domenica 19 marzo 2017

Ste, "Ti propongo la lingua": Appenninismo all'Alpe di Succiso

Prendi una giornata in compagnia di un amica e compagna di cordata, sommaci un itinerario che sogni da tempo (e che ti propone lei stessa), mettici la voglia di chiudere in bellezza la stagione appenninica invernale, ed eccoci! E invece no, perchè quel canale non c'è più. Ma un po' di pepe nero in tutto questo pepe rosa..ce lo metteremo. 

Si parte nemmeno troppo presto, anzi siamo in cammino che la frontale manco serve. Noioso avvicinamento su forestale, in mezzo a un bosco spoglio, senza neve e senza panorama: ma me l'aspettavo, qui sono già stato poco tempo fa. Fa caldo, e anche questo me l'aspettavo. Però ho la speranza che almeno una debole linea di neve e ghiaccio ci sia lassu, poi si ragionerà di misto e amen. Yeppa!
La forestale si fa sentiero, Stefania inizia col "ma quanto manca?". Finalmente qualche cima si vede davanti a noi, col suo versante nord innevato, e la speranza sale. Arriviamo al bivio dei cartelli, mi giro per guardare la parete nostra meta di oggi, e..mi cascano le balle. Tutto secco. Ma secco secco. Manco un puntino bianco. E niente, ripiegheremo sul Canalone Ovest. 

Si traversa a testa demoralizzata verso il parco giochi di oggi: fuori dal bosco pause numerose a chiacchierare scoraggiati dalla vista di erba e rocce dove volevamo trovare ghiaccio e neve. Ma almeno la striscia di neve del Canalone Ovest c'è: parte da lassu e arriva fin quaggiù. Qualcosa si può fare. Alzo lo sguardo, miro lontano: il Canale dell'Ombra pare avere un tratto non soltanto secco, ma addirittura friabile. Ma alla sua destra.. 

Ci mettiamo i ramponi, e così scopro che i miei Petzl Sarken, acquistati a giugno 2011 grazie alla busta di una lunga trasferta all'estero, compagni di gioco di cime di 4000, 3000, 2000, 1000m, di ghiaccio neve roccia erba, dalle cascate di ghiaccio all'Appennino, con sul groppone non so quanti mila metri di dislivello e marcia, sono crepati. La punta esterna in particolare balla, non è legata al resto del rampone sul lato esterno della scarpa.. Probabilmente era rotto già ieri!

Continuiamo a salire, su neve patocca, guardo verso l'alto, non so se qualche mia parola o semplicemente i miei sguardi mi hanno tradito, fatto sta che la mia amica già mi ammonisce "no, niente robe strane, saliamo il canalone ovest". Un ponte di neve crolla sotto i miei piedi, a momenti metto le zampe a bagno: con i movimenti tipici di una foca sulla spiaggia, mi corico e esco rotolando da questa trappola. 

Ma il mio sguardo va sempre verso l'alto: ho addocchiato quella lingua nevosa a destra del Canale dell'Ombra. Sono pochi metri, probabilmente con uno o due tiri si risolve, e non pare nemmeno difficile. Certo è tutto incognito, terreno d'avventura. "Ste, ti propongo la lingua!" esclamo speranzoso di essere accompagnato in questa idea. 

Dubbiosa lei, ma senza insistere intuisco che potrei spuntarla. Saliamo tenendo la sinistra per stare sotto questa variante, l'importante è verificare che con pochi e semplici passi possiamo scappare sul più facile e conosciuto canalone. E la mia amica inizia a già a sgradare i canali, parliamo di questo e quello, osserviamo l'Ovest alla nostra destra. Quando poi inizia a dire "ma eravamo laggiù? Io non sono nemmeno stanca", capisco che devo sistemarla io. 

"Pelle, basta che lo fai a tiri e niente conserva", pronti stellina! Traversino su erba per tornare su neve, e ora siamo proprio sotto la linea designata come terreno d'avventura odierno. Le pendenze si mantengono sui 45°, qualche decina di metri sui 50°, su neve che migliora ma non è mai di quella che suona metallica. Scruto le rocce per capire dove poter sostare, vedo una bella placca solcata da rughe, si va! 

La ruga che da lontano mi ispirava, è in realtà una schifezza svasa e bagnata: per fortuna altre fessurine sono ideali per piazzare nuts. Niente controventatura, avventura pura. Sosta almeno ben riparata da eventuali scariche di materiale che potrei provocare: l'Appennino non è noto per esser fatto di roccia solida. 

