domenica 19 giugno 2016

Se solo il meteo fosse stato dalla nostra.. Valpelline, Corso A1

Ne sarebbe uscita una super uscita probabilmente. Faticosa, ma appagante come non mai. Ma si sà che la nostra passione è condizionata in maniera massiccia da ciò che il cielo che ci manda, e stavolta ci ha mandato una bella buferella di neve. 

Ai tempi che furono, alla riunione di pianificazione del Corso A1 2016 del CAI di Carpi, vennero fuori una serie di mete per ogni uscita del corso, e per la prima uscita su ghiacciaio, tra le finaliste che andarono alla votazione online, ci fù anche la Tete de la Valpelline: meta sconosciuta ai più, ma proposta da uno che di solito becca le chicche di salite fuori moda, e per questo affascinanti. E fu lei la più votata. 

Ma questo anticiclone che non vuole piazzarsi geograficamente bene ci fa temere. Si rimanda? Si cambia meta? Urca, trovarsi d'accordo in 30 per rimandare è dura, trovare un posto libero per 30 persone è dura. E poi le previsioni sono ballerine: un giorno danno discreto, qualche ora dopo annunciano tempesta, poi nuvoloso, insomma manco loro lo sanno. La settimana dopo non sembra che si aggiusti nulla, e tutto il nord Italia è avvolto nell'incertezza. Insomma, se anche si potesse rimandare o cambiare meta, il meteo sempre uguale è: incerto. 

Dopo 4h30 di viaggio, un giretto per le tangenziali di Milano in cui ci siamo persi, una colazione-pranzo con una barista che non sorride manco a pagarla (e l'abbiam pagata alla fine!), siamo al parcheggio della Diga del Lac di Place Moulin. Poche auto, segno di una valle che ancora non è presa d'assalto dai turisti, spettacolo! 

Carichi, più di schiena che di aspettative (meglio tenerle basse per non illudersi e non commettere errori di valutazione domani) ci incamminiamo. Aspettative basse certo, ma emozioni pronte a esplodere: da troppo tempo non preparavo lo zaino da "alta quota", e in più io, Nicola e Giorgio abbiamo la mezza idea di rimanere per tentare un'altra cima al lunedì. Mezza idea che abbiamo battezzato "abbiamo il 3% di possibilità di farcela", tanto per stare sul dai forza. 

Le acque del lago sono di un azzurro verde che lucchirebbe al sole, ma sopra le sue acque una decina di metri di terra scoperta mostrano come il livello delle acqua sia basso: siccità o prelievo idraulico? Speriamo il secondo. Ancora più sopra il verde sfoggiante dei boschi, e salendo il grigio brullo delle rocce e lassù il bianco della neve: cinque colori, what else? 

Non si fa in tempo ad arrivare al Rifugio Prarayer che inizia a piovere: coprizaino, giacchina dei puffi e ombrello pronti all'uso, ma che per fortuna ben presto rimetteremo a posto (tranne il coprizaino, che per ogni evenienza meglio stia lì): intanto scorgo che non solo io ho l'ombrello, ma anche il maestro Davide! Superato il rifugio, la forestale lascia posto al sentiero, e ci immergiamo nel verde. 

Passaggi sopra ponticelli sotto ai quali scorre impetuosa l'acqua che si scioglie dai ghiacciai che speriamo di pestare, e la salita discontinua, intervallata da lunghi tratti in piano e pezzettini un po' più ripidi: 12 km per salire 800m di dislivello! Il Larice con più di 500 anni segna l' inizio della prima salita un po' ripida, che ci fa passare dal verde del bosco ai colori scuri delle rocce. 

Cerchiamo di salire con calma per preservare le forze, il paesaggio si apre e la possibilità di fare foto aiuta nel nostro intento di fare pause. Solo noi in giro, due chiacchiere, due risate, e gli occhi che salgono con la mente ciò che le gambe ancora non possono solcare. Le prime serraccate, le prime cime..il cielo chiuso. 

