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sabato 7 dicembre 2019

Ci sono cose da vedere nella vita: Vajo Bianco con variante

Ci sono alcune cose che nella vita ogni uomo dovrebbe avere la possibilità di vedere. I ghiacciai dell'Islanda, le cascate Vittoria, la grande muraglia cinese, il varano di Komodo, Nicola che si sveglia alle 2:30 di notte per andare a fare un vaio, e manco per un corso! Questo genere di evento va preso al volo senza lasciarselo scappare: non sempre si ha la possibilità di assistere a un accadimento tanto raro, un po' come un'eclissi solare completa durante una giornata di cielo completamente sgombro dalle nuvole.
E così , nonostante l'orario di partenza proposto sia pure in netto anticipo rispetto a quello che avrei proposto io, come non saltare su questo carro eterogeneo che alle 3:00 di notte si avvia verso il paradiso vaittico delle piccole Dolomiti?
Eccoci qua quindi: Nicola che ha appuntamento con quell'altro matto di Mattias per andare in esplorazione aggressiva (che sfocerà in questo link), e io, Federico e Fabio che nemmeno abbiamo ancora parlato di cosa andare a fare. Dovevano esserci anche Anna e Mirco ma all'ultimo momento degli imprevisti gli hanno impedito di esserci. A loro un'eclissi di sole in un cielo terso mai ricapiterà temo.
L'altro spettacolo raro come una pepita d'oro nel letto del fiume Secchia, è vedere Nicola fare colazione al sacco in auto senza nemmeno lamentarsi, lui che è il TomTom delle pasticcerie di tutto il Nord Italia (del Centro e Sud no, semplicemente perchè non li ha mai esplorati, altrimenti..). Tra colazione e preparazione ci mettiamo in moto che manca poco alle 6. Nonostante il sole sia bello lontano dal sorgere la zona inizia a essere già brulicata da parecchi Homo Sapiens che nutrono la nostra stessa passione.
Alla cordata FAF propongo il Vaio Bianco per una serie di motivi: già di partenza non avevo voglia di ingaggiarmi in cose complicate e corde e ferramenta li volevo portare solo per emergenze, inoltre data l'eterogeneità del trio è meglio non esagerare. Poi il Vaio Bianco nessuno degli altri due lo ha mai salito, e vuoi mettere godersi tutto la avvicinamento insieme al sole eclissato?
Questo è uno dei generi di alpinismo che più mi piace: avvicinamento a lume di frontale, immersi in un freddo frizzante che solletica le narici, zaino carico di viveri vestiario materiale e sogni. Mancano solo le stelle in cielo (che mi fanno temere un rigelo non perfetto, ma date le difficoltà del Vaio scelto spero di non incontrare problemi di progressione se non un po' di fatica in più).
Facendo due chiacchiere con Mattias e aspettando il fotografo che deve scattare qualcosa ogni 100-200 passi (ma sta a vedere che lo fa per riprendere fiato?) scorriamo su varie valanghe scese da Giaron della Scala, Pra degli Angeli, e infine quella che si spera scenderemo tra qualche ora, Boale dei Fondi. Il sole spento si è come al solito fatto fregare dai suoi buoni sentimenti, dal suo impermeabile giallo, e ha prestato i suoi bastoncini a Fabio che li ha dimenticati in macchina: così adesso lui si ritrova a cercare l'equilibrio in questi delicati traversi dove un passo falso potrebbe portarlo fino a valle a velocità da Mach 1. Discesone verso l'attacco del Vaio dei Colori in uno spezio di pace e silenzio.
Complice l'essermi fermato per bisogni primari, e averne così approfittato per calzare ramponi e armarmi di picozze, mi perdo Nicole e Mattias che se ne vanno in luoghi remoti e nascosti alla ricerca di alpinismo d'annata. Ritrovo invece i miei due compari ancora in fase di preparazione: dai forza che c'è freddo a star fermi e si alza il sole!
