sabato 21 marzo 2015

Breve ma intensa: Lujanta

Oggi proprio non posso negaglierla: Nicola la corteggiava da anni, il meteo incerto e il mio coprifuoco non permettono di avere piani più ambiziosi dal punto di vista dell' ”ambiente”. Già, perchè questa cascata è davvero bella, ma se ci si guarda alle spalle si vedono le piste da sci, ogni tanto si sente della musica "tunz tunz" dei bar.. Insomma mica tanto alpinistico come luogo, ma bella è bella.
Ore 3 ritrovo al casello, ma mentre sono fermo al semaforo vedo dietro di me arrivare un catorcio con i fari a un qualche strano gas da tamarro di Fast and Furious, mi si affianca, chi vuoi che sia, il capo, che mi dice “iniziamo male, Christian è rimasto a letto”. Aspettarlo un'ora o partire? Il mio coprifuoco vacillerebbe, ma gli darei la mia benedizione ad andare solo loro due. Però troverebbero cordate sulla loro testa. Telefonata al dormiglione che ci dà la sua di benedizione e..si parte.
Nonostante le poche ore di sonno, si resta abbastanza svegli con argomenti che ci tengono vivo lo spirito. Poi però un cambio guida alla fine ci vuole, e così mi perdo lo zonzo tra passi dolomitici desertici di bianco. Si inizia a cercare un bar ma non si trova, ci accontenteremo del tè di Nicola coi suoi Gran Cereale.
Al parcheggio del Ristorante Mesoles ci aspetta Fiorella, in vacanza in Val Badia: oggi opta per il ghiaccio al posto dello sci in pista. Colazioniamo insieme osservando la cascata che dal parcheggio si vede bene, anche se Nicola resterà dubbioso fino alla fine che sia davvero lei (all'inizio un po' anche io..). La Torre Exner che svetta, sapere che là dietro c'è un paradiso escursionistico, tutto attorno a noi uno arrampicatorio. Vacca boia che fame di montagna che mi viene!
Le piste ancora chiuse danno un aspetto un po' più montano a questo angolo di Dolomiti, le attraversiamo puntando il flusso di ghiaccio, estetico da matti, e da lontano parecchio vertiginoso. Si cerca la via migliore visto che appena si mette piede sulla neve “sbagliata” si sprofonda giù 40 cm (ovvero fino al suolo): ecco la traccia, mi sa che ce ne è di gente che viene a farla.. Speriamo non trovare caos!
Ma fortunatamente siamo i primi, e dietro di noi arriverà solo un'altra cordata (tra l'altro modenesi anche loro). Alle 7e30 siamo alla base, il sole illumina la parte alta, ma sta per girare e andarsene, anche perchè la perturbazione è li dietro, la si vede bene. Estetica Lujanta, eh già, con questo paretone di roccia alla sulla destra orografica che la protegge e le fa scudo dal sole.
Imbragati e preparati, Nicola parte per il primo tiro, mentre da basso io gli faccio sicura e Fiorella zompetta a far foto e scrutare se verso l'alto vede la sosta. Il ghiaccio sembra spaccoso sulla linea scelta, d'altronde a sinistra sembra pisciante, vuoto, candeline e delicato. I primi 10-15 metri belli dritti, ma lui ha alle spalle cascate tipo Rio Pelosus e Sogno del Canadese, questa gli fa una pippa.
Le difficoltà calano, e mentre individuiamo la sosta in foto (ovvero Fiorella scatta una foto e poi zooma per cercare la sosta), lui la trova dal vivo, anche se vedo che armeggia delicato sul traverso. È la nostra ora, cioè, è il nostro turno. Fischia però se è dritta! Parto io, tolgo le viti per rendere la vita della novellina più facile, ma inizio a ripensare alla mia proposta di tirare io il secondo tiro da primo..
Sembrano le solite scuse del climber, ma mi convinco che l'anno prossimo bisognerà cambiare ramponi: mog fatiga! Ma quanto mi diverto lo stesso: durante la giornata farò la macchietta lamentosa, ma ora che scrivo non serve, le risate fatte su Lujanta sono rimaste la!
Si sale, si sale, per fortuna qualche aggancio c'è, e dopo la parte dritta finalmente scorgo il mio amico, ora è tutta in discesa, ehm..volevo dire, ora è più facile. Capisco tuttavia la sua titubanza sul traversino breve ma infido per arrivare in sosta. Fiorella è dietro, e arriva anche lei.
Osservo il prosieguo. Il secondo tiro dovrebbe essere il più facile, potrei provarci, ma la fatica accusata sul primo mi fa titubare. Guardo e riguardo. Suvvia oggi oso, se voglio far strada e mettere in cantiere altre salite nei prossimi mesi, devo andare. E quindi vado. Sento che sotto sono arrivati altri, chiedo se siano già partiti, e quando Nicola mi dice di no, vado più tranquillo, se spacco qualche crosta non dovrei far male a nessuno.
