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sabato 7 dicembre 2019

Ci sono cose da vedere nella vita: Vajo Bianco con variante

Ci sono alcune cose che nella vita ogni uomo dovrebbe avere la possibilità di vedere. I ghiacciai dell'Islanda, le cascate Vittoria, la grande muraglia cinese, il varano di Komodo, Nicola che si sveglia alle 2:30 di notte per andare a fare un vaio, e manco per un corso! Questo genere di evento va preso al volo senza lasciarselo scappare: non sempre si ha la possibilità di assistere a un accadimento tanto raro, un po' come un'eclissi solare completa durante una giornata di cielo completamente sgombro dalle nuvole.
E così , nonostante l'orario di partenza proposto sia pure in netto anticipo rispetto a quello che avrei proposto io, come non saltare su questo carro eterogeneo che alle 3:00 di notte si avvia verso il paradiso vaittico delle piccole Dolomiti?
Eccoci qua quindi: Nicola che ha appuntamento con quell'altro matto di Mattias per andare in esplorazione aggressiva (che sfocerà in questo link), e io, Federico e Fabio che nemmeno abbiamo ancora parlato di cosa andare a fare. Dovevano esserci anche Anna e Mirco ma all'ultimo momento degli imprevisti gli hanno impedito di esserci. A loro un'eclissi di sole in un cielo terso mai ricapiterà temo.
L'altro spettacolo raro come una pepita d'oro nel letto del fiume Secchia, è vedere Nicola fare colazione al sacco in auto senza nemmeno lamentarsi, lui che è il TomTom delle pasticcerie di tutto il Nord Italia (del Centro e Sud no, semplicemente perchè non li ha mai esplorati, altrimenti..). Tra colazione e preparazione ci mettiamo in moto che manca poco alle 6. Nonostante il sole sia bello lontano dal sorgere la zona inizia a essere già brulicata da parecchi Homo Sapiens che nutrono la nostra stessa passione.
Alla cordata FAF propongo il Vaio Bianco per una serie di motivi: già di partenza non avevo voglia di ingaggiarmi in cose complicate e corde e ferramenta li volevo portare solo per emergenze, inoltre data l'eterogeneità del trio è meglio non esagerare. Poi il Vaio Bianco nessuno degli altri due lo ha mai salito, e vuoi mettere godersi tutto la avvicinamento insieme al sole eclissato?
Questo è uno dei generi di alpinismo che più mi piace: avvicinamento a lume di frontale, immersi in un freddo frizzante che solletica le narici, zaino carico di viveri vestiario materiale e sogni. Mancano solo le stelle in cielo (che mi fanno temere un rigelo non perfetto, ma date le difficoltà del Vaio scelto spero di non incontrare problemi di progressione se non un po' di fatica in più).
Facendo due chiacchiere con Mattias e aspettando il fotografo che deve scattare qualcosa ogni 100-200 passi (ma sta a vedere che lo fa per riprendere fiato?) scorriamo su varie valanghe scese da Giaron della Scala, Pra degli Angeli, e infine quella che si spera scenderemo tra qualche ora, Boale dei Fondi. Il sole spento si è come al solito fatto fregare dai suoi buoni sentimenti, dal suo impermeabile giallo, e ha prestato i suoi bastoncini a Fabio che li ha dimenticati in macchina: così adesso lui si ritrova a cercare l'equilibrio in questi delicati traversi dove un passo falso potrebbe portarlo fino a valle a velocità da Mach 1. Discesone verso l'attacco del Vaio dei Colori in uno spezio di pace e silenzio.
Complice l'essermi fermato per bisogni primari, e averne così approfittato per calzare ramponi e armarmi di picozze, mi perdo Nicole e Mattias che se ne vanno in luoghi remoti e nascosti alla ricerca di alpinismo d'annata. Ritrovo invece i miei due compari ancora in fase di preparazione: dai forza che c'è freddo a star fermi e si alza il sole!
La batteria della mia macchina fotografica patisce troppo il freddo ed è già fuori uso: la brutta notizia  stizzisce quel fighetto fotogenico di Federico, che si calma solo dopo che il buon Fabio mi cede la sua di macchina fotografica. Altre cordate sopraggiungono ma nessuna sembra aver intenzione di percorrere la nostra stessa lingua bianca: meglio così perché di stare in mezzo a del traffico e altre persone non ne ho voglia, altrimenti me ne andavo in piazza.
Risaliamo un breve tratto del Vaio dei Colori, per poi deviare decisamente a destra verso l'imbocco del Vaio Bianco. Le condizioni non sono proprio ottime: sì è vero che ci sono tratti di ottima neve dura dove entrano quasi solo le punte dei ramponi, ma ci sono poi tante altre zone o di riporto da vento farinosa o di neve non trasformata dove il piede affonda fino alla caviglia e oltre.
Seguiamo la traccia di qualche predecessore dei giorni scorsi, ma a volte il vento le ha cancellate, e altre volte le vediamo andarsene a percorrere strane varianti di cui non ho nessuna voglia di conoscere e scoprire con sorpresa grado e difficoltà (storie già viste). Il tutto è sempre molto suggestivo e piacevole, incassati in questo budello nel cuore delle montagne a seguirne una striscia di neve che speriamo ci porti verso l'uscita e spazi ben più ampi, dove gli occhi potranno spaziare su vasti panorami e non soltanto sulle pareti circostanti.