Scorgiamo in lontananza altri puntini colorati (i coprizaini), ora che siamo di nuovo su un tratto pianeggiante che passeggia sopra il dirupo sotto il quale scorre il ruscello. Giungiamo a pestare la prima lingua di neve: quanto mi mancava questa sensazione! Mi guardo i piedi, nel frangente che rialzo lo sguardo la mente torna ai problemi della vita quotidiana, ma quando gli occhi puntano la serraccata del Glacier des Grand Murailles..puff, svaniscono di nuovo. 

Raggiungiamo Roberta, Roberto, Mattia e Dario, laggiu altri dei nostri che si apprestano a salire il prossimo gradone, una salita a tornanti che in breve fa guadagnare quota, dove Nicola contro ogni pronostico ha un buon passo: come dice Giorgio, Nicola "piagne e fotte", dice dice, poi le gambe le ha! C'avrei sete, ma non voglio intaccare le riserve idriche lasciandole per domani, e togliere l'impalcatura del coprizaino mi scoccia..errore. 

Salito il gradone, giungiamo sull'ultimo pianoro, quello pervaso da nevi tardive (come ci dirà il rifugista, c'è più neve adesso che in primavera..ahia!), quello che inizia a farci assaporare l'ambiente glaciale un po' più da vicino: Probabilmente è tra poco che dovremmo trovare il bivio dove si può salire per il sentiero nuovo o per il vecchio, dove si trovano delle catene: non ho pregiudizi, ma mi pare di aver letto che si consiglia di seguire le frecce gialle.. 

Federico parte all'inseguimento delle frecce gialle, ma in mezzo a queste pozze di neve in mezzo a fiumi di rocce, non pare esserci traccia precedente, eppure 9 dei nostri devono esser già su, e anche i rifugisti.. Mah.. Guardo in lontananza, per quella che mi parrebbe la salita più ovvia anche se non la vedo per intero, e mi pare di scorgere una traccia. mi fido però dei segni e di Federico la davanti, da qualche parte si passerà senza traversare quel muro di ghiaia spero! 

Il terreno ripido si fa un po' insidioso ma mai pericoloso, e risalito il fianco della morena, non resta che cavalcarla per giunger e al Rifugio Aosta: vari sali scendi che ci portano ad innalzarci anche oltre la quota del rifugio, che appare e scompare dietro le dune di detrito. Uno sguardo a destra verso il vallone che conduce che all'attacco del nostro sogno del lunedì, sogno proibito per stavolta. 

Un bel nevaio dove le scarpe da ginnastica di Cristian sono messe a dura prova e siamo al rifugio, dove i 9 di venerdì sono appena arrivati. Intanto il cielo si è irreparabilmente chiuso: un po' di sole ci ha baciato nella salita, ma ora è un lontano ricordo. Il vento inizia a soffiare, e la temperatura è tale da consigliare di entrare in attesa dell'arrivo degli altri: il gruppone inizia a compattarsi.

Un gelone alle dita mi obbliga a posizionarmi vicino alla stufa, in un'oretta tutti sono al rifugio col meteo che sta lentamente peggiorando, quindi che si fa? Sistemazione in camera e poi teoria dentro. Tre stanzoni in cui dividerci: 14, 10 e 6 posti, un rifugio TUTTO per noi, occasione più unica che rara, una chicca da apprezzarsi in ogni suo aspetto. 

Come promesso al director, mi vesto (meglio mettere i pantaloni lunghi ora) ed esco in esplorazione per vedere le condizioni dell'avvicinamento. In condizioni normali dovrei poter agilmente salire anche in alto, senza zaino, senza mettere piedi sul ghiacciaio, e invece in breve mi trovo il pendio bello carico di neve in cui sprofondare fino alla caviglia o anche fino alla vita! 

Sguscio dietro il rifugio, nevica e tira vento, l amia giacca gialla deve essere un bel pugno in un occhio a chi mi potrebbe guardare, ma cerco di non disturbare la quiete tempestosa della natura che mi sta intorno. Gironzolo sulla neve ma sempre tenendomi vicino alle rocce (non si sa mai si stacchi qualcosa), le risalgo con qualche passo che richiede le mani, mani di fata visto lo sfasciume che si trova. 

