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domenica 13 marzo 2016

Una giornata risollevata: un assaggio di Baldograt

Ci sono quelle giornate da cui ti aspetti tanto, ma che poi invece partono male, quasi malissimo, e che si risollevano raggiungendo quasi le aspettative sperate. Ecco, questa è una di quelle. 
Auto carica per tre discipline differenti, al fine di sfruttare al massimo la giornata, seppur conscio che non le potrò fare tutte e tre visto che mi aspetta una cena impellente stasera, ma almeno sono pronto alle alternative! Un meteo non ottimo ma non pessimo, tanta voglia di esplorare e faticare. Arrivo al parcheggio e il cielo è plumbeo, azz.
Parte la salita, e nonostante il sole stia giungo sorgendo (per la stagione sono le 6e30 del mattino) trovo un corridore in discesa e pure uno scialpinista! Che ovviamente scende sci in spalla visto che la neve si è già ritirata. Il vento c'è e me l'aspettavo, ma mi aspettavo anche un cielo con poche nuvole: invece scende pure della neve, pallottolare, le nuvole minacciose sono tante. Comincio a deprimermi. Mi sa che oggi scatta la solita salita a Costabella e finisce la giornata.
Testa china e salire, le ciaspole restano sullo zaino. Ogni tanto mi giro per guardare la costa ovest del Lago di Garda che come meteo se la cava meglio, e le cime lontane tinte di rosa arancione dal sole. Se guardo verso l'alto invece ho poco di cui gioire, il vento mi sferza e di raggi caldi manco l'ombra.
Al Rifugio Fiori del Baldo calzo i ramponi perchè è già un po' che se non fosse per le bacchette sarei già scivolato, e in cresta (seppur ampia) eviterei quest'esperienza. Cresta ampia e vento che adesso può investirmi con tutta la sua forza, precludendomi di guardare verso est dove l'altopiano dei Lessini è illuminato dai raggi di sole come se Dio in persona lo volesse.
Il crestone nevoso si fa sempre più panoramico ed estetico, qualche cornicetta e una discreta neve. Inizio a scorgere la vetta delle Buse, almeno fino la ci posso arrivare: il Baldo è ancora silenzioso, l'orda di scialpinisti o ciaspolatori è ancora indietro, e posso godermi il posto. Quando ripasserò di qui tra qualche ora, molti metri quadri saranno occupati.
Scendo per poi risalire, in un paesaggio finalmente invernale, e che nonostante la modesta quota rende il cielo piuttosto vicino. Risalgo, stando il più possibile in cresta, per poter ammirare l'imponenza dei giochi di neve e vento ma senza mai varcare la linea di sicurezza: non so se qui ci sono cornici che non vedo! Il Passo del camino è bello saturo di neve, getto un'occhiata per capire se si veda dove potrebbe proseguire il sentiero estivo..ma nulla.
La Vetta delle Buse è raggiunta, ma ora? Le nuvole ci sono, ma alte e si sono calmate adesso. Il sole..nein. Il vento..va beh, quello tempra, finchè non ti ribalta a terra. Cima Telegrafo la vedo anche da qui. Il problema è raggiungerla, trovare una via per passare, da relazioni passate ricordo che questo dovrebbe essere il tratto piu tecnico della traversata invernale. La giornata forse si risolleva dai..
Segue tracce che scendono per la cresta, ma muoiono qui. Laggiù però ne vedo altre, come raggiungerle? Mi guardo intorno e vedo che qualcuno è già passato. Traversi, ramponate di mughi innevati, e riesco a scendere quel tanto che basta per ritrovarmi a traversare pendii nevosi verso nord. Ora meglio tirare fuori la picca anche..
Aggirata sul lato est la cresta nel tratto più ostico, poi è fatta. Da un timido passo si torna sulla cresta, ad usare un po' le mani sulla roccia e i ramponi sulla neve dura: il sole che ancora non vuole uscire non degrada la consistenza della dama bianca. Mi girerò spesso a guardarmi indietro, ma mi fermerò altrettanto spesso a guardarmi avanti, a guadare creste nevose che salgono verso il cielo.
Su e giù per creste nevose intervallate da tratti di calcare. Durerà meno di un'ora la traversata dalla Vetta delle Buse a Cima Telegrafo, un'ora ricca di pause vista la quantità di foto che faccio, ma un'ora bellissima. In un certo senso sembra un'ora volata via visto il divertimento suscitato. Dall'altro sembra un'ora immensa dato l'appagamento che mi ha regalato.
Le tracce dei miei predecessori mi consentono di risolvere i passaggi più labirintici in modo immediato. Un bel passaggio stretto tra due rocce è davvero pittoresco e quasi mi incastro. Conosco questa cresta, in estate l'ho già fatta due volte la traversata integrale del Baldo, ma d'inverno è tutta un'altra cosa, e adesso mi sale la voglia di farla tutta..ma non oggi.
Le difficoltà calano drasticamente, e Cima Sascaga è raggiunta: cima alla quale riservo un ricordo indelebile, una delle prime cime (se non la prima) raggiunta dal trio unito Andrea, Marco e Riccardo. Cima Telegrafo è a poca distanza, incrocio tre ragazzi che mi chiedono delle condizioni della cresta e che proseguono sulle mie orme. Io punto a nord, e sotto un timido sole raggiungo lacroce del Telegrafo.
Il sole invoglierebbe a fermarsi ad ammirare panorama e riposarsi un po', ma il vento è poco ospitale: scendo qualche metro verso il Rifugio Barana, il cui locale invernale stanotte deve aver visto un bel po' di gente. Pausa cibo svaccato sulla neve, finchè il freddo non prende il sopravvento. Invidiando i pendii sciati da chi è ben più bravo di me. Sognando quei canali che solcano la nord della Vetta delle Buse.
Si riparte, non ho voglia di tornare sui miei passi, per due motivi: ora che il sole scalda la neve, non vorrei trovarmi su alcuni pendii traversati prima, e poi vorrei fare un anello. Dal 654 sono già salito altre volte, vediamo che aspetto ha d'inverno! Tanto la traccia c'è, non mi perdo.
Io che scendo, altri che salgono, su questo ormai assolato pendio della Valle del Pre. Osservo i tre ragazzi di Cima Sascaga sulla cresta. E mentre scendo, conscio dei km di asfalto che dovrò percorrere per tornare all'auto, osservo quel pendio, solcato da zigzag di scialpinisti, che termina a un colletto che poi dolcemente risale verso la Vetta delle Buse..perchè no..
Che bella valle, ma che bell'imbuto finale, ottimo luogo per trovarsi in caso di valanga. Sguscio verso la risalita del pendio: dai, se si sprofonda torno indietro e filo giù. Se. Se. Ma non si sprofonda più di tanto, risalgo sudando come un cammello, ora che sono riparato dal vento ed esposto al sole, e giunto al colletto mi ritrovo in un altro angolo di pace, mentre Cima Costabella è affollata.
Tornare sulla Vetta delle Buse sarà psicologicamente lunga, le gambe ne hanno macinati dei metri oggi, e il vento sferza di nuovo rendendo il tutto meno piacevole di quello che dovrebbe essere. Ma dosso dopo dosso, ormai resta solo la pala finale, bianco azzurro e nulla più!
Di nuovo in cima, coi tre ragazzi che si stupiscono del mio arrivo. Loro scendono sciando, io trotterellando, fino a incontrare due ragazzi con appresso un border collie. Viaggiano in senso opposto a me, mi chiedono come sia il proseguo e gli dico solo che il cane si troverà un po' a disagio, "ma non è nostro, ci segue da giù". Cerco allora di attirare la sua attenzione in modo che scenda con me, e ci riesco. Cercherò di farmelo amico con qualcosa da mangiare e da bere, ma è molto timido, e accarezzarlo sarà un impresa! 
Risalita a Cima Costabella, ultima della giornata, e adesso è tutto come d'abitudine, ambienti conosciuti dove mettere l'acceleratore per arrivare all'auto il prima possibile. Saltello, corricchio, fischietto per tenermi vicino il cane (che nonostante la sua timidezza, a momenti fa rissa con un altro, per la gioia del padrone che se la prende con me).
La giornata dovrebbe finire degnamente con una birra, ma non oggi che mi aspetta una cena impegnativa. Ho fatto pure presto nonostante tutto il tragitto (ma accidenti il gps c'è bloccato su Cima Sascaga!), e sono rimasto davvero appagato dagli ambienti e divertito sulle difficoltà, con qualche passaggio non banale ma nemmeno complicato.