Nel tubo della valanga ci facciamo prendere dall'entusiasmo di trovare un po' di neve dura, entusiasmo che più tardi ci fa risalire un breve tratto sulla destra abbandonando la striscia principale che stava iniziando a stringersi parecchio. Dopo pochi passi scolliniamo e raggiungiamo una zona dove chi ci ha preceduto ha gironzolato a destra e sinistra alla ricerca della via: davanti a noi infatti un muro nevoso sbarra la strada, muro che non sembra neanche difficile da salire (certo, se la neve è buona però), ma ciò che mi preoccupa maggiormente è il non sapere cosa c'è oltre.
Propongo allora di ritornare sui nostri passi e riprendo la striscia principale, che si rivela la scelta corretta. Dopo qualche metro un bel riparo sotto un costone di roccia invoglia a una breve pausa per bere qualcosa. Fabio inizia essere stanchino ma c'è ancora da stringere i denti. Il sole comincia a illuminare cime e creste circostanti sciogliendo neve ghiaccio e facendo precipitare a valle qualche sasso.
Questo vaio non è lineare, gira a destra e sinistra e soltanto all'ultimo consente di vederne l'uscita. Nel durante si ha sempre l'impressione di essere dentro un piccolo labirinto di ignota lunghezza. La qualità della neve è pure peggiorata ora che il vaio si apre a forma di catino, catino che deve aver raccolto tutto ciò che il vento ha spostato ma anche le recenti nevicate ad alta quota. Dritta davanti a noi una parete rocciosa presenta un punto debole dove si vede che qualcuno è andato a cercarne una variante di uscita, Ma noi ci accontentiamo della nostra, che anch'essa scopriremo essere una variante.
Con Federico mi alterno a far traccia davanti mentre Fabio ci segue un po' distanziato. Il pendio nevoso a sinistra mi sembra un po' troppo appoggiato per essere un'uscita, non vorrei che ci portasse su una crestina rocciosa nel vuoto. D'altronde le altre due volte che ho salito questo vaio, sono sempre uscito un po' più su, in mezzo a quelle rocce: direi proprio che oggi faremo uguale.
Continuiamo la salita che proprio nel tratto finale inizia a impennarsi. Mi infilo fiducioso in mezzo alle rocce, con cornice a destra e a sinistra ma non dritto. All'inizio neve ottima per piccozza e ramponi, ma negli ultimi 5 metri pessima: farina dove le picche non fanno presa e dove i piedi indietreggiano a ogni passo. Cercando di sfruttare quel poco che c'è riesco a uscire ed essere baciato da un tiepido sole.
Spettacolo di panorama bianco e candido!
Federico mi segue a ruota. Fabio sta per infilarsi nella strettoia finale, gli lancio una corda cui legarsi facendogli sicura a spalla perché non è che sia proprio piacevole per un neofita questa uscita in free solo.
Una volta che ci raggiunge anche lui, possiamo fare la foto di Vaio e mangiare e bere qualcosa.
Essendo qua non posso non pensare di salire in cima, ma vedo che anche gli altri due non si tirano per nulla indietro. Oggi ho preso i ramponi classici proprio per evitare il problemone dello zoccolo dei Blade Runner rimasti a casa: e invece anche questi qua oggi rompono parecchio le scatole. Altro che scatole, sul traverso che conduce al passo tra Cima Campalani e Rifugio Fraccaroli c'è da ammazzarsi se si scivola giù.
Niente Canalino Sud oggi, e sbucati sopra il Vallone della Teleferica un venticello fresco ci accoglie e invoglia a essere sbrigativi. Ancora voglioso di pendenze ghiacciate salgo per la cresta, e raggiungo la cima poco prima degli altri due: ancora qualche foto e via giù in un posto un po' più accogliente, climaticamente, parlando dove mangiare.
Scendendo, a Bocchetta Mosca ci fermiamo finalmente a mangiare qualcosa un pochino più con calma, cercando accuratamente di sederci sull'unico masso affiorante per non bagnarci il culo. Solo che mannaggia, il cielo si è svelato, il sole non è più potente come prima e il vento solletica le terminazioni nervose che ci fanno percepire una temperatura non proprio idonea a restare fermi . L'ultimo morso al panino e si riprende la marcia verso bocchetta fondi.
Marcia su spettacolare traverso nevoso che lascia assaporare ampi spazi di alta montagna. Ultima risalita verso Bocchetta Fondi e poi sarà discesa, sperando che quelle che erano non proprio buone condizioni in salita diventino buone condizioni in discesa: già perché trovare neve marmorea in salita sarebbe stato piacevole, ma in discesa mica tanto (non siamo mica gli scavigliatori francesi degli anni del dopoguerra!).
E infatti la discesa è più sciabile che ramponabile e ci permette di perdere quota senza spaccarci le gambe. Il sole è ancora abbastanza alto quando arriviamo alla macchina, dove ovviamente Nicola non c'è ancora. Ho quindi tutto il tempo per mettermi in assetto da Trail e correre 10 minuti sulla neve per testare i ramponcini da ultra trail estremi.
Ma soprattutto abbiamo tutta la calma e il tempo per andare in rifugio a berci una birra, fare due chiacchiere, mangiarci una fetta di torta, uscire dal rifugio, andare in macchina a mangiare qualcosa, dormircene un'ora e mezza, svegliarsi per il sole che ormai è calato e l'effetto stalla non è più così potente in auto, cercare di telefonare a quei due disgraziati dispersi nelle rughe del Carega, cercare disperatamente un posto in cui il telefono prenda, e infine finalmente quando ormai il sole è quasi calato non solo dietro le montagne, ma anche sotto l'orizzonte, vederli arrivare nemmeno troppo cotti e brasati. Come non fargli bere un birra che per noi diventa un'altra birra?!

