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sabato 8 febbraio 2020

Un inconsueto Monte Prado: Canale a Z

Le rocambolesche avventure le venerdì pomeriggio a districarsi tra malati e cene, ci porta alla composizione del trio Andrea, Federico, Luca, e a finire in Appennino con ramponi e piccozza. L'inconsueto comincia già con l'avvicinamento: Luca vuole salire in macchia fino alla sbarra, quasi una bestemmia per le mie gambe. Solo una volta tentammo di farlo per questioni di corso, e tra l'altro, non finì neppure benissimo
L'altro aspetto inconsueto è l'orario di partenza: con Luca abbiamo contrattato di ritrovarci alle 6:30 a Gatta, il che vuol dire che la frontale posso pure lasciarla a casa. Con queste premesse, e dopo aver percorso l'interminabile strada ghiaiata è un po' sconnessa che porta alla sbarra di Rio Lama, ci incamminiamo con la proposta, sempre di Luca, di imitare i fungaioli che tagliano tutti i sentieri possibili per tirare dritto verso la Valle dei Porci senza passare per il passo di Lama Lite.
Inconsueta e anche la quantità di gente che c'è in giro con le nostre stesse mire: al parcheggio c'era già una macchina e ne è arrivata un'altra con quattro persone, e infine nella Conca dei Porci conteremo almeno altre 16 persone divise in varie cordate, che vista la (nn) quantità di canali in condizioni a disposizione porteranno ad avere la fila sia sul Canale a Z che sulla Clessidra. L'erboso avvicinamento ci costringe a tallonare e lavorare di punta sul paleo rinsecchito per raggiungere finalmente la zona delle nevi continue. Messi i ramponi ci dirigiamo verso d'attacco del Canale a Z: titubanti fino all'ultimo se salire questo o la clessidra alla fine optiamo per questo perché già altre cordate si dirigono verso la clessidra, col dubbio di un paio di tratti secchi che ci toccherà superare in qualche modo.
Parte Federico. Il primo tiro non presenta particolari difficoltà: uno scivolo di neve ghiacciata continua a 45-50 gradi, che si impenna un pochettino solo verso la fine raggiungendo la base del muretto chiave della via. Ma l'essersi legati alla base è stato provvidenziale perché nella zona della sosta non saremo stati sufficientemente comodi. E pensa se la picozza mi fosse caduta lì invece che all'attacco: non l'avrei ritrovata più. Cosa succede a dimenticare le longe a casa: tutt'oggi sarò "zoppo" a dover stare attento costantemente di non perderle.
E mentre in sosta ci scambiamo le corde in modo da far passare davanti Luca, un'altra cordata giunge alle nostre spalle. Luca parte per quello che potrebbe essere il tiro chiave, visto che dopo pochi metri incontra un muretto di neve deforme con un fronte che si sta staccando e scivolando giù (non certo oggi che la neve è tutta bella dura, ma se dovesse venire una bella botta di caldo qua si stacca tutto). Picca picca rampone rampone, picca picca rampone rampone e il parmigiano (o parmense?) sale, scomparendo ai nostri occhi quando la pendenza si abbatte. Speriamo solo che riesca a superare quel tratto di erba e mirtilli che si vedeva da basso, sennò rischia di toccare a me.
E invece no, 55 metri di tiro non bastano per superare il tratto di giardinaggio. E in effetti quel tratto mi ricorda qualcosa: io infatti questo canale devo averlo già percorso tempo fa senza sapere che fosse lui, e proprio quel tratto che oggi è completamente in erba, l'altra volta che era mezzo in erba mi aveva dato da fare. Nascondendomi tra l'altro la sorpresa una volta superatolo: pendio ripido con poca neve e tanti mirtilli su cui arrampicare. Beh, ma Luca sai cosa c'è? Fatti te anche questo tratto, poi fai sosta più su e io faccio l'ultimo tiro per portarci fuori dal canale. E Luca da vero iron-appenninista non si fa scappare l'occasione di andare a picozzare e ramponare terra ghiacciata, incastrarsi nelle mirtillaie, ma soprattutto piantare sto fenomenale warthdog (che per estrarlo durerò più fatica che ad arrampicare). 
Io e Federico osserviamo la fantasiosa sosta del nostro amico: fantasia che ha i giorni contati visto che anche lui sta per tuffarsi nella famiglia caiana. Io invece osservo lo scivolo nevoso che mi spetta di tirare. Nettamente migliori le condizioni rispetto all'altra volta, ma è già piuttosto chiaro che non riuscirò a mettere giù nemmeno una protezione: c'è solo neve, ma di certo non abbastanza per mettere giù un fittone, anche perché mi serviranno per fare sosta. E infatti va così, salita tutta d'un fiato con un momento di pausa verso la fine quando l'uscita si impenna per gli accumuli presenti, pregando che la qualità della neve non peggiori, come di solito fa a ogni uscita di un canale. Preghiere che vanno in porto, neve ottima in tutto il tratto, sbuco ed è sole. Pianto due fittoni che secondo me oggi potrebbero reggere anche una 500 (magari quella di una volta, non il modello nuovo).
Intanto Federico arriva e mi esclama "cavolo, non mi ricordavo che fosse così", frase che io interpreto come un "Beh, ma dai, è alpinismo, e oggi non c'è neanche da patire così tanto freddo" ma lui mi fredda con un "stavo parlando della andare in montagna". Ed eccoci tutti fuori, ci ritroviamo sui pendii finali che formano la cuspide del panettone Monte Prado, tra tintinni di materiale e vociferare di altre cordate. Si trotterella verso la cima dove ci adagiamo per una paciosa sosta culinaria. L'idea poteva essere di spostarsi al Sassofratto e fare un canale facile in slego, ma gli orari rischiano di essere troppo tirati.
Preso un po' di sole, scendiamo per il Vallone situato tra Monte Prado e Sassofratto osservandone rispettivamente il versante Est e il versante ovest, per poi proseguire a caso seguendo il ruscello e poi andare a incrociare il sentiero. Pensando di far prima giungiamo fino al Rifugio Segheria per poi risalire verso il parcheggio. Chissà se oggi 10 km li abbiamo fatti: ma 10 o non 10, la birra media (da 0,2?!) a Villa Minozzo ci aspetta.