Si parte, sbuco dietro l'angolo e scopro mio malgrado che c'è molta meno neve di quello che sembrava, rimpiazzata da erba, roccia e terra. Ma ormai siamo qui, andiamo verso l'alto, al massimo si farà una doppia e ritirata. Il terreno non è mai troppo ripido, salvo qualche saltino. Un bel diedro di ghiaccio scollato dalla roccia, e qualche trazione su picca piantata nella terra. It'only Appennino but i like it! 

Piazzo poche protezioni per lasciare la libertà alla mia amica di passare dove vuole (e si complicherà la vita in ciò), un pendio di neve a chiazze dove pianto la picca in pozzanghere di un metro quadro (che spero ben ancorate all'erba sotto, e poi un po' di misto roccia per arrivare a un pulpito con un maestoso spuntone. 

55m puliti: guardo il proseguo e inizio a dubitare della cosa. Vedo 3m di rocce marce di un buon III, poi chissà. La cresta non è vicina, e la cima men che meno. A destra ci si può forse calare e tornare nel Canalone Ovest, ma abbiamo solo una mezza corda, ovvero calata di 30m. Momah! 

Parte Stefania, e la sento ben presto borbottare e maledirmi. "Dai Ste che ti diverti!" "Taci Pelle, taci, accidenti a me quando t'ho detto che non ero stanca!". Mi raggiunge issandosi sulla mia gamba, "oh mi strappi la ghetta!", un accenno di risata isterica. "Beh Ste, ora vediamo, non so se si riesca a uscirne da qui" "Te adesso esci, io non mi calo per tornare a salire!", agli ordini capo! 

Metri delicati e friabili, qualche mano buona ma la maggior parte in sostituzione su ghiaino. Lo sguardo supera il tratto verticale e può tirare un sospiro di sollievo: niente salti insormontabili o paretine lisce e dritte. "Ste, si va, terreno facile!". Potrei sgattaiolare verso sinistra, andare subito a incrociare la cresta nevosa che poi con molta tranquillità ci porterebbe in cima. 

Invece verso destra noto un canalino incassato tra le rocce, per arrivarci un po' di crinale erboso e mugoso, qualche placca ghiacciata. Nel canalino ghiaccio, neve e sopratutto roccia. Sono affezionato ai nuts, e dopo S0 a nuts, su questo tiro mi proteggo solo con quelli: per la gioia della mia amica che si impegnerà per disincastrarli tutti.

Qualche metro di misto, la corda che finisce, e dove sosto?! Fortuna che questo buco nella neve mi rivela una roccia solcata da piaghe, spacco un po' di ponti e incastro due bei nuttoni e ne faccio sosta. Di nuovo in barba alla controventatura, siamo in avventura! Ormai è fatta, la cima è vicina e facilmente raggiungibile: posso davvero iniziare a pensare a un nome per questa variante. 

Stefania parte, la vedo arrivare comodamente ramponando l'erba. Ora sì che mi dice "son stanca", e ti sta bene, anzi ti fa bene! Appagamento dopo la fatica, senza essa siamo appagati a metà! Al bivio mi guarda e dice "Ma non potevi salire a sinistra vero? Che era più facile? No eh?" "Ste ma l'ho fatto per te, vedi che qui sotto potevo proteggermi" e mi piglio un vaffa. Raggiunto in sosta le dico "Allora questa variante la chiamiamo "Una lingua per la Ste",ok?": secondo voi poteva acconsentire? Ride sì, ma poi di nuovo un vaffa. 

"Dai, vuoi andare avanti tu?", e non mi ci vuole mica un'altra parola per convincerla. Parte, con calma, la corda sta per finire e inizio a smontare per poterla seguire. La seguo: marcia calma e con numerose pause, va bene. Poi vedo che la velocità di recupero della corda aumenta incredibilmente: capisco che deve esser arrivata in cima e mi sta recuperando a mano, ma veloce, per tirarmi il collo, per farmela pagare. Non te la do vinta, e inizio a correre! 

Eccoci in cima , spazzati dal vento che prima ci accarezzava sopra, trovando Giorgio e Giovanni che hanno salito la Via AnniSettanta (in condizioni nettamente diverse da come la trovammo io e Simone). Due veloci chiacchiere, poi giù a cercare un luogo appartato da Eolo per mangiare e bere, che ce lo meritiamo! Niente Canale del Masso, ma ben più avventurosa, alpinistica, appenninistica la giornata: la battezzata della Ste. 

Al riparo di un ometto, di un omone, possiamo picnicare. Ci godiamo lo spettacolo del mare di nubi a sud, che copre il mare ma che fa emergere le montagne innevate della Corsica e le Apuane, che paiono galleggiare e esser cuspide dall'altezza non decifrabile. Nuvole che cercano di scavallare il Passo del Cerreto, ma che giunte in Emilia si dissolvono. 