Qui altre foto.
Qui una guida.
Qui Report.
Nicola e Matthias han fatto questo

sabato 30 marzo 2019

Noi sì che Vajos: Vajo dei Colori (AG1 2019)

Ci sono quelle giornate che partono male, magari con preoccupazioni fin da casa; ma che poi filano lisce come l'olio e diventano belle giornate. Questa è una di esse.
Dopo due uscite in Appennino (qui e qui), è ora di cambiare destinazione per la terza uscita del Corso AG1 2019 del CAI di Carpi. Le mete esotiche che bramavo però sono tutte non in condizioni, mentre in Piccole Dolomiti qualcosa si può riuscire a fare. E in un bell'ambiente anche! Approfittando della strada prematuramente aperta (non può esserci rischio valanghe se non c'è neve) arriviamo fino a parcheggiare al Rifugio Campogrosso: Ci incamminiamo che è già giorno.
La cosa che mi preoccupa di più oggi, sono le scariche di sassi, che nelle scorse settimane hanno mietuto parecchie vittime (non nel vero senso del termine!) nei post di facebook. Sì certo, partire senza usare la frontale aumenta il rischio di questo pericolo, ma confido nell'essere veloci e agili. Se poi ci fosse da tornare indietro, si girano i tacchi e amen.
(Ri)partiamo male: nella fretta di fare lo zaino e mille altre cose ieri sera, ho dimenticato bandana e macchina fotografica. E niente, mi toccherà aspettare le foto degli altri per rivivere meglio la giornata: una giornata la cui salita è stata fatta quasi in apnea per uscire presto.
Dal traversone che passa sotto il Giaron della scala e il Pra degli Angeli, notiamo un elicottero giallo che gira nella zona. Mentre narro ai miei compagni di cordata, FrancescoL e AnnaM, come non abbia mai trovato il Vajo dei Colori nelle stesse condizioni nonostante le quattro, cinque o sei volte (alcune qui, qui e qui) che l'ho percorso, l'avvicinamento scorre senza intoppi: non fosse per quell'elicottero giallo che sembra proprio girare e cercare nei pressi della parte bassa del Vajo dei Colori.
Quelle che erano preoccupazioni iniziano a diventare qualcosa di più solido. Dal passo appena dopo il Boale dei Fondi inizio a scendere più rapidamente per vedere più da vicino cosa stia accadendo, e a pochi metri dall'attacco del Vajo dei Colori vedo che l'elicottero recupera qualcuno in barella per poi andar via e tornare a recuperare qualcun altro col verricello. Tutto ciò proprio nella parte bassa del vajo.
Non è proprio un bellissimo. Dico subito ai miei che il primo sasso che vedo scendere torniamo indietro. Però ormai che siamo qua tanto vale andare all'attacco per vedere com'è e magari salire qualche metro per sondare il terreno.
Il gruppo si ricompatta, e anche gli altri istruttori dopo aver sentito dell'elicottero sono ben d'accordo che prima di tutto non è un bell'inizio di giornata, e secondo al primo sasso che scende torniamo indietro.
Al di là di preoccupazione di elicotteri e rolling stone, l'ambiente è come sempre spettacolare. Se quello che abbiamo visto in Appennino erano più che altro pareti con canali poco marcati, il Vajo dei Colori è delimitato da alte e verticali pareti rocciose, che lo rendono un impluvio ben scavato dal tempo. A volte guardandosi indietro sembra quasi vertiginoso, nonostante le pendenze siano scarse.
Incrociando mi inizialmente con la cordata di Fabio con AnnaT e Marco, iniziamo la salita. Tutti quanti ci siamo banalmente legati facendo della bambola e mettendoci a una distanza di una decina di metri. Una legatura quasi inutile, forse addirittura deleteria se non ci si protegge: ma anche questo fa parte della didattica, del vedere diverse situazioni e diverse soluzioni.
Va bene averlo fatto ogni volta in condizioni diverse, ma non credevo di aggiungerne una anche oggi. I tratti che l'ultima volta con Stefania rendevano il vajo tendente a un D piuttosto che a un PD, oggi sono palesemente addolciti dalla neve, e tutta la traccia è ben pestata a gradini che permettono di fare riposare i polpacci.