Qui altre foto.
Qui report.
Qui guida.

domenica 3 marzo 2019

D’istruttori di Alpinismo: assalto al Monte Cipolla e al Monte Prado

E chi l’avrebbe mai detto che saremmo riusciti a organizzare una giornata del genere? E con la partecipazione di ben 11 d’Istruttori?! Con partenza alle 4 di mattina e la previsione di quasi 1000m di dislivello?! E invece, eccoci qua.
Inverno (meglio chiamarla primavera) avaro, ma questa zona potrebbe essere ancora da piccozza e ramponi, e una foto su Facebook di sabato me lo conferma. Colazione pianificata e concordata alle 5e30 alla Caffetteria Piccolo Paradiso di Villa Minozzo: arriviamo alle 5e15, e tremiamo nel vedere che non ci sono luci accese. Ma alle 5e25 esce il titolare e il sospiro di sollievo soffia come lo scirocco.
En marche quando ormai non serve più la frontale. Il noioso sentiero di salita diventa occasione per scambiarsi quattro chiacchiere. Sosta alla solita fontana dove reidratarsi, e scrutando le montagne che appaiono fuori dal bosco continuiamo la salita senza neve verso il Passo di Lama Lite.
Al passo ci accoglie una volpacchiotta, che da stazza e pelo non sembra per nulla malaticcia, ma che dall'appetito sembra invece non mangiare da anni. Viene quasi a mangiarci in mano, mi sa che questa è stata notevolmente addomesticata dalle usanze del rifugio di dagli scarti di cibo. Al sole, ma al vento, ci cambiamo e passiamo dall'assetto da trekking a quello da alpinismo: destinazione canali e canalini del Monte Cipolla.
Scorriamo sotto il panettone nordovest del Monte Cipolla, FedericoP e FabioSa salgono subito verso uno dei primi canali, seguiti da Roberto e Tommaso, e anche da Davide con FedericoR e Stefania. Io e FabioSca continuiamo verso il lago, per poi prendere una linea a caso che sguscia verso sinistra per poi piegare verso destra e finire verso l'alto. Una linea che non dovrebbe essere nemmeno relazionata, ma che prendiamo fiduciosi di non incontrare difficoltà esagerate. Ivan Mirko proseguono oltre di noi, ma non si sa bene dove.
Legarsi è un po' una forzatura su queste pendenze, ma l'occasione è proprio quella si verificare che questi siano posti adatti a un corso. Approntata una sosta faccio partire Fabio per il primo tiro. Quelle pendenze maledette che non sai se usare la piccozza in appoggio, e quindi spaccarti i polpacci, o in trazione, e quindi spaccarti la schiena. Un bell'isolotto roccioso invita a fare una bella sosta per recuperarmi e da essa ripartire.
Non volendo consumare i fittoni che possono essere oro colato per approntare la prossima sosta, alla partenza vedo già che l'unica possibilità che ho di proteggermi potrebbe essere quella fessurina di roccia lassù ben oltre metà corda. In realtà quella fessura è brutta, e quindi le protezioni sono pure piuttosto vaghe. Non ci sono possibilità di fare una sosta decente e tocca partire in conserva protetta.
Si trova pure qualche passo delicato di misto appenninico e questo mi spinge a cercare al più presto un posto dove fa sosta a recuperare il mio compagno di cordata di oggi. Anche per dargli la possibilità di fare l'ultimo tiro che ci porti fuori dalla via sì. Eccolo fare al caso mio un bello spuntone di roccia con la possibilità di integrazione con un bel friends in basso. Meglio stare attento a cosa si tocca perché una pietra di dimensioni di un pallone da calcio è solo appoggiata, e io ho già cercato di usarla come presa per arrampicare.
