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sabato 26 ottobre 2019

Giugnobre in Piccole Dolomiti: Spigolo GEA

Le giornate che non ti aspetti in Piccole Dolomiti: un cielo terso e temperature ipergodevoli (ma anomale). Zero nebbia. Eventi rari in queste montagne (anche se ben preannunciati dalle previsioni meteo). Logico approfittare di questo prolungato caldo anomalo per andare ad arrampicare in montagna invece che in bassa valle: ci starebbe anche andare in Dolomiti a sparare l'ultima cartuccia, ma impegni e situazioni varie me lo precludono.
Ecco allora che si forma un inedito trio: io con Federico e Mirco: dopo averli convinti (senza neanche insistere troppo) ad andare verso nord invece che verso sud-ovest. Anche se Federico mi sa che non ha le idee chiare su cosa andremo a fare.
Da Passo Campogrosso, ottima base di partenza in quanto coincidendo con quella base di arrivo ha il Rifugio Campogrosso e la birra lì di fianco, ci incamminiamo verso il Passo degli Onari ma passando sul versante ovest della catena del Cengio Alto, molto più silenzioso del versante est dove corrono un sacco di vie e brulicano un sacco di arrampicatori.
Su questo versante brulica soltanto un camoscio che cerca di scappare dagli spari che si odono un po' dappertutto. All'ombra si sta freschi sì, ma quando il sentiero inizia a salire si fa presto a scaldarsi.. Incrociamo (e superiamo pure) un gruppetto composto da sei trail runner, tutte femmine: mannaggia, ma perché oggi non mi sono messo in modalità corsa?!
Dal Passo degli Onari Seguiamo le indicazioni e troviamo la debole traccia che scende verso sinistra, ma a volte non è chiara e la scoscesosità da poca fiducia a proseguire. Tuttavia lo spigolo in breve è ben visibile e quindi dove buttarsi diventa chiaro.
Sei tiri diviso tre uguale due tiri a testa, e parte Mirco. Avremmo sogni di gloria: dopo questa arrampicare un'altra via, ma la situazione è piacevole e paciosa e ce la prendiamo piuttosto con calma nel prepararci e anche un po' nell'arrampicare. Mirco vorrebbe puntare lo strapiombo lassù ma io e Federico lo obblighiamo a spostarsi verso sinistra dove più logicamente corre la via.
Sul secondo tiro il sole inizia a farsi sentire davvero bene: un bel calduccio ma anomalo.
Alla seconda sosta è ora di fare cambio: Federico che non ha studiato la via ma che vuole salire da primo i tiri più fotogenici per essere il soggetto di belle foto da acchiappo (che nessuno scatterà) decide che i prossimi tiri sono suoi. Il terzo lungo tiro è tipicamente careghiano, ad accarezzare mughi, a volte districarsi tra essi, ma nel mezzo raccogliere anche tratti di roccia verticale. E per finire una bella scomoda sosta su un tappeto di mughi.
Il quarto tiro già si intuisce che non sarà troppo facile, e anche la roccia ci metto un po' del suo, come pure un po' di sporco che si trova. Ma d'altronde la via è recente, e l'impegno nel disgaggio e nella pulizia degli apritori è stato notevolissimo: adesso tocca ai ripetitori dare il loro contributo. Fatto sta che Federico prima si incastra a nut nel cammino sbilenco, e poi vorrebbe dotarsi di bussola per districarsi nel labirintico proseguo della via: a destra sinistra in alto sotto lì dietro lì di fianco dove si va? E iniziamo chiaramente a intuire che ce lo sogniamo di salire qualcos'altro oggi.
Bene adesso tocca a me: bene ma non troppo, perché da quando sono qui in sosta e osservo la parete verticale sulla quale corre il quinto tiro sono un po' preoccupato. Quando me ne avvicino percepisco la fondatezza dei miei timori: il brocco che è in me lo sentiva.. Vado un po' a destra, un po' a sinistra, e piazzando giù qualche friends (prontamente tolto quando poi arrivo al chiodo) con tempi biblici riesco a salire, fino ad arrivare quasi all'uscita.. dove vorrei afferrare con forza con la mano destra lo spuntone che mi faciliterebbe il passo, ma non dà tutta questa fiducia di solidità e se dovesse crollare mi arriverebbe proprio addosso: complichiamoci la vita utilizzando prese più solide ma piccole.
Della quinta sosta il proseguo della via non è chiarissimo, o meglio, spero che non ci sia da passare di là: una volta che riesco a partire vedo bene che dopo aver camminato sui piattini appoggiati e bicchieri di cristallo, raggiungere l'ultima sosta è un gioco da ragazzi su una paretina ben lavorata. La sosta è un po' scomoda ma molto fotogenica, d'ambiente!
A fatica ci ricompattiamo, non tanto per la difficoltà arrampicatoria dei miei due amici, quanto per la comodità e la carenza di spazio: su questa via bisogna proprio evitare di essere in più di due cordate! Una dedica sul libro di via e poi attrezziamo la doppia, che probabilmente erroneamente concepisco più complicata di quello che doveva essere, ma tant'è. Una pausa per mangiare bere è doverosa, ma è anche doveroso fare i conti con l'orario tardo che abbiamo raggiunto, perciò meglio non cincischiare troppo e scendere per lo stesso sentiero per il quale siamo saliti.
Sentiero dal quale dopo poco scorgiamo una cordata sul secondo tiro dello Spigolo Solda al Monte Cornetto, che da lontano ci chiede informazioni sulla via in quanto..non hanno una relazione con loro. E infatti stanno sbagliando, sono troppo a sinistra. La gioiosa giornata non può che finire con un ristoro al Rifugio Campogrosso, dove dopo una chiacchiera e una risata, appena il sole cala dietro le montagne e il freddo si reimpadronisce di ciò che i raggi solari si erano guadagnati, ci fa correre verso casa.