Guardo lassù, ma oltre i 100m non si vede nulla, tutto bianco grigio. Continuo sopra giusto per stare un po' all'aria aperta, lo so che non sto andando da nessuna parte. Inizio a vederla grigia per domani: speriamo la visibilità sia buona e conceda di salire un po', ma c'è anche da cercare il passaggio giusto su questo pendio carico. Sopra comunque si può stare vicino alle rocce. Vedremo. 

Rientro nell'edificio accaldato, 30 persone in pochi metri cubi sono un bell'effetto stalla: mi piazzo in configurazione da spiaggia, pantaloncini e maglietta e basta, mentre er Director rispiega la progressione in cordata e la trattenuta della caduta di un compagno in un crepo. Poi arriva l'ora della pappa!

Tutti fitti, in 5 per panca, col gomito sinistro che non si sa dove metterlo. Saggiamente niente vino, ma l'ingordigia la sfogo sul cibo ripulendo i piatti degli altri, "io non faccio prigionieri e non mi piacciono gli sprechi!". Intanto fuori il cielo non si apre e nevischia. Saggiamente il rifugista ci fa assaggiare il suo genepì, e siccome con un bicchierino non si apprezza la bontà, ne trangugio un altro, e un altro e un altro. Ma tutto sotto controllo. Tranne il cane del rifugista che vuole mangiarsi la mascotte di Mattia.

Arriva il momento in cui non si può più fare finta di nulla.. Al nostro tavolo si radunano tutti gli istruttori con odg "che minchia facciamo domani?": la situazione non è facile e Gianluca già paventa la sicurezza che alla fine saremo nella situazione intermedia, ne bene ne male, ma in mezzo, il perfetto campo minato per fare delle cazzate. Si concorda colazione alle 4:30, si guardano le condizioni e..si valuta che fare. ma l che vada, si torna a letto, e si fa solo didattica più tardi.

La speranza è l'ultima a morire, ma la prima ad ammalarsi. 

Suona la sveglia. La finestra è lontana per poter capire che meteo ci sia fuori, quindi esco dal letto quasi di corsa per vedere, ma tutto bagnato e appannato (chi ha chiuso la finestra stanotte?!), prendo armi e bagagli e scendo sperando di essere uno dei primi, ma no, c'è già altra gente sveglia e..sconfortata. Mi vesto, un'occhiata fuori e..nevica. Douh! 

Colazione spartana, di quelle che se mi metto a camminare tra mezzora ho già fame, e arriva il momento difficile per Nicola: "ragass, io così non me la sento, ci vediamo alle 6:30-7 che usciamo a fare un po' di didattica". Chi torna a letto e chi no, chi va a tentare la salita (gli aspiranti Fiorella e Dario, che torneranno indietro per ovvie e condivisibili ragioni). Io faccio in tempo a russare, poi si torna in giostra. 

Non nevica più, il cielo si è un po' aperto, ma il fugace sole che vedremo sarà l'unico della giornata. Recupero Roberta e Gianluca coi quali formerò la cordata di oggi, che non gusterà il Mars di vetta, ma pazienza, questa è la montagna. 

Si sale dietro il rifugio, piuttosto bardati perchè il sole è poi già sparito, e dopo poco a puro scopo didattico si calzano ramponi e ci si lega, insomma si simula il ghiacciaio, che invece è un bel nevaio nella realtà. nevaio di neve bagnata e pesante senza rigelo, insomma 'na vera medda. Si ripassa la legatura, e si parte coi passi base: io chiaramente parto con la progressione frontale, hihi. 

Sì, ma c'è un motivo: su questo pendio non mi metterei a fare dei traversi! Meglio salire frontalmente e mettersi a fare traversi e salite meno di petto più su, in mezzo o vicino alle rocce. E così sia, un po' di metri in frontale e poi arrivati sotto le rocce si può andare più soft. 