La batteria della mia macchina fotografica patisce troppo il freddo ed è già fuori uso: la brutta notizia  stizzisce quel fighetto fotogenico di Federico, che si calma solo dopo che il buon Fabio mi cede la sua di macchina fotografica. Altre cordate sopraggiungono ma nessuna sembra aver intenzione di percorrere la nostra stessa lingua bianca: meglio così perché di stare in mezzo a del traffico e altre persone non ne ho voglia, altrimenti me ne andavo in piazza.
Risaliamo un breve tratto del Vaio dei Colori, per poi deviare decisamente a destra verso l'imbocco del Vaio Bianco. Le condizioni non sono proprio ottime: sì è vero che ci sono tratti di ottima neve dura dove entrano quasi solo le punte dei ramponi, ma ci sono poi tante altre zone o di riporto da vento farinosa o di neve non trasformata dove il piede affonda fino alla caviglia e oltre.
Seguiamo la traccia di qualche predecessore dei giorni scorsi, ma a volte il vento le ha cancellate, e altre volte le vediamo andarsene a percorrere strane varianti di cui non ho nessuna voglia di conoscere e scoprire con sorpresa grado e difficoltà (storie già viste). Il tutto è sempre molto suggestivo e piacevole, incassati in questo budello nel cuore delle montagne a seguirne una striscia di neve che speriamo ci porti verso l'uscita e spazi ben più ampi, dove gli occhi potranno spaziare su vasti panorami e non soltanto sulle pareti circostanti.
Nel tubo della valanga ci facciamo prendere dall'entusiasmo di trovare un po' di neve dura, entusiasmo che più tardi ci fa risalire un breve tratto sulla destra abbandonando la striscia principale che stava iniziando a stringersi parecchio. Dopo pochi passi scolliniamo e raggiungiamo una zona dove chi ci ha preceduto ha gironzolato a destra e sinistra alla ricerca della via: davanti a noi infatti un muro nevoso sbarra la strada, muro che non sembra neanche difficile da salire (certo, se la neve è buona però), ma ciò che mi preoccupa maggiormente è il non sapere cosa c'è oltre.
Propongo allora di ritornare sui nostri passi e riprendo la striscia principale, che si rivela la scelta corretta. Dopo qualche metro un bel riparo sotto un costone di roccia invoglia a una breve pausa per bere qualcosa. Fabio inizia essere stanchino ma c'è ancora da stringere i denti. Il sole comincia a illuminare cime e creste circostanti sciogliendo neve ghiaccio e facendo precipitare a valle qualche sasso.
Questo vaio non è lineare, gira a destra e sinistra e soltanto all'ultimo consente di vederne l'uscita. Nel durante si ha sempre l'impressione di essere dentro un piccolo labirinto di ignota lunghezza. La qualità della neve è pure peggiorata ora che il vaio si apre a forma di catino, catino che deve aver raccolto tutto ciò che il vento ha spostato ma anche le recenti nevicate ad alta quota. Dritta davanti a noi una parete rocciosa presenta un punto debole dove si vede che qualcuno è andato a cercarne una variante di uscita, Ma noi ci accontentiamo della nostra, che anch'essa scopriremo essere una variante.
Con Federico mi alterno a far traccia davanti mentre Fabio ci segue un po' distanziato. Il pendio nevoso a sinistra mi sembra un po' troppo appoggiato per essere un'uscita, non vorrei che ci portasse su una crestina rocciosa nel vuoto. D'altronde le altre due volte che ho salito questo vaio, sono sempre uscito un po' più su, in mezzo a quelle rocce: direi proprio che oggi faremo uguale.