Qui altre foto.
Qui report.

sabato 27 luglio 2019

Apine Mai(c)a: via Maica al Pilastro Est del Vajo Stretto

Quest'anno la fase arrampicatoria progredisce a rilento. Tra gare di trail,vacanze, altri impegni, minchiate, disponibilità di amici, ad arrampicare ci vado poco e ogni volta c'è da reimparare un po' a pedalare. Quasi quasi devo ringraziare la meteo che questo weekend non si possa andare in Dolomiti per non rischiare il temporalone. Ma la voglia di uscire e di farlo in compagnia c'è, e con Giorgio ce ne andiamo a scorrazzare in piccole Dolomiti.
Giusto per alzare il livello dell'asticella, il diavoletto mi ha proposto di salire Maica al Pilastro est del Vajo Stretto, che ricordo aver già salito ma 7 anni fa; tra l'altro quando a livello tecnico ero pure più bravo. Vabbè poco male, i tiri duri li lascio tutti a lui e se proprio vedo che non è giornata amen, sto da gregario passando dall'altra parte del fosso rispetto ai tempi in cui ero io a tirare tutto. Cicli della vita, tanto l'importante è divertirsi.
Il caffè a Pian delle Fugazze mi fa scoprire che c'è anche la Trans d'Havet in concomitanza, e durante la scalata sentiremo i campanacci dei tifosi incitare i corridori. Gara che tra l'altro hanno modificato nel tracciato proprio per il rischio dei temporali pomeridiani. Noi meglio che ci diamo una mossa per non rimanerci in mezzo ed essere alla macchina alle 15. Cielo sereno e ci incamminiamo, sperando di non sbagliare sentiero come quella volta con sua Eccellenza e Il Maestro. Ma Giorgio non è come quei due, studia e ricorda bene dove sia l'attacco della via, proprio al confine col grosso franone.
Come al solito, parte lui. Il primo tiro parte piuttosto facile, ma nella parte finale riserva sorprese. Vedo il mio amico pensarci un po' e quando toccherà a me capirò il perché. Camino o placca non si sa bene cosa scegliere ma ciò che è sicuro è che non ci sono mani, e che la sosta è una tra le più scomode della storia delle soste scomode (questo me lo ricordavo).
Il secondo tiro è quello che presenta forse il passo più duro, nonchè l'unico su cui oggi azzero (festeggiamenti!) per la poca fiducia nelle mie capacità. Dalla sosta si esce completamente aperti in cammino e completamente esposti per superare il livello strapiombante della parete. L'abbraccio a uno spuntone vorrebbe essere ben più caloroso, ma lo scarso equilibrio non permette di congiungere le mani sulle spalle opposte per un abbraccio completo.
La seconda sosta è ben più comoda, e sopra di lei si vede tutto lo sviluppo della parete dove scorre la variante dei Ciclamini (quella che praticamente percorrono tutti) e a destra il diedro placcoso liscio su cui girerebbe la via originale, tra l'altro più dura. Giorgio vai dritto e quando sei in cima ricordati i paranchi. Questo forse è il tiro più duro per continuità, ed è anche quello dove le apine possono romperti le palle non solo in sosta ma anche lungo la via. Che fastidio le apine ronzanti a fianco dell'orecchio in volo statico!
