domenica 19 novembre 2017

Appagamenti senza tecnicismi: Cusna ventatamente imbiancato

Ci sono giornate che vanno ti riempiono anche senza tecnicismi o cose sofisticate: la nostra intenzione era comunque di percorre un itinerario alpinistico, ma desistiti per un paio di buoni motivi, ne è venuta fuori comunque una gran bella giornata da gambe, polmoni e cuore (non solo per la fatica).
L'idea sarebbe quella di partire di buon ora, e lo facciamo. Ma il sonno e la stanchezza , microsonni lungo la strada e delle sveglie che sembrano puntate ma non lo sono, ci fa arrivare con un'ora di ritardo sulla tabella di marcia. Si parte lo stesso con la frontale, non fa nemmeno troppo freddo e almeno qui il vento non c'è: ma so bene che ci può sorprendere più su..
Stefania al suo primo (primo?!) approccio con le ciaspole avrà una piena giornata d'odio: prima utili, poi vele, poi trappole, poi giavellotti. Ma pure una bella giornata appagante con ambienti maestosi, dolci e amari, e foto spettacolari. Saliamo per il solito sentiero che ci porta verso il Passone, ammirando la dama bianca che tutto ha avvolto.
Un'alba lontana vista in mezzo ai nudi faggi ci fa capire che siamo in ritardo, ma meglio così forse. Infatti quando il bosco inizia a farci percepire che finisce, inizia il vento, il solito vento appenninico che frusta. Sosta per mangiare qualcosa, giacchetta e si riparte. Il Passone meglio lasciarlo stare e puntare ai crinali a destra, meno pericolosi. 
Vento, vento, vento, e il sole coperto dalle nuvole. Ma che freddo.. Ma che bello. Bianco a più non posso, che contrasta con un azzurro brillante del cielo: due colori che si donano a vicenda, che si combinano in un senso di pace e serenità senza paragoni.
Finalmente il sole emerge dalle nuvole, ma quando ormai siamo in balia del vento. ben presto tocca toglier e le ciaspole che iniziano a essere troppo scivolose su queste pendenze e con questa neve ghiacciata. Daje de punta! E via a goccia d'acqua a scalciare come un toro. Con le ciaspole che, tenute in mano per non togliersi lo zaino, fanno effetto vela e..ci sbilanciano spesso.
Sbuco sulla schiena del gigante, con gli ultimi metri che fanno sentire a pieno la potenza del vento che soffia da sud! "Ste occhio agli ultimi metri, arpionati bene". Non un canale tecnico o simili, ma in ogni caso sbuchiamo su qualcosa che ci cambia completamente la visuale di quello che avevamo finora. E il crinale, compreso Prado e Cipolla, sono dentro le nuvole.
Scarsa visibilità e vento impetuoso: no good per affrontare una cresta. Cerchiamo un posto al riparo, e una delle soddisfazioni maggiori è qui che mi aspetta: la Ste non riesce a parlare per il congelamento facciale. Ho trovato il sistema per! una conchetta ci ripara a sufficienza per poter banchettare e godere del luogo, del posto, delle luci, delle nuvole che accarezzano le montagne.
Fine della pausa, ora mettiamo i ramponi che la cresta precedente non era gustosissima senza. Le nuvole decidono di accompagnarci nella nostra marcia verso la vetta del Cusna: ma mica le volevamo.. Fortuna il posto lo conosco e so dove andare.