Lascio passare avanti Fabio. La linea che abbiamo salito si è trasformata da un canale incassato a sbucare su un crestone poco accentuato: si potrebbe proseguire su questo che è però tappezzato di isolotti rocciosi e probabilmente con poca neve, oppure traversare verso sinistra per immettersi in un canalone dove si vedono tracce di salitori precedenti a noi. Fabio ha optato per questa scelta, anche perché questa dovrebbe darci più possibilità di mettere giù qualche protezione. Ben presto lo vedo arrivare verso l'uscita, al sole, per poi scomparire quando ormai la corda è finita.
Si vedono FedericoP e FabioSa uscire alla nostra sinistra e poi dileguarsi verso la cima del monte dal nome più brutto della storia (conteso con il Pasquale): il Cipolla. Raggiungiamo la cima anche noi per poi scendere la rapidamente visto che quassù non c'è nessuno e pare evidente che tutti gli altri sono già usciti. La vista sulla cresta nord del Prado e sugli altri suoi canali a destra e sinistra è l'acquolina in bocca per un affamato di alpinismo come me. Però oggi bisogna desistere.
Cominciando la discesa dal canalone Ovest vediamo distintamente laggiù sette di noi ma ne mancano due. Mentre Fabio scende, io risalgo a cercarli, a vedere se stanno uscendo da qualche altra via, ma non trovando ne vedendo nulla in giù, torno dal gruppo in cui mancano Ivan e Mirko. Siccome il luogo di ritrovo è il Lago Bargetana, continuiamo a scendere vedendo se per caso i due che mancano all'appello non siano già giù.
Cerca, scruta, vai a scorrere sotto Gocce di Roccia e simili per vedere che non siano ancora in parete. Torna al lago, guarda in su, aspetta, ma questi due non arrivano. Inizia la preoccupazione (solo mia): ma dove cavolo sono finiti?! Facciamo in tempo a banchettare ampiamente e concordare la decisione che se non sono qui saranno al Passo di Lama lite. E se anche non fossero lì, quando scenderanno e non ci troveranno qui, verranno là.
Ci prepariamo a partire ed ecco che si vedono due figure scendere dalla Cresta Nord del Monte Prado, e da lontano chi li conosce sembra distinguere proprio le figure di Mirko e Ivan. Sono loro, che hanno salito una linea sul Prado e poi sono scesi per la sua cresta nord.
Ora che ci siamo tutti può cominciare il momento didattico della giornata: soste su fittoni, sosta su piccozza, ancoraggi in genere su questo tipo di terreno e poi una volta tornati al Passo di Lama lite alla ricerca di neve più patocca, pure la calata in corda doppia su fungo di neve. Nel mentre la volpacchiotta è ancora lì che cerca cibo.
Discesa più noiosa che la salita, calda e affrontata con calma su questo terreno di sassi smossi che mettono a dura prova la stabilità di caviglie e ginocchia. Chi si ferma al Rifugio Segheria a banchettare e chi scende verso la macchina a cambiarsi per poi tornare alla Caffetteria Piccolo Paradiso per pizza e birra.