Ecco adesso potrei anche passare davanti io visto che il quinto grado è finito, ma c'è comunque quel quarto più che non mi convince appieno: faccio bene a lasciare davanti Giorgio che non ho nessuna voglia di traumatizzarmi e schifarmi oggi. Ricominciare a pedalare partendo da una salita ripida non mi sembra una scelta saggia per mantenere accesa la fiammella della passione. Il tiro più esposto ed estetico con un traversone ascendente verso sinistra per poi riportarsi più linearmente a destra sopra la sosta.
Mentre salgo il tiro penso che adesso potrei anche passare davanti io, e che se Giorgio me lo dovesse chiedere gli risponderò di sì. Così succede, e mi ritrovo da capocordata. Il tiro non è difficile ma mantiene comunque una bella verticalità, e un passo bello esposto per passare al di là di una grossa fenditura.
Mancano ancora due tiri, ma il libro di via è già alla quinta sosta. Gli ultimi due tiri sono piuttosto facili, l'ultimo addirittura diventa presto un sentierino che porta su quella che può definirsi la cima del Pilastro Est del Vajo Stretto, dalla quale si può ammirare dall'altra parte la profondità dello stesso.
Cambio scarpette, sistemazione materiale e possiamo iniziare a scendere, che il Pasubio si è già coperto. Discesa non certo escursionistica, con due doppie, tratti esposti su cengetta, traversi di facile arrampicata, e il passaggio dentro un fisioterapico buco.
Arrivati all'imbocco del Vajo Stretto confermiamo la nostra scelta di evitare questo budello fangoso (e in realtà nemmeno percorribile da un'ordinanza comunale) per andarci a cercare la Sella dell'Emmele, stessa discesa fatta anni fa con Simone. Ricordavo che anche quella volta non fu immediato capire dove c'era da andare, come oggi.
Iniziamo a salire: quel ghiaione sulla sinistra non mi sembra che possa essere davvero un sentiero, mentre invece quello avanti prosegue segnato. Ma dopo qualche minuto di percorrenza, buttato lo sguardo dall'altra parte i dubbi tornano a insinuarsi, e ora che c'è campo torniamo a vedere il post del blog che avevo fatto dell'altra volta. Sembra proprio che invece il ghiaione sia la strada giusta.
Salita per nulla scontata, ma in effetti la Sella dell' Emmele è proprio alla sua fine. Non resta che scendere per un sentiero (veramente sentiero) che porta sulla Strada del Re e infine alla macchina, alla quale arriviamo anche prima delle 15. E dove, dopo un minuto che siamo arrivati, iniziano a scendere dei goccioloni dal cielo, che dureranno poco è vero, ma che ci fanno bene esser efieri della nostra logistica e tempistica!
Oggi le piccole Dolomiti non sono state dispettose come al solito, la giornata è stata piacevole anche se mi sono dimenticato il Mars a casa, e ho constatato che forse non sono nemmeno messo così male a livello di arrampicata. Dispettosa è invece la taglia delle birre a Malga Cornetto, solo 0,3l.

