domenica 15 settembre 2019

Se si chiama fumante ci sarà un perché: Via dei Sassi

Più che estate settembrina sembra un estate di giugno. Tranne che per quei temporali pomeridiani che di solito si scatenano sempre sulle Piccole Dolomiti che invece adesso non si vedono. Il momento migliore quindi per andarci ad arrampicare! Messe da parte le blasonate "facili" nuove vie sul Gruppo del Sengio Alto per evitare probabile affollamento, ci spostiamo nel Gruppo del Fumante, su quel pilastro- cresta rocciosa che delimita Vajo del Cengio e Vajo delle Frane.
Ovunque splende il sole tranne che sulle Piccole Dolomiti, attorniate da una dolce e umida foschia; che a metà mattinata le abbandonerà quasi tutte, tranne quelle della zona in cui siamo noi: ma d'altronde se si chiama Gruppo del Fumante ci sarà un perché. Non si chiama Gruppo dello Sgombro o Gruppo del Sereno.
Dopo una prima parte pianeggiante, si prende il sentiero 195 che si inerpica ripido verso gli attacchi della parete nord della Guglia GEI, e in seguito prosegue dentro il Giaron della Scala. La nostra meta è già ben chiara, e con un traverso scosceso raggiungiamo l'attacco, sotto il quale avevo soggiornato al tentativo di uscita di AG1 di quest'anno.
Subito sconcertati dalla differenza di grado tra la relazione dei sassbaloss è quella di Piccole Dolomiti Sport, decidiamo che sia io a partire, e quasi di certo proseguire almeno anche per il secondo tiro. Il panorama è mozzafiato, quello che le Piccole Dolomiti sanno concedere: il pantone 428C. La roccia almeno è davvero buona: la via parte in camino, si sposta in parete e poi prosegue spostandosi verso destra fino un provvidenziale cordino dentro a una dubbia clessidra che serve solo indicare che dietro c'è la sosta.
Tra scherzi risate canzonate mi raggiunge Stefania che mi fa gentilmente anche ripartire da primo. La spaccatura iniziale regala un arrampicata di nuovo molto esposta, ma non difficile. Un intermezzo di ghiaino porta al passo chiave della via: uno strapiombo dove ringrazio mamma di avermi fatto con le gambe lunghe e lo Yoga di avermi sciolto le anche almeno un po' (un po', mica tanto, paletto di legno che non sono altro). Accidenti al rinvio corto che ho usato per proteggermi proprio al passo chiave, che adesso mi crea un sacco di attrito e mi costringe a sostare in corrispondenza della sosta della via Luisa: che comunque essendo su anelli non è poi un dispiacere.
Nonostante l'estate settembrina, il microclima del fumante ci fa apprezzare di esserci tenuti la maglietta a maniche lunghe. Cedo il passo alla mia compagna, che raggiunge in breve la vera sosta del secondo tiro e poi prosegue sulla paretina invece che stare dentro al dietro. Un bel mugo possente l'attende per arrotolarci intorno il cordino di sosta.
Rifletto e dico "Lassù deve esserci il traverso psycho di cui mi ha parlato Mirco". Accidenti a me e svelare queste cose proprio adesso. Stefania mi guarda con quel sorriso misto tra lo scherzoso e il minaccioso che sottintende un "maledetto, te queste cose dirmele prima no?" anche se in realtà ci starebbe anche un "poi te la farò pagare". Litigando su dove prosegue la via, supero facili balze rocciose sopra la sosta e mi dirigo verso quella strana spaccatura-lama e quello che sembra un gigantissimo masso appoggiato sopra. Arrampicata di nuovo esposta, fino a raggiungere il famigerato cuneo di legno (anche se da relazione ce ne dovrebbero essere due), che poi diventa espostissima per il traverso ascendente verso sinistra, comprensivo di scavallamento laterale dietro uno spigolo col piedino sinistro che cerca un valido appoggio. Trazione sulla lama con aderenza di piedi, in groppa alla lama e il gioco è fatto. Davvero tutto molto bello: vediamo se sarà dello stesso parere la mia compagna.
Il successivo tiro incute timore per la verticalità della parete sul quale si svolge, ma una volta che ci metto mani e piedi scopro che è tutto ben ammanigliato e tutto bene ricco degli appoggi che servono. Forse per continuità è questo il tiro chiave della via, anche se il titolo se lo contendono parecchi tiri. Raggiunta la cresta vedo subito sosta e libro di via. Sosta dalla quale ci si potrebbe calare nel vajo delle frane ed eventualmente concatenare la Via d'Altri Tempi. Ma noi oggi cerchiamo di finire questa via: cerchiamo..
Nel libro di via sono profetico, maledettamente profetico, visto che ci scrivo "Andrea e Stefania, via dei Sassi e ora verso il proseguo in cresta". Stefania parte sulla cresta dove la roccia è già visibilmente di qualità peggiore rispetto a prima. E come naturale che sia data l'esposizione, è parecchio titubante. Scompare dietro la cresta, avanza un po' ma poi mi chiama a se: mi sembra un po' troppo presto.
Infatti la raggiungo e la trovo in sosta sullo spuntone che precede la disarrampicata. Data un'occhiata a quello che c'è da fare nei prossimi metri e quello che ci sarà da fare nei successivi (più che altro quel giallo sgretolante) ci guardiamo in faccia e diciamo "Ma perché non torniamo indietro, ci caliamo nel vaio delle frane e ce ne andiamo a bere la birra?": detto fatto!
Anche tornare indietro non si dimostra una cosa così banale, e lo sguardo in giù (tutto un po' sfocato dal grigio) mi fa temere che la calata sia ben più lunga delle corde. Invece no, per pochi metri arriviamo in un canale di scolo laterale del Vajo delle Frane, un posto bucolico reso ancor più tetro da questo umidità e fumo del fumante che ci pervade.
Schivati i sassi della calata della mia compagna, tra sassini e sassoni scendiamo un percorso che innevato è molto più piacevole e amichevole. Ripassiamo sotto l'attacco della via, e tornati sul sentiero ci concediamo una bella pausa a fagocitare tutto ciò che abbiamo nello zaino, avvolti da tanta fame quanto lo sono le montagne dalle nuvole. Le montagne intorno a noi, perchè le altre sono belle sgombre.
A panza piena, dopo aver osservato la calma di un camoscio che si deposita su una roccia a prendere aria e dominare la vallata, scendiamo pigramente lasciando un luogo che seppur nebbioso era "nostro": al Passo di Campogrosso invece il sovraffolamento è tale da farci sgusciare verso valle per prendere una birra in pace.