Qui altre foto.
Qui la guida.

martedì 25 dicembre 2018

Alla ricerca della serenità: Natale Appenninico

Non voglio dire che la giornata di ieri abbia lasciato il segno, però ho proprio bisogno di una tranquilla giornata a stendere i nervi alla ricerca di serenità con un trekking tranquillo e senza impegno. Ma due picche me le porto dietro che non si sa mai che riesco a trovare qualcosa di ripido e salibile.
L'Appennino Reggiano mi fa sempre sentire a casa, e la buona conoscenza che ho dei suoi sentieri e luoghi mi permette di non mettere nemmeno mano alla cartina per pianificare il mio giro. Parto dagli impianti di Febbio armato di frontale ma con una luna che illumina ancora a giorno.
La risalita delle piste non è certo al ritmo trail, ma presa molto più con calma visto che tanto di chilometri da macinare oggi ce ne saranno. La zero neve permette il progredire comunque agilmente. E durante la salita sole e luna si contendono il primato dell'illuminazione del cielo, con una luna che all'ultimo tenta di accendersi come un neon ma nulla può fare di fronte alla potenza del sole.
Come all'Alpe di Succiso la situazione è desolante anche qui: non ci sono pendii innevati ma solo deboli lingue da dover andare a cercare e comunque la cui uscita è piuttosto dubbia su terra. Lascio perdere e me ne vado su cresta verso la cima del Cusna con un bel vento impetuoso che ti congela fino alle ossa.
Sulla discesa verso il basso sotto la cresta est non posso più rimandare la calzata dei ramponi: la cresta si dimostra poi piuttosto spoglia e poco impegnativa. Poche foto in vetta e poi giù di corsa sui propri passi alla ricerca di un maggior tepore: già queste sono le ore del mattino più fredde, inoltre il vento che mi scuote come un fuscello amplifica tutto il freddo che si può.
Trattando allegramente sulla schiena del gigante confermo l'idea che avevo di salire anche verso il Prado. Si conferma ora che le temperature sono molto migliorate e che noto che come orari non ho problemi e nemmeno come gamba. Inoltre spero pure di riuscire a farlo prendendo una qualche lingua di neve che mi eviti la salita per il sentiero normale.
Scorrendo sotto le pareti nordovest e cipolla inizio a temere che l'impresa sarà ardua. Sì, ma una volta raggiunto il Lago Bargetana noto una striscia che dovrebbe poter essere salibile fino in cima. E noto pure una persona laggiù che probabilmente ha avuto la mia stessa idea quindi vado. Peccato che lei (lui) in realtà se ne starà il più lontano possibile dalla neve cercando l'erba.
Accidenti, ci sono un altro paio di canalini piuttosto invitanti, ma non sapendo come continuano sopra evito l'avventura e me ne sto tranquillamente sul mio canale a 35-40 gradi nel quale le piccozze non sono per nulla necessarie e posso andare solo con bastoncini e ramponi. Meglio che niente almeno i polpacci friggono.
Che bella questa sensazione di salire su dritto per dritto coi Ramponi che mordono la neve a volte solo con le punte frontali a volte con tutte le punte per la gioia della caviglia punto questo freddo sano, non come quello nebbioso della pianura. Mi ci voleva proprio!
Arrivo praticamente in cima, dove trovo un altro disagiato come me che non è altro che la persona che mi precedeva sulla salita. Mi concedo un po' più di calma e di foto, "oggi si vede anche il Tibet" come direbbe il vecchio saggio: in realtà si vede mare e Monte Rosa ma per me è già abbastanza. Il vento però soffia ancora forte e non mi permette di stendere la tovaglia e concedermi il mio pranzo di Natale in quota.
Via giù allora, a scappare da questo vento che mi sta creando un fastidio agli occhi tipo congiuntivite. Devio continuamente a destra a buttare un occhio ai canali e alle lingue di neve per capire se quelli che vedevo da sotto riescono a uscire fino in cima o se ci sia solo terra ed erba.
Senza il vento impetuoso è tutta un'altra cosa, però ancora un po' di vento lo si patisce e quindi di nuovo non posso stendere la mia tovaglia e pranzare. Continua la discesa, e una volta giunto al Passo di Lama Lite riprendo verso il Passone: chissà forse là potrò concedermi cibo e birra.
E invece no manco lì, non riesco a trovare un angolino riparato dal vento dove non debba sedermi sul fango. Porta pazienza, scendi giù verso il bosco. Ma all'imbocco dello stesso ormai il sole se n'è già andato e quindi nemmeno qui mi posso godere il pranzo.
Come temevo, il mio pranzo finisce consumato sul cruscotto dell'auto dopo essermi dato una lavata alla fresca fontana al parcheggio. E come temevo finito il pranzo il sole si è nascosto dietro La Piella lasciando la mia auto all'ombra. Non c'è verso di cacciarci una dormita dentro l'auto con effetto serra. Mi tocca scendere verso la pianura.