Non salgo dritto ma preferisco cercare la via più facile: d'altronde io sono per un alpinismo classico (ah ah), che non vuole dire “facile” ma solo "più facile". Infatti, dopo i primi metri che tagliano verso sinistra, inizia il gioco. Mi assicuro di proteggermi quando riesco perchè so bene di essere al limite delle forze e capacità. Sento i piedi che non mi tengono bene, ma per fortuna trovo ghiaccio buono e bagnato: sento anche rigolini umidi al 100% stile grondaia lungo i pantaloni, o forse me la sono fatta addosso?!).
Tum tac, e bam.. Ci mollano i piedi (cazzo, me lo dicono anche ad arrampicare che devo usare di più i piedi). Tuttavia, le picche sono buone, un po' di sangue freddo e torno a calciare fino a che le punte dei ramponi facciano presa. Ecco ci sono di nuovo, si continua.
Finalmente la parte dritta finisce e sono fuori: ora le difficoltà calano e si procede più agevolmente. Mi guardo sulla destra a cercare la sosta ma ancora niente. Più in alto vedo un bel muro che potrebbe essere quello dell'ultimo tiro, la sosta sarà lì sotto. O comunque di viti ne ho, mal che vada. Eccola li, finalmente la vedo, ma prima di poterci arrivare.. “Andrea sei comodo?” “Perchè?” “C' è un nodo nelle corde, fermati un attimo'”. Mmmm.
Finalmente raggiungo la seconda sosta di Lujanta. Se becco quel merdoso (o merdosi, sono due gli oggetti, non uno solo) che ha spento la cicca della sigaretta nella neve e poi l'ha lasciata li, lo sbrano di parolacce. Mi chiedo sempre come possa una persona che si reputa alpinista sporcare l'ambiente, "sputare in modo così palese nel piatto in cui mangia".
Nicola e Fiorella partono, sbucano da sopra il muro, ne approfitto per una bella foto da qui, e presto anche loro arrivano in sosta. Nel frattempo inizia a sentirsi il caldo che fa, via i guanti. Conoscendo Nicola, sapevo che non si sarebbe lasciato scappare il muretto davanti a noi, e infatti parte dritto su questa verticale di 10m.
Stavolta però il gatto sale con le picche di Fiorella, Quantum Tech, mentre io proverò quelle di Nicola, X-Dream Cassin, e Fiorella le mie Quark 2. Che giro di picche! Nicola non si vede più, ben presto finisce il tiro. Ora tocca a noi.
Parte Fiorella e, visto che il muro è breve, prima di partire aspetto che lei lo finisca, e poi aspetto anche il ragazzo sotto di me dell'altra cordata che gli mancano solo pochi metri per la sosta. Quando si può essere cortesi, perchè non esserlo. Fiorella spiccozza e io le faccio qualche bella foto: saranno care queste!
È la mia volta, le picche sono belle, entrano come burro e sembrano più leggere delle mie. In realtà scoprirò essere più pesanti. Invidio l'impugnatura, protegge le nocche, ma noto presto che mi ghisa gli avambracci: si vede che non mi è congeniale, e dopo pochi passi ho le braccia come se avessero fatto mille flessioni (anche meno di mille a dirla tutta..).
Belli anche questi metri, poi spianano anche loro e ritrovo i mie due compagni in sosta, con Nicola sotto un mugo e Fiorella sopra la sosta, pronti per la prima doppia. Questa è meglio farla breve fino alla sosta: usiamo sola una corda, cosi evitiamo incastri nella sterpaglia.
Ma prima una foto di gruppo e peccato non abbia il tempo di fare un bel video al Nicola che come un gracco imbrigliato negli arbusti geme non avendo sufficiente spazio per fare tutte le manovre di corda del caso. Intanto l'altra cordata sale, ma nettamente più a sinistra di noi, così che possiamo calarci senza dare fastidio a nessuno.
Seconda doppia, bella lunga giù fino alla base: Nicola ci mette un po' a scendere per essere sicuro di arrivarci e nel frattempo io e Fiorella ce la polleggiamo in sosta con le sigarette di ghiaccio. Quando finalmente ci chiama, "libera!", partiamo per una bella doppia verticale e per tornare alla base della cascata! E anche questa è fatta! Con lo spavaldo che dice “sono tanti anni che le facevo la corte, la credevo più dura”.
Orario perfetto, ci sta pure una bella mangiata al Ristorante Mesoles prima di ripartire, birra, affettati, spatzlee, goulash con canederli: mica ogni piatto a testa, uno solo di ognuno e poi tutto diviso! Tranne la birra. Ciao Dolomiti, ci si vede presto, si spera. Intanto l'anno prossimo da concatenare Pisciadu e Exner, tiè.