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Qui e qui relazione.

domenica 25 agosto 2019

Weekend Plaisir a Passo Falzarego

l weekend che non ti aspetti: eccolo qui. Tende quasi all'improbabile vista la location (non sono proprio le zone dolomitiche più vicino a noi) e un pochetto anche per la compagnia: fermi tutti, che nessuno se la prenda, compagnia piacevolissima! Meglio dire "compagnia inusuale".
Inoltre, tutto è nato in un momento in cui avevo la testa completamente altrove, alla LUT in particolare, e non ero molto in grado di intendere e di volere sui progetti futuri. Per fortuna che Stefania organizzò tutto a mia pseudo insaputa e mi ritrovai e ritrovo a programmi già fatti. Che quando sono fatti bene non è mica un dispiacere, anzi!
Proprio la lontananza da casa obbliga a una partenza al venerdì dopo pranzo, e meno male, così alla sera riusciamo a cenare con Claudia, Emanuela e Luciano che sono già al loro secondo giorno di vacanza dolomitica arrampicatoria. Una cena in allegria, la torta fatta dalle manine di Cristina (assente per convalescenza) con candelina accesa, una camomilla digestiva da buoni anzianotti e poi via a letto pronti e carichi per domani!
Colazione abbondante come se dovessimo andare ad affrontare la sud della Marmolada, e invece in programma abbiamo la più tranquilla Piramide al Col dei Bos, in particolare il suo Spigolo Alpini. Un itinerario che dovrebbe conciliare le capacità e le voglie di tutti. A raggiungerci al parcheggio anche Anna e Fabio, che alloggiano in un'altra struttura. E in mezzo ad altre risate tutti in partenza per l'avvicinamento da Strobel.
Non si vede ancora tantissima gente in giro, e lungo la nostra via saremo da soli: ma le torri di Falzarego le vedremo brulicare di cordate a qualsiasi ora e su qualsiasi itinerario. In breve, come voleva qualcuno, arriviamo nei pressi dell'attacco, ma solo dopo aver sorriso di piccole marmotte che ai ruderi dell'ospedale militare si fanno ammirare in tutta la loro goffagine e chipposità.
Ora invece si parte a fare sul serio. Serio ma non troppo. Parto io, assicurato dalla mia compagna di cordata Stefania, seguiranno Fabio assicurato da Anna con la corda di Luciano (le loro sono bagnate fradice dal temporale di ieri) e a seguire la triade di Falzarego capitanata da Emanuela per i primi tre tiri, e a seguire Claudia per i successivi 3 e Luciano per gli ultimi.
Certo per farsi più risate e stare in compagnia, l'ideale sarebbe stato essere sempre a vista o almeno a udito, ma purtroppo un meteo birichino e la normale differenza di velocità tra cordate da due e da tre non ci ha permesso tutto ciò. L'occasione vuole anche far riprendere a Stefania l'arrampicata in ambiente, che per un motivo o per l'altro non pratica da un bel po'. E la ragazza ne uscirà ben vittoriosa visto che conduciamo tutta la salita in alternata perfetta.
La via è piuttosto plaisir come difficoltà e pure come soste, tutte con anello cementato. Però è molto da attrezzare per il resto delle protezioni, e a volte un po' da cercare, ignorando gli spit delle vie a fianco che la incrociano. A renderla un po' meno Plaisir è la qualità della roccia non sempre ottima ma comunque almeno buona, e qualche goccia d'acqua durante l'ascensione con la vista di grossi nuvoloni non molto distanti che mette un po' di pepe al c***.
Un altro po' di pepe li mette a Stefania quegli unici 4 m di spigolo del quinto tiro, facili ma molto esposti. E nell'immediato che segue, lo mette a me il passaggio più duro della via, per nulla banale e bello dritto. Noi ormai proseguiamo la nostra salita avendo perso di vista gli altri, ma la mia compagna non mi fa certo sentire da solo!