Qui altre foto.

venerdì 17 novembre 2017

Orsi affamati in Appennino

Quando dico che l'Appennino Emiliano in veste invernale è imprevedibile, lunatico, e incerto, non sbaglio. Ma è anche seducente, affascinante, appagante: un terreno di avventura proprio per quelle condizioni che non sai mai bene come saranno, e che spesso cambiano in poche ore e pure in pochi metri.
Una giornata non come tante: un venerdì sera scarico, le piccozze che fremono, un meteo che invoglia, la luna piena, la fame di Alpinismo e di Avventura: di Appeninismo. Itinerari non ancora saliti, sempre e solo visti da lontano, che "chissà come sono" "chissà se ce la faccio" "chissà le condizioni". A volte i "chissà" frenano, altre volte..stuzzicano. E allora: vai! Un'ora di sonno a casa e una al parcheggio: alle 2 sono in cammino. Parte male: mi trovo nel posto giusto per attaccare il Fosso della Piella, ma dubbioso torno indietro: temo di aver già compromesso la giornata. Ma la Luna Piena è una sorella che consola, e con la sua illuminazione con un traverso verso l'ignoto e una discesa ripida riesco a rimettere piede nel canale. E uscirne: osservare la pianura, la civiltà, con tutte le sue lucine artificiali.
Proseguo nel mio "progetto" che non è un progetto: è solo la voglia di fare, faticare, sfamarsi..sbagliare? Progetto tutto mio e solitario, come ogni volta che mi vengono in mente queste "mattate": oggi tutto sarà da tracciare e da valutare, e tutto in autonomia. Rischi maggiori e probabilità di successo minori, ma soddisfazioni maggiori.
La Luna che si corica all'orizzonte e si specchia sui pendii di neve ghiacciata assomiglia al Sole al tramonto sul mare. Mare di ghiaccio e mare di acqua: stessa sostanza, stato di fase diverso. La neve che ho intorno comincia a tingersi di diverse tonalità a seconda del suo orientamento. Magie.
Salgo la Cresta Nord del Cipolla con una luce blu ammaliante, per arrivare in cima sotto raggi di sole appena nati ma possenti. Avanti sulla sconosciuta Cresta Nord del Prado: voglio godermela tutta sul filo della cresta, senza "barare" sui lati.
Ancora di più verso l'ignoto, verso quella parete alla quale non sono nemmeno mai passato vicino: salgo il Canale NordEst del Sassofratto, ma prima di arrivare all'attacco sono già transitato sotto altre linee interessanti.. Il bello dell'Appennino e delle sue imprevedibili condizioni, è che qui l'Alpinismo è davvero fantasia: fantasia e libertà di andare dove si vuole. E ormai ci ho preso gusto, la sto masticando questa pelle dell'orso: torno giù e attacco il Canalone Nord, mischiandolo con la Partetina, uscendo per una goulottina ghiacciata. Inventandomela, godendomela. Scendo di nuovo, guardo di là..ma la tentazione è di qua: oso, rischio. Canale Centrale alla Parete Nordovest del Sassofratto: salirlo da soli non è proprio "da sani", ma oggi..è una giornata diversa, e questa è una salita che seppur breve è Appeninismo da leccarsi i baffi.
Scendo di nuovo, il criceto con le picche..guardo alla mia sinistra: il Canale dell'Ottantadue al Prado è lì..andare! Altra Appenninica al cardiopalma: in alto adrenalina e paura escono dai pori insieme al sudore, su questo misto terra neve erba ghiaccio. Che siano i peli della pelle dell'orso?
Scendo per un canalone, incontro un amico, passo sotto una nuova parete e..ma sai ho ancora fame? Canalone Ovest del Cipolla, con variante di uscita. Di nuovo al sole: pausa, e per oggi..basta, basta rischiare.