Insomma, una giornata ben risollevata! Grande Baldograt!

Qui altre foto.
Qui report.

sabato 24 ottobre 2015

Dal Lago alla cima atto 3: Cima Valdritta da Assenza

Ci risiamo: dopo l'atto 1 e l'atto 2, ecco la terza volta che salgo su una cima del Baldo partendo direttamente dal livello del Lago di Garda. In realtà il terzo atto nasce poi dalla "scoperta" del Baldo Vertical Run che però non ho potuto nemmeno valutare di disputare in quanto occupato in impegni istituzionali. Da tempo agognato, oggi è la giornata giusta per provarci. 

Parto di buon ora, ma nemmeno troppo presto: non ho voglia di iniziare a camminare con la frontale. Una ricognizione automobilistica sulla Gardesana nei pressi del paesino di Assenza, non mi permette ancora di individuare la partenza del sentiero (è sempre stato difficile trovare i sentieri che partono nei paesi), ma trovo un parcheggio comodo. E visto che l'alba è ancora lungi dall'iniziare, mi concedo un sonnellino. Mi sveglio e mi accorgo che potevo evitarlo! 

Mi vesto, credevo ci fosse più freddo, ma nel mio zaino sono sempre pronto con un po' di tutto, comprese un bel po' di scorte di cibo, 3l di acqua e un gatorade. Posso anche bivaccare coi camosci! Scendo verso la piazzetta del paese e scopro che i macchina ero passato esattamente sotto il cartello del 654, che indica la partenza per l'ascesa al Rifugio Telegrafo, 2100 D+, data 6h dal cartello. In meno di 3h ci arriverò. 