Come rendere felice una donna. Questa donna. Dallo zaino estraggo una bottiglia di prosecco, parlottando per chat in settimana gliel'avevo scherzata, e lei invece "sì sì portala", ed eccola quindi. "Ste, la beviamo alla macchina se no?" "No no, per chi mi hai preso, apri!". 

Non resta che scendere lungo la cresta Est, e poi buttarsi nel Vallone del Rio Pascolo. Assolato, al riparo dal vento, silenzioso ma affollato: su Anni Settanta cordate stanno ancora salendo, che traffico! Altri che gironzolano verso l'Alpe di Succiso, chi verso il Casarola. La parete Ovest era ben più selvaggia, più a nostro agio. 

Nel vallone ci spogliamo, si starebbe da Dio a petto nudo, ma poi avrei l'abbronzatura più antisesso del mondo, con il segno degli spallacci. maglietta e via andare. Chiacchiere e risate accompagnano una lenta e calma discesa, non sforziamo il ginocchio della ragazza in ripresa: e poi così si parla meglio. Si parla e si sogna cibo e birra: che fame e che sete! 

Orami abbiamo deciso dove andare a rifocillarci: la nomea del Tiramisù della Foresteria è un cruccio che abbiamo da mesi, e oggi si può sfruttare. "Pelle muoviti" "Pelle guida forte" "Pelle quando arriviamo" "Ho fame" "Ho sete", mii, sembra di essere sulla A14 destinazione Leuca con un bambino di 10 anni! Eccoci in Pietra, gnocco, formaggi, birra, tiramisu, vin brule. E chi c'amazza?! 

Considerazione: a leggere la "materia" che andiamo a spicozzare, dobbiamo sembrare folli: si chiama Appenninismo, fratello trasandato dell'Alpinismo, ma col suo fascino. O un rospo che in realtà è un principe.

Qui altre foto.
Qui report e relazione.
Qui la guida.

sabato 18 marzo 2017

Dall'esser Orco a diventare Giullare: Canale dei Bolognesi, "rivincita"

Tutti abbiamo delle paure, dei brutti ricordi, delle esperienza che ci hanno segnato nel profondo: per quanto riguarda il mondo dell'Alpinismo, una di queste è per me il Canale dei Bolognesi al Corno alle Scale. Era una di queste..

Lontano 26 febbraio 2011: fresco allievo uscente dal Corso di Alpinismo A1 del 2010 del CAI di Carpi, col mio (nostro) maestro Nicola e l'amico Marco (anche lui fresco allievo uscente) ci infiliamo in questo budello di cui io e Marco (che saliamo solo da secondi) resteremo traumatizzati (chiedere a Marco!). Ore e ore in parete, scariche, passaggi delicati, soste precarie, mutande marroni. Ricordo all'uscita degli abbracci stile "oddio che bello siamo vivi!", ricordo la frase "Canale dei Bolognesi, fatto una volta è già troppo!". Il nostro piccolo Eiger, il nostro piccolo grande Orco.

Ricordo i messaggi scambiati col custode della Est del Corno, Alberto Caprara: mai conosciuto di persona, ma la cui gentilezza, la reputazione, il mito di questo alpinista romantico affezionato alle montagne di casa, lo rendevano "uno di noi". Uno di noi perito su quella montagna qualche anno dopo. Leggo la dedica sulla nuova guida Appennino di Ghiaccio Vol.2 degli Alpinisti delLambrusco, che riporta anche un trafiletto della nostra relazione: brividi. Già, un Orco. Un brutto Orco.

Più di 6 anni sono passati, un po' d'esperienza in più me la sono fatta, sono "evoluto" (o "involuto", dipende dai punti vista), sono "maturato". Forse l'armatura per affrontare l'orco è un po' più robusta, e la spada-piccozza più affilata. Da qualche tempo ho iniziato a pensare che "Ma sì dai, se sapessi che è in buone condizioni stavolta, tornerei a salirlo".

Il Barba sabato 11 ha avuto la genialata di approfittare della Luna Piena e salirlo quasi tutto di notte, riportando ottime condizioni. Ma quella è una parete est, ha fatto caldo, mi sa che ho perso il treno per quest'anno. Invece, venerdì pomeriggio alle 16 arriva il messaggio "Ho sentito il mio amico che ci è stato ieri, VAI!!!!" e non sto più nella pelle.