Qui altre foto.
Qui report
Qui ottima relazione.

sabato 13 aprile 2019

Ma 'ndo Vajo?! Ravanar m'è dolce in questa nebbia (AG1 2019)

Driiiin! Suona la sveglia! Che cacchio di ore sono? Le 3:20. Mado' son solo tre ore che sono a letto, che sonno, ma 'ndo vado? Ah già, c'è l'uscita del Corso AG1 2019 del CAI di Carpi. Mi aspetta una bella giornata su neve ripida, a ramponare e vedere panorami mozzafiato: no, ferma sono sveglio e sto comunque sognando.
Le previsioni meteo non sono pessime, ma brutte. Anche le condizioni della neve non sono pessime, ma brutte. Per questo l'uscita da due giorni si è trasformata in un giorno singolo con destinazione Carega. Almeno lì le previsioni danno solo nuvoloso e addirittura qualche schiarita, e di neve non ne ha fatta tanta, e qualcosa mi dicono si dovrebbe riuscire a fare.
Invece a Recoaro piove. A colazione ce la prendiamo con calma che tanto il sole non ci corre certo dietro a scaldarci le rocce. Arriviamo a Campogrosso in mezzo alle nuvole e con una leggera pioggerella (o umidità al 100%). Vabbè ora che siamo qui, incamminiamoci e vediamo cosa riusciamo a fare, mal che vada ci ammazzeremo di didattica.
Il sentiero Dovrebbe essere lo stesso di due settimane fa, ma il suo aspetto è parecchio diverso dalle nuove condizioni, oltre al fatto che non riusciamo a vedere nulla. Un camoscio in mezzo a due campanili ci da il benvenuto in un parco giochi che oggi ha un aspetto più da Silent Hill. Ramponi ai piedi e proseguiamo sul sentiero 157, costretti ad attraversare varie valanghe e con una neve pessima: bagnata, pesante, per nulla trasformata.
Mi giro verso AnnaM che come me ha già salito il Vajo del Cengio, quello che vorremmo salire oggi, e le domando "ma non siamo già troppo avanti?" e lei "ma non lo so, forse" e io "Beh più o meno sì, perché il Pra degli Angeli l'abbiamo già passato": si vede tantissimo, ma 'ndo siamo?! Arrivati in prossimità della Guglia Berti è appena appena visibile il suo zoccolo: proviamo a salire traversando leggermente verso sinistra. Diventa sempre più lampante che oggi non saliremo nulla: la neve è davvero pessima e per nulla trasformata nemmeno dentro i corridoi di valanga. Sì affonda una spanna minimo.
Salendo ci si rende pure conto che la nuova nevicata è scesa sul secco su parecchi tratti, visto che poi la valanga ha portato via tutto facendo affiorare la ghiaia. Arriviamo nei pressi del Vajo delle Frane e ci ritroviamo a dover scavalcare un dosso dove l'accumulo nevoso fa affondare fino al ginocchio e anche oltre. FrancescoB che è passato avanti se ne accorge bene.
Ricompattato il gruppo ai piedi della fascia rocciosa a sinistra della quale ci si imbocca nel Vajo del Cengio, la situazione è che continua a non vedersi a più di 30 metri (e forse pure meno), la neve fa cagare, non c'è traccia e sono pure già quasi le 9:00. "Ragazzi voi cosa fareste?" "Ma io andrei" "A me veramente non piacciono molto queste condizioni, mi sembra pure un po' pericoloso": se ne discute un po' finchè non si decreta che "No ragazzi, andiamo giù perché è troppo tardi, le condizioni sono brutte e non ci godremo una fava perché la giornata fa cagare. Andiamo a fare un po' di didattica". Ma 'ndo vajo? Giù!
Accidenti, va bene brutto per brutto ma non pensavo così brutto: le previsioni davano un po' di schiarite al mattino e pensavo che viste le temperature dei giorni precedenti la neve fosse trasformata. Quando si dice "tutti finocchi col culo degli altri": Luciano e AndreaG provano a tracciare qualche passo nel vajo e resisi conto che si affonda fin oltre al ginocchio e la fatica annessa, esclamano "Sì sì meglio andare giù".
Tornando indietro sui nostri passi scendiamo fino quasi al sentiero, per poi risalire per pestare bene il pendio e prepararlo all'esercitazione di ricerca travolti in valanga. Prima di questa, alla base della Guglia Berti, tento invano di mostrare quanto tenga un fungo di neve, che invece proprio non ne vuol sapere di reggere: la neve è bruttissima e in mezzo ci sono strati talmente deboli che corda e giacca la tagliano come se fosse il tonno Rio Mare con un grissino.
L'esercitazione di ricerca in valanga va invece meglio, non fosse che un travolto viene trovato dopo 19 minuti punto. Infine una bella truna dentro la quale tentare di percepire quanto si stia comodi e ci si possa addormentare anche ore. Beh dai almeno si è fatta giornata adesso non resta che spingere con bicipite e falangi su boccale e forchetta: annamo ar rifuggio!