Il penultimo tiro è quello forse più continuo e divertente. All'ultimo ci attende un altro passaggio dei tre più difficili della via, che Stefania decide coraggiosamente di affrontare e sul quale si esalta al punto tale da farsi scattare una foto con le dita a V di vittoria.
Arriviamo in cima alla piramide giusto a pochi metri dalla ferrata, quella sulla quale temevo che Stefania scappasse nell'ultimo nell'ultimo tiro, e per la quale le tiravo la corda tenendola guinzaglio corto. Dopo inspiegabili minuti di ritardo rispetto alla tabella di marcia che stavano tenendo ultimamente, arrivano anche Anna e Fabio. Intanto le nuvole che mi hanno fatto telare nelle ultime ore vanno e vengono oscurando le torri di Falzarego e anche tutto il panorama intorno.
Anna e Stefania iniziano a scendere mentre io e Fabio aspettiamo gli altri tre. Non è comodissima la cima di questa piramide, ma con il mio savoir faire riesco comunque a cacciarci un pisolino. Nel durante mi sto perdendo le epiche scene di Stefania in discesa in ferrata, scene che ad Anna rimarranno impresse nei secoli dei secoli. Mi sveglio dal pisolino, con la gola pure un po' secca come se avessi russato, mi affaccio verso la via ed ecco che si vede il casco di Luciano.
Aiutiamo il trio nelle manovre per sciogliere la cordata in modo da poter scendere il prima possibile, che qua il meteo non si sta mettendo bene. Un immancabile nuova foto di vetta, una telefonata di Anna che ci riferisce che stanno finendo la ferrata (con Stefania impiccata nell'ultimo tratto e che in sottofondo dice ""non scendete per la ferrata!"), ed ecco che ci apprestiamo a scendere per la ferrata pure noi.
Ferrata non proprio comodissima da percorrere in discesa ma d'altronde andare a prendere il sentiero sarebbe stato ancora più lungo e quindi con più probabilità di prendersi il temporale. Oltre al fatto che anche gente che si vedeva scendere per di là non sembrava trotterellare tranquillamente come su un prato. Qualche tratto in leggero strapiombo, un set da ferrata improvvisato con il cordone di sosta, e quando inizia a sentirsi qualche tuono la mia pacata, dolce e gentile vocina che agli altri dice "Dai ragazzi, adesso cerchiamo però di aumentare un po' il passo!"
Gli ultimi 20-25 metri piuttosto atletici consigliano di fare una doppia, c'è pure l'anello! Ripercorrendo a ritroso il sentiero di andata raggiungiamo Anna e Stefania da Strobel, dove le troviamo sedute, con davanti sia un bicchiere e che un piatto completamente vuoti. Ora però tocca a noi rifocillarci! Una partita a racchettoni con la palla che si perde, una lunga caccia al tesoro per ritrovarla, e mentre Claudia, Emanuela, Luciano e Stefania se ne vanno verso il nostro nido di stasera, io mi cambio e seguo il sentiero per approfittarne e fare una corsetta a raggiungere i miei compagni di avventura. Rientro giusto in tempo per fare la doccia e la cena è servita: domani un altro giorno!
È vero che un carro di buoi tira, ma anche vedere l'alba in cima al Sass de Stria.. Sveglia alle 5:15, e alle 6 (solo quando il gestore mi vieni ad aprire la porta, che altrimenti è sempre chiusa a chiave di notte, alla faccia dell'uscita di emergenza) me ne esco per una corsetta mattutina: cercando di districarmi tra sentieri e trincee, dopo qualche tratto nei cunicoli di guerra, arrivo in cima poco prima delle 6:30. Niente alba per nuvole all'orizzonte ma panorama stupendo. Qualche foto e poi via di corsa per doccia e abbondante colazione!