Qualche passo sullo sfasciume coperto di nevischio per rendersi conto della precarietà di questo fondo, e man mano il meteo peggiora, sempre più chiuso, un po' di neve, vento e nebbia, alè! Ancora su dritto, ma stavolta a zigzag, sempre vicino alle rocce, arrivo all'altezza di dove ero arrivato ieri (ma ieri solo per rocce), un'interrogazione al capo che dice di salire ancora un po'. 

Se non fosse per le isole rocciose affioranti che mi danno un po' di fiducia sulla fermezza del manto nevoso, non andrei, ma si può e salgo, di nuovo in frontale a cercare quella rara neve dura. Faccio provare a Roberta e Gianluca cosa voglia dire "fare la traccia", "provate a spostarvi di lato dalla mia traccia!", e capiscono al volo.. 

Si sale senza meta, ma con sempre più neve e vento, alla fine ci andiamo a infilare verso un budellino tra le rocce, su pendenze anche sostenute, ma la qualità della neve frenerebbe ogni possibile caduta al primo metro di discesa. In più cerco sempre di fermarmi e "sostare" al riparo sotto delle rocce per ricompattarci un attimino. 

Roberta non trova pace col suo cordino da ghiacciaio, spero le vada meglio alla prossima uscita, io ormai avrei raggiunto il massimo che mi concederei di salire, ma va bene, qualche altro metro, ormai sferzati dal vento e da una nevicata bella fitta. Mi sa che io, Giorgio e Nicola non si resta qui un'altra sera.. 

Scendiamo per primi, a rotta di collo, verso il pluviometro dove con le cordate di Giorgio e Federico faremo le prove di autoarresto, difficili con questa neve, ma questo c'è.. Questo e questo paesaggio alpino, ostile di default e oggi in un picco della sua ostilità, ma siamo in tutta sicurezza così numerosi e vicini al rifugio. 

Si scende, via al rifugio a valutare il da farsi, perchè la mini bufera di neve ci sta dando bene e occorre valutare se non sia il caso di andare verso le auto prima che peggiori ancora di più: in fondo sta nevicando anche sotto al rifugio! 

Ci ricompattiamo al rifugio, ma c'è chi è già qui da un po' e logicamente vorrebbe o agire o andare. Si preparano tutti gli zaini per scendere, e alla fine si opta per questa soluzione, dividendosi tra chi preferisce il sentiero vecchio e chi quello nuovo: io conoscono il nuovo e vorrei ripetere il tracciato di ieri che mi è parso sicuro, qualche altro istruttore sembra d'accordo con me, perciò aspetto gli allievi che preferiscono anche loro il nuovo e via! Discesa sotto la neve! 

Solo che azz, mi ritrovo da solo con Licia, Roberto, Roberto, Mattia e Alessandro.. Fortuna dopo poco vedo la sagoma di Giorgio raggiungerci, almeno che lui chiuda il mio gruppetto.. Si torna a cavalcare la morena, sotto la neve ma anche accaldati. Merda, non c'ho pensato e fatto lo zaino male, lasciando le cose che mi servono in basso.. E niente, sto senza guscio. 

Il terreno si dimostra molto più percorribile di quello che credevo, e ben presto siamo nella parte in cui occorre scendere dalla morena, su terreno ghiaioso e friabile: "Ragazzi, delicati come farfalle sulla morena!", ma alla fine è molto più comodo di quello che credevo. Si punta ora a seguire le lingue di neve evitando il più possibile i massi per salvaguardare le ginocchia. Alessandro mi scorre a fianco sciando.. 

E di nuovo all'incrocio traccia vecchia - traccia nuova, nevica ancora e tira vento, devo per forza vestirmi. Uno sguardo verso il rifugio, cielo sempre più chiuso, "adios sogni di gloria!". Arrivano altri che hanno seguito le catene, e ora si può scendere in modo spensierato verso valle, verso il ristoro. Verso un nuovo attraversamento di diversi paesaggi. 