Qui altre foto.
Qui la guida del guru dei Vaji del Carega.

domenica 3 giugno 2018

Giornate lunghe: alba sul Carega e Le Do More


Suona la sveglia. Non posso tirarmi indietro. Ieri sera è stata spassosa la faccia del rifugista del Rifugio Campogrosso di fronte alla mia domanda sulle porte aperte di notte e del perchè glielo chiedessi. Alla fine viene fuori che una porta d'emergenza c'è: da li posso uscire, poi..rientro quando apre il rifugio. Ma quando mi ricapita una situazione del genere con tutte queste cose allineate? Tutte tranne il riposo, quello "riposeremo quando saremo morti".

Braghe corte, scarpe da trail, maglietta termica, maglietta, smanicato antivento con guanti senza dita, bastoncini e un marsupio con giacchina a maniche lunghe, due gel e fazzoletti. Frontale e si parte per l'alba sul Carega!

Che poi chissà se ci arrivo. Alle 6e30 devo esser di rientro al rifugio, per poter fare una doccia, colazione, e poi esser operativo per il corso A1 2018 del CAI di Carpi. Operativo e in forma e sveglio e pimpante! Lo sarò, il problema sarà piuttosto domani.. 3:30: apro la porta e la richiudo.

Silenzio e pace, buio: la luna non riesce a illuminare, è già troppo bassa dietro il Gruppo del Fumante. Un po' di vento, qualche camoscio che si fa sentire o che mostra gli occhi. Io, il mio ansimare in salita, i bastoncini sulla roccia e la ghiaia che scivola a valle sotto i miei piedi. 

La paura iniziale, la titubanza reverenziale, lascia posto alla felicità della libertà. Certo il giorno che man mano si avvicina e la luce naturale che aumenta, rinfranca. Risalgo un Boale dei Fondi dalle mille tracce, faticando più del dovuto quando prendo quella errata. Un po' di neve mi da' quell'aggiunta di adrenalina che non cercavo, ma in meno di 1h arrivo alla Boccheta Fondi. 

Ziobono, dai che riesco a vederla davvero l'alba! 5:30 è l'ora di non ritorno, sforato quella, in qualunque posto io sia, devo rientrare. Corricchio poco in discesa, finchè non ci si vede bene rischio le caviglie. Ma sul piano che costeggia Cima Mosca mi lascio andare e trotto. Dalla Bocchetta Mosca un bel quadretto: Dolomiti scure, cielo chiaro, una linea netta che li divide. Le cime. 