Spettacolari i giochi del vento con la neve. Vento che sposta, lavora, irrefrenabile. Muri di neve di due metri, e pochi metri a valle l'erba in vista. Onde bianche che danno una dinamicità a qualcosa che spesso siamo abituati a pensare statico. Beh si deve vedere, non si può scrivere ne leggere.
Sempre da soli, si arriva agli impianti, spenti. Proseguiamo verso il Sasso del Morto sotto cori da stadio che servono per ringalluzzire lo spirito. Buchi nella neve, trappole per le caviglie, e ancora scarsa visibilità che non ci fa percepire quanto manchi (beh io lo so, lei no). Tutta la cresta, ed eccoci al passo sotto la vetta principale.
Ovvio che si va per le roccette, almeno un po' di brio oggi! Cerco pure di complicarmi la vita, famelico di arrampicare su roccia e usare tutti gli arti che ho. Una breve paretina finale mi rilascia le ultime endorfine, e quando mi giro dietro "Ste ma che fai, segui le mie michiate?!".
Ed eccoci in cima, dove il vento non ci lascia, ma almeno le nuvole si sono un po' diradate per lasciarci ammirare un po' di panorama. In compagni, perchè ormai non siamo più soli, la giornata inizia ad affollarsi. Fame e sete, ma troppo vento qui, si scende a cercare un posto riparato, ma si scende tanto!
Si trova il meno peggio, e infatti la pausa non è molto lunga ne gustosa. Il tempo di mangiare qualcosa e mettere gli occhiali da sole. Poi già verso la Peschiera Zamboni, dove torniamo a essere un po' più soli, e dove ammiriamo la conca nordest del Cusna. Che voglia di fare ancora. E guarda qua, un bel masso comodo dove sostare al sole.. tardi, si va!
E al di la del fosso, inizia la tragedia: la neve torna bella fresca e si affonda parecchio. Ma finchè siamo in discesa marcata, si può continuare. Solo che passiamo sopra dei ruscelli, e non è bello: due tre tonfi verso il basso mi fan paura di passare dal trekking alle immersioni. No no, meglio rimetterle..
Le ciaspole. Vanno rimesse, si affonda troppo, ma in discesa se non sono ben strette, sono a rischio di uscita continuo. E infatti la ragazza se ne accorge e comincia a maledire gli attrezzi infernali, ma utili d'inverno. Eh lo so, scomodi a volte, ma impara ad usarli. E il vento spazza ancora, anche qui.
Tanta pazienza ad aspettare la Ste, ma così posso inebriarmi maggiormente dell'ambiente calmo e pacato innevato.
Giù per il sentiero, perchè prendere le piste? Rimaniamo lontano dalla bolgia finchè si può.. Un continuo litigare con le ciapsole per lei, e io che mi cero la neve fresca per divertirmi di più. Solo che il bivio che porta a Febbio non arriva.. Inizio a temere che finiamo alla Peschiera Zamboni.. No eh.. Eccolo! e possiamo pure togliere le bagaglie ai piedi, e sentire odore di "svacco".
Parcheggio, auto al sole, tepore. Ci si cambia, si sistema, giro l'auto in modo che sia rivolta al soel per quando vorremo dormirci dentro prima di ripartire, e via sulla panchina al sole a mangiare panini e bere birra! Finito lo spuntino..il sole tramonta dietro il gigante, spegnendo le nostre speranza di una dormita paonazza al sole. Tocca andare al parcheggio di Villa Minozzo!