Eh già, questo avvicinamento è "importante", e in discesa pesa ancora di più, ma non è noioso o almeno non per me. Faticoso sì, ma il fisico è comandato dalla mente, ricordiamocelo. I detriti glaciali, di nuovo la discesa del gradone, poi sul sali scendi della steppa della Valpelline, col ruscello che scorre impetuoso a fianco e la pioggia e neve che vanno e vengono: vorrei spogliarmi ma non posso. 

Discesa in cui il gruppo si sfalda, in cui spesso mi trovo da solo assorto nei miei pensieri, o in nessun pensiero: riuscire a non pensare a nulla è fantastico, è catartico. Ma alzo anche gli occhi e sogno di esser lassù. 

Non c'è traccia di sole, ma questo è pure meglio, sono accaldato come non mai ma non mi posso spogliare. Giunto al Larice secolare però non ne posso più, mi spoglio e tac, ricomincia qualche goccia, ma ora me ne frego, tie! All'arrivo al rifugio Prarayer è confortante e avvilente allo stesso tempo: manca ancora il costeggio della diga, ma so bene che siccome si tratta di discesa, il tempo pare doppio a quello della salita, tieni botta! 

Due chiacchiere con Alessandro, e arriviamo al bar, dove Cristiane Mattia sorseggiano al sole una birretta mentre Giorgio è già a mettere a posto la roba all'auto: faccio anche io così poi mi svacco al sole ma..il sole va via e viene pure freddo per colpa del venti! Uffa! 

Ricompattare il gruppo richiede tempo e pazienza, alla fine arrivano tutti, nessuno zoppica o pare stremato, anche se stanchi quello sì. ma anche soddisfatti mi pare. Niente cima, nemmeno il tentativo, ma ambiente super, rifugio intimo, e montagna che ci ha mostrato uno dei suoi aspetti, uno di quelli che preferiresti non vedere, ma che esiste, e va preso in considerazione.

Qui altre foto del primo giorno.

Qui altre foto del secondo giorno.