Qui altre foto.
Qui report.

domenica 8 marzo 2015

Evasione alla luce del sole: Bei der Stange

Voglia di evadere, e quanta. E la mia cura è la montagna, solo che ultimamente manca una giornata che mi “guarisca” abbastanza, non so il perché. Ma questa per certi aspetti sarà tale. 
Dopo la bella giornata ma brutta sciata di ieri, breve cena e partiamo alla volta dell’alto adige, approfittando di una bella giornata data dalle previsioni meteo, finalmente. Sarebbe bello inanellare una delle sci alpinistiche che bramo e bramiamo, ma forse le condizioni della neve e della nostra tecnica e fisico non sono ancora all’altezza. Riccardo sfodera allora questo itinerario in Val d’Ultimo.
Arriviamo a Santa Gertrude che la mezzanotte è ormai passata, vaghiamo un po alla ricerca della corretta partenza, e infine ci parcheggiamo in uno spiazzo dal quale sembrano partire delle tracce su neve, domattina ce ne accerteremo. Stanotte l’hotel Lancia ci accoglie dentro i nostri sacchi a pelo.
Ore 5e30 sveglia, la colazione è servita su un sedile ribaltato, caffelatte e crostata della COOP, col ghiaccio sul vetro che oscura la vista verso l’esterno, dove la luna sta scendendo dietro le montagne che sovrastano il bacino del Lago di Fontana Bianca. Alle 6e30 sci ai piedi e si parte.
Gli attacchi iniziano a sganciarsi da soli troppo spesso, inizio a maledire costruttore e venditore, ma ora sono qui e voglio andare avanti. Cercando di capire dove andare, dove siamo ecc, risaliamo un bosco ripido, finiamo su dell’asfalto, una sorta di pista sciabile di fianco a questo, un nuovo pendio, e poi diventa chiaro che siamo sulla strada giusta, la forestale che risale la Val Clapa.
La giornata è limpida, ma il sole se ne guarda bene di salire a sufficienza per irrorare di linfa calda il nostro tracciato, ma va bene così, ci sprona a muoverci più in fredda per scaldarci! La valle è stretta, costeggia un ruscello, la neve è pochina però, e si nota bene la differenza tra pendii che prendono tanto o nulla sole. È una desolazione.
L’ambiente comincia ad aprirsi un po’, si notano cime la in fondo ma paiono troppo ardue per essere alla nostra portata, ma sognare non costa nulla. Passiamo alcuni caseggiati, notiamo una bella discesa che ci pone la domanda “ma come mai non si vedono tracce li?”. Sarà da studiare, perché è proprio una possibile alternativa dalla cima che stiamo cercando di raggiungere.
Si defila una traccia che sale allo Stubele, bello anche lui e tutt’oggi si farà ammirare: next time. Prima della malga che porta lo stesso nome della valle, Klapfbergalm, passiamo un ponte e risaliamo i prati che fanno da contorno a parecchie baite vuote (ma belle, quindi immagino abitate d’estate), finalmente siamo al sole, e che differenza! Ma siamo anche affamati.
Ci fermiamo al sole, belli beati, da veri escursionisti della domenica, su una panchina sotto la tettoia di una baita a farci fuori un tartufone. Ripartiamo o stiamo a crogiolarci al sole? Dai andiamo, ci crogioliamo quando scendiamo. Anche se mi piacerebbe fare anche la cima a fianco.. Ma sono troppo ingordo, oggi basta questa!
Si continua a salire in mezzo a baite, si attraversano tratti senza neve che mi lasciano perplesso sulla possibilità di scendere da qui.. Vedremo. La traccia si infila prudentemente in mezzo al bosco verso destra, in effetti meglio non stare al centro di questo pendio, che sarebbe una favola da sciare, ma prende troppo sole per i mie gusti..
Nel bosco si trovano tratti di neve davvero ghiacciata (fuori era già cotta), dove lo sblisgo è dietro l’angolo, tanto che un pezzo proseguiamo senza sci a calciare con forza le punte dello scarpone! Poi si esce definitivamente dal bosco, siamo sullo spallone est del Bei Der Stange, quello che dovrebbe dare all’itinerario i connotati di salita abbastanza sicura..