Ma se la vita non fosse un rischiare, un mettersi in gioco, un "va beh dai, proviamo", che gusto ci sarebbe? Non siam fatti per esser piatti, ma piuttosto spigolosi, incassati, aerei come creste e canali. La stanchezza inizia a farmi delirare, o sarà l'indigestione di pelle di Orso?

Link del racconto esteso della giornata con foto.

Questa storia partecipa al Blogger Contest.2017

giovedì 8 dicembre 2016

Risvegliando la propria natura: Cusna e Prado, my friends

La “prigionia” di quest’ultimo mese è stata opprimente. Ma contro i malanni di stagione (prolungati dal “non starmi dietro”), un po’ di brutto tempo, un bel po’ di impegni della vita “ufficiale”, non ci si può far nulla. Ora però basta, voglio qualche giorno per dedicarmi alla mia salute mentale. Salute. Inzomma..
Nonostante una cena ieri sera, un rientro a casa a un orario che non mi permetterebbe di dormire un numero di ore che si contano sulle dita della mano di un operaio che e ha perse 3, ho assolutamente voglia di un bel trekking nel mio Appennino Reggiano: la mia solita palestra, ma si sa che in montagna nulla è mai uguale.
Tre soste per dei microsonni lungo la strada, i nuovi scarponi ai piedi (quelli vecchi sono usciti malconci dall’Alta Via N 1 Dolomiti di quest’estate), e parto verso Pescheria Zamboni, deciso a salire il sentiero che poi sale al Cusna e vedere l’alba in cima. Ma è già chiaro che sono troppo in ritardo per farcela. Intanto una bella brina luccica in mille sfaccettature riflettendo la mia frontale.
E infatti esco dal bosco che i primi raggi già illuminano quella poca neve che ha resistito sulla schiena del gigante. Bei colori e sfumature di arancione, e poi il sole che mi prende in pieno, per poi abbandonarmi nella valle ombreggiata che giace ai piedi della “nord” del Cusna.
I polmoni respirano già ampi spazi, libertà, serenità e pace.
La cena di ieri sera mi ha davvero riempito, zero fame e buone energie per continuare la salita. Lingue di ghiaccio in formazione che mi rendono voglioso di spicozzare: arriverà anche questo momento. Le nebbie a valle mi fan riflettere su che brutta aria respiriamo tutti i giorni, mi sento un privilegiato a esser qui.
La (poca) neve dona quel tocco di purezza all’ambiente che fa bene all’anima. Il sole scalda una giornata che comunque non è fredda. Ormai la cima è vicina, e l’assenza di vento è quantomeno insolita per questi luoghi tendenzialmente patagonici: “L’Appennino senza vento è come una bella donna senza mutande, semplificato! Ma mica sempre dobbiamo averle difficili le sfide”.
Cima. Gli occhi spaziano verso vedute distanti km, verso sogni lontani e alti, nutrendo una mente sempre affamata di nuove gioie.
Una sosta non breve grazie all’aria ferma e non ghiacciata, poi trotterello giù per le roccette e proseguo sul crinale verso il Passone, col sole in faccia: non a caso ho scelto questo giro, per poter percorrere questo tratto in direzione est. Saluto due Federico incontrati in cima e tempo fa negli stessi luoghi, e mi dileguo verso il prossimo obiettivo.
Oggi voglio far gamba, macinare strada per piallare i pensieri. Vedere, solcare, pestare i “soliti luoghi” per tornare un po’ stesso, alla mia natura. Risalita della cresta nord del Cipolla, tra sole a est e ombra a ovest, due bei contrasti di temperatura e di neve per terra.
Il tratto arrampicatorio della cresta nord del Prado, dove mi ricorderò sempre l’issata della palla di pelo, è sempre quel pizzico di pepe in un bel piatto di pasta. Dopodichè non resta che continuare a camminare verso la vetta. E di nuovo vedere panorami. La giornata è limpida, hastang “oggi si vede anche il Tibet”.
Discesa verso un ghiacciato Lago Bargetana, e rientro classico verso il Passone e discesa a Pian Vallese e all’auto. Incontrando altre lingue ghiacciate, altra brina. Tornando alla vita “ufficiale”, tornando coi piedi per terra, destinazione un altro pomeriggio di “passione” nel senso negativo del detto: la “passione”, quella positiva, quella che arde senza dolore, è rimasta su quei monti. È sui monti.