domenica 5 giugno 2016

Apuane silenziosamente arrampicatorie: Torre Torracca, Spigolo Classico

Dopo l'ottima cena, dell'ottimo cuoco, dell'ottimo alpinis..dell'ottimo cuoco, vedo di concludere questo ponte che ha funestato i sogni della due giorni con morosa e della due giorni con amici. La giornata di ieri è stata blanda anche perchè eravamo fiduciosi nelle buone previsioni meteo per domenica, previsioni cambiate ovviamente al sabato pomeriggio. Si conferma comunque la zona che pare essere la migliore tra le latitudini e longitudini possibili: Apuane.
Da tanto tempo volevo mettere il naso in questa zona, le Guglie della Vacchereccia: torri e placconate disseminate di un sacco di vie, poco relazionate ma con soste e discese piuttosto sicure visto che sono teatro di corsi. Ma zone comunque selvagge, come le Apuane ho imparato sanno essere (in esperienze passate): alpinismo apuanismo!
Partenza prestissimo, anche perchè quel rapporto 1€ per ogni 10km di autostrada mi sta un po' sulle balle: e poi c'è il Passo del Cerreto che si può attraversare, così bello! Senza fare colazione (sazi dalla sera prima) imbocchiamo la strada dissestata che passa sotto Vinca (già arrivare fin qui è un bel viaggio tortuoso nella Toscana montana), parcheggiando al ponte dove parte il sentiero per la Capanna Garnerone. Mannaggia, è tutto bagnato. Arghhh
Imbocchiamo il sentiero, sono davvero poco fiducioso, anzi in realtà ho già messo in conto che oggi si camminerà e basta. Almeno siamo in un bel posto! Un castagno gigante, e altri grandi lo stesso, bosco vario e che quando si apre regala viste su Monte Sagro e Pizzo d'Uccello (qui, qui e qui). Poi quelle due piante, scorticate come se fossero state usate come graffiatoio da un animale che in piedi raggiunge la mi altezza..ma ci sono gli orsi in Apuane?!
Si sale con calma perchè nonostante tutto fa un gran caldo e siamo già belli e sudati. Le prime pietre segnalano che ci stiamo avvicinando a luoghi ben più interessanti, ma il bagnato resta, e il sole non è certo alto nel cielo: o meglio, è alto, altissimo, ma oscurato. Esploreremo più torri e guglie e placche possibile, oggi non si arrampica.
Usciamo dal bosco e passiamo sotto alle Guglie della Vacchereccia, spettacolo! Non si vede anima viva, e tutto il giorno non ne vedremo, le Apuane ai nostri occhi saranno ancora più selvagge! Non saliamo verso il nostro parco giochi di oggi, cerchiamo il modo comodo di arrivarci e continuiamo per la Capanna Garnerone, bivacco nuovissimo e davvero bello.
Breve pausa e si riparte a cercare la traccia per le palestre di roccia, inizialmente sbagliando e prendendo il sentiero che porta a Foce Giovo, torniamo indietro e ci inerpichiamo per la pineta, che ben presto lascia spazio a un bel ghiaione per nulla fine, ma che da la possibilità di alzare gli occhi a ogni tornante e guardarsi intorno.
Traverso, breve bosco, ed ecco i primi spit delle Placche degli Allievi, che sono piuttosto umidicce (per non dire bagnate): evvabbeh, ero già partito con aspettative basse basse.. Continuiamo verso nord, ed eccoci nel canale dopo il quale si alza la Torre Torracca: ora c'è solo da cercare l'attacco..
Già alla falesia ho notato che non ci sono nomi alla base delle vie, e questo mi lascia già pensare di quanto sarà poco intuibile trovare gli attacchi di vie alpinistiche sulle quali le protezioni in loco sono rare. E infatti vaghiamo nel canale, provo a superarlo per vedere se c'è qualcosa, saliamo, scendiamo, toh sembra di vedere un vecchio spit casalingo, ma troppo lontano per esser certi che la vista funzioni bene.. Lo spigolo, alla base, si presenta più come una parete tondeggiante..
Fa pure freddo, ma almeno la zona di roccia dove pensiamo partire per arrampicare sembra asciutta, "che si fa, proviamo?", sono poco convinto oggi, forse a causa del ponte in vacca, del meteo ballerino, della mancanza di certezza nelle previsioni anche a 12h.. Mi vesto, armo, e parto.
Tento di prendere troppo di petto la parete strapiombante sotto lo spit, le lame ci sono, ma troppo distanti, e i piedi non fanno molta aderenza sull'umido e sull'erba. Ma si chiama spigolo, sguscio a sinistra a prendere lo spigolo, e inizio a salire più agilmente, ma sempre molto guardingo sul dove andare, sul cercare qualche indizio che la via sia giusta, e sul tastare con cura ogni roccia prima di usarla per la mia progressione.