Si inizia su stradina asfaltata in mezzo a muri che racchiudono piccoli giardini segreti colmi di olivi, si attraversa il paese di Sommavilla e poi si abbandona la civiltà inerpicandosi in mezzo ai boschi del Baldo. Ci rifletto solo ora, ma un'ascensione di un tale dislivello permette di vivere molti ecosistemi di piante uno diverso dall'altro e dipendente dalla quota. 

Il bosco ancora fitto permette pochi scorci panoramici sulle montagne della sponda ovest del lago che si illuminano lentamente. Assordanti invece gli spari che si odono. un po' di strizza quando sento intorno a me muoversi qualcosa, e vedere solo dopo parecchio tempo che si tratta di un cane. Anche se dalle dimensioni, dal colore, e dal luogo..mah, chissà se era un cane. 
Guardo poco l orologio, testa china e salire, ma arrivato a Malga Zovel, 900m D+, uno sguardo lo concedo e son ben lieto di averci messo solo 1h. Pratone panoramico sul lago dove vale la pena fermarsi un attimo a rifocillarsi, anche se non per molto visto che sono ancora in ombra e il sudore da fermo fa effetto frigo. Poi la vista del cacciatore con la doppietta in mano che passeggia fianco a me, non mi rende tranquillo. E oggi ne vedrò altri tre di questi!


Si riparte su un tratto di strada asfaltata, seguo i segni del BVR, si rientra nel bosco, che adesso è una faggeta colorata di giallo e rosso. In realtà da qui fino a su ho già percorso il sentiero 654, ma in discesa, ed è tutta un'altra cosa. Oggi ne apprezzo la scoperta dietro ogni angolo, ogni svolta, di un paesaggio leggermente diverso, un bosco che lascia man mano spazio alla roccia, che appare qua e la, prima con piccole placche nel verde e poi con belle pareti al sole. 

Ma io sono ancora all'ombra, e si sente, e si vede: brina rigida per terra! Scorgo dove salirò i prossimi metri, ma ancora della cima nessuna traccia. Tutta questa roccia, questo calcare vergine e tagliente mi insinua una voglia di arrampicare che faccio fatica a contenere: cerco di ricordarmi che il tempo stringe e di andare. Poi quando inizio a pestar neve, va beh ciao, datemi le picche! 

Scorgo il primo camoscio della giornata, il bosco che finisce e il sole che scalda i prati dove passerò a breve, finalmente del calduccio. La nord della Vetta delle Buse dove corrono alcune vie, e dopo tanto, ecco laggiù il Rifugio Barana: uno sguardo alle mie spalle mi rivela quanto sono salito e quanto sia blu l'acqua del Lago di Garda. Riprendo a camminare, da solo, verso il cielo. 

Eccomi al rifugio, avevo già valutato se fermarmi a prendere una birra, però saggiamente opto per la versione salutista e la evito. Guardo l'orologio: fin qui dovrei aver percorso il BVR, 2100 D+ e..in meno di 3h! Sono ben soddisfatto, allora la gamba c'è ancora, considerando che me la sono presa con un po' di calma, fatto foto, ecc. Andiamo in vetta. 

Cima Telegrafo, eccoci qua. Momento per mangiare qualcosa, bere, e godersi un po' di panorama. L'Appennino che galleggia sulla foschia della pianura, i giganti della Val d'Aosta, il gruppo dell'Adamello e del Brenta, e le Dolomiti piccine da qui, giganti quando ci sei dentro. 

Confermo in cuor mio parte del piano che avevo, ovvero arrivare anche su Cima Valdritta, la più alta del gruppo. Quindi via giu per la cresta e poi per il sentiero, costeggiando una conca a nord ovest bella bianca e coi camosci che brucano il brucabile. Ora il sole è bello carico. Incontro un signore al quale chiedo info di percorribilità dell' ultima parte del piano, la discesa per sentiero 5 e 7. 

Ed in men che non si dica (circa) anche Cima Valdritta è conquistata, e mi sento anche bene e in forma. Contentissimo. Per ora. Resto poco, che la strada a scendere è bella lunga! 

Scendo di nuovo alla Forcella Valdritta e mi inoltro in un terreno a me sconosciuto, ma non ai camosci che anche qui abbondano. Abbonda però anche la neve, la quale mi procura parecchi mezzi scivoloni alcuni dei quali salvati in extremis da una mano veloce a sostituire la gamba. Solo che, fa male il ginocchio. Inizia l'agonia. 

Mi godo e sogno altri lastroni di roccia da esplorare, chissà un giorno che vorrò fare l'alpinista serio. Breve risalita e il paesaggio cambia radicalmente: dietro di me la pietrosa Valdritta, davanti a me un bosco di mughi con un sentiero di radici e ghiaccio. E dei bei scorci verso il lago nord. 