Ormai già "rassegnato" a una nuova nottata in solitaria, complice un pranzo con parenti al sabato a cui non voglio mancare, scrivo a Giorgio che sapevo interessato a questo itinerario, e il solo che con così poco anticipo credo possa riuscire a esserci: "Giorgio, prepara il caffè". Poche decine di minuti e la sua risposta arriva "il mio capo ha concesso il nulla osta". Orco, arrivo.

Venerdì sera a letto alle 20:30, sveglia alle 23e00, il motore dell'auto si accende dopo mezz'ora, e dopo un'altra mezz'ora passo a prendere il mio amico. Follia, pazzia, passione: "la normalità è relativa". La parete è esposta a est, a pranzo devo essere a casa, la luna c'è. L'orario apre folle, ma è ragionevole sulla base di questi aspetti. Allora per la proprietà transitiva, potrebbero essere questi aspetti a esser folli..

Alle 2 siamo al parcheggio del Rifugio Cavone. 12 gradi segnati dal termometro dell'auto del Capo di Giorgio. 12 gradi. Oh mio Dio che caldo. E che vento che soffia già qui. Va beh, siamo qui, andiamo. Una precisa mail di gestione del materiale per minimizzare le perdite di tempo: armati di tutto, protezioni da roccia, da neve, da ghiaccio. L'orco ha mille facce, occorre essere pronti per ognuna di esse.

Ci incamminiamo meno carichi di quando siamo partiti. Mettiamo piede nel Vallone del Silenzio, appena fuori dal bosco, con la luna appena scesa dietro la gigante croce di Punta Sofia. Uno spettacolo unico, che rende la croce quel miraggio che 6 anni fa abbiamo bramato per ore e ore. Che oggi spero invece raggiungere non dico senza difficoltà, ma in tempi e modi dignitosi. Divertendosi.
Seguiamo tracce in direzione del Passo del Vallone, ricordo che c'era da entrare nel bosco ma non lo facciamo, ne stiamo fuori. E infatti sbagliamo: raggiungiamo la cresta dei Balzi dell'Ora a quota 1750, tocca tornare più giù verso il passo, da cui vogliamo scendere per passare sul versante est. Tira già un vento forte che, complice il ghiaccio (raro ma possente), ci fa perdere l'equilibrio un paio di volte.
Al Passo del Vallone, un'occhiata a est e "ma dobbiamo scendere di qua?!": discesa faccia a monte a lume di frontale, finché la pendenza non cala e si può iniziare a traversare. Ricordavo un avvicinamento ostico, ma quella volta lo percorremmo con la luce del sole e con innevamento maggiore, un'altra cosa. Oggi occorre fidarsi delle sagome lontane disegnate dalla luna, e seguire il ricordo di "stare al limite del bosco". Tracce non se ne vedono..
Tarzaning tra i faggi, nuvole lontane che scavalcano il crinale, timori di insuccesso che avanzano. Ravanamento selvaggio appenninico, ogni tanto della neve dura, spesso della neve molle, e tra poco rimpiangeremo anche questa. Zero foto, che al buio non sarebbero venute.

Finalmente delle tracce di passaggio umano, che pare salgano addirittura dal Rifugio Segavecchia. Tracce che diventano dure sa seguire quando la neve lascia posto a erba, paleo, cespugli di strane forme di pino nano. Lassu proseguono, ma il canale pare essere quello alla nostra sinistra. Boh.

Giorgio prova a traversare per buttarsi dentro a esso, ma il traverso sul secco, su erba e arbusti misto terra, senza capire se il piede poggi su qualcosa di solido o meno, con le mani che trazionano vegetazione dalla dubbia radice..piace poco. "oh, proviamo a seguire le tracce che salgono, magari traversano più su".

30m di salita su terra, erba, arbusti. Radici e fusti difficili da afferrare data la circonferenza minuta. Ramponi che mordono una terra piuttosto friabile per potersi dire un "buon appiglio": "speriamo sia la strada giusta, perchè da qui non ci scendiamo mica! E doppie non vedo la possibilità di trovare ancoraggi degni di questo nome".

Torniamo su neve, le tracce sono anche fresche, di evidente salita visto dove sono le punte dei ramponi. Ma lassù zigzagano: il cuore spera che sia la salita giusta, la mente già capisce che sono tracce di discesa che qualcuno ha anche risalito. Risbuchiamo sui Balzi dell'Ora, stavolta a quota 1800. Il vento schiaffeggia. "Gio, ziocca, siamo su Balzi!"

Che fare che non fare. Visto l'orario, è presto, possiamo riscendere, tornare a vedere dove si possa passare, evidentemente il canale era quello dalla discesa ostica. Ma quei 30m di terra erbosa.. Va beh, andiamo. Guarda te sto cavolo di Orco che si è preso pure degli aiutanti per renderci la vita difficile.