Continuiamo la salita che proprio nel tratto finale inizia a impennarsi. Mi infilo fiducioso in mezzo alle rocce, con cornice a destra e a sinistra ma non dritto. All'inizio neve ottima per piccozza e ramponi, ma negli ultimi 5 metri pessima: farina dove le picche non fanno presa e dove i piedi indietreggiano a ogni passo. Cercando di sfruttare quel poco che c'è riesco a uscire ed essere baciato da un tiepido sole.
Spettacolo di panorama bianco e candido!
Federico mi segue a ruota. Fabio sta per infilarsi nella strettoia finale, gli lancio una corda cui legarsi facendogli sicura a spalla perché non è che sia proprio piacevole per un neofita questa uscita in free solo.
Una volta che ci raggiunge anche lui, possiamo fare la foto di Vaio e mangiare e bere qualcosa.
Essendo qua non posso non pensare di salire in cima, ma vedo che anche gli altri due non si tirano per nulla indietro. Oggi ho preso i ramponi classici proprio per evitare il problemone dello zoccolo dei Blade Runner rimasti a casa: e invece anche questi qua oggi rompono parecchio le scatole. Altro che scatole, sul traverso che conduce al passo tra Cima Campalani e Rifugio Fraccaroli c'è da ammazzarsi se si scivola giù.
Niente Canalino Sud oggi, e sbucati sopra il Vallone della Teleferica un venticello fresco ci accoglie e invoglia a essere sbrigativi. Ancora voglioso di pendenze ghiacciate salgo per la cresta, e raggiungo la cima poco prima degli altri due: ancora qualche foto e via giù in un posto un po' più accogliente, climaticamente, parlando dove mangiare.
Scendendo, a Bocchetta Mosca ci fermiamo finalmente a mangiare qualcosa un pochino più con calma, cercando accuratamente di sederci sull'unico masso affiorante per non bagnarci il culo. Solo che mannaggia, il cielo si è svelato, il sole non è più potente come prima e il vento solletica le terminazioni nervose che ci fanno percepire una temperatura non proprio idonea a restare fermi . L'ultimo morso al panino e si riprende la marcia verso bocchetta fondi.
Marcia su spettacolare traverso nevoso che lascia assaporare ampi spazi di alta montagna. Ultima risalita verso Bocchetta Fondi e poi sarà discesa, sperando che quelle che erano non proprio buone condizioni in salita diventino buone condizioni in discesa: già perché trovare neve marmorea in salita sarebbe stato piacevole, ma in discesa mica tanto (non siamo mica gli scavigliatori francesi degli anni del dopoguerra!).
E infatti la discesa è più sciabile che ramponabile e ci permette di perdere quota senza spaccarci le gambe. Il sole è ancora abbastanza alto quando arriviamo alla macchina, dove ovviamente Nicola non c'è ancora. Ho quindi tutto il tempo per mettermi in assetto da Trail e correre 10 minuti sulla neve per testare i ramponcini da ultra trail estremi.
Ma soprattutto abbiamo tutta la calma e il tempo per andare in rifugio a berci una birra, fare due chiacchiere, mangiarci una fetta di torta, uscire dal rifugio, andare in macchina a mangiare qualcosa, dormircene un'ora e mezza, svegliarsi per il sole che ormai è calato e l'effetto stalla non è più così potente in auto, cercare di telefonare a quei due disgraziati dispersi nelle rughe del Carega, cercare disperatamente un posto in cui il telefono prenda, e infine finalmente quando ormai il sole è quasi calato non solo dietro le montagne, ma anche sotto l'orizzonte, vederli arrivare nemmeno troppo cotti e brasati. Come non fargli bere un birra che per noi diventa un'altra birra?!