Sognando lo Spigolo Bianco, vedo altri spigoli, paretoni, che emergono dal verde del bosco e come sirene mi invitano a metterci il naso, maledetti tentatori! Fantastica la roccialavorata che trovo in un tratto, paurosa la potenza dell'acqua! 

Rientro in mezzo ai faggi, ecco un bivio! Mangio qualcosa ma rabbioso per il dolore e per la consapevolezza che c'è ancora strada.. E che questo non è il bivio col sentiero 7! Ma eccolo che arriva finalmente, un miraggio. Ma è una staffetta di miraggi, e lo sarà fino all'auto.
Il bosco colorato d'autunno, la fugace vista sulle cime bianche, i camosci (così in basso?!), gli spari, tutto a far da cornice a questo scemo che oggi ha deciso di spaccarsi di fatica, e invece vorrebbe scendere in funivia. Altri mille metri di salita li farei, ma 500 di discesa no.
Finalmente arrivo all'incrocio con l'altro sentiero, passo sotto il traliccio come correttamente narrato dal signore lassù e poi la scelta: scendere rapido per poi farsi un pezzo di Gardesana, o prenderla più larga e stare più tempo su sentiero? La seconda ovviamente, che mi comporta anche una risalita. 

Sento fischiare, una sorta di richiamo per delle bestie. Vedo un cane da caccia, faccio rumore per far capire alla doppietta pazza che non sono qualcosa da abbattere. Lui esce dal cespuglio e alla radiolina dice ai suoi compari "escursionista!": mi assale un po' nervoso misto paura. Ma se questi qui sparano a qualcosa nel bosco, come fanno a esser sicuri di non beccare me? 

Continuo veloce, che bello un po' di salita, poi di nuovo discesa. Arrivo di fianco a quella che doveva essere una fortezza di guerra ricavata nella roccia: due spioncini e un tunnel per entrare. Entro o non entro? No lascia stare, ci manca solo ci sia qualche bestia dentro. E di fianco c'è l'Eremo di Benigno e Caro, ultima tappa.

Ma come non fermarsi a questa panoramica panchina? Un doveroso spuntino e qualche minuto di contemplazione. Poi ricomincia il calvario della discesa, a rallentatore: sono più lento a scendere che a salire, roba da matti. Odo il rumore della civiltà, rientro in mezzo agli ulivi che segnano il basso Garda. 
Un ultimo sentiero in mezzo agli ulivi mi riporta a Sommavilla, dove nello stesso punto c'è lo stesso gatto di stamani! Che come stamattina prende paura al mio passaggio (sarà mezzo sordo..). Passo di fianco all'auto, ma la foto da fare è quella con gli scarponi sul lungo lago: dal livello del Lago di Garda alla cima più alta del Monte Baldo, fatto. 

Ma oltre alla "performance" sportiva (di soddisfazione personale, perchè di gente più forte di me ce ne è a bizzeffe), è l'attraversamento di biotipi, paesaggi, viste, che ti appaga dentro. La varietà.

Qui altre foto.
Qui report.