A chiappe strette si scendono quei metri disarrampicando. Un po' di neve, e poi di nuovo del secco per infilarsi nel budello: un bel traverso su cengia fantasma (vedila una cengia in mezzo alla vegetazione alta) ed eccoci sulla neve. Eccoci nel canale. Non lo ricordavo certo così l'avvicinamento! Oggi direi che sia anche lui uno dei tiri chiave della via. Ed è tutto ancora avvolto nel buio della notte. 

Risaliamo della neve ripida e marciotta, un piede di Giorgio fa crollare inevitabilmente un piccolo ponte di neve: si vedeva lontano un miglio che non avrebbe retto. Provo a spostarmi sulla roccia marcia a destra ma è peggio: un bel passo lungo e via. Seguiamo le tracce marcate ma nelle quali sprofondiamo lo stesso. Il cielo verso est comincia a infiammarsi, ma non è per nulla sereno: cosa buona per il dopo (il sole rovinerà meno il nostro intento) ma cattiva per il prima (la neve senza cielo sereno fatica a indurirsi). L'orco ti da un aiuto con una mano e uno schiaffo con l'altra.
Si sale alla ricerca del chiodo di sosta, confidando nel report di Marco di sabato: c'è solo da trovare una roccia con chiodo e che ospiti un friend medio. Saliamo su pendenze ancora tranquille, 50°, incanalandoci man mano dentro un canale contornato da rocce e pareti aggettanti, poco stabili, e delle quali alcuni pezzi sono già rovinati sotto il peso della gravità. Che ambientino ospitale!

Oh ecco il chiodo, su questo roccione proprio in mezzo al canale (standoci ben sotto, ci si ritrova riparati a dire il vero, ma sotto sotto..non ci puoi stare). Un bel chiodo color ruggine, ma che va benissimo: non siamo in falesia. Cultore dei nuts, prediligo questi ai friends, ed eccone due controventati come da manuale. Pronti a partire. Pronto Giorgio, parte lui come usanza (e anche perchè ricordo che l'ultimo nonché oggi secondo tiro, dovrebbe essere il più bello).

Sia a destra che sinistra, ghiaccio. Ghiaccio non da cascata ovviamente, piuttosto neve sciolta trasformata. Mica una roba solida, ma qualcosa di delicato: niente forza bruta, delicatezza. Poi qualche zona dove sbattere le nostre propaggini metalliche con potenza rassicurante e inaudita c'è, ma poca. Le tracce vanno a sinistra, e in effetti lì sembra meno sottile. 

Arriva la luce, arrivano le foto. Faccia a faccia con l'Orco. Sono le 6.

Parte il mio amico, non lo vedo però: solo qualche metro sarà alla mia vista. Non lo vedo, ma presto lo sento borbottare. Siamo già in ritardo, abbiamo perso tempo a gironzolare sui Balzi dell'Ora, ci manca solo che diventi un'epopea come 6 anni fa. Su ghiaccio ci si protegge con viti da ghiaccio: meno male le abbiamo prese in buon numero.

In effetti i primi metri non sono mica tanto appoggiati, e la sostanza su cui poggiano piedi e trazionano piccozze non la vorresti trovare su queste pendenze. Ho freddo nonostante le temperature, ma in sosta fermo e sudato si sente tutta. Dai Giorgio va su. Dai che scendere non lo vedo molto possibile, e a 110m dall'uscita lo vedo anche..che palle. 

Pezzi di ghiaccio che rovinano giù, sul mio casco anche, mi riparo. Il sole non esce, imbrigliato dalle nuvole, meglio per la neve, male per la mia temperatura corporea. Il mio amico sale lentamente, probabilmente si protegge, "Giorgio vacci piano a scalciare, tanto non serve, usa le carezze", facile parlare per me che sono qui. 

Finalmente lo vedo. Guardingo, attento, sbilanciato, lungo. Supera quello che sembra un muretto, poi scompare alla mia vista salendo con una verve ben più brillante che prima.

"Gio metà" corda. "Gio 10m" di corda rimasti. "Ok, faccio sosta, direi che sia ovvio che sia qui". La sosta dovrebbe essere su chiodi, da piantare noi. Sento smartellare, ma..non sento i chiodi cantare: speriamo sia solo questione che non mi arriva questo suono e la sosta sia buona. Posso partire, finalmente. Con la mia tenuta da Appennino: picca classica, picca tecnica con punta ben consumata, ramponi a punta dritta "smussata" dall'uso. 