La roccia è bella e mediamente buona, ma le dita non si sono ancora riscaldate a sufficienza per godere della salita e renderla più veloce. Guardo giù ogni tanto, ora sì che la scalata si sta facendo più aerea ed emozionante! Speriamo solo di essere sulla linea giusta, ma l'albero lassu dovrebbe essere la prima sosta..e così è!
Esce anche un timido sole, ma l'albero della sosta è piuttosto ombreggiante e non me lo fa godere. Recupero Stefania dopo averle intimato di ripulire la via dalla roba che si muove (su un bel pilastrone le ho pure lasciato un rinvio a segnalarle "questo buttalo giù!"). Buttiamo giù anche un ramo secco, e ora tocca a lei partire. Oh my god cosa stà per succedere..
Lo spigolo è rimasto più a sinistra, davanti una parete, ma la sosta sotto le frasche non mi permette di vedere bene il proseguo della via e tutto resta in mano a lei. Il tappeto di Paleo iniziale inumidisce le scarpette, prova di qui, prova di la, inizia a salire seguendo i punti deboli della parete, qualche protezione, prosegue prosegue, ma.. zigzaga troppo.
La sento che arriva nei pressi della sosta, ma la sento pure tirare degli accidenti: la corda non scorre. Arriva in sosta e "molla tutto", "recupera" ma non recupera. Corda troppo angolata e strozzata sotto una lama. Dopo vari tentativi e "oh issa" non resta altro che farmi la bambola di corda (30mx2 corde=kg di peso e collanone al collo) e iniziare a salire con una corda che o non sale o sale lentamente.
E niente, fortuna è facile, salgo con un bel po' di lasco fino a togliere qualche protezione e alleggerire l'attrito, poi ecco la lama nefasta e tutto viene recuperato bene! Finalmente vedo la sosta,e intravedo il nasone in piedi del prossimo tiro, il "IV+/V sostenuto", che c'è tutto. Sosta dai mille chiodi, rifiliamo tutte le corde che il caos è tanto, e finalmente posso ripartire.
Bella spaccata per "saltare" sull'altra parete, e seguire la debole fessura e i chiodi che ci stanno dentro: ma vanno cercati, quasi non si vedono finchè non ci sei vicino. La salita è ben ammanigliata ma con anche qualcosa che si muove, molto aerea e pian piano sempre più strapiombante: uno sguardo giù ogni tanto mi rende conscio di ciò, e quando mi guardo i piedi per vedere dove spostarli..vedo tanta aria e poca roccia!
Molto bello, ma anche faticoso, occorre fermarsi poco e viaggiare, cosa che riesco a fare salendo fluido, anche perchè le difficoltà maggiori non sono all'inizio ma verso la fine: un bel passettone in trazione, e poi più facile verso la sosta. Più facile, ma su blocchi e lame che paiono solo appoggiati..
Mentre recupero la mia amica, mi godo il panorama. Superbo. Il mare laggiù, con la sua caotica vita da spiaggia estiva, e qui la pace, alberi, verde e roccia, boschi dolci e ripide pareti. Le nuvole che fanno capolino, il Monte Sagro che mette il cappello e Foce Rasori che diventa una bocca sputa fumo.
Ultimo tiro per Stefania, "Stefania, portami in cima!", facili ma panoramici: quando toccherà a me, cercherò di complicarmi la vita, galvanizzato dal bellissimo ed entusiasmante L3! Dalla cima poi, altre foto a un luogo così vario in pochi km quadrati.
Dai forza, scendiamo, che il cielo si carica e il Grondilice comincia a essere avvolto dalla nebbia. Prima doppia bella lunga, che parte dritta e poi finisce nel vuoto, fichissimo! Siamo dentro al canale "opposto" a quello dell'avvicinamento, si fa per recuperare le corde..che non vengono. Attimi di terrore. Tira 1, 2, 3, ma nulla. Recupero un po' l'altra per smuovere il nodo e riparto, e finalmente viene giù, che cagata a dosso!
Altra doppia più corta (solo una mezza), recupero corde e un'occhiata alla Torre Cartuccia e quella linea di spit, chissà quanta roba c'è qui. Discesa apuanica tra paleo e roba smossa, traversino per tornare all'attacco ed eccoci di nuovo qui.
Ma il cielo si incupisce, l'ora non è tarda ma facendo due conti non arriviamo comunque presto a casa: e aggiungiamo che il cielo non sembra promettere bene, e un temporale in Apuane non è nella mia to do list. Piccola esplorata alle Placche degli Allievi e poi si scende. Pausa ristoratrice alla capanna Garnerone, che ora lo stomaco inizia a patire il vuoto lasciato da ieri sera!
Lasciamo così questo bellissimo luogo, discesa all'auto più veloce del previsto. Vietta corta, ma posto fantastico: forse venirci in giornata è un po' una tirata, è un po' troppo alpinistico, ma di certo una due giorni meriterebbe! Quindi, arrivederci!