Se devo essere sincero, il vajo non me lo godo molto. Sono in apnea e non vedo l'ora di uscirne, di essere fuori dai pericoli di questo pazzo clima e di questa roccia marcia. Nonostante ciò, un pochino chiacchieriamo, ma ai primi accenni di stanchezza dei miei compagni di cordata gli rendo noto che (forse un po' troppo brutalmente) se hanno fiato per parlare vuol dire che avrebbero fiato anche per camminare, e quindi di conservarlo per la funzione motoria. Cit. "Io non ho tato, ma non sono cattivo".
Il groviglio iniziale si è sciolto e le cordate sono sparpagliate a distanza di qualche decina di metri una dall'altra. Nel vajo ci siamo solo noi, anche se vedo delle peste recenti: qualcuno deve aver attaccato a orari più consoni dei nostri.
Superato il tratto di ferrata, che di solito è quello che dà più problemi, inizio a sentirmi più tranquillo, anche se la strada è ancora lunga. A destra e sinistra si diramano i mille altri vaji dalle mille altre difficoltà, ma tutti belli (brutti) secchi. Chissà se il prossimo anno qualcuno di questi riuscirò a salirlo..
Ed eccola su ti appare l'uscita. Cerco di consolare Francesco indicandogliela, non manca molto. A sinistra la deviazione per l'intramosca, mentre noi proseguiamo a destra. Non guardo l'ora ma credo che non stiamo andando così male come tempi.
A poche decine di metri dalla bocchetta posso quasi tirare un sospiro di sollievo e tornare un pochino più amabile ai miei compagni di cordata, raccontare qualche aneddoto e far notare in che bell' ambiente siamo immersi. E con quale roccia marcia intorno.
Proprio gli ultimi metri si impennano, ma con tutto grandinato come se fosse una scala, anche le mani lavorano in appoggio. Una volta fuori a farla da padrone è un caldo afoso estivo. Recupero FrancescoL e AnnaM e dopo un'ora e mezza possiamo stringerci la mano e congratularci per la salita: sono solo le 10:00, ottimo lavoro!
Attendiamo tutte le altre cordate, quella di FabioSca con AnnaT e Marco, quella di Ivan con AndreaG, quella di FedericoR con Soana e Luciano, quella di Tommaso con Emanuela e FabioSe. Man mano colonizziamo Bocchetta Mosca apparecchiandola come alle migliori feste. Solo Ivan poveretto si sdraia moribondo: il ragazzo oggi non ha una salute da pesce.
Si vede che il sole e il tepore piacciono a tutti: rimaniamo a cincischiare più di mezz'ora. A un certo punto mi tocca richiamare tutti sull'attenti e fagli presente che magari potremmo anche avviarci. AndreaG e FabioSe in disparte che se la chiacchierano vengono quindi avvicinati da tutto il resto della ciurma, in un chiaro assetto da pressing della serie "Oh ragazzi, se non l'avete capito stiamo aspettando voi".
Un lungo serpentone sì dirige verso Bocchetta dei Fondi, traversando totalmente tutto il versante sud di Cima Mosca, per poi intraprendere la salita finale che suona di piccola mazzata. E mentre tutti noi rimettiamo i ramponi, il pesce malaticcio scende verso la sua salvezza: il Rifugio Campogrosso dove poter stare al sole a mangiare e banchettare nella speranza che forze e salute tornino a lui.
Noi altri invece scendiamo con calma, forse troppa calma, distratti anche da un gruppo di camosci che ci attraversano la strada e poi fuggono in direzione del canalino est di Cima Mosca: scommetto riusciranno a salire anche senza piccozza e ramponi. Loro sì che hanno il 4x4 e l'assetto invernale inside!
Tornati sul sentiero percorso stamattina, posiamo armi e bagagli per la fase didattica della giornata, ovvero la ricerca in valanga da parte di un gruppo numeroso. Armati di ARTVA, o di pala, o di sonda, o di parole, si tenta di salvare i poveri ARTVA seppelliti da FedericoR. Tutti vengono estratti, con qualche diatriba tra leader e ricercatori. Psicologicamente non è un'esercitazione facile, ed è solo un'esercitazione!
Tornando sui nostri passi, tra una chiacchiera e l'altra, contro ogni previsione siamo alla macchina piuttosto presto, e senza aver visto nemmeno un masso venirci dolcemente incontro: che successo! Ma soprattutto, che fortuna! Non resta che festeggiare ampiamente al Rifugio Campogrosso, dove il caldo è tale che più che fine marzo sembra a fine giugno. E meno male che Emanuela mi presta gli occhiali da sole altrimenti avrei dovuto pranzare ad occhi chiusi.

