoltà.
Non resta che "camminare" e gattonare su questa pendenza bastarda verso qualche albero su cui sostare, davanti a me una distesa di ghiaccio bella spessa ma poco inclinata. Ma agli alberi non arrivo, tocca fare una nuova sosta su ghiaccio e richiamare i miei amici, che mi stanno urlando che la corda è finita.
Appronto la sosta e gli dico che possono partire. Intanto do un'occhiata alla cartina e cerco di fare due conti per capire come scendere. Salire su qualcosa di sconosciuto è un primo passo, ma scendere è molto più complicato! Si poteva pensare a corde doppie su alberi, o abalakov, ma nell'ottica di un'ascensione davvero clean e green, si scende per sentiero o sentiero improvvisato.

Giorgio e Simone ci mettono un po' a salire, mi diranno che c'erano dei giri strani della corda, io intanto ho tempo di valutare. Secondo me siamo nell'impluvio che scende direttamente dal Rifugio Roma, saremo forse a 2000m circa, quindi possiamo benissimo salire verso il rifugio e scendere per sentiero (vista la poca neve non dovrebbe essere complicato trovare il sentiero).

Eccoli che arrivano, sosta scomoda che mi fa recuperare la corda in modo scomodissimo, espongo il mio parere su come scendere e li vedo d'accordo, proprio per il discorso clean and green. Siamo comunque su un mini lago ghiacciato largo 7-8m, davanti a noi un saltino di un metro e mezzo, oltre chissà: magari ci sono altri salti e possiamo fare un altro tirello in conserva.
Parto famelico, supero il saltino poi mi tocca fermarmi perchè le corde sono indemoniate. "Andrea ci devi una birra, guarda che casino!" eh quanto vi lamentate. Intanto che aspetto lo sbroglio, osservo davanti a me un bosco fitto ma spoglio, niente ghiaccio visibile, sassi, mi sa che finisce tutto qui. Esco verso sinistra con del radici-climbing e recupero gli altri due.
Slegati, sramponati, e con solo una picca che non si sa mai, saliamo nel bosco. Servirebbe un machete (c'è Simone che fa il boscaiolo con la sua Viper) per capire come e dove e riuscire ad andare, ma non c'è. Risalendo 50-60m di dislivello, arrivo su un bel traccione largo un metro, il sentiero! Esulto festante, ora possiamo fermarci, festeggiare la salita e dividere il Mars.
Facce da felicità, ci abbiam creduto ed è andata bene. Ma festa troppo in anticipo..l'avventura non è finita, anzi! Pare logico seguire questo sentiero verso destra faccia a monte, ma dopo 5 minuti si perde. Seguiamo tracce di animali allora che sembrano continuare nella direzione corretta, ma poi stop. Se questo non è il sentiero del Roma, allora saliamo a cercarlo!
E si ricomincia a ravanare nell'ignoto, tirando arbusti come i mughi del Carega, col tempo che scorre inesorabile: si sperava in una birra a valle, ora temiamo dover fuggire a cena a casa! Finalmente si torna a mettere piede su un altro sentiero, ma anche questo non segnato, però pestato, il che ci conforta. Sempre in salita, giungiamo su quello che non può che essere il sentiero vero, il sentiero CAI, strisce bianche e rosse.
Sopra di noi i muretti a secco indicati dalla cartina a quota 2125 circa, io e Giorgio saliamo per vederli da vicino. Ecco lassù il Rifugio Roma, sovrastato da una bella luna che pare voler atterrare sul suo tetto. E il ciccione Tristennockl che sembra un contrafforte poderoso e insormontabile. Ma sopratutto, vediamo più alto di noi e verso ovest, un muro di ghiaccio imponente, con sotto e sopra pendii di ghiaccio, e più su prosegue ancora in flussi meno larghi.
La mente viaggia, la fantasia vola, siamo ancora in discesa da una salita sconosciuta, e già se ne sogna un altra. Deve essere il continuo di Tristenbach, ma tipo 300/400m più su! Alla faccia dell'avvicinamento, e comunque pericolosissima quando ci sarà neve. Oltre che nascosta dalla stessa.
Si torna sul sentiero, che in realtà non è il sentiero segnato (che come sospettavo giace sull' altro versante dell'impluvio di Tristenbach), ma le tracce di uno sciatore folle ci fanno ben sperare di arrivare giù senza dover fare corde doppie o trovare ostacoli. Come si fa a sciare con 5cm di neve, sassi sotto, erba, ma chissene, l'importante è che tu ci faccia da apripista!
La neve scarseggia, le tracce si perdono, noi temiamo far la stessa fine. Giorgio scende, io vado a destra, mi sembra che ci sia qualcosa, una debole taccia, e infatti, solo che mi pare notare degli scarponi in entrambe le direzioni: o qualcuno è salito e sceso per di qua, oppure come noi ha preso questa traccia e poi è tornato indietro perchè non conduce e nulla. Seguiamola nella speranza della prima opzione.
Pare scendere, ma pare anche arrivare in un posto familiare.. Stiamo girando in tondo! Un brivido mi assale, le ore di luce che restano non sono tante, una e mezzo forse. Ma tutto rientra, di qui non siamo passati. Un nuovo muro di ghiaccio di fianco al quale passiamo, risveglia in noi la voglia di picche.
Finalmente una traccia ancor più chiara e che scende a capofitto, laggiù si vede la strada, siamo salvi. Ma in ritardo. Ora che tutto è più tranquillo occorre pensare a un nome per la nostra salita: non che abbiamo la presunzione di essere stati i primi a picchiare quel ghiaccio, ma fateci sognare.
Valichiamo un ponte che ci porta sul lato destro orografico del Ruscello di Riva, così siamo sulla strada e abbiamo "allungato" il rientro. Iniziamo a chiederci come staranno i nostri tre amici e proviamo a chiamarli, invano. Per accorciare la discesa, tagliamo i tornanti attraversando un prato appena concimato, ma il letame è marmoreo!
Eccoci all'auto, scherzosamente spostiamo la bottiglia di birra dei nostri amici che hanno lasciato fuori dall'auto, e ci cambiamo in fretta e furia che Giorgio ha gente a cena, richiamiamo i nostri amici che finalmente rispondono, hanno appena finito le doppie, bene. Arriva un'auto che ci chiede cosa abbiam fatto. Gli spieghiamo la storia, loro invece Tristenbach l'han salita, va beh. Ma hanno anche notato il flusso che abbiamo salito noi, e con la nostra descrizione uno di loro "ecco, ti avevo detto che doveva esser bella!".
La salita nel complesso è facile, ma con ghiaccio oggi ottimo: bagnato al punto giusto, burro nel quale penetrare interamente con ramponi e picca. Solo all'ultimo tiro qualche metro di infida crosta. Ma il fascino di andare a caso, fiutare una salita e provarla senza saperne nulla, cercare una discesa improvvisata.. Davvero una gran bella giornata, d'altri tempi!

Qui altre foto.
Qui e qui relazione.