Macino strada, e inizio a temere che..cazzo, arrivo in cima troppo presto, sono le 5. Mi vesto che vedi tra un po' che freddo arriva! Altre persone arrivano per vedere l'alba, ma loro han dormito al Rifugio Fraccaroli. Inizio a fare su e giù per scaldarmi, poi finalmente la palla di fuoco sale, svelta. Non mi meraviglierò mai abbastanza di quanto sia veloce un momento che aspetti da tanto: è vero che a volte l'attesa è più goduriosa dell'arrivo 

Bene, tempo di tornare giù prima che sia tardi, che poi il capo Nicola  mi cazzia, gli allievi li deludo, e tutto ciò non mi va. 5:30: slaccio (strappo) le briglie ai cavalli, e mi corro quasi tutta la discesa, prendendola più dolce della salita per evitare tratti scivolosi. Beh, i traversi su neve li faccio piano e delicato, poi il ghiaione..giù! Incrocio Roberto, anche lui sveglio per fare gamba e fiato prima di rientrare a casa.

Ultimi metri in leggera salita, ma non mollo, voglio correrli. E li corro, arrivo al rifugio con Davide e Fabio e altri che se la chiacchierano fuori dal rifugio: perfetto, sono le 6:30 e la porta del rifugio è aperta. Raccolgo tutto, stendo tutto, e via in doccia! Preparo zaino e via a colazione! Che mentre sudavo a scendere pensavo se prendermi una birra..ma vado di the che è meglio. 

Pronti partenza via: archiviato il trail, viene l'ora del climb. Federico si fa desiderare e non partiamo certo tra i primi. Gianluca mi ha già abbandonato e costretto a lasciare la mia roba in rifugio.. Però recuperiamo strada e raggiungiamo Nicola, Giorgio e i loro compari creando un' unica allegra brigata verso Le Do More. Troppo allegra, risaliamo il prato nel verso sbagliato e ci tocca poi tornare indietro. 

In questo modo ci troviamo due cordate davanti, e quindi non resta che spogliarsi a prendere il sole e asciugarsi mentre chi ci precede sale. La giornata è limpida e soleggiata, le previsioni non danno temporali, ma..siamo in Piccole. Meglio non solleticarle troppo e darsi una mossa, anche perchè non vorrei rientrare a casa alle 20.. 

Finalmente posso partire, con Giosue che mi fa sicura assistito da Federico (aspirante istruttore). Leggermente umido il primo tiro, ma si sale bene mettendo giù un po' di protezioni e giungendo a una bella sosta esposta sopra un pilastrino. Occorre procedere senza fretta, per scremarsi sulla via. 

Sul secondo tiro un paio di passi (sbagliati) alzano l'asticella delle palpitazioni da emozione arrampicatoria. Sotto di me anche Giorgio giunge in sosta, Ivan è un po' più giù. Ma la seconda sosta è poco lontana e crea pochi problemi rispetto alla prossima. 

Leggere la relazione sarebbe utile per capire dove andare e quanto. Invece, un po' per la fretta del meteo e la velocità per non creare tappi in via, si segue chi ci precede. Un saltino sull'altro pilastro e poi di nuovo in verticale. Un altro saltino e via su. Su, su, traverso, ma quanto è lungo questo tiro? Ecco l'altra cordata in sosta, vado da loro. Toh, una protezione, mettiamola prima di arrivarci. 

Accidenti a me. Quella protezione sarà l'ottava fatica di Ercole: le corde si incastrano nella fessura dell'oblio e tirarle su sarà peggio che il tiro alla fune con due buoi in pubertà che vogliono andare verso la mucca in calore. Già la sosta è quel che è, una clessidra non grande e un friend. I miei due li sento urlare "recupera" ma la corda viene a fatica. Mado! 

