Non capita tutti i giorni di trovarsi
alle 4 di notte carichi di entusiasmo per andare ad arrampicare, e
decidere solo lungo la strada dove andare. E meno male. Ma no,
capitava anche all’inizio della vacanza dolomitica.. Varie vicissitudini, peggioramento del meteo,
rinuncia di alcuni partecipanti, dubbi sul vione che ci si era
immaginato di scalare, hanno portato a questo situazione.
Risalito uno zoccolo roccio-erboso, è ora di attaccare. Io che ho trovato la via, non ho possibilità di scelta. Nicola dice subito che lui farà i quattro tiri finali, Roberto vuole fare i quattro iniziali, a me non resta che raccogliere i quattro in mezzo: e così la cordata a tre ha decretato come sarà la sua progressione.
Giungiamo anche io e Nicola, si discute
sul da farsi, proseguire dritto non sembra facile, non mi piace
avventurarmi in questo modo. Ci si cala in doppia, abbandonando pure
un cordino visto che quelli in loco non sembravano troppo
confortanti. E mentre mi calo osservo, vedo un cordone, ok, allora in
effetti c’era da traversare più in basso per il quinto tiro
ufficiale. Ridendo e scherzando, un’ora e mezza buona viene buttata
al vento.
La via è bella, ma il paesaggio intorno è la ciliegina sulla torta. Anche il fatto di essere soli in parete su una via classica è un plus non da poco. Al settimo tiro, mannaggia a me, ascolto quello che dice Nicola, e invece che fidarmi del mio istinto ascolto lui. Un dislivello di 25m salito son uno sviluppo di 45 con gli zigzago fatti, con una corda che non viene su nonostante i rinvii lunghi usati, e un’esposizione sempre marcata.
Ma per fortuna che io ho nella manica
un asso, via di 12 tiri, massimo V, sposta a sud e con rientro con
comodo sentiero, bell’ambiente, perfetto! Alle 8 siamo ormai pronti
a metterci in cammino, ma che freddo fa.. E il cielo, ovviamente, ha
più nubi di quello che doveva essere. Che cazzo, andiamo.
Ci si incammina lungo un comodo
sentiero che costeggia i pratoni alla base delle pareti del Grande Cir e dei suoi amici
dolomitici. Verso ovest il cielo non è male, verso est è di un
lattiginoso ipnotico, Civetta e Pelmo sono addormentati in quel
grigiore misto azzurro. E sul Gruppo del Sella c’è la neve..
Giunti nei pressi di prati verdi come
se fosse primavera, tagliamo verso le pareti rocciose e i ghiaioni
che presto ci appresteremo a salire, alla ricerca dell’attacco
della via che oggi tenteremo di salire. Siamo davvero piccoli in
confronto alla maestosità della natura che ci sta intorno. E anche
della parete che, man mano che si avvicina, ci sovrasta sempre più.
Risalito uno zoccolo roccio-erboso, è ora di attaccare. Io che ho trovato la via, non ho possibilità di scelta. Nicola dice subito che lui farà i quattro tiri finali, Roberto vuole fare i quattro iniziali, a me non resta che raccogliere i quattro in mezzo: e così la cordata a tre ha decretato come sarà la sua progressione.
Parte Roberto, la roccia è fredda, il
sole coperto, e il tiro parte croccante. Cominciamo male, faccio un
po’ fatica a partire, accidenti, arrampicare da secondo mi
sconcentra, sono nettamente peggio (non che sia bravo da primo, però
ho l’impressione di andare meglio).
Appena abbandonato il suolo, staccato i
piedi da terra, ora che si progredisce con solo le punte dei piedi
(più o meno), si entra in un altro mondo. Si prende coraggio, si
abbandona la vita quotidiana, adesso esisti solo tu, il tuo compagno
di cordata (o compagni), la corda che vi unisce, e la roccia a cui
speri di rimanere attaccato.
Arriviamo in sosta, Roberto prosegue,
la parete ci sovrasta sempre più, un impressionante diedro
strapiombante si fa sempre più minaccioso sopra le nostre teste, ma
sappiamo che presto lo lasceremo per spostarci più a destra. Intorno
a noi tutto sale di quota, pian piano si scoprono i pianori che
stanno sopra le pareti del Pisciadù, la Valle del Mesdì, il
Sassolungo.
E al quarto tiro, combiniamo il guaio.
Beh guaio è una parola grossa. Ma complice una sosta lassù, e la
mancanza di quello che doveva essere un chiodo di sosta quaggiù,
Roberto risale troppo il canale, toccando dei bei passi di IV+ non
relazionati, indice ancor maggiore che non è la via classica. Forse
una variante, ma chissà.
Ma adesso tocca a me arrampicare,
inizia il divertimento! E il quinto tiro è un traversone di 45m che
sale leggermente tagliando la parete, bello esposto come piace a me.