Qui altre foto.
Qui report.
Qui la guida del guru dei Vaji del Carega.

domenica 14 gennaio 2018

Valanghe che asciugano i canali: Vajo dell'Acqua, con variantina sx

L'idea era di fare una cosa tranquilla già da prima di vedere che le previsioni meteo fossero peggiorate così tanto: nuvoloso e nebbia. In più cade l'opportunità di andare a fare qualcosa con due ex allievi del Corso A1 del CAI di Carpi, Alessandro e Gioele. Condizioni che dovrebbero essere buone, anche se leggo di un report un po' secco.. Si torna in Piccole Dolomiti dopo ieri.

Arriviamo a Recoaro tremendamente presto, meno male il bar aperto c'è anche se non si vede. Poi la tragedia in bagno: abbasso la lampo per fare pipì, e non si rialza più. La lampo dico. I miei cari pantaloni frankestein che orami avranno almeno 8 anni, perdono pezzi, ma non demordo: oggi col birillo che prende aria, ma domani le faccio riparare! 

Saliamo a lume di frontale per la strada che porta al Rifugio Battisti, che caldo che fa.. Speriamo la neve abbai retto la notte. Dopo il rifugio qualche indugio, ma in men che non si dica siamo alla base del Vajo dell'Acqua, dove la dimensione della valanga che giace lì, lascia un po' sgomenti Alessandro e Gioele. Intano l'alba colora nuvole e nebbie di rosso sfumato, un'atmosfera romantica e horror allo stesso tempo. 

Stefania non c'aspetta e una volta pronta inizia a salire e prende vantaggio. I primi metri sono su terreno accidentato dai blocchi di neve portata dalla valanga, e i polpacci già friggono. La visibilità è scarsa, ma il vajo dovrei conoscerlo, e la quantità di gente che lo ha salito ieri e oggi dovrebbe assicurarci di non sbagliare seguendo le loro tracce. 