Il secondo impegno della giornata è invece una via di arrampicata, oggi più corta in modo da potersi gestire meglio il rientro a casa. Voglio però portare Stefania sulla superlativa roccia del Lagazuoi, e tutti insieme optiamo per la via Giordano al Trapezio. Potevo temerlo, ma non credevo che questa zona fosse così trafficata.. E invece già dal parcheggio notiamo gente già a metà via, altra in avvicinamento, altra alla base che aspetta il proprio turno. Noi stessi arriviamo e dobbiamo aspettare una cordata che abbiamo davanti, e dopo di noi ne arrivano altri tre ad aspettare il loro turno.
Le cordate sono le stesse di ieri, ma oggi facciamo partire prima Anna e Fabio così ci mostrano loro il percorso e noi dobbiamo fare meno fatica. Interessante lo strapiombo di terzo grado sul primo tiro, ma la verticalità della via viene resa piacevole dalla qualità superlativa della roccia, quasi al livello delle Pale di San Martino.
Anche oggi procediamo in alternata, e la maledetta mi fregherà pure il tiro chiave della via. Anna intanto sul secondo tiro se ne va a farfalle trasformando 33 metri di tiro in uno da 65 (meno male che usano la corda intera di Luciano). Stefania invece trotta alla ricerca della vera seconda sosta, ma senza trovare quella della relazione. Io poi mi ricongiungo con la sosta di Anna.
Intanto sotto di noi Emanuela prosegue nella sua scalata, ma anche lei sulla seconda sosta si trova in crisi e arriva al limite delle corde improvvisandone una appena sotto di noi. Ora ci sarebbe il tiro chiave, che di solito tocca a me quando arrampico con Stefania. Ed ero sicuro che anche oggi sarebbe andata così. Invece lei mi guarda sorniona e mi fa "Vabbè parto io". Sale sulle orme di Fabio seguito da Anna. Lenta ma inesorabile fino a darmi i segnali di mollare tutto.
La parete si affolla sempre di più con le cordate dietro di noi che si accavallano l'un l'altra. Speriamo non si diano troppo fastidio tra loro. Raggiunta Stefania, Anna è già partita: Fabio ancora in sosta, ma dato tutto il trambusto sotto di noi preferisco partire senza aspettare che la via sia libera dalla corda rosa di Luciano. Tiro unico di 50 metri per arrivare alla fine della via, non difficile ma tutto bello verticale, e con una sosta un po' improvvisata su un gigante masso erratico appoggiato sulla cengia.
Ecco che arriva Fabio. Ecco che arriva Stefania. Ecco che arrivano i nuvoloni. Salgono altre due cordate prima di poter scorgere Luciano e in seguito che Emanuela e Claudia. Nel mentre la discesa è sempre più intasata da cordate che escono anche dalle altre vie del Trapezio, ma per fortuna quando siamo finalmente pronti per scendere tutti insieme, la via si presenta abbastanza libera.
Prima di scendere però, da quando arriviamo sulla cengia e fino all' arrivo dell'ultima nostra cordata, una bella perculata continua da parte di Anna e Stefania non me la leva nessuno, per giunta udita anche dalle altre persone che affollano o passano per la cengia di uscita. Finalmente possiamo scendere con la prima corda doppia da 35m.
Mannaggia speriamo di non pigliare l'acqua! Man mano che scendiamo i tuoni si fanno sempre più presenti, e il cielo sempre più minaccioso. All'albergo Sass de Stria piove già abbondantemente così come in tantissimi altri luoghi non troppo lontani da noi! Almeno arrivare sul sentiero.. L'ombrello si apre, ma per poca roba.