E dopo pochi metri, un bel muro di ghiaccio. 10-12m con passi a 75° o forse più: ottimo! Insomma, l'orco affila le unghie, ma allo stesso tempo vedo che si sta mettendo un cappello: quel cappello con varie punte, coi sonaglietti alle estremità. Punte colorate. Che trasformazione sta subendo? 

Picche che si piantano bene, a volte cotto colpi violenti, a volte sotto colpi opportunamente delicati. Momenti di concitazione, momenti di gioia. Chi l'avrebbe mai detto di trovare questo e tanto (tanto per esser l'Appennino) ghiaccio? Uno sguardo giù ad assaporare la pendenza, poi supero il cambio di pendenza dal quasi verticale al meno verticale, e vedo lassù il mio amico. E vedo lassù un secondo tiro che non assomiglia per nulla a quello che mi aspettavo. 

Salgo di gusto, non più muovendo un arto alla volta, ma un piede e un braccio insieme data la migliore consistenza e pendenza del proseguo. Arrivo dal mio amico con un piccolo traverso: la sosta deve esser lei, solo sono preoccupato dalla prossima lunghezza. "L2 60m con sosta su neve" dice Marco, come a dire "con la corda ci arrivi per un pelo a uscire, prima non riesci a fare sosta, e lassù..ti arrangi con la neve!". 

Scambio materiale, due chiacchiere due, il vento che si sente urlare lassù dove sto per dirigermi: "Gio, non ci sentiremo di sicuro, rimaniamo coi tre strattoni come segnale, e speriamo la corda basti". Abbandono il luogo sicuro, una tasca comoda nella giacca sbrindellata dell'Orco: o no? O è una tasca colorata di un altro tipo di giacca? Di quelle che al loro interno nascondono scherzi e giochi? 

Traverso per riportarmi sotto la linea di salita, sotto l'uscita che pare essere lassù. No vabbeh, ma che bello è?! Ghiaccio e ghiaccio (ghiaccio appenninico eh), con terra e erba affiorante ma non in eccesso. Rocce ai lati, rocce sopra. Qui c'è da divertirsi altro che! Sto meditando una considerazione, sto capendo qualcosa.
Era il cappello da giullare quello coi sonaglietti alle estremità, solo ora lo riconosco. Basta paura, vai di divertimento. Ma aspettiamo a cantar vittoria. 

Metri appoggiati (60°?) su terreno discreto, con la picca che magari non trova al primo colpo quei 7-10cm minimi di ghiaccio che ti assicurano un minimo di tranquillità: a volte il primo colpo si pianta solo per 3cm prima di suonare, oppure rimbalza direttamente. Me ne sto leggermente a sinistra a sperare di trovare roccia buona per qualche protezione. No, vai con una vite: la carota esce, ma entra troppo facilmente l'arnese.. Basta non volare. 

Vedo lassù la placca dove 6 anni fa andammo fuori via: stammi lontano! Prevedo invece un bel traverso per tornare sulla linea di salita. Un traverso perverso, con le picche che devono cercare parecchio prima di trovare qualcosa di buono, sempre ad altezze sbagliate (o troppo su o troppo giù) e a larghezze scomode per un traverso. I piedi che cercano di evitare l'erba, e quello sguardo che mentre li osserva, realizza quanto sia verticale il traverso e quanto sotto sia quasi strapiombante. Cappello da giullare, ma con humor inglese! 

Fiuu, posso riprendere a salire dritto, ben più naturale e quindi "amichevole" che traversare. Fantastico. Occorre una gran fiducia in ciò in cui affondano i ramponi, un certo fiuto nel trovare materiale buono sotto le lame delle picche, ma presa confidenza con questo tipo di alpinismo, ovvero nell'Appenninismo, è fatta. Ma che ne sanno gli ALPInisti!
Corro famelico verso l'uscita, nessuna traccia di quello scivolo nevoso che ricordavo e che credevo avrei risolcato oggi. Varie chiazze di roccia e erba e terra da sfruttare tutte: e la corda basterà? Speriamo. Intanto il vento urla sempre più, ho il timore che una volta messa la faccia oltre l'uscita verrò spazzato via con forza di nuovo giù nel budello. Il cielo che prima era velato, ora è proprio nuvoloso.

Nessuna cornice, ma accumulo di neve non trasformata in cui gioisco ad avere la picca classica (prima su ghiaccio invece, due tecniche le avrei gradite), ma senza esagerare che su questi 75° c'è da andarci piano e delicati. Vento che mi prende a schiaffi, cambio di pendenza repentino ed eccomi fuori. Non urlo di gioia perchè il vento ributterebbe violentemente tutto il mio fiato nella mia gola.