Qui altre foto.
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sabato 18 novembre 2017

Arrampicando con le tremende muse: ritorno alla roccia alla Roda del Canal

Oddio tremende no. Diciamo "poco comode", ecco, e loro capiranno bene a cosa mi riferisco, e gli altri capiranno che è difficile capire: e siamo tutti a posto. Detto ciò..SI RICOMINCIA!
A quasi 2 mesi dall'incidente sulla Baldo-Groaz, torno a mettere le mani sulla roccia. In realtà nel mezzo c'è stata una mezza giornata in falesia (un quarto di giornata, il resto sui pedali) e il Riprendiamoci di Vista, ma si parla di robetta. Oggi si va già più sul serio: vie corte, ma vie, non monotiri in falesia. E le domande che mi pongo non sono poche: Il fisico già so non essere al 100%, ma la testa? Quella sì che è più difficile da recuperare.
Meteo e temperature consigliano la Val d'Adige, le difficoltà e la familiarità con la zona di Tessari confermano la scelta: magari però ci spostiamo sulla Roda del Canal, che non conosciamo. Cosa potevo pretendere di più dalla giornata di reinizio che essere in compagnia (accompagnato?) da due ragazze?! Stefania e Francesca sono con me, sperando non debbano tirarmi su la corda loro e parancarmi..
Sarà una giornata lunga, con due muse che spesso accantonano la poesia e il canto per lasciar spazio a cazziatoni e domande, spigolose, puntigliose, feroci, e qualche punzecchiante sarcasmo. Dai, non è questo inferno, sanno anche esser simpatiche! Di certo sono di compagnia, le risate non mancheranno durante tutta la giornata.
Al parcheggio fa freddo, e siamo in ombra: tergiversiamo in auto. Finchè la situazione inizia a farsi affollata, usciamo e ci prepariamo: la prima perculata è già lì, le mi scarpette messe al caldo dentro la maglia vengono ironizzate dalle bullette. Scorriamo verso la parete, che lentamente va al sole, giusto in tempo per arrivare all'attacco.
Parto io su "αλαλαζο (Alalazo)". Siamo in tre, gestione scomoda per il cambio di progressione da primi, perciò optiamo per farci una via a testa. Parto io, vediamo se riesco a partire. L'istinto è fluido, godereccio e giocherello, ma la testa frena e intimorisce ogni passo, sopratutto ogni piede in aderenza: quell'aderenza che, persa essa, mi procurò la caduta dalla Baldo-Groaz, e il resto di questi  48 giorni.
La roccia è amica, mi sento un po' come un bimbo timoroso di fronte a un San Bernardo: cane buono come il pane, ma che data la stazza, le fauci, la naturale smorfia poco sorridente..incute timore. Ma non posso aver paura, se mi blocco è finita. E allora ho fame.
Fame di salire, fame di riprendere, fame di riappacificarmi con la mia passione. Salgo. Salgo a più non posso, salto la prima sosta (a 20m..) e continuo salutando le mie amiche alla base. La spittatura è talmente vicina che possono mettere un rinvio e rimuovere quello sotto. Ma arrivo a un punto che devo fermarmi.
Recupero Fre e Ste, mi godo il sole, il panorama (eccezion fatta per l'A22), il momento. Questo momento che mi mancava: la sosta. Un momento di serenità in mezzo a due di attenzione e di "rischio". Finora qualche passo titubante ma per il resto bene. La mano che fa ancora male e che devo usare in modo oculato, evitando certe posizioni che me la sollecitano troppo. Non voglio esagerare.
Riparto, ma mi devo fermare presto. Raggiunto il boschetto preludio del tiro chiave, non posso continuare, troppo rischio di una corda che tirerebbe proprio nel momento in cui vorrei esser disinvolto. All'ombra, fredda, studiando il percorso. Due risate, e si riparte.
Primi passi tranquilli, poi la cosa inizia a farsi boulderosa. E fisica, di braccia (sopratutto per un gorilla come me che non sa usare i piedi). Salgo, troppo a destra forse, tentenno. Riposo, ci provo almeno. Eh ma devo andare a sinistra! La guida dice "superare lo strapiombino con decisione", e io ci faccio quasi la pausa caffè. Ma passa, lo supero, sospirone.
La roccia cala di pendenza. Gran bella lavorata, poi un diedro da fare un po' in dulfer, bello e divertente. Ma?! Già finita?! Una sosta che evito, esco molto più su a sinistra, forse cerco di scalare il più possibile. Recupero le mie amiche, e una è fatta. E son tornato ad arrampicare. E son tornato.
Due battute, uno svacco, e si scende per attaccare la via giusto a fianco.
Parte Stefania su "φαινομενα και διοσημεια (Fainomena kai diosemeia)", con primi metri in comune, poi se ne sta più a destra. Sale bene, la roccia è ottima e la chiodatura da fiducia. Anche lei concatena, la raggiungiamo e la facciamo proseguire, come da ottima tattica di attacco.
Anche a lei tocca sostare nel boschetto, prima del tiro finale. Anche su questa via l'ultimo tiro è il più duro: non durissimo, più duro. Ma lei che durante la mia assenza dalle scene non si è certo fermata, è in forma e continua a salire. Un po' di spaccata e un po' di indecisione sul passaggio finale, poi il segnale che è in sosta e che cambiano i ruoli: lei a far sicura, noi ad arrampicare.
Saliamo, un bel tiro divertente, un diedro marcato: aderenza a più non posso e non sempre buone mani a dare fiducia agli arti inferiori.. E Stefania? Appolaiata a cavalcioni in sosta. La si scavalca per riportarci sul sicuro spiazzo dove fermarsi a parlottare.
Di nuovo svacco, con spuntino un po' più ricco di prima. Chi quasi si addormenta, e chi dice "ma io per oggi ne avrei abbastanza", e allora scatta il momento della condivisione del Mars, la cara e vecchia abitudine che mi mancava..
Si scende, si ride e si scherza. Come mi mancavano questi momenti! L'adrenalina mischiata all'ammirazione per la natura condita con le risate con la compagnia. Proseguiamo col terzo tempo, al Platano, per concludere a mangiare, bere, e ridere ancora e ancora e ancora.

Che bello tornare a tutte queste cose!

Qui altre foto.
Qui la guida.
Qui report.