Qui altre foto.
Qui una guida.
Qui Report.
Nicola e Matthias han fatto questo

sabato 13 aprile 2019

Ma 'ndo Vajo?! Ravanar m'è dolce in questa nebbia (AG1 2019)

Driiiin! Suona la sveglia! Che cacchio di ore sono? Le 3:20. Mado' son solo tre ore che sono a letto, che sonno, ma 'ndo vado? Ah già, c'è l'uscita del Corso AG1 2019 del CAI di Carpi. Mi aspetta una bella giornata su neve ripida, a ramponare e vedere panorami mozzafiato: no, ferma sono sveglio e sto comunque sognando.
Le previsioni meteo non sono pessime, ma brutte. Anche le condizioni della neve non sono pessime, ma brutte. Per questo l'uscita da due giorni si è trasformata in un giorno singolo con destinazione Carega. Almeno lì le previsioni danno solo nuvoloso e addirittura qualche schiarita, e di neve non ne ha fatta tanta, e qualcosa mi dicono si dovrebbe riuscire a fare.
Invece a Recoaro piove. A colazione ce la prendiamo con calma che tanto il sole non ci corre certo dietro a scaldarci le rocce. Arriviamo a Campogrosso in mezzo alle nuvole e con una leggera pioggerella (o umidità al 100%). Vabbè ora che siamo qui, incamminiamoci e vediamo cosa riusciamo a fare, mal che vada ci ammazzeremo di didattica.
Il sentiero Dovrebbe essere lo stesso di due settimane fa, ma il suo aspetto è parecchio diverso dalle nuove condizioni, oltre al fatto che non riusciamo a vedere nulla. Un camoscio in mezzo a due campanili ci da il benvenuto in un parco giochi che oggi ha un aspetto più da Silent Hill. Ramponi ai piedi e proseguiamo sul sentiero 157, costretti ad attraversare varie valanghe e con una neve pessima: bagnata, pesante, per nulla trasformata.
Mi giro verso AnnaM che come me ha già salito il Vajo del Cengio, quello che vorremmo salire oggi, e le domando "ma non siamo già troppo avanti?" e lei "ma non lo so, forse" e io "Beh più o meno sì, perché il Pra degli Angeli l'abbiamo già passato": si vede tantissimo, ma 'ndo siamo?! Arrivati in prossimità della Guglia Berti è appena appena visibile il suo zoccolo: proviamo a salire traversando leggermente verso sinistra. Diventa sempre più lampante che oggi non saliremo nulla: la neve è davvero pessima e per nulla trasformata nemmeno dentro i corridoi di valanga. Sì affonda una spanna minimo.
Salendo ci si rende pure conto che la nuova nevicata è scesa sul secco su parecchi tratti, visto che poi la valanga ha portato via tutto facendo affiorare la ghiaia. Arriviamo nei pressi del Vajo delle Frane e ci ritroviamo a dover scavalcare un dosso dove l'accumulo nevoso fa affondare fino al ginocchio e anche oltre. FrancescoB che è passato avanti se ne accorge bene.
Ricompattato il gruppo ai piedi della fascia rocciosa a sinistra della quale ci si imbocca nel Vajo del Cengio, la situazione è che continua a non vedersi a più di 30 metri (e forse pure meno), la neve fa cagare, non c'è traccia e sono pure già quasi le 9:00. "Ragazzi voi cosa fareste?" "Ma io andrei" "A me veramente non piacciono molto queste condizioni, mi sembra pure un po' pericoloso": se ne discute un po' finchè non si decreta che "No ragazzi, andiamo giù perché è troppo tardi, le condizioni sono brutte e non ci godremo una fava perché la giornata fa cagare. Andiamo a fare un po' di didattica". Ma 'ndo vajo? Giù!
Accidenti, va bene brutto per brutto ma non pensavo così brutto: le previsioni davano un po' di schiarite al mattino e pensavo che viste le temperature dei giorni precedenti la neve fosse trasformata. Quando si dice "tutti finocchi col culo degli altri": Luciano e AndreaG provano a tracciare qualche passo nel vajo e resisi conto che si affonda fin oltre al ginocchio e la fatica annessa, esclamano "Sì sì meglio andare giù".
Tornando indietro sui nostri passi scendiamo fino quasi al sentiero, per poi risalire per pestare bene il pendio e prepararlo all'esercitazione di ricerca travolti in valanga. Prima di questa, alla base della Guglia Berti, tento invano di mostrare quanto tenga un fungo di neve, che invece proprio non ne vuol sapere di reggere: la neve è bruttissima e in mezzo ci sono strati talmente deboli che corda e giacca la tagliano come se fosse il tonno Rio Mare con un grissino.
L'esercitazione di ricerca in valanga va invece meglio, non fosse che un travolto viene trovato dopo 19 minuti punto. Infine una bella truna dentro la quale tentare di percepire quanto si stia comodi e ci si possa addormentare anche ore. Beh dai almeno si è fatta giornata adesso non resta che spingere con bicipite e falangi su boccale e forchetta: annamo ar rifuggio!

Qui altre foto.
Qui la guida del guru dei Vaji del Carega.

domenica 3 giugno 2018

Giornate lunghe: alba sul Carega e Le Do More


Suona la sveglia. Non posso tirarmi indietro. Ieri sera è stata spassosa la faccia del rifugista del Rifugio Campogrosso di fronte alla mia domanda sulle porte aperte di notte e del perchè glielo chiedessi. Alla fine viene fuori che una porta d'emergenza c'è: da li posso uscire, poi..rientro quando apre il rifugio. Ma quando mi ricapita una situazione del genere con tutte queste cose allineate? Tutte tranne il riposo, quello "riposeremo quando saremo morti".

Braghe corte, scarpe da trail, maglietta termica, maglietta, smanicato antivento con guanti senza dita, bastoncini e un marsupio con giacchina a maniche lunghe, due gel e fazzoletti. Frontale e si parte per l'alba sul Carega!

Che poi chissà se ci arrivo. Alle 6e30 devo esser di rientro al rifugio, per poter fare una doccia, colazione, e poi esser operativo per il corso A1 2018 del CAI di Carpi. Operativo e in forma e sveglio e pimpante! Lo sarò, il problema sarà piuttosto domani.. 3:30: apro la porta e la richiudo.