Qualche cordino mi conforta sul fatto che la via sia giusta, la sosta
che trovo dietro lo spigolo ancor di più! Dai che ora si riparte a
spron battuto.
Il diedro entusiasmante del sesto tiro
è davvero divertente, mai difficile ma mai banale, e volendo (e io
modestamente, lo voglio, anche se non apposta) ci si può complicare
la vita con varianti e prendendo un po’ di placca. Da sotto Nicola
è imbufalito perché sto tirando il tiro più bello della via: più
bello per ora, dopo verrà il suo turno.
La via è bella, ma il paesaggio intorno è la ciliegina sulla torta. Anche il fatto di essere soli in parete su una via classica è un plus non da poco. Al settimo tiro, mannaggia a me, ascolto quello che dice Nicola, e invece che fidarmi del mio istinto ascolto lui. Un dislivello di 25m salito son uno sviluppo di 45 con gli zigzago fatti, con una corda che non viene su nonostante i rinvii lunghi usati, e un’esposizione sempre marcata.
Ho una fame che non ci vedo, ma mangerò
poi dopo. Sono già triste che l’ottavo tiro sarà il mio ultimo da
primo. Tanto triste che, oltre a evitare i passi facili, inizialmente
salto la sosta e proseguo un pochino, ma poi ridiscendo per fermarmi
e recuperare comodamente gli altri due. Quando arrivano passo a
Roberto la palla dell’assicurazione al nostro maestro,
io mangio!
E il meteo si fa bruttino.. Solo sopra
di noi il cielo è clemente, ma ancora per poco. Il tempo per Nicola
di tirare il nono tiro, con disinvoltura. Evito di guardare
l’orologio per evitare di deprimermi sul tempo che ci stiamo
mettendo, complice anche quello perso al quarto tiro. Intanto le
gocce diventano più pesanti..
Così al nostro amico tocca pure salire
il decimo tiro bagnato (e con sosta bruttina adir la verità), su
quella formazione rocciosa che abbiamo letto ognuno a proprio modo:
diedro, dulie, placca, a ognuno il suo. Impermeabile d’obbligo, per
fortuna arrivati in sosta la pioggia si è affievolita.
Ed eccoci al tiro chiave, questo diedro
solcato da una spaccatura profonda e larga, inproteggibile a meno di
avere friend misura Yosemite o cunei di legno larghi quanto lo zaino.
Fortuna qualche chiodo c’è ma poca roba. Da sotto lo si incita, ma
poi ci accorgeremo essere davvero tosto come tiro!
Ottimo il panorama dall’undicesima
sosta, col sole che ormai essendosi piegato riesce a trapelare con
più agilità tra le nuvole. Un’ennesima occhiata verso il
Catinaccio ci rallegra sul fatto di non essere andati la, le nuvole
pesanti lo hanno spesso sovrastato. Ormai alla fine, Nicola vaga alla
ricerca dell’ultima sosta, che raggiungiamo quando sono ormai le
19!
Ma non è finita, Nicola pur di fare un
tiro in più degli altri, esce per una variante, e poi ci ritroviamo
lassù alla ricerca delle tracce di sentiero per arrivare in cima.
Cambiate le scarpe si traversa verso sinistra ma troppo in pari
(seguendo ometti comunque), arriviamo all’uscita di un’altra via.
Saliamo allora, troviamo altri ometti, e metto un po’ di turbo per
cercare di arrivare in cima che si veda ancora qualcosa.
Alle 20 finalmente siamo sul punto più
alto di oggi, possiamo fermarci a fare qualche foto, mangiare, e
soprattutto avvisare a casa! Mi mancava la Nicolata con rientro
all’auto a buio inoltrato e a casa a notte fonda. Fortuna nessuno
mi aspetta, e soprattutto, la discesa è banale ora. E anche come
temperatura si sta bene alla fine: beh, ovviamente se vestiti..
Il paesaggio è fichissimo, nubi
lattiginose tipo spuma avvolgono le cime più alte, ma lasciando
ampio spazio al cielo che inizia a riempirsi di stelle. Le frontali
sono d’obbligo. Ci godiamo brevemente la cima, per poi iniziare a
metterci in cammino per tornare all’auto.
E in questo ritorno, inizialmente ci
sentiamo nella civiltà siccome le luci di valle ci arrivano
direttamente agli occhi, ma poi finiamo nel versante selvaggio, e poi
a dimenarci in mezzo a torrioni che abbiamo già voglia di scalare.
La luna non c'è, ma riusciamo a distinguere le forme, e ad ammirare
le stelle.
Poi si gira l'angolo e si torna verso il Rifugio Jimmy, che con un
faro di indubbia potenza, illumina brutalmente a giorno una parete
rocciosa che lo sovrasta: roba da russi. Districandoci nelle paludi
dei prati, finalmente alle 21e30 siamo all'auto! Ora si va a caccia
di una bella pizza.
Qui altre foto.
Qui report.
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