venerdì 17 novembre 2017

Orsi affamati in Appennino

Quando dico che l'Appennino Emiliano in veste invernale è imprevedibile, lunatico, e incerto, non sbaglio. Ma è anche seducente, affascinante, appagante: un terreno di avventura proprio per quelle condizioni che non sai mai bene come saranno, e che spesso cambiano in poche ore e pure in pochi metri.
Una giornata non come tante: un venerdì sera scarico, le piccozze che fremono, un meteo che invoglia, la luna piena, la fame di Alpinismo e di Avventura: di Appeninismo. Itinerari non ancora saliti, sempre e solo visti da lontano, che "chissà come sono" "chissà se ce la faccio" "chissà le condizioni". A volte i "chissà" frenano, altre volte..stuzzicano. E allora: vai! Un'ora di sonno a casa e una al parcheggio: alle 2 sono in cammino. Parte male: mi trovo nel posto giusto per attaccare il Fosso della Piella, ma dubbioso torno indietro: temo di aver già compromesso la giornata. Ma la Luna Piena è una sorella che consola, e con la sua illuminazione con un traverso verso l'ignoto e una discesa ripida riesco a rimettere piede nel canale. E uscirne: osservare la pianura, la civiltà, con tutte le sue lucine artificiali.
Proseguo nel mio "progetto" che non è un progetto: è solo la voglia di fare, faticare, sfamarsi..sbagliare? Progetto tutto mio e solitario, come ogni volta che mi vengono in mente queste "mattate": oggi tutto sarà da tracciare e da valutare, e tutto in autonomia. Rischi maggiori e probabilità di successo minori, ma soddisfazioni maggiori.
La Luna che si corica all'orizzonte e si specchia sui pendii di neve ghiacciata assomiglia al Sole al tramonto sul mare. Mare di ghiaccio e mare di acqua: stessa sostanza, stato di fase diverso. La neve che ho intorno comincia a tingersi di diverse tonalità a seconda del suo orientamento. Magie.
Salgo la Cresta Nord del Cipolla con una luce blu ammaliante, per arrivare in cima sotto raggi di sole appena nati ma possenti. Avanti sulla sconosciuta Cresta Nord del Prado: voglio godermela tutta sul filo della cresta, senza "barare" sui lati.
Ancora di più verso l'ignoto, verso quella parete alla quale non sono nemmeno mai passato vicino: salgo il Canale NordEst del Sassofratto, ma prima di arrivare all'attacco sono già transitato sotto altre linee interessanti.. Il bello dell'Appennino e delle sue imprevedibili condizioni, è che qui l'Alpinismo è davvero fantasia: fantasia e libertà di andare dove si vuole. E ormai ci ho preso gusto, la sto masticando questa pelle dell'orso: torno giù e attacco il Canalone Nord, mischiandolo con la Partetina, uscendo per una goulottina ghiacciata. Inventandomela, godendomela. Scendo di nuovo, guardo di là..ma la tentazione è di qua: oso, rischio. Canale Centrale alla Parete Nordovest del Sassofratto: salirlo da soli non è proprio "da sani", ma oggi..è una giornata diversa, e questa è una salita che seppur breve è Appeninismo da leccarsi i baffi.
Scendo di nuovo, il criceto con le picche..guardo alla mia sinistra: il Canale dell'Ottantadue al Prado è lì..andare! Altra Appenninica al cardiopalma: in alto adrenalina e paura escono dai pori insieme al sudore, su questo misto terra neve erba ghiaccio. Che siano i peli della pelle dell'orso?
Scendo per un canalone, incontro un amico, passo sotto una nuova parete e..ma sai ho ancora fame? Canalone Ovest del Cipolla, con variante di uscita. Di nuovo al sole: pausa, e per oggi..basta, basta rischiare.

Ma se la vita non fosse un rischiare, un mettersi in gioco, un "va beh dai, proviamo", che gusto ci sarebbe? Non siam fatti per esser piatti, ma piuttosto spigolosi, incassati, aerei come creste e canali. La stanchezza inizia a farmi delirare, o sarà l'indigestione di pelle di Orso?

Link del racconto esteso della giornata con foto.

sabato 30 settembre 2017

I'm not like a bird: Baldo Groaz al Pian della Paia..volando

Dove va esser una spensierata giornata di arrampicata con due amici conosciuti da poco, e invece..

Dopo la bella giornata passata insieme allo Spigolo del Pollice delSassolungo, finalmente riusciamo a combinare una nuova giornata insieme io, Cristina e Flavio. Archiviati i sogni di una dolomitca, il meteo ci consente "solo" una visitina ad Arco, ma visto che è più importante la compagnia della meta, va benissimo. 

Ci infiliamo direttamente nel parcheggio del crossodromo (speriamo non ci siano gare oggi..) e il cielo è piuttosto cupo, ma che ce frega, la temperatura è ottima e la parete già la di fronte. Beh, circa, dobbiamo prima scorrere verso sud per un po', e una volta in prossimità di un frutteto, eccola bene in vista. Ben in vista gli strapiombi di Big Bang, e di conseguenza facilmente individuabile il diedro Manolo. La nostra via invece corre un po' in mezzo all'erba a cercare i punti più deboli. Speriamo non troppa erba! 

Porco cane questi orobici se pedalano, faccio quasi fatica a stargli dietro! Dentro il bosco, con il paretone che ogni tanto riappare per darci qualche punto di riferimento. Già, perchè trovare l'attacco non sarebbe semplice, con tutti questi ometti e sentierini, e col fatto che tante vie corrono una vicina all'altra. 

E infatti arriviamo contro alla base della parete, circa dove dovrebbe essere l'attacco (in realtà ci dovrebbe essere una rampetta sfasciumosa da rislaire), e troviamo degli spit che salgono. Va beh, non sembra impossibile come difficoltà, proviamo. Alla morra cinese vinco io, la mia forbice sulla carta di Flavio dice che parto io. Maledetta morra cinese. 