Il sole è alto, ci scalda, e quanto ci scalda, quanto mi mancavi!! Una bella giornata passata a sudare, faticare, in mezzo a un paesaggio strepitoso, lontano (più o meno) dalla civiltà, dalla routine e dagli obblighi quotidiani.
La cima sembra li dietro, i cambi di pendenza non rendono bene l’idea di quanto invece sia distante, ma va bene così. Siamo solo noi su questa salita, sullo Stubele stavano salendo in 4-5, poi vedremo altri 3 su Cima Trenta, 2 dietro di noi e tutto il corso SA1 sul Colle Largo (ma guarda chi c’è). Bellissimo.
La neve sempre più ventata, accumuli e cornici dappertutto, ma stando sulla dorsale si va tranquilli. Solo che ormai la neve è talmente poca, dura, e la dorsale si assottigliando che sai che c’è? Proseguiamo a piedi. Alle 11e30, dopo qualche innocua roccetta, siamo in cima, a godercela visto che il vento è poco.
Il TWIX ci sta alla grande oggi (anche se non sono ancora conscio che la discesa non sarà mica soddisfacente).
Presanella.
Brenta (col Neri bello in vista).
Panorama ampissimo.
Scendiamo va la, o stiamo qui fino al tramonto (beh in realtà a stare fermi il vento si sente bene). Nello scendere mi affonda la gamba sinistra dentro un buco, solo che quando noto quanto dista “l’abisso nord” della dorsale e le cornici che mi stanno piu avanti, mi sale un gelone per la schiena.. Mi viene in mente Buhl, branco al roccia che mi sta a fianco con delicatezza e poi cerco di issarmi con voga. Va la che adesso sto più lontano!
Ritorniamo agli sci, ma gli ultimi metri di salita sono stati intervallati tra erba, sassi e neve, scendiamo ulteriormente prima di calzarli per la discesa vera. Poi il momento giunge, solo che dobbiamo traversare lungamente verso sud per andare a prendere quel pendio dove le tracce di discesa sono evidenti, segno che deve essere più bello, sicuro e continuo rispetto a quello da dove siamo venuti. 
Prendendo mira e calcoli per raggiungere quel pino in modo da non dover ripellare, si va, un bel taglione sul pendio. La discesa ha poche curve e la neve è duretta, mi sa ci godiamo poco oggi. Proseguiamo con io che vado avanti tagliando fino a un punto di sosta sicuro e poi Riccardo mi raggiunge. Osservo il bel pistone che scende da Cima Trenta, vorrei ripellare per risalirci, ma non esageriamo.
Finalmente dopo parecchi taglioni, giù per questo pendio, siamo anche sopra la malga ormai. Un po di curve e neve discreta, poi il bosco si infittisce, la neve modellata dalle ripetute discese, si fa slalom tra gli alberi. La neve è di quella pesante che ti imbriglia, che non capisci come sia potuto succedere ma ti si è infossato uno sci. Ma ci si diverte lo stesso.
Sempre più fitto, sempre più ripido, poi ecco che si finisce su una piana in vista della malga, di nuovo al sole. Cercando di sfruttare al massimo la poca pendenza presente, finiamo sul pistone di accesso alla malga e ci stravacchiamo per terra, sci sotto il culo, al sole, beati, a mangiare panino e finire l’acqua (oggi se ne è bevuta!).
Di discesa ormai non se ne farà più, tutta forestale (o forse no?), quindi tanto vale prendersela con calma e polleggiarci. Tanto che mi pare che Ricky si stia addormentando..  Ripartiamo, cerchiamo quel po di neve buona sfruttabile ai lati della forestale, sulla quale invece si prende velocità. Uno spiazzetto nella zona di divisione delle tracce che vanno allo Stubele, e di nuovo forestale.
Appena si esce dalla traccia, la neve frena come fosse cemento. Si torna nel freddo della valle in ombra, poi a scendere i toboga inframmezzati dall’asfalto. Ecco l’ultimo pendio, vista auto, cerchiamo di godercelo quel che si può, la macchina ahimè è ormai vicina, l’evasione è finita. 
O quasi, ci cambiamo cercando di evitare il fango della neve sciolta, salutiamo facce conosciute che non ci saremmo aspettati di vedere qui (corso SA1), e poi birra e torta al sole del bar non ce le toglie nessuno. Una giornata così proprio mi mancava, speriamo non passi troppo tempo prima di ripeterla! Magari con discesa più bella, cima più alta..