domenica 8 giugno 2014

Traversata del Baldo integrale con rientro autonomo

Ma chi me lo fa fare? Messner ha ragione: come ho letto su un suo libro, la parte più difficile è uscire dalla tenda. Finché pianifichi, sogni, studi, non ci sono problemi. Una volta partito sei partito, a volte non hai nemmeno la possibilità di tornare indietro perciò puoi solo salire. Ma la vera difficoltà è il primo passo per uscire dalla tenda. O dall’auto.
Per quest’anno bramavo ben altro itinerario per la mia “endurance solitaria annuale”, ma la gran quantità di neve caduta rende la mia idea non praticabile o praticabile quando le ore di luce sono troppo poche. Perciò decido di “ripiegare sulla Traversata del Baldo: già compiuta il 12 giugno 2011, partito da Caprino veronese alle 4e30 arrivai a Torbole alle 16, per poi aspettare un bus per arrivare a Garda, e con un po’ di corsa e di autostop di nuovo a Caprino.
Mi era però rimasta la voglia di provare a farla in completa autonomia, ma non con un rientro a piedi, che palle, ma in bici! Anche per evitare quei massacranti 2000m di discesa.. E come ormai mi faccio guidare da qualche weekend, ci sono gli allineamenti per provare a farlo questa domenica.
Il corso A1 dopo Tessari soggiorna a Ledro, a mezzanotte, dopo una divertente cena, parto destinazione parcheggio sponda nord del Monte Altissimo, per lasciare giù la bici che tra 14 ore mi allevierà parte del rientro. Ma già guidando su questa strada stretta e vertiginosa i dubbi sul piede da mettere fuori dalla tenda mi assalgono.
Ce la farò? È un’idea del cazzo? Ok, anni fa l’ho già fatta, ma stavolta ho l’incognita del rientro: se c’è della salita o sentieri impervi la bici non aiuta, anzi. E poi, quanta neve è rimasta? Ok che ho con ramponi e piccozza, ma.. E quanto è tardi..mi resteranno poche ore da dormire.. Arrivo al parcheggio, salgo oltre quello che avevo pianificato (anche perché avevo pensato un itinerario di rientro che ora non mi pare più vantaggioso), fino al divieto d’accesso, circa 1500m, e metto giù la bici, ben legata contro un palo di segnaletica stradale. Speriamo di ritrovarti, intera, senza gomme sgonfie o bucate e con ancora la sella.
Ma gli interrogativi continuano. Ora che ho messo giù la bici sono costretto a finire il giro. Beh no, posso tornare a prenderla. Certo che però vuol dire scendere fino a Caprino a piedi, poi 2h di auto e risalire questa impervia strada dove bisogna pregare di non incontrare nessuno di fronte, auto o moto o bici che sia. Mi sto infilando in un cul de sac. Intanto mi dirigo verso l’autostrada.
Ma che sonno! Mi fermo al parcheggio del casello di Rovereto sud a dormire un po’, 15minuti, se no rischio troppo.. Driin, via verso Caprino Veronese, alla ricerca di un posticino dove parcheggiare e poter dormire..oh mio Dio, quanto poco tempo che ho. Ecco il posto, giù il sedile, ma..chi sono quei tre ceffi laggiù? Riaccendi l’auto, cerca un altro posto, bene, buonanotte.
Riesco a dormire meno di due ore, poi la sveglia implacabile suona. Mi alzo? Giro gallone? Uffa.. non sono così carico. Dai, intanto andiamo verso la piazza. Fortuna la cena è stata abbondante, non ho fame, meglio così perché non ho modo di fare colazione da nessuna parte! Arrivo in piazza, cerco parcheggio con strisce bianche, e mi inizio a cambiare. Ma che faccio, vado?
Scotch per le vesciche sui punti sensibili, ho pure gli scarponi che l’anno scorso mi davano problemi, ricontrolla lo zaino, prendo il casco per la bici? Eh si eh. Immagino la gente che mi vedrà passare, uno zaino con piccozza e casco da bici in bella vista: dove va questo scemo? Il cibo c’è, il bere sono 2,5litri di acqua e 0,5 di gatorade. Parto? Fuori il piede dalla tenda. Sono le 4e45, la giornata incognita inizia davvero.
Parto con la voglia già di finire, cerco di essere svelto, e la sudorazione inizia già a farsi importante. Così come gli insetti, 3-4 mosche mi girano ben presto intorno infastidendomi, ma non posso sprecare energie a irritarmi e agitare le mani per scacciarle. La noiosità del primo tratto non aiuta nemmeno. In mezzo alla giungla gardiana, un bosco confusionario con un po’ tutte le piante, un sentiero a tratti piano a tratti erto.
Si fa giorno, non che sia partito col buio pesto, in realtà la frontale non l’ho mai accesa, ma non riesco ad assaporarne l’impetuosità visto che sono ben sommerso dal verde rigoglioso. Alcuni cespugli di ortiche sono li pronti a insidiare le mie gambe nude, ma cerco di starne alla larga senza però perdere il passo. Oh, finalmente, eccomi alla prima radura, vuol dire che i primi 1000 della giornata son saliti. I cavalli mi guardano indifferenti (meno male, ci manca solo che venga attaccato da un equino!).
La salita continua, ho già una sete impagabile, ma so che i miei tre litri devono arrivare almeno almeno fino agli impianti, e di strada ce ne è. Arrivo così al cancello, dove altri cavalli mi guardano mentre mi allontano veloce da loro sgusciando nella stretta apertura nella rete dedicata agli umani e vietata agli equini. Mangio qualcosa e i cavalli si fanno più curiosi.