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domenica 4 agosto 2019

"Alè duro!", beh dai, va bene anche barzotto: Vigolana Skyrace

Hai presente quando un trail è bello? Beh se non ce l'hai presente, è questo! Breve ma intenso, salite ripide, tratti esposti, discese tecniche, scapicolli, tratti corribili ma solo se danzi sulle rocce, pezzi di crinale, forestale in leggera discesa dove lasciare andare le gambe.
E sai quali sono le ciambelle che riescono coi buchi migliori? Quelle che un po' improvvisate, quelle in cui se ti manca un ingrediente ce ne metti un altro. Per i miei canoni, quest'anno ne già fatte troppe di gare, e ne ho ancora in programma. Ho i quadricipiti stanchi. Ma in montagna sono andato ieri e dall'anno scorso mi ricordo vagamente questo Vigolana Skyrace, quando vidi questo trail pubblicato sulla pagina Facebook di un mio amico. Attirò subito la mia attenzione, e non ricordo nemmeno bene il perché. Forse semplicemente è occasione per esplorare un zona che non conosco per nulla, e sembra una zona selvaggia. Pochi giorni prima sulla chat WhatsApp della squadra azzardo il messaggio "Ma.. qualcuno fa la vigolana skyrace domenica?" e dopo un po' ecco che appare il messaggio fatidico "sì, io". Il viaggio in due è sicuramente più leggero non solo dal punto di vista economico ma anche della stanchezza e del sonno (cosa che negli ultimi tempi sto accumulando un po' troppo ma in deficit). E poi le chiacchiere in auto, prima della partenza, in attesa dello start, all 'arrivo e a tavola. Questa era l'ultima stella che serviva all'allineamento per farmi dire "sì, ci vado!"; beh certo, altra informazione fondamentale è sapere che ci sono ancora dei pettorali! Domenica mattina meglio arrivare presto per prendere uno dei pochi rimasti
Hai presente quando un trail è bello? Beh se non ce l'hai presente, è questo! Altro che medaglie del finisher: una bella birra fresca (o quasi) consegnata tre metri dopo aver tagliato il traguardo, quando ancora sei lì che cerchi di ricordarti come ti chiami e di capire se andare a destra o a sinistra o dritto per raggiungere un posto appartato dove sdraiarsi un attimo e riposare le gambe, spogliarsi, capire cosa fare nei prossimi minuti.
Hai presente quando un trail è passione? Ecco, dopo la LUT, che mi ha lasciato l'amaro in bocca per non aver percepito passione e amore per la montagna in quella manifestazione (più corretto chiamarla manifestazione piuttosto che gara), questo è invece un trail in cui si sente e vede che gli organizzatori ci credono. Già la sezione "Su di noi" del loro sito internet fa scappare un sorriso di approvazione e condivisione: ci si immedesima in quello che scrivono. Ma anche la gente su percorso che ti fa il tifo, siano essi organizzatori o meno, coi loro "Alè duro!" ai quali vorrei rispondere "Beh dai, facciamo barzotto!". Le piccole attenzioni come la birra finale, un pasta party con tre alternative di primo (che poi vuol dire solo condimenti differenti, ma è già qualcosa!), un dolcetto elaborato, sorrisi sulla bocca di tutti, gente che scherza, musica. Mi ci voleva una risollevata di morale della categoria