Qui altre foto.
Qui video di vetta.
Qui e quireport.

sabato 7 marzo 2015

L’Appennino sci alpinistico: Cusna patagonico

E giunse il giorno, la scialpinistica in Appennino. Non le scorse minchiate tipo piste in giornata dibrutto tempo o di notte, ma una scialpinistica vera, sulla cima più alta dell’Appennino reggiano, il Cusna, salito mille volte a piedi in tutte le stagioni. Proviamo. 

Le previsioni danno vento, sono giorni che spazza, ma dovrebbe anche esserci un casino di neve. Invece salendo verso Monteorsaro ne vedo meno di quella che pensassi.. Confido in Paolo, lui esperto saprà trovarci qualche bel pendio di polvere! Io, MirkoRiccardo siamo speranzosi. La giornata è di sole pieno, nessuna nuvola in cielo, ma è disarmante notare quanto smog copra la pianura nonostante il vento che da giorni la spazza. 

Partiamo infilandoci dentro il paesino, siamo ben al di sotto del Rifugio Monteorsaro, ma ben presto lo raggiungiamo e superiamo, imboccando la forestale che porta al Passo Cisa. Strada super battuta e su neve dura, ma intorno si vede e tasta della neve soffice, che aumenta quando si lascia la forestale per risalire in mezzo a un rado bosco. Si pregusta la discesa, e si sente il vento fischiare.. 

Paolo conduce la carovana, qualche foto me la concedo, oggi finalmente parto con gli occhiali da sole fin dall’inizio, dopo tanto tempo una giornata di sole davvero piena mi mancava da matti! E quindi salgo con calma, gusto l’ambiente, il quasi tepore, la calma (siamo i primi a salire oggi, la piazza partirà dopo). Il Monte Cisa è pelatino, segno che il vento ha lavorato, come c’era da aspettarsi, solo che non credevo così tanto.. 

Si devia a sinistra, una salle a manger dove mi fermerei ad abbronzarmi tutto il giorno, e poi eccolo in bella vista il Cusna: fuma. Porca l’oca sta a vedere che c’è da volar via oggi.. Amen, un Appennino senza vento è raro come i diamanti. 

Breve discesina dove non mancano le cadute ovviamente, passaggio di fianco al Ricovero Rio Grande, e poi su dal fosso di Prassardo che mi diede filo da torcere quella volta che salii in notturna. Siamo sullo spallone ora, pochi metri e vedo che i compari davanti a me si vestono. Ecco ci siamo, stiamo per andare in balia del vento. 

Mangio una banana che assomiglia a un ghiacciolo morbido, mi metto il giacchino e via verso le forze della natura! Si risale lo spallone dove corre il sentiero 619, neve da ramponi, mica da sci, e infatti ben presto mettiamo i rampant. Tutti tranne..Riccardo, che da buon “capo” li ha dimenticati a casa: almeno ha i ramponi, salirà a piedi, e probabilmente farà anche meglio di noi, non fosse per le due vele che si ritrova sullo zaino. 