Dopo poco vedo finalmente il sole, anche se a ben pensarci oggi sarebbe meglio scappare da esso e dal suo irraggiamento che aumenta la temperatura. Ma la sua vista è rassicurante psicologicamente, un punto di riferimento, una palla di fuoco che sappiamo bene senza la quale non ci sarebbe vita. Un simpatico cartello mi strappa un sorriso.
Finalmente il bosco finisce definitivamente, spazio aperto, o meglio per ora un po’ più aperto visto che si sbuca in una valletta incassata tra due crinali. Valletta dove le forme di vita si stanno svegliando o finendo i loro tour notturni alla ricerca di cibo: una volpe annusa per terra e si accorge tardi del mio arrivo, marmotte fuori dalla tana a cercare di stare immobili per ingannarmi, ma vi vedo. Fiori coi boccioli chiusi, loro ancora a letto, io già in marcia da un paio d’ore.
È giunta l’ora di salire sulla Cresta di Naole, tanto il sentiero ora è una velleità, molte tracce e sentieri de facto sparsi, e poi una volta sulla cresta le mie prossime mete saranno chiare. Eccole, e vedo della neve, quella che oggi temo, speriamo sia poca e lontano dal sentiero. Ed ecco anche la neve delle altitudini maggiori, quella che mi piace di più, Care Alto e Presanella: la cresta sì che è uno spazio davvero aperto. Amo le creste. Ma d’altronde amo anche le goulotte, che sono l’opposto: forse perché all’uscita lo spazio si apprezza di più?!
Scorgo un’altra persona la in fondo, ormai al Rifugio Fiori del Baldo, non sono l’unico mattiniero. Ma quando arrivo al rifugio le sue finestre sono ancora chiuse, mi fa sentire un pazzo che non vuol dormire! Osservo il lago, penso al caldo, alla sudata che sto facendo, alle mosche rompipalle che mi ronzano intorno: come vorrei tuffarmi nell’acqua fresca! Ma appena dentro, vorrei già essere di nuovo a camminare.
Che faccio, taglio fuori la cima e seguo il sentiero o no? La prima volta la evitai, stavolta vado su dai, e così dopo poco più di tre ore dalla partenza, sono quasi già 2000m di salita. Sì ma la strada è ancora tanta! Mangio e bevo, oggi mangerò e berrò spesso, ma non abbastanza. Facendo due conti, solo durante il giro deglutirò 8 litri di liquidi, ma non mangerò molto e avrei di più se ne avessi avuto!
Ed ecco anche due camosci, e il primo vallone di una lunga serie, di quelli che danno verso il lago, di quelli che sono ancora innevati (alcuni sembrano anche sciabili!), e..cosa vedo?! Una persona che scende dal prossimo tratto di sentiero che io invece salirò.. Ma quanta gente c’è oggi in giro?! Il percorso seguito dal tizio mi conferma che ci sarà presto da pestare la prima neve. Non troppo dura per fortuna, si va abbastanza bene con solo i bastoncini.
La classica finestra del Baldo, come la chiamo, ha le saracinesche ancora di neve. Questa permette di passare sul versante est della catena montuosa, e nonostante ciò ai tornanti trovo ancora un po’ di neve che obbliga a l’elevazione di grado di difficoltà del sentiero stesso. Ma è anche uno dei tratti più belli, un comodo sentiero ma attorniato da roccia e sigari di calcare.
Eccolo il Telegrafo, ma prima Cima Sascaga, la prima cima raggiunta dalla cordata Andrea Riccardo Marco nel lontano 20.. boh, troppo lontano. Seconda cima salita oggi e non necessaria, ma almeno si tocca un po’ di roccia con le mani. Ben presto sono pure sul Monte Telegrafo, evitabile, ma perché evitarlo? E qui scopro come l’orso delBaldo abbia attirato turismo: a quest’ora del mattino mai vista gente già su, e alcuni escono da un rifugio che ho visto poche volte, ma sempre vuoto.
Il Telegrafo è anche una sorta di primo cancello. Studiando a casa i tempi di percorrenza del 2011, qui arrivai alle 8 e ripartii alle 8e30, anche se mi sembra presto. Ora sono le 8e45, pare io sia un po’ lento, che faccio? Altri interrogativi, altri dubbi. Ma ormai sono qui.. Si va beh, ma coi km che mancano non ho ancora oltrepassato la linea di non ritorno, quindi potrei ritirarmi, ma anche no.
Forza, si riparte, e riesco a sfruttare una lingua di neve per evitare un po' di massacro alle ginocchia sul sentiero sconnesso (oggi gliene aspetterà già tanto). Ennesimo vallone innevato. Altri camosci, ma qui ce ne sono a bizzeffe, che lo dico a fare. Filo spedito verso la prossima meta, Cima Valdritta, che pare molto più lontana di quello che pensavo. E così, iniziano i dubbi: ci salgo o no? Un po’ di tempo me lo fa sprecare, della fatica anche. Posso lasciare lo zaino giù, ma se sono 200m di salita sono mezzora almeno tra andata e ritorno. Dai vediamo, se mi scappa il cartello, scappo anche io.