Letto da varie parti che la roccia non è proprio eccezionale, ogni passo viene dosato con delicatezza, ogni appoggio valutato e gli appigli si cerca di non tirarli. Alla ricerca degli spit e della roccia più sana, ondeggio a destra e sinistra, interrogandomi su dove stia salendo. Ma va beh, la troveremo più su la via vera.

Recupero i miei due compagni di oggi, e riparto, seguendo ancora gli spit. E qui si inizia con tratti di sentiero e fogliame, ma me l'aspettavo. Salto una sosta per cercare di salire il più possibile, e la roccia si fa sempre più delicata, ma nulla di preoccupante: pare di essere in montagna. Azz, mi si urla che mancano pochi metri.. Dai ancora un pochetto, ed ecco una radice con vecchio cordino: beh, integriamo con un friend va la! 

Riparto di nuovo, la continuità del tiro iniziale è un lontano ricordo. Roccia delicata ma salibile, sporco sparso e tratti da camminare: insomma uno zoccolo, dopo migliorerà! Un bel cordone su un albero mi fa pensare che forse osa sì che siamo sulla Baldo Groaz, che abbiamo cannato avvicinamento salendo i primi tiri di qualcos'altro, ma meglio così. 

Mi raggiungono Flavio e Cristina, non proprio entusiasti di come sia diventata la via, e per far prima vanno avanti loro: tanto il prossimo tiro è quasi un trasferimento alla base del camino col pilastro staccato. Beh, quasi, un po' di arrampicata alla fine per poter giungere ai chiodi di sosta alla base del camino c'è, eccome se c'è. 

Salgo io: già prima ero rimasto "stregato" dalle linee di vie che si diramavano verso sinistra, e ora alla base del camino è impossibile non notare tutto il giallone arancione a sinistra. Roba da bimbi grandi, e io sono un pupetto.

Bon dai, ora le cose si fanno serie, il camino offre difficoltà e passi atletici: ancora qualche tiro per me, poi lascerò passare avanti Flavio. Salgo i primi facili metri, ed ecco lassù un chiodo: parte la salita in spaccata, rinvio nel chiodo. Flavio mi suggerisce di metterne uno lungo, e c'ha ragione: sostituisco e riparto. Qualche metro in spaccata..ma ora? 

Devo passare tutto a sinistra, blocchi in leggero strapiombo ma sulla sinistra una parete quasi liscia. Prova, cerca mani, ma c'è poco. Torna a spaccare, ma non si sale. Provo e riprovo qualche volta, ma nulla. Va beh dai, c'è da farsi coraggio, il passo deve esser questo. cerca il meglio che si può per le mani, il piede sinistro su un accenno di appoggio, stacca il destro dalla parete e inizia a spostare il peso tutto a sinistra per portare il piede destro lì.

Sposta, sposta il baricentro, ma il piede sinistro diminuisce la superficie di contatto con la roccia, l'aderenza.. Il piede scivola, le mani non tengono, e..volo.

A differenza della caduta sulla Verte, non c'è tempo di pensare. Tutto troppo veloce, tutto troppo doloroso e adrenalinico. Riprendo possesso della realtà solo una volta fermo, un metro sopra la sosta. Ho capito che stavo volando all'inizio, ma poi il buio: ora ritrovo la luce, ma..che luce sarà?

Cosa mi son rotto?! Mi muovo?! Merda che male.. Fa vedere, riesco ad "alzarmi", a ricompormi, ma che male la gamba destra, e la mano destra. Oddio, la mano destra, che cazzo ci fa la base del medio fuori dalla sua sede?! E le altre due falangi all'insu tirate in modo innaturale da tendini spaesati?! In un impeto d'istinto, di adrenalina, ma anche di senno (ragiono sul fato che se lo tengo così, patisco le pene dell'inferno a ogni soffio di vento), avvicino la mano sinistra alla destra, indice e medio della sinistra sul palmo della destra, e il pollice sinistro a spingere la base del dito medio destro. Insomma me lo rimetto a posto da solo, spingo dentro la sua base naturale il dito che era "scappato". Se ci ripenso mi viene il vomito.

Sistemato questo: la gamba, che male. Sento voci preoccupate intorno a me, quel "no, ancora no, no" che mi fa subito dispiacere enormemente per Cristina, che a distanza di un mese rivive una brutta esperienza. Cazzo questa non volevo fargliela. Calma e gesso (come continuerà a ripetere Flavio nelle prossime ore) adesso, cosa fare. Calma e gesso.

Devo riprendere fiato. Il cuore non lo sento a mille, ma una certa nausea aleggia in me. "Ragazzi, fatemi venire in sosta che voglio sedermi, zioccan che male!". Una volta appurato che riesco a muovermi, la decisione è già chiara: ci si cala. Mi si conferma ciò che ho avuto l'occasione di osservare in altre situazioni di pericolo o di difficile gestione: ho un bel po' di sangue freddo. Oppure sono parecchio sciocco, chissà.