Silenzio e pace, buio: la luna non riesce a illuminare, è già troppo bassa dietro il Gruppo del Fumante. Un po' di vento, qualche camoscio che si fa sentire o che mostra gli occhi. Io, il mio ansimare in salita, i bastoncini sulla roccia e la ghiaia che scivola a valle sotto i miei piedi. 

La paura iniziale, la titubanza reverenziale, lascia posto alla felicità della libertà. Certo il giorno che man mano si avvicina e la luce naturale che aumenta, rinfranca. Risalgo un Boale dei Fondi dalle mille tracce, faticando più del dovuto quando prendo quella errata. Un po' di neve mi da' quell'aggiunta di adrenalina che non cercavo, ma in meno di 1h arrivo alla Boccheta Fondi. 

Ziobono, dai che riesco a vederla davvero l'alba! 5:30 è l'ora di non ritorno, sforato quella, in qualunque posto io sia, devo rientrare. Corricchio poco in discesa, finchè non ci si vede bene rischio le caviglie. Ma sul piano che costeggia Cima Mosca mi lascio andare e trotto. Dalla Bocchetta Mosca un bel quadretto: Dolomiti scure, cielo chiaro, una linea netta che li divide. Le cime. 

Macino strada, e inizio a temere che..cazzo, arrivo in cima troppo presto, sono le 5. Mi vesto che vedi tra un po' che freddo arriva! Altre persone arrivano per vedere l'alba, ma loro han dormito al Rifugio Fraccaroli. Inizio a fare su e giù per scaldarmi, poi finalmente la palla di fuoco sale, svelta. Non mi meraviglierò mai abbastanza di quanto sia veloce un momento che aspetti da tanto: è vero che a volte l'attesa è più goduriosa dell'arrivo 

Bene, tempo di tornare giù prima che sia tardi, che poi il capo Nicola  mi cazzia, gli allievi li deludo, e tutto ciò non mi va. 5:30: slaccio (strappo) le briglie ai cavalli, e mi corro quasi tutta la discesa, prendendola più dolce della salita per evitare tratti scivolosi. Beh, i traversi su neve li faccio piano e delicato, poi il ghiaione..giù! Incrocio Roberto, anche lui sveglio per fare gamba e fiato prima di rientrare a casa.

Ultimi metri in leggera salita, ma non mollo, voglio correrli. E li corro, arrivo al rifugio con Davide e Fabio e altri che se la chiacchierano fuori dal rifugio: perfetto, sono le 6:30 e la porta del rifugio è aperta. Raccolgo tutto, stendo tutto, e via in doccia! Preparo zaino e via a colazione! Che mentre sudavo a scendere pensavo se prendermi una birra..ma vado di the che è meglio. 

Pronti partenza via: archiviato il trail, viene l'ora del climb. Federico si fa desiderare e non partiamo certo tra i primi. Gianluca mi ha già abbandonato e costretto a lasciare la mia roba in rifugio.. Però recuperiamo strada e raggiungiamo Nicola, Giorgio e i loro compari creando un' unica allegra brigata verso Le Do More. Troppo allegra, risaliamo il prato nel verso sbagliato e ci tocca poi tornare indietro. 

In questo modo ci troviamo due cordate davanti, e quindi non resta che spogliarsi a prendere il sole e asciugarsi mentre chi ci precede sale. La giornata è limpida e soleggiata, le previsioni non danno temporali, ma..siamo in Piccole. Meglio non solleticarle troppo e darsi una mossa, anche perchè non vorrei rientrare a casa alle 20.. 

Finalmente posso partire, con Giosue che mi fa sicura assistito da Federico (aspirante istruttore). Leggermente umido il primo tiro, ma si sale bene mettendo giù un po' di protezioni e giungendo a una bella sosta esposta sopra un pilastrino. Occorre procedere senza fretta, per scremarsi sulla via. 

Sul secondo tiro un paio di passi (sbagliati) alzano l'asticella delle palpitazioni da emozione arrampicatoria. Sotto di me anche Giorgio giunge in sosta, Ivan è un po' più giù. Ma la seconda sosta è poco lontana e crea pochi problemi rispetto alla prossima. 

Leggere la relazione sarebbe utile per capire dove andare e quanto. Invece, un po' per la fretta del meteo e la velocità per non creare tappi in via, si segue chi ci precede. Un saltino sull'altro pilastro e poi di nuovo in verticale. Un altro saltino e via su. Su, su, traverso, ma quanto è lungo questo tiro? Ecco l'altra cordata in sosta, vado da loro. Toh, una protezione, mettiamola prima di arrivarci. 