Qui altre foto.
Qui report.

domenica 2 ottobre 2016

Libertà è..correre in ampi spazi: Appenino Reggiano Trail

E dopo la via di ieri, la sera si è fatta baracca, quindi la domenica meglio lasciare stare cose “serie”, che poi anche il meteo non è per la quale. Ma siccome “se mi rilasso, collasso", scarpette, zainetto, bastoncini, e trail o skyrace sia! Che poi, ci sarà differenza?
Alla partenza da Febbio mi accoglie un vecchio con la barba bianca che mi rivolge parola: siccome per me la barba è sinonimo di saggezza (tranne la mia) lo ascolto: “non andare lassu, c’è nebbia, c’è freddo, c’è vento!”, e sticazzi no?
Subito vertical per la vetta del Cusna, caldo sotto le nuvole, freddo umido in mezzo a esse e al vento. Ma la zona la conosco come le mie tasche, io non ho paura (ehhhhh). Giù verso Presa Alta, sbaglio pure il bivio visto che 10 persone stazionano sul sentiero senza aver pensato che fermarsi a picnicare così in mezzo..sei in mezzo alle palle.
Si risale verso Passo Romecchio, nei pressi del quale si respira atmosfera autunnale tra vecchi faggi e nuove nebbie. Crinale (amato crinale!) verso il Monte Prado, tra gli ultimi sforzi e la fatica, beata lei, che avanza. E mo? Almeno due volte ho già fatto lo stesso o simile giro fino qui, senza attentarmi a continuare sullo 00, ma oggi..
Giù in mezzo alle nebbie spazzato dal vento, poi ne sono fuori (sono più basso) e con un bellissimo single track che taglia il versante mi pare di essere leggero. Libertà, spazi aperti, nessuno in giro, un orizzonte lontano e sopra le nuvole, quasi a toccarle.

Dal Passo delle Forbici scendo al Rifugio Segheria, ma speravo fosse più ripida la discesa, in modo da potersi “lasciare andare”: invece tocca correre seriamente, e intervallare con del cammino. Dal rifugio ultima salita verso Passo di Lama Lite e poi Passone, dove i flauti ovviamente fischiano.

Salita finita, si viaggia in discesa. Quante pecore! Arrivo alle spalle di un signore che quando si accorge di me si spaventa come avesse visto un fantasma: ok che sono brutto e puzzo, ma un po’ di contegno! Come quella che per farmi passare si lancia sulla destra come per evitare un tir: ok che son grosso, ma educato!

Dopo 34km, 2350m D+ (e D-), percorsi in 6h, almeno una birra piccola me la merito da Dona. Piccola però, perché va bene abbinarla a un panino, ma se la bevo media, con le sole 4h di dormita di stanotte (e 4 di ieri, e le poche degli ormai due-tre mesi a questa parte).. non arrivo a casa.

W lo skyrace!

Qui altre foto.