Seguiranno ore di manovre, di ritrovo delle soste precedenti, di attenti controlli di ogni nodo che viene eseguito. Il mars rotola rovinosamente verso basso quando mi svuotano lo zaino alla ricerca dei cordini d'abbandono: il mars che si perde nel vuoto, oggi ci sta. Io vengo calato, gli altri due scendono in corda doppia. L'umore, la lucidità, saranno però sempre buone, come si addice a ritirate del genere.

Abbandonare la prima sosta richiede già un districarsi tra corde e cordini e moschettoni per abbandonare meno materiale possibile e recuperare la sosta, non far casino con tutto quello che gira, slegarsi, rigelarsi, ecc. Calma e gesso, il mood del bergamasco. Si cala prima Cristina, poi vengo calato io: peccato ci sia da camminare un pezzettino. La gamba destra non si piega, ma almeno mi regge. Ziobo che male.. La mano destra non la uso, troppo male.

Verifica la sosta, sistema qualcosina, poi Flavio ci raggiunge. Altro giro altro regalo. "Flavio calami piano mi raccomando!" e tengo ben stretta con la mano buona la corda che tesa parte verso l'alto.. Cristina la vedo calma, per fortuna, non posso far altro che scusarmi con lei quando mi chiede come sto. I tempi sono lunghi, ma nemmeno lunghissimi. Alla sosta a spit è però ora di avvisare a casa con un messaggio vocale, visto che poi c'è da capire come tornare a casa io e la macchina: non posso guidare così..

"Dai, un altra doppia a siamo alla base" "Esatto, poi inizia la parte divertente: devo scendere in questo stato in mezzo a quel ghiaione a blocchi anche giganti!" vabbeh oh, siamo qua, già è bello poterlo raccontare e scendere sulle proprie gambe. Eccoci alla base, vorrei sdraiarmi ma accidenti alla pendenza: comodità zero!

Mi faccio pochi problemi a chiedere "ragazzi, lo zaino me lo potete portare giù voi che vorrei scendere il più leggero possibile per non affaticare le botte?", gli eroi poi si sa che fine fanno se no.. E loro gentilissimi si fanno subito carico del fagotto. Intanto mettersi calzini e scarpe non è comodo per un cazzo. Tantochè devo farmi aiutare. Madonna, quanto mi toccherà star fermo? E la mano che danni avrà subito? Non sono un medico, non penso di essermela rimessa in sede correttamente da solo..

Tocca alla chiamata a casa per far sentire la mia voce, e sdrammatizzare con una risata. No no, il pantalone non voglio toglierlo, non voglio vedere la botta sulla coscia che poi prendo impressione. Via, in cammino, in modalità culo a terra e slittino sul fogliame all'inizio. Per fortuna le cose vanno meglio del previsto, del temuto. Sostituendo quando possibile la gamba destra col braccio sinistro, e sbilanciandomi tutto a sinistra, riesco a superare i gradini più alti.

Qualche pausa a riprendere fiato. Merda la mano, se ripenso alla lussazione mi viene il vomito. Ma una cosa del genere l'ho già vista in qualche film.. Non ricordo bene quale però.. Domani sera mi verrà in mente, Arma Letale, Mel Gibson e la spalla lussata per togliersi la camicia di forza: che poi si rimette a posto da solo..

E quando le cose possono andar male.. A scendere sbagliamo traccia, scendiamo troppo, tocca risalire e traversare verso sinistra faccia a monte. Finalmente sulla strada, Flavio corre a prendere la macchina. Ma finchè si tratta di camminare sul pari con una gamba immobilizzata, riesco senza impazzire. Flavio ci viene incontro, si sale al volo e si scheggi verso il bar. 

Al parcheggio del bar delle Placche Zebrate, è giunto il momento di vedere il danno alla zampa. Madonna che botta, e quanto è gonfia già.. La grattata è poca, ma che botta. E mi sa che devo pure ringraziare le scarpe da avvicinamento attaccate dietro il culo e non infilate nello zaino, se no l'osso sacro ne avrebbe presa una anche lei. Bar, birra, panino, ghiaccio, e..riflessioni.

Poteva andare peggio. Ok, poteva anche non andare, ma poteva andare peggio. Son caduto su un tratto verticale, ma subito sotto era pieno di spuntoni, blocchi di roccia, ottimi posti per rimbalzare come in un flipper dove però la pallina è ben più molle e offendibile che gli ostacoli. Ora vediamo i controlli, le visite, la convalescenza, il riposo, il recupero come andranno.