Ora viene il bello della via, un muretto di continuità con un passaggino strapiombante. Avendo già visto chi mi precedeva, la strada è sicura come direzione, e adesso mi torna anche la relazione che sto guardando. Meno male l'esposizione è tale da non seccarci come lucertole al sole, e oppala esco alla penultima sosta. 

Un ragazzo sale in free solo e prosegue. Mi ribolle un po' il sangue: non sono contrario al free solo, anzi, vai pure. Ma non se hai gente sotto che puoi uccidere con una tua possibile caduta. Recuperati i miei, posso andare per il tiro finale. Pochi metri, ma con un passaggio iniziale che mi lascia interdetto e che devo studiare in 3-4 mosse prima di passare. Poi eccomi sul cucuzzulo. 

Nuvoloni sparsi, ma ancora tutto tranquillo. Arrivano i miei, c'è da prepararsi per la doppia da 27m: arriva anche Nicola e concordo di imbastire una calata comune separando i due rami così possiamo scendere più svelti. Claudia e Anna son quasi arrivate, quindi fermo Giosue e gli faccio la longe io che è meglio non perdere tempo e creare tappi su questo ristretto spazio e con l'orario che inizia a esser stretto. 

Bella calata, corda al limite ma ci siamo. Possono scender ei mia due, ma prima magio ciò che trovo nello zaino che ho una fame della Madonna! Ricomposta la cordata, ora possiamo stringerci la mano. Aspettiamoci tutti, così scendiamo insieme e anche perchè una delle nostre corde è ancora lassù. Anna e Claudia arrivano presto, Nicola scende addosso ad Alice, ed ecco anche Giorgio. 

Il cielo si è fatto piuttosto cupo, non vedo l'ora di andarmene. Ma lassù ancora tre persone. Chi ha scattato una foto col flsh?! Un tuono risponde "io".. Maremma, "Dai muovetevi lassu!". Ci vestiamo per precauzione, e quando iniziano i goccioloni (i tuoni non hanno mai smesso) alcuni dei nostri iniziano a scendere. Io e Nicola si resta li ad aspettare Ivan, Cristina eLaura

Chissà cosa stanno combinando, intanto la lavata ce la prendiamo. Scende Crisitina, Laura, si avviano a scendere la corda fissa ma..Cristina scivola e si fa maluccio: nuoooo. Nulla di che, ma roba che sotto la pioggia, acquazzone, temporale, col resto della discesa già bello bagnato, fangoso e scivoloso, complica non poco il resto della giornata.

Fasciato il ginocchio, riposato un pochetto, al riparo di una cassa da morto non in cima, si scende con calma. Appena il telefono prende chiamo Luca (grazie alla ragazza del Rifugio Campogrosso che mi risponde al telefono e trova il nostro gruppo in mezzo a mille persone), concordiamo una strategia per le auto per far sì che l'infortunata, Nicola e Ivan trovino un'auto a Malga Cornetto, e io e Laura filiamo verso Campogrosso dove ci aspettano gli altri. 

Detta così, poche righe, ma tanti minuti. Troppi. Il temporalone finisce quando mettiamo piede sulla strada asfaltata. Filosofeggiando con Laura, spingiamo un po' per arrivare presto al rifugio, dove ad accoglierci troviamo il sole, la ciambella di Silvia, e sì, anche i nostri amici. Una birra fresca la bramo da stamane, me la scolo prima di ripartire presto valle.

Che dire, un weekend decisamente intenso. L'ambiente è alpino, non sono le comode falesie di Tessari, dove le voci dei tuoi compagni di cordata vengono offuscate dal rumore dell'A22. Qui il vento può farla da padroni, la foschia di valle, il temporale che arriva in pochi minuti e crea veri torrenti effimeri. La roccia non sempre ottima. Questo è Alpinismo. L'aver dormito 4h e averci infilato un trail. Questa è passione.

Poi magari se non si fosse fatta male la ragazza..era meglio. Forza Cri!

Qui altre foto.
Qui report.
Qui guida, varie relazioni su web.