Eccoci sul più agevole terreno piallato dalla valanga scesa: pendio di neve pressata che pare un mescolamento di piste da bob varie. Stefania, prima a fare colazione si lamentava che "Oh andate piano oggi, non tiratemi il collo" e alla quale rispondevo "ma taci va la, che sei un Landini te! Borbotti tanto ma vai avanti!", se ne sta beata davanti a tutti. 

Arriviamo alla strettoia, e inizia il seccume: lato desto in "roccia", lato sinistro povero, e sopra il pendio è parecchio intervallato da pietre, ahimè. Va beh dai, sarà solo la parte centrale! E invece mi sa che la valanga si è staccata appena da sotto l'uscita, che asciugatura di canale! 

Saliamo con calma, i miei compagni hanno i polpacci che urlano, e tanto di sole che esca per guastare la neve non ne avremo. Neve discreta, quella poca che è rimasta. La salita merita per quei 10 minuti in cui usciamo dalle nuvole e ci troviamo sopra di esse, a galleggiare sull'ignoto. Poco dopo, esse ben più veloci di noi, risalgono, ci raggiungono, avvolgono. 

L'ascesa si trasforma in una sorta di salotto itinerante in media quota: pause, chiacchiere sul più e meno, ripartenze e nuove pause. Chi ci precede è avanti, nessuno ci segue, siamo in salotto da soli. Uno sguardo all'insù mi fa pensare a possibili varianti di uscita, giusto per metterci del mio e fare qualcosa in più. Magari là a destra, si riesce.. 

Ma quando sarebbe il momento per andare a metterci il naso, le nubi fan capolino e non si vede più nulla: amen, andiamo per la classica con gli altri tre. Tutta la salita abbiamo tenuto la sinistra, e solo all'ultimo mi si para davanti la variante di uscita a sinistra. Ma dai, lascia stare, proseguo. Ma dai, torna un po' giù e dacci un'occhiata! 

Lascio Stefania salire verso l'uscita, io sguscio timidamente a sinistra.. Molto timidamente avanzo.. Poi aggressivo mi sbrigo, e quando sono ormai a metà vedo che Gioele mi segue! Avvisato sia da me che da Stefania su cosa stia andando incontro, prosegue (vabbeh che non si va a fare nulla di complicato, e se serve ho la corda). 

Percorso divertente con la pendenza che aumenta ma mai eccessivamente, uscita appenninica tra roccia e terra e un po' di erbetta, e siamo a pochi passi dalla croce. Urca che vento freddo e che condizioni climatiche poco incoraggianti. Arrivano anche Stefania e Alessandro: quest'ultimo si arma di compeed ai piedi.. 

Mars, foto, e via scendere che fa freddo! Ma per dove? Domanda che mi affliggeva fin da ieri: Ristele o Lora? Chi ci precedeva l'ho visto andare verso Cima Tre Croci, il Ristele è immerso nelle nubi.. Si prosegue verso la cresta dello Zevola! 
Un po' di mugograt non fa male, ma di certo impegna più del vajo viste le pendenze e l'esposizione. Ma tutti se la cavano egregiamente, con la condottiera Stefania che segue le ramponate di chi ci sta davanti, e noi le sue. Paesaggi surreali, sospesi.


Sono un po' preoccupato per la discesa: da un momento all'altro si rischia di finire a visibilità nulla, ricordo un bel pendio ripido e a trappole di mughi, sono con gente non espertissima.. Diamoci una mossa. Laggiù però un bel traccione che se riusciamo a raggiungere direi ci metta al sicuro. 

Traversi perversi, discesa faccia a monte, ed eccoci al sicuro. Ora basta seguire le tracce per..trovarsi a un vicolo cieco, l'uscita di un vajo! Tutti sono venuti fin qui, tutti sono poi tornati un po' indietro, svirgolato tra le dune, e infine hanno trovato il Passo Tre Croci. 

La restante discesa Parte bene, rilassata e su un sentiero che quasi si vede. Possiamo riprendere a parlare, sopratutto del futuro, prima di finire in mezzo a una mugaglia rada, poi sempre più fitta, fino a dover spostare i rami per passare. Si torna di nuovo il sentiero, comodo. 

Rifugio, strada, e appena si può il sentiero, così almeno facciamo un anello (in parte).L'arrivo all'auto è come al solito segnato dallo sbranare i panini che ho nello zaino, e dal muoversi per andare a cercare una birra fresca! Meteo ko, ma il resto della giornata ok!

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