sabato 3 agosto 2019

Terzo ma non terzissimo: Spigolo NordEst di Cima Lagoscuro

Arrampicare in Adamello è una'attività che mi ha sempre affascinato. Anche perché spesso si confà a quello che piace a me: arrampicate non di grado estremo, grandissimo ambiente, avvicinamenti lunghi e discese idem. Solo che spesso quello che piace a me non piace agli altri, e faccio sempre fatica a trovare qualche buonanima che mi accompagni e condivida queste avventure. E infatti finora non ho quasi arrampicato nulla in Adamello tranne la facile cresta ovest di Cima Plem.
Stefania condividerebbe questo tipo di salite, ma solo se la lunghezza della via fosse dimezzata, l'avvicinamento ridotto un terzo e la discesa su semplice sentiero. Ecco allora che per accontentare entrambi lo spigolo nordest di Cima Lagoscuro (con avvicinamento discesa fatta con gli impianti), può regalarci una bella giornata.
Prendiamo una delle prime corse per la salita a Passo Paradiso, ed è tutto già piuttosto affollato per quelli che vanno a fare il Sentiero dei Fiori. Prendiamo anche il successivo troncone che ci porta ancora più su, a Capanna Presena: oggi è inutile lesinare sull'avvicinamento, in questo "ambiente" antropizzato e su questo terreno scomodo. Oltre al fatto che non voglio certo traumatizzare la mia compagna facendole fare troppa fatica.
Lo spigolo è già ben visibile, ma alla sua base notiamo quello che si sperava non ci fosse: della neve. Su un vago sentierino iniziamo ad avvicinarci alla nostra meta, la giornata è serena anche se fa piuttosto fresco: speriamo che presto si stia meglio altrimenti mettere le scarpette sarà un trauma. Davanti a noi ci sono due persone e finalmente qualche ometto ci conferma di essere sulla strada giusta: non che ci fossero tanti dubbi, ma l'irregolarità delle morene e questi blocchi di granito ti lasciano sempre perplesso. Non sono certo dei facili prati verdi.
Seguiamo le tracce di chi ci precede evitando la neve alla base della parete e andando verso sinistra: neve che però prima o poi dovrà essere affrontata, traversando sotto la parete. Un'altra cordata invece sale dritta per il pendio bianco. Chi ci sta davanti alla fine devia totalmente a sinistra non si sa per andare dove, mentre noi siamo costretti a traversare il pendio per portarci la base della parete e da lì sperare in una traccia fantasma che vada fino all'attacco dello spigolo. E invece no, non c'è nulla, tocca tracciare e cercare di non scivolare.
Passo i miei ramponcini a Stefania, ma non migliora di molto la progressione. Io ("fottuto camoscio") entrando e uscendo dal crepaccino tra roccia e ghiaccio, finendo a cavalcioni sulla cresta nevosa, e con qualche altra peripezia, arrivo all'attacco posizionandomi su una cengetta a lato dell'altra cordata che sale. Inizio da attrezzare ma ancora Stefania non si vede. Arranca cercando di non scivolare verso valle. Si instaura subito un dialogo scherzoso con la cordata di bresciani, poi una collaborazione aiutando la ragazza ad arrivare all'attacco, e in seguito ci farà da apripista sui primi tiri della via.
Eccola la donzella: possiamo adesso legarci e finire tutta la preparazione. Anche se i primi tiri sono facili, meglio mettere le scarpette per non rischiare di fare i pirla. Che poi, facili ma delicati: la roccia non è proprio delle migliori in questo tratto e inoltre non si è neanche a filo dello spigolo. Meno male che chi ci precede ci mostra la via, e in questo modo perdiamo meno tempo. Nel dubbio parto io da primo, nel seguito vediamo come la va.
Non pensavo che avrebbe fatto così freddo. In pianura c'è un caldo quasi assassino e a 3000 metri pensavo che saremmo stati bene anche in maglietta: e invece c'è da mettersi la maglia a maniche lunghe e a ogni sosta sarò lì lì per mettermi pure la giacca. Le mani in certi tratti sono fredde come se stessi facendo una cascata. Tuttavia il coppetto si prende una bella ustionata, figlia anche del fatto che tra vento e freddo non si sente il sole che picchia sulla pelle.