Accidenti a me. Quella protezione sarà l'ottava fatica di Ercole: le corde si incastrano nella fessura dell'oblio e tirarle su sarà peggio che il tiro alla fune con due buoi in pubertà che vogliono andare verso la mucca in calore. Già la sosta è quel che è, una clessidra non grande e un friend. I miei due li sento urlare "recupera" ma la corda viene a fatica. Mado! 

Ora viene il bello della via, un muretto di continuità con un passaggino strapiombante. Avendo già visto chi mi precedeva, la strada è sicura come direzione, e adesso mi torna anche la relazione che sto guardando. Meno male l'esposizione è tale da non seccarci come lucertole al sole, e oppala esco alla penultima sosta. 

Un ragazzo sale in free solo e prosegue. Mi ribolle un po' il sangue: non sono contrario al free solo, anzi, vai pure. Ma non se hai gente sotto che puoi uccidere con una tua possibile caduta. Recuperati i miei, posso andare per il tiro finale. Pochi metri, ma con un passaggio iniziale che mi lascia interdetto e che devo studiare in 3-4 mosse prima di passare. Poi eccomi sul cucuzzulo. 

Nuvoloni sparsi, ma ancora tutto tranquillo. Arrivano i miei, c'è da prepararsi per la doppia da 27m: arriva anche Nicola e concordo di imbastire una calata comune separando i due rami così possiamo scendere più svelti. Claudia e Anna son quasi arrivate, quindi fermo Giosue e gli faccio la longe io che è meglio non perdere tempo e creare tappi su questo ristretto spazio e con l'orario che inizia a esser stretto. 

Bella calata, corda al limite ma ci siamo. Possono scender ei mia due, ma prima magio ciò che trovo nello zaino che ho una fame della Madonna! Ricomposta la cordata, ora possiamo stringerci la mano. Aspettiamoci tutti, così scendiamo insieme e anche perchè una delle nostre corde è ancora lassù. Anna e Claudia arrivano presto, Nicola scende addosso ad Alice, ed ecco anche Giorgio. 

Il cielo si è fatto piuttosto cupo, non vedo l'ora di andarmene. Ma lassù ancora tre persone. Chi ha scattato una foto col flsh?! Un tuono risponde "io".. Maremma, "Dai muovetevi lassu!". Ci vestiamo per precauzione, e quando iniziano i goccioloni (i tuoni non hanno mai smesso) alcuni dei nostri iniziano a scendere. Io e Nicola si resta li ad aspettare Ivan, Cristina eLaura

Chissà cosa stanno combinando, intanto la lavata ce la prendiamo. Scende Crisitina, Laura, si avviano a scendere la corda fissa ma..Cristina scivola e si fa maluccio: nuoooo. Nulla di che, ma roba che sotto la pioggia, acquazzone, temporale, col resto della discesa già bello bagnato, fangoso e scivoloso, complica non poco il resto della giornata.

Fasciato il ginocchio, riposato un pochetto, al riparo di una cassa da morto non in cima, si scende con calma. Appena il telefono prende chiamo Luca (grazie alla ragazza del Rifugio Campogrosso che mi risponde al telefono e trova il nostro gruppo in mezzo a mille persone), concordiamo una strategia per le auto per far sì che l'infortunata, Nicola e Ivan trovino un'auto a Malga Cornetto, e io e Laura filiamo verso Campogrosso dove ci aspettano gli altri. 

Detta così, poche righe, ma tanti minuti. Troppi. Il temporalone finisce quando mettiamo piede sulla strada asfaltata. Filosofeggiando con Laura, spingiamo un po' per arrivare presto al rifugio, dove ad accoglierci troviamo il sole, la ciambella di Silvia, e sì, anche i nostri amici. Una birra fresca la bramo da stamane, me la scolo prima di ripartire presto valle.

Che dire, un weekend decisamente intenso. L'ambiente è alpino, non sono le comode falesie di Tessari, dove le voci dei tuoi compagni di cordata vengono offuscate dal rumore dell'A22. Qui il vento può farla da padroni, la foschia di valle, il temporale che arriva in pochi minuti e crea veri torrenti effimeri. La roccia non sempre ottima. Questo è Alpinismo. L'aver dormito 4h e averci infilato un trail. Questa è passione.

Poi magari se non si fosse fatta male la ragazza..era meglio. Forza Cri!

Qui altre foto.
Qui report.
Qui guida, varie relazioni su web.