Tutto luccica intorno, e non è per la preziosità del manto nevoso, ma per il ghiaccio lisciato dal vento: vacca che discesa di merda che sarà! Ma ormai arrivare in cima con questo vento è una sfida.. Mirko e Paolo salgono abbastanza spediti, io e Riccardo rimaniamo un po’ indietro tra una foto e l’altra. Alla confluenza col sentiero che arriva da Pescheria Zamboni la situazione vento si fa sempre più ostica. 

Guardo in giro a cercare di capire se possa esserci un canale divertente da scendere, ma chissà. Poi ci sono delle cornici e degli accumuli che fanno un po’ paura in giro.. Vedremo cosa dice l’esperto anche. Salire si fa sempre più dura, i rampant contano fino a mezzogiorno, vedo gli altri in difficoltà pure. A pochi metri dalla cima metto i ramponi anche io, che di volare via zero voglia, poi la mia non bravura con gli sci mi farebbe arrivare fino al Passo del Cerreto senza riuscire a frenare. Già ci vogliono 5 minuti di orologio per riuscire a infilarsi la giacca che svolazza senza riuscire a essere infilata.. 

Ecco la cima, pochi cm di neve, i miei compari tutti in ginocchio non a pregare la madonna, ma perché in piedi non ci si sta. Infatti, mentre riordinammo la roba, togliamo le pelli ecc, il vento miete due vittime: un guanto di Riccardo e il mio sacchettino dei rampant, che ora saranno verso il golfo di La Spezia. Quelli bravi scendono con gli sci, io parto camminando che è meglio. 

Tanto anche loro si godono poco, Paolo cerca ma non trova neve buona, impossibile oggi, solo neve dura quick quick. Più giù provo a scendere con gli sci, ma sarà davvero ostica! Dura dura dura, che palle! Solo nel bosco va un po meglio, ma sono le ultime centinaia di metri prima di ripellare per la risalita. Paolo e Mirko si sono volatilizzati, solo che non si siano infilati in qualche bel pendio fregandoci! 

Mentre siamo li che ripelliamo arriva Paolo “proviamo a risalire un po e scendere per questo canale?”, certo! Si risale, si taglia in mezzo a dei sastrugi inclinati che sono uno spettacolo, saliamo poi giusto una mezzora, per poi lanciarci nel fosso di Prassardo: io salgo un po’ di più sperando di trovare ancora più neve. Ma che seracchi in giro! 

Paolo parte, io litigo di nuovo col mio scarpone, due palle. Lo seguiamo uno alla volta a distanza e fermandoci in zone defilate, ma la neve si alterna da buona a crosta nel giro di pochi metri. Qualche bella divertente caduta un po per tutti (pure Paolo compie un salto mortale, ma senza essere visto, sigh) e siamo ben presto alla fine del fosso, dove avevamo ripellato. Discesa appena sufficiente. 

Che fame, ripella e risali la contropendenza del ritorno, cero un po di neve non pestata per tracciare in mezzo a questa neve pesante per fare un po’ di gamba. Torniamo sulla forestale che conduce al Passo della Cisa, una panoramicissima foto al gigante (oggi di ghiaccio) e si scende, ora solo discesa. 

E sarà la parte più divertente, in mezzo al bosco a cercare fazzoletti di neve polverosa, a usare gli alberi come paletti, a fare lo slalom tra i ciaspolatori. A fare nuove cadute e provare acrobazie per evitarle. Meno male che c’è questo pezzo! Altri sono già passati, ma di neve ne resta anche per noi, tutti a seguire Paolo. Ancora affamati di discesa, arriviamo troppo presto sulla strada. 

Breve risalita a piedi sull’asfalto e siamo alla macchina, che giace in una pozza di acqua e fango, meglio spostarla per cambiarci. Poi una rifocillata al Rifugio Zamboni è quello che ci vuole per concludere una giornata di una discesa così così, di un sole top, di un vento strong, e di compagnia insolitamente accoppiata ma divertente! L’Appennino bastona, ma con due risate il “dolore” si sente meno.

Qui altre foto.
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