Primo volo personale, spero l'ultimo. Grazie ai compagni di scalata per l'assistenza e il conforto. E da qui in avanti, zaino sempre sulla schiena e scarpe legate dietro al culo! Segno che, se mi riprendo, penso di tornarci ad arrampicare.. Cristina e Flavio, vi devo una salita!

Qui altre foto.

domenica 17 settembre 2017

Quando la parte dura è arrivarci: Simonetta alla Rocca di Perti

Ci sono cose nella vita a cui non potrei rinunciare, ma non sto ad elencarle se no finisce il post. Ci sono cose nella vita di cui invece farei certamente a meno, ma anche queste non le elenco..tranne una: un avvicinamento di merda. E oggi incappiamo proprio in un avvicinamento di merda. 

Dopo la giornata di ieri, sveglia nella tenda che fuori ci sono le prime luci, su le canne e via sparati verso la ricerca di un bar per la colazione. La rispettosa della legge Francesca (a cui non resta il cambio in mano) non entra nei sensi unici, quindi saltiamo un bar ma ci ritroviamo in un altro niente male. Ora che la pancia è piena (eccome!), la giornata può iniziare. 

Rocca di Perti, settore settentrionale. Seguiamo una relazione, poi un cartello in discordanza con essa, e da qui nasce il caos. La parete è lassù, non molto distante, se anche questo è il parcheggio sbagliato, troveremo il modo di arrivarci, ci sarà una traccia: troppo comodo questo spiazzo per non esser utilizzato. Ma i mille dubbi sulla correttezza di ciò, ci porteranno..nella giungla ligure. 

Dopo un po' di strada sterrata, un cartello ci informa che il mercoledì e la domenica è una zona di caccia al cinghiale: partiamo malissimo. Dopo poco un'invitante traccia sulla sinistra sale nel bosco. Fiducioso la prendo: è ben marcata, non certo un'autostrada ma ho visto ben di peggio. Poi la roccia è poco lontana. 

Dopo poco inizia la ravanata dell'anno. Anzi, spero della vita, perchè una roba simile spero mai più. Traccia evidente per terra, ogni tanto mi pare pure qualche impronta, ma col senno di poi (facile parlare col senno di poi) quella che forse era una vecchia traccia degli arrampicatori, è ora solo degli animali selvatici. Animali pure bassi: perdo il conto di quanti rami e tronchi secchi devo spezzare per poter passare, per poter seguire la traccia. Spine, rovi, maledico i pantaloni e maniche corte: graffi, spine, ferite, anche perchè a un certo punto mi rompo le palle e avanzo come un caterpillar per farla finita prima. Ma non si può, c'è da soffrire. Ma dagli altri non posso certo farmi vedere nervoso e sofferente "tranquilli una traccia c'è e presto saremo su un sentiero migliore" "Ma il sentiero lo stai facendo tu?!". Finirà bene questa agonia. Il sudore brucia già sui graffi che sanguinano. Alleluja, un sentiero. Fuck. 

Ci ritroviamo alla base di una salita di roccia. Sguardi poco sereni e poco divertiti. Cerchiamo di capire dove siamo, deduciamo essere all'attacco dello Spigolo Nord: veloce consultazione e andiamo a cercare Simonetta, alla base della quale interrogherò tutti gli arrampicatori che passano sul "ma voi da dove siete saliti?! Che noi abbiamo.." per sentirmi rispondere "tranquillo, non siete i primi e nemmeno gli ultimi!" 

Decidiamo le cordate. Marco dice a Francesca: "Dai facciamo me e te, che poi chissà per quanto tempo non arrampicheremo più insieme" e vedo fiotti di lacrime scendere sulle guance di entrambi. Le vedo anche su quelle di Stefania, ma sono di disperazione perchè le tocca legarsi con me. 

Parte Marco, i primi metri sono ovvi, poi dalla cengia a me ispirerebbe salire quel diedro spostato sulla destra, ma chissà se sia quello giusto. Infatti probabilmente non lo è, anche se in questa prima parte ognuno sale dove vuole. Marco se ne esce nettamente verso destra. Io parto per ultimo, mentre altre due cordate scalpitano dietro di noi.

Quando tocca a me, sono mosso da due smanie. La prima è quella di fare presto perchè comunque in montagna c'è sempre da fare presto e non perdere tempo: più stai in parete e più sei esposto ai pericoli oggettivi di essa. La seconda è che non voglio sovrappormi alle due cordate dietro: finchè siamo noi quattro a intrecciarci come a Twister, va bene, ma farlo con sconosciuti anche no. 

E così, parte il gran concatenamento (L2 e L3 dei sassbaloss). Secondo me non siamo proprio dove dice la guida (ma torna coi sassbaloss), perchè la placca che trovo dopo aver camminato non è certo di 3. E già sento la corda tirare.. Supera questa, punta allo strapiombone per raggiungere il quale servono ancora dei passi delicati, traverso e risalita diun diedro appoggiato dove la corda è da issare a mano. Sul terrazzo al sole, finalmente sosta. Che caldo qua! 