Chissà quanti metri di corda sono rimasti: tanto sentire la voce di Giorgio è al momento una delle cose più utopiche che possa concepire. Lassù la croce, ad almeno 50m, ma prima c'è un bel cavo d'acciaio con anello alla fine. Provo ad arrivarci, non voglio fa sosta su fittoni. E intanto il vento fischia, soffia, urla.

Qualche passo e la corda non viene più, c'era da aspettarselo. Che fare? Alpinismo è anche fantasia: mi slego una corda e la rilego con moschettone in vita, poi idem con l'altra. Guai perderne una! Non vorrei vedere la faccia del mio amico nel caso. Altro moschettone all'imbraco, con cordino infilato dentro: inserisci l'altro capo del cordino nel moschettone delle corde, e sfila questo dall'imbraco. 

E così a seguire per quasi tutti i cordini che ho per poter arrivare con questa catena di nylon colorata fino al cavo di ferro. Oh, ora sono tranquillo, torno alle corde per fare sicura al mio amico. Intanto prego solo che salga in fretta per poter mettere la giacca: il vento non mi schiaffeggia, mi tira direttamente dei ganci di destro e sinistro a non finire. 

Me ne sto qui, isolato dal mondo: sono da solo, non sento nulla a parte Eolo, non vedo nessuno grazie alle nuvole. Assorto nei miei pensieri, nella gioia di aver sconfitto un Orco: o meglio, di aver visto che l'Orco ha assunto le sembianze di un Giullare che mi ha fatto divertire (pur con strizza). 

La marcatura a metà corda mi raggiunge, poi quella dei 10m, e ben presto esce pure il mio amico. Ora sì che posso dire sia fatta! Felici, non stanchi, ma affamati e assetati. Io infreddolito, ora a due mani (una per cercare la giacca, una per evitare che tutto il resto voli via) posso vestirmi e bardarmi. Fortuna non c'è freddo, se no la temperatura percepita sarebbe da congelamento! 

Fatte su in fretta le corde, in fretta e male con le asole spinte verso est dal vento, sgattaioliamo in fretta alla croce di Punta Sofia, quello che era il miraggio di 5 ore fa. Sono le 8e30, secondo i miei calcoli dobbiamo sbrigarci a scendere se vogliamo berci una meritata birra e non rientrare a casa tardi. Queste considerazioni non sono certo il motivo principale che ci invoglia a scendere di corsa, quanto piuttosto il vento, il vento, il vento. 

Finalmente al Passo della Particciola non siamo più in sua balia, ora possiamo anche parlare senza interromperci ogni due parole con un "Cosa? Non ti sento!", rallegrarci della salita ed esprimere la nostra gratitudine a chi ci ha dato le dritte per realizzarla, all'Appennino che ci ha regalato un'altra indimenticabile giornata, e a complimentarci a vicenda coi classici "Ma il tuo tiro era più bello" "Ma il tuo tiro era più duro".
A distanza di 6 anni, con un bagaglio di esperienza maggiore, qualche salita in più effettuata, con una consapevolezza maggiore dei propri limiti e non, l'Orco mi ha fatto la giusta paura, e il Giullare mi ha fatto divertire come un bimbo. no, a ben pensarci non è uno che si è trasformato nell'altro, ma sono due facce della stessa medaglia. La medaglia della Montagna.

Resta ancora un Orco però nel mio armadio, di cui vorrei vedere la faccia dietro, quella del Giullare. Un Orco? Altro che Orco, un Drago Sputafuoco di quelli a tre teste! E questo sarà ben più duro da domare: ma chissà, un giorno.. un giorno vicino spero..

Qui altre foto.
Qui e qui report.
Qui la guida.
Quirelazione vecchia.