Stefania arriva in sosta ed è dubbiosa se alternarci, siccome la sua prima via dopo tanto tempo. Decidiamo allora che continuo io, in modo che la sua giornata diventi di puro piacere senza nessun patimento da prima di cordata. Il secondo tiro parte con una placchetta sbilenca dove meglio avere un passo lungo, prosegue poi su placchette appoggiata e poi si impenna decisamente su una paretina a cengette ma dov'è meglio tastare tutto ciò che si tocca. Quello che fa molto ambiente è che in 50 metri si riescono a mettere giù tre protezioni. La sosta è pure all'ombra, ma lo spigolo è finalmente vicino.
Nei pressi della Sosta Stefania inizia intonare il leitmotiv della giornata "terzo ma non terzissimo". Riparto verso sinistra evitando le pozzanghere di neve o grandine di qualche giorno fa (la mia compagna invece, come fanno i bambini piccoli che si tuffano a piedi uniti dentro le pozzanghere, ci spalmerà ben bene le scarpette in modo da darsi più brio alla prosecuzione). E con qualche passo atletico, evitando sassi mobili che la cordata di bresciani mi ha prontamente segnalato, si giunge finalmente sullo spigolo, si ritorna il sole a scaldarsi un po' le membra.
Ma giusto un po': quelle maledette nuvolacce che girano se ne vanno a coprire il termosifone naturale proprio quando serve. La chiodatura sembra più abbondante di quello che doveva essere, il che vuol dire che magari su 30 m due cosine le trovi. L'arrampicata procede piacevole, e anche se livello tecnico sia cresciuto un pochino, l'esposizione e l'arrampicata in spigolo con un cielo sereno e quindi panoramico, rendono tutto meno ostile.  Siamo alla sosta nei pressi e la mitica Placca Faustinelli.
Crux della via, sulla quale la densità di chiodi o simili è tale da renderla quasi su S1. Cosa che non dispiace. Un paio di passi da pensare, ma per il resto la quanttà di fenditure nella roccia (i love granito) permette sempre di trovare qualcosa di buono per mani e piedi. Esco un po' troppo a sinistra, ma tanto la sosta è lì comoda a destra su spuntone (un po' dubbio come spuntone). Stefania se ne esce con "Quarto ma non quartino": la sete sta annebbiando le menti.
Ora il percorso non è ben definito da soste o altro, si parla genericamente di stare a filo spigolo o sulla destra, che ci sono 120m di II. Mah, secondo ma non secondissimo, a meno che sia io a prendermi strane varianti. C'è qualche pezzo di camminata, ma anche qualche muretto da salire, bei tratti in spigolo e piattini e piattoni da evitare.
Una sosta, poi ancora avanti: chissà se si arriva in cima col prossimo tiro. Di nuovo a svirgolare e cercare il passaggio migliore e più solido, col panorama che si apre sempre più sulla Presanella e i suoi figliocci. Con questo tiro ancora non si raggiunge la sommità, e quindi ecco che devo attrezzare un'altra sosta, bella panoramica ma freschetta tra aria e ombra.
Ultimi sforzi, ultimi momenti di solitudine, minuti a goderci la montagna tutta per noi: gli impianti sono sempre ben visibili laggiù, ma i suoi sono strozzati dal silenzio della quota. Poi però la cima è affollata di gente, devo districarmi tra queste per raggiungere uno spuntone su cui far sosta e recuperare Stefania. E nel mentre, una ferratista pensa bene di usare la corda tesa come fosse il cavo di metallo "Oh, non è mica il cavo!".
Fame e sete da placare, così come panorami da godersi. I sofferenti ghiacciai dell'Adamello, le 13 cime, le 1542 persone che brulicano in cima e ci mettono addosso la smania di andarcene. Tentativi di attaccare bottone con battute becere.
Si scende per il Sentiero dei Fiori: l'avevo già percorso anni e anni fa, e me lo ricordavo panoramico, bellino, che ne valesse la pena. DI nuovo torna fuori il "fottuto camoscio", e un po' quella vita da cagnone fatta sul GR20. Per fortuna non ci sono tante persone a fare da tappo o da dover incrociare: non avrei mai pensato di trovare però quelli legati in cordata (dalla dubbia assicurazione) su una ferrata. I ponti sospesi sono un must: solo che lei sembra avere meno paura di me. Uffa, trappolina non riuscita.
La discesa dal Passo del Castellaccio è una lenta agonia, sopratutto per Stefania che patisce i postumi delle discese del GR20. Con pazienza arriviamo alla funivia con un buon anticipo prima della chiusura, e di nuovo in mezzo alla folla. madonna se sto diventando misantropo.

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