Mi raggiunge Francesca anche lei tirando le corde, "non mi piace però salire così incrociati" "eh lo so, ma meglio con te che con quelli sotto. E sempre meglio non aver nessuno sopra la nostra testa". Si recuperano i nostri amici che arrivano senza colpo ferire. Stefania parte subito: tiro di trasferimento, e quando è circa a metà Marco esclama "Ma c'è un animale grande che sale", e io in modo naturale "Ma è la Ste". Si scoppia a ridere, e dopo poco spunta una capra poco dietro di lei. Mah. 

La corda tira, la mi amica sosta alla base dello spigolo. La raggiungo per ripartire e..merda che unto! Questi sì che sono passi impegnativi! E a pochi metri da terra.. Con svariati tentativi, mi fido dei piedi, sospirone, e sù. Meno male mamma m'ha fatto lungo e dopo riesco a prendere una bella manetta per fare un'aderenza più..serena. Salita, camminatone nel bosco, passo la scritta della variante e sosto su degli alberi davanti alla scritta col nome della via. 

Stefania mi raggiunge, ma evidentemente l'avvicinamento le ha rovinato la giornata. Oppure lo stare in cordata con me è diventato piuttosto stressante: dovrei rimettermi a cantare forse.. Prova a partire, ma spaesata dal proseguo torna giù e mi cede il proseguo. E chi sono io per rifiutare certi doni? Arrivati gli altri due, una letta alla relazione e via. 

In effetti la parte sopra non è intuitiva: di certo a sinistra sono gradi abominevoli, sopra non si capisce. Infatti c'è da salire un po' e poi deviare verso destra a prendere una lama goduriosa. Forse il tiro più della via, anche perchè non presenta vegetazione. Una cengetta conduce in sosta ma..ho ancora così tanta corda a disposizione. 

Proseguo. Oh però che partenza boulder! Poi finalmente qualche mano aiuta. Finalmente sono anche in piena parete, circondato da cielo e da aria sopra, sotto a dx, a sx per decine di metri. Esposto insomma. Si stadaddio insomma. Una bella fessura in un appena accennato diedro appoggiato porta velocemente verso la sosta finale. 

Aspetto i miei amici, comodo, assolato. Si sta bene qua: non più il senso chiuso del bosco, o la limitata visibilità per ciò che ti circonda. La vista può spaziare, puoi sentirti parte di qualcosa in senso di "partecipante" e non solo di "spettatore". Sarà per questo che vado in montagna anche, per ritrovare il contatto con una madre natura che vorrei seguire, non soggiogare con quella che chiamiamo "civiltà". Elucubrazioni di una mente malata. 

Tutti in cima. Parte il momento di cambiarsi scarpe, mettersi comodi, sistemare il materiale, mangiare e bere. Vacca boia che caldo. Ci raggiungono anche le altre due cordate, per fortuna non la capra, che ci ha lasciato un bel tappeto di pallettoni marroni su cui camminare e sedersi: ovunque! 

Vedo il parcheggio giù, il nostro, e vedo anche il loro, quello giusto. Così vicini eppure così distanti secondo la nostra ravanata: ossessionato da due aspetti, "come cavolo è possibile che non siamo passati per quel parcheggio" e "come cavolo arriviamo al nostro parcheggio senza rifare i cinghiali?!". La risposta sarà più facile del previsto.

Dai sù scendiamo, traversone verso sud, si scorre sotto altre pareti, che voglia di arrampicare. Questo è davvero un bel posto: una roccia strana ma che tiene, lavorata tantissimo dagli agenti atmosferici fino a crearne delle grotte e sistemi strani di colori che si intervallano. Peccato la distanza da casa. Raggiunta la cava, qualche indecisione poi giù a destra. Ed ecco la sbarra e l'indicazione "Falesia dei Tre Porcellini". 

Tempo di decidere il da farsi. "ma io vorrei andare al mare" "ma io vorrei essere a Modena in tempo per prendere il treno, ma non saltiamo il mare e aperitivo". Ho capito, andiamo a cercare la macchina, che già potrebbe non esser facile. 

Invece è facilissimo. Stamattina siamo "solo" saliti troppo presto dentro il bosco, bastava andare avanti ancora un po' e saremmo dove siamo ora. Ma che cazzarola! pace, lo sappiamo per una prossima volta, magari presto anche.. Ma ora, bagnetto al mare dove le ferite della giungla ligure bruceranno col sale, e poi un deludente Mojto.. Va beh, non tutto può andare liscio, ma nemmeno tanto storto quanto l'avvicinamento!

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