domenica 12 marzo 2017

Plaisir di tentazioni: Canale Destro del Triangolo

Dopo la giornata di ieri, oggi è opportuno stare rilassati. Parecchio rilassati. Con una rocambolesca sequenza di avvenimenti mi ritrovo con Alessia, Mattia e Roberta in destinazioni Monte Giovo. Colazione a Pavullo insieme a Stefania, Carlo e Cecilia, tutto molto con calma, ma molto.
L'alba la vediamo dalla macchina mentre ancora dobbiamo arrivare a Pievepelago; quando è ora di prendere l'attrezzatura, lascio tutta la ferramenta e cordame vario in auto. Cavolo, ho lo zaino vuoto, mi sento nudo. Va beh, relax, plaisir.
In cammino sul sentiero, si arriva sul Lago Baccio senza far caso all'orario: la cosa bella è che ci siamo solo noi. Ma come? Con le condizioni che ci sono, dove sono gli alpinisti? Denigratori dell'Appennino.. Attraversiamo il lago, mi raccomando di stare distanti: mi giro e i piccioncini sono uno di fianco all'altro.
Si scorre sotto le pareti, scruto che belle linee da esplorare ci sarebbero, ma oggi sono alla mercè dei miei amici, non decido nulla. Ma guarda quel caminetto, il primo tiro del Canale della Serra: mmm che tentazione! va beh, seguo gli altri, decidono per il Canale Destro. Però devono ancora prepararsi loro..aspetta che cedo alla tentazione..
Sgattaiolo verso destro, scompaio alla loro vista, appare alla mia vista il budellino di misto: dai ci provo! Divertente, tecnico, con qualche passo di arrampicata e di dry, uno scivolo di ghiaccio e neve che nella parte alta suona vuoto, e che alla fine si restringe a tal punto da non permettere di avere gli arti appaiati!
Esco, traversa verso sinistra per riportarmi dai miei amici, che stanno ultimando le operazioni di preparazione. Li lascio scorrere davanti a me mentre scaviglio sui lati del "tubo": oggi sto dietro. Sto dietro e mi osservo intorno, dietro, davanti, ai lati. Dall'infinito al finito. E nel finito, altre tentazioni.
La salita è facile, ma sul lato sinistro trovo un paio di occasioni per complicarmi la vita. Per renderla più frizzante. Due paretine di 15m ben più ripide, in piolet, con ghiaccio e neve dura, erbetta e roccette. Che figata! Non resisto a queste tentazioni, e mie amici scorrono su..
Ormai prossimi all'uscita loro: appagati chi dal loro primo (primo? o già forse no?) canale in autonomia, chi da una forma fisica "guarita". Mi guardo intorno, un bambino al parco giochi: un bambino che ha ancora dei sogni e della fantasia. Lassù, a sinistra, un'uscita più ripida, di misto, appenninica. Tentazioni..
E andiamo allora, nuovi metri spettacolari, a tratti delicati a tratti cementati. Ho tra le mani uno dei lecca lecca più gustosi che potevo sperare oggi! 20-30m e il lecca lecca è prosciugato: va beh, il gusto nel palato della memoria mi rimarrà! E speriamo anche in qualche foto scattata dagli amici..
Amici che raggiungo scendendo corricchiando. Si pasteggia all'uscita mentre aspettiamo Carlo e Cecilia, si esplora il pianoro su cui giaciamo, si mangia. Panorama, sole, cielo un po' velato ma piacevole. Arrivano anche i due scialpinisti, e pasteggiato un altro po', possiamo salire verso la cresta e poi in cima.
E di nuovo, schiavo delle tentazioni e dei peccati, mi sposto a salire più a sinistra, un pelo più ripido. In cresta pure io, contemplo la parete nord est del Giovo: la Direttissima, altri sogni. Ben presto in cima, altre chiacchiere: l'assenza di vento e le temperature gradevoli aiutano a far sì che sia più il tempo che siamo fermi che in movimento. Ma ci sta.
Carlo e Cecilia tornano indietro per sciare, noi proseguiamo sulla cresta in direzioni nord per scendere dal Lago Santo. Sempre bella una cresta: panoramica, spaziosa, aerea, e..in testa non può caderti nulla! Incrociamo qualche persona, ne vediamo altre uscire dai canali del Giovo, ma noi ormai abbiamo in mente una cosa sola: bere e mangiare.
Piccolo ostacolo su questa missione, un traverso ghiacciato sotto alcune rocce, passato il quale scopro una placca di ghiaccio che torna in cresta: tentato! Trafitto, dai che torno su, e a criceto sulla ruota salgo questa decina di metri, finisco dietro alle mie amiche e "cucu, son di nuovo qui!".
Grande ostacolo alla missione: la discesa in neve cotta verso il Lago Santo. Un'agonia per l'amica che ha ancora qualche postume di dolore al ginocchio, poverella. Stringiamo i denti con lei, e faticando più a scendere che salire, tra una madonna masticata e l'altra, siamo sul Lago Santo ghiacciato.
Lo si attraversa di corsa (oh, io c'ho paura), ma non senza fermarsi per suggellare una scommessa su dove si trovi un canale su questa parete: scommesse importanti con premi ghiotti. Arriviamo al Rifugio Vittoria. Io, Roberta e Stefania a cercare Alessia e Mattia che non ci sono: scopriremo esser già all'auto. Ma nemmeno Carlo e Cecilia: pure loro davanti a noi. 
Il tempo di una birra al sole, gli altri amici che tornano su, e poi via all'auto e a portare a termine la missione: strafogarci di cibo, bevande, e risate. una sana giornata di plaisir e..di tentazioni!

Qui altre foto.
Qui guida.