E la neve che finorà era stata lontana o comunque innocua, inizia a complicare la vita. Qualche traverso scivoloso su un sentiero che se no sarebbe tranquillissimo, taglia la montagna in sali scendi leggeri e panoramici verso la Val d'Adige, a volte con qualche finestra verso il Lago di Garda. Eccola la cima, allora ho saltato il sentiero senza accorgermene! Eh no, eccolo qui, mi sono sbagliato.. Dai, lascio giù lo zaino e salgo, son salito l'altra volta, salgo anche stavolta, e poi da cartina sono solo 120m da salire, senza zaino e quasi di corsa!
9e35, tocco l'altezza massima della giornata di oggi, ora tutta discesa! Eh seh, magari, c'è la risalita all'Altissimo, 600m al caldo. Scendo di corsa a riprendere lo zaino, speriamo che l'Orso non abbia sentito l'odore della cioccolata: è ancora li che mi aspetta, e si è un po' asciugato dal mio sudore che lo impregnava nel profondo.
So che la prossima parte del tragitto, quella fino agli impianti di Malcesine, è la più selvaggia, una giungla di mughi che per dimensioni vogliono copiare i loro cugini maggiori, sentiero poco battuto, solitario, e oggi con altra neve, un traverso di centinaia di metri da farsi sul bianco, e oggi incredibile, ci incrocio 4 persone, inusuale essere qui a quest'ora, ma va bene, l'orso fa miracoli evidentemente. I mughi invece assicurano un effetto bagnoturco con essenza. L'essenza ce la mettono loro, l'umidità io, il caldo il sole. Che collaborazione perfetta!
Nonostante sia il tratto più bello, oggi scatto davvero poche foto: concentrato e con fretta di arrivare, pauroso e dubbioso sull'esito del mio arrivo. In effetti non l'ho preparata benissimo. Avevo calcolato di lasciare la bici a 1000m, da li partiva un percorso segnato sulla cartina ciclabile, ma per arrivare alla Bocca del Creer c'è da risalire 600 e passa metri.. D'altronde se mi lanciassi giù a Torbole, poi c'è la gardesana in falso piano e poi il rientro da Garda a Caprino. Ma la bici l'ho lasciata a 1500m, da li potrei tagliare per sentieri restando abbastanza in quota ed evitando grandi risalite. Ma magari sono sentieri da bici a mano..
La salita della Cima delle Pozzette sono 100m al sole, con già più di 2000 sulle gambe, e psicologicamente con dubbi di riuscire. Ma ormai non posso tornare indietro. Avrei un sacco di discesa a piedi, poi la bici da tornare a prendere, ci metterei più tempo a fare ciò. Già, più tempo, ipotizzando quello che non so però! Altri valloni innevati, altri camosci, altra voglia di un bagno fresco, la birra all'Altissimo, sì sì la birra all'Altissimo!
Vedo gli impianti, inizia a a esserci la ressa della gente che sale dopo aver sfruttato le bestie meccaniche, inizio a scrutare la cima cicciona che mi aspetta, l'ultima. Scivolo, porca vacca. Come un film a rallentatore, su questi sentieri petraia levigati dal numeroso passaggio di scarponi. Mi guardo cadere, cerco di tenere la testa alta mentre vedo i sassi che si avvicinano, o meglio sono io che mi avvicino a loro, la mano mi permette di rimanere sollevato e non sbattere la faccia, il ginocchio destro esterno però, subisce.
Un po' di neve fresca, riparto, ora non se ne parla proprio di corricchiare un po', con calma, fa male, ma se mi fermo è peggio. Altra neve sulla botta, passa, meno male. Passa il male grosso, un po' di dolore resta. Agli impianti il sentiero è incerto, si perde nei numerosi cammini della gente, cartina e lo ritrovo, arrivo a un chiosco e mi concedo una coca cola, zucchero e caffeina. Solo dopo penso che non disseta, anzi. Mi sdraio un po' per terra per bere e mangiare un pochino. Ma non me la prendo troppo comoda, ne manca ancora.
Scendo per i pratoni dove c'è chi gioca con aerei telecomandati, chi si lancia col parapendio, beati loro. Rientro nel bosco, e presto sono a Bocca di Navene, quella che ho pensato essere la seconda tappa birra, da farsi in discesa in bici, ma ora vedo (oppure non volevo vederlo prima) che da qui poi c'è da risalire. Forse non è sano farlo sbronzo. Non che una birra mi faccia quest'effetto, ma disidratato e affamato come sarò, andrà in circolo subito. Eccoci al cartello, ultima salita.
Testa bassa e via andare, costante, le mosche che ancora ronzano intorno fastidiose, queste maledette, ma non posso sprecare energie in arrabbiature e dimenamento delle mani. Anche se quando arriva l'ape mi dimeno eccome! Sarà che sono in trans, non lo so, la salita me l'aspettavo peggio, forse anche il leggero venticello aiuta. Mi bevo l'ultima acqua rimasta, tanto al rifugio faccio il pieno.
Eccolo finalmente il Rifugio Altissimo, quanta gente! Non ti curar di loro, ma guarda e passa, diretto verso la croce di vetta, un autoscatto, qualche foto, e poi subito giù a cercare liquidi. Sono le 13e30. Ma che fila c'è?! Già ho paura di far tardi, ci mancava solo questa. Ma sono senza acqua, almeno quella dovrei prenderla. Amen, fila. Ma..hanno tutti già lo scontrino, e io no! Esco dalla fila? C'è fila anche allo scontrino e ormai tocca a me.. Ci provo, le farò gli occhi dolci e cercherò di farle pena spiegandole cosa sto percorrendo. Mi consegna birra media e due litri di acqua, meno male! Ma sono onesto, poi andrò a pagare.
Alle 14e20 sono pronto a ripartire, vorrei mandare un messaggio a Nicola, che è l'unico con Gianluca a sapere il mio intento di oggi, ma il cell non prende.. Aspetterà, non posso mettermi a cercare campo in giro. E come ricordavo, che discesa orrida, pietre smosse, scivolose, pezzi in piano e pezzi ripidi. Scruto. Ho studiato la cartina (non mentre sorseggiavo la birra, perché quella è finita senza che nemmeno mi accorgessi di averla tra le mani), potrei risalire qui e poi salire a quel passo, da li discesa verso Malga Campo, Bocca del Creer e sono a posto. Ma quanto è erto quel sentiero.. No no, devo passare per Malga Ciampei, un po' più largo ma meno salita.
Dietro la curva, ecco il parcheggio, c'è ancora la bici? Sì! È intera? Sì! Ruote gonfie? Sì! Adesso il cell prende pure, mando un messaggio vocale su whatapp a Nicola, e anche alla morosa, avvisandola solo ora “sto facendo una di quelle cose a mio modo, l'orario di rientro è incerto, ti aggiorno”. Ristudio la cartina. No no, non risalgo, ricordo che stanotte mentre portavo la bici ho notato un cartello “Malga Ciampei” che sembrava su forestale non segnata su cartina, ci provo.
Cambio assetto, bici, ma con scarponi, casco pronto per le discese folli, guanti..ne trovo solo uno, ma non ho voglia di impazzire a cercare l'altro. Inizio a scendere a cercare quel cartello, ma non lo trovo, guardo la cartina, beh se c'era doveva essere quasi al parcheggio. Sono sceso troppo porca vacca, torna su, altra fatica. Non lo trovo, amen, salgo fino a 1720 a cercare il 624 e andrò di li. Tempo perso, salita, fatica, sudata. Ma devo rientrare, non posso stare qui a cazzeggiare su cosa sia meglio fare. In certe situazioni meglio prendere una decisione non ottimale piuttosto che non decidere.
Finalmente a 1720, dove sono già passato scendendo, ma ora mi butto a sinistra, chiedo anche a una coppia di gentili signori un po' di indicazioni, mi confrontano sull'esistenza del sentiero e sulla sua percorribilità, “magari ti tocca portare la bici a mano però”, poco male, basta che in breve arrivo a Malga Campo! Meno male che riesco a fare qualche tratto in discesa, ma è pure un po' tosta. Taglio per il 624b, metto il casco che è meglio, ma la maggior parte me la faccio a piedi, sentiero stretto e tortuoso.
Solitario, di nuovo, che bello. Aggiro una montagna, sbuco dall'altra parte, è davvero un bell'angolo del baldo anche questo. Un bel sentiero single treck che in bici regala emozioni, quando si riesce a stare sulla sella. Dai che è tardi, muoviti! Inizio a vedere altre persone, allora la civiltà non è lontana. Ma prima della civiltà, un miraggio. Il miraggio più bello, una fontana. La berrei tutta, ma vomiterei. Faccio il pieno di solo una borraccia, non voglio appesantirmi. Svolto un altro angolo ed ecco Malga Campo!
Ancora salita, anche qui ne ho fatta, mi sa che oggi a 3000m ci arrivo. Malga Campo, ora di sciogliere le briglie della bici, mollare tutto e scendere a più non posso! Magari, c'è ancora della salita, e stanco come sono alcune le affronto portando la bici a mano. Persone scendono dall'alto, capisco che è il sentiero che scende dall'Altissimo, l'asfalto è vicino. Lo so, un biker odia l'asfalto, ma oggi allevia le pene!
Rifugio Graziani, folle di motociclisti, mi cambio e preparo per scendere all'impazzata. O quasi, la bici che ho sotto il culo non ispira troppa solidità, ma questa ho. Ben presto arrivo a Bocca di Navene, e da li, si torna a salire. Ma quanto salire! Non credevo così tanto. È interminabile, ma entro in uno stato nel quale il tempo è relativo, passa ma non lo sento. Sento la fatica sì, ma quella presente, non quella passata. È una sensazione strana, ma non me ne curo, voglio arrivare alla macchina e basta.
Si attraversano numerosi impluvi che fino a poche settimana fa erano ingombri di valanghe, ora non c'è più nulla o quasi. Vado a rilento, accidenti, pensavo sarebbe stato un gioco da ragazzi, o quasi. Che gatta che mi sono trovato. Finalmente la discesa si fa continua, Novezzina e via. Il GPS dice che ho toccato i 75km/h, ma mi sembra esagerato. Non è finita.
Ferrara di Monte Baldo presenta delle controsalite dopo i tornati, hai voglia di metterti a uovo per scendere veloce. E Spiazzi?! È più in alto di Ferrara! Calma, impreca ma calma, pedala e scala marce, poi quando puoi via veloce! Dalla velocità prima pativo quasi freddo, ora che sono sotto i 1000m, caldo sempre. Riparte la discesa, e la pianura si fa ben visibile, è fatta dai.
19e20, la mia auto è li tutta abbrustolita al sole che mi aspetta accogliente. Una foto e poi faccio su tutto che è tardi, ci sarà chi si preoccupa per me. Che giornata, ce l'ho fatta!
Avevo fatto partire il GPS a Caprino, ma ci devono essere stati dei problemi, niente traccia per l'andata, ma credo sui 35km. Dall'Altissimo l'ho fatto ripartire, e da li sono 49km. Mi sa che in tutto i 3000m di dislivelloo ci sono tutti, dalle 4e45 alle 19e20. Come direbbe qualcuno, vigliacc!

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