Qui altre foto.
Qui report.
Qui relazione.

sabato 4 giugno 2016

Cercando di non bagnarsi: Pietra di Bismantova, Pincelli Var

Sconvolti dal meteo. Da settimane si progettava, si ambiva, un weekend su ghiaccio: una bella salita con picca e ramponi per cominciare la stagione dell'alta quota (che si spera quest'anno sia più proficua dello scorso). E invece, pur sperandoci fino all'ultimo, sogni infranti e si dirotta su roccia. 

Ma anche per la roccia trovare un'isola asciutta nel raggio di distanze chilometriche accettabili non è mica facile! Trovare poi due siti meteo che vadano d'accordo.. Ieri è stata una giornata piuttosto travagliata, avere il tempo per pensare a cosa fare e dove è inconciliabile, mi affido a Stefania: ma dopo i messaggi con Nicola, al mattino a colazione mi parte il tarlo di guardare se lì il meteo sia meglio, e.."andiamo in Pietra?". Cambio di programmi all'ultimo minuto. 

Prestissimo siamo al parcheggio, un cielo cupetto che invece doveva essere quasi sereno, il crinale dell'Appennino già bello carico. "minima spesa massima resa" dice il saggio, almeno sulla minima spesa oggi siamo d'accordo. Ci si incammina verso l'eremo, indecisi se partire con la Oppio o con la Pincelli, ma come riscaldamento meglio quest'ultima, tanto di tempo ne abbiamo. Una Pincelli dalla base più fiorita del solito! 

Parte Stefania, rimembrando il tentativo in serale di qualche settimana fa, svanito con la pioggia che inizia a bagnare la via proprio sul primo tiro. Ci si districa tra le erbe, il ghiaino, cercando con acrobazie di evitare di pestare una terra bagnata che poi rimanendo sulle suole delle scarpette, vanificherebbe il lavoro dei signori Vibram. 

Arrivo nei pressi della sosta e la trovo..alla sosta della variante Mediana. Poco male dai, mettiamo un po' di pepe a questa salita, su questa roccia, su questa "montagna" che ogni volta bastona e incute timore. Detta in una parola, "insegna". Tentenno già la partenza, con questo debole strapiombetto ma senza mani. Segue placca e ausilio di una debole fessura, ci metto un'eternità, ma di tempo ne abbiamo e almeno salgo pulito. 

Me la ricordavo più facile, e comunque più di placca, invece anche la parte alta riserva tratti verticali. Giungo in sosta con le corde che tentano (e riescono, finchè non torno giù a toglierle dalla V di roccia) di incastrarsi. Mentre recupero la mia amica, osservo i colori della roccia, che passa dal grigio cupo, al grigio chiaro, un giallino timido e un giallone potente. Osservo anche quel cengione di roccia crepato alla base, e la parete sulla sono, disseminata di sensori di movimenti per i blocchi di roccia. 

"Stefania, Variante Alta anche?" "ok, vai tu", rifilo le corde e parto per il classicone, la variante che faccio sempre ad AR1 (quiqui e qui). Ricordo che di solito ci titubo parecchio, spesso ci arrivo scomodo allo strapiombo principale, invece oggi salgo quasi (quasi..) fluido, senza ripensamenti, nel silenzio di una Pietra di Bismantova non ancora presa d'assalto dai climber. 

Anche la placca diedro finale la ricordavo più tosta, o che almeno ci facessi più fatica, e invece ben presto sono in sosta, dalla mitica cengia del Cocoa, dove prima o poi mi fermerò a dormire per vedere anche l'alba! Osservo il paesaggio, fresco e silenzioso, una rarità! 

L'ultimo tiro spetta a Stefania, peccato che lei per arrivare al primo rinvio debba salire coi piedi (grazie mamma che mi hai fatto alto, anche se magari potevi farmi anche più snodato): placca e poi il traverso esposto per ricongiungersi sulla via classica, e infine fuori. 

Facciamo su l'attrezzatura per ripiombarci giù, il meteo sembra reggere anche se non ispira fiducia, e sul lato sud della Pietra soffia un vento allegro e freddino. Siamo lì che parlottiamo sul fatto che di solito in Pietra le vie non sono mai prese d'assalto, e arriviamo alla Oppio con una cordata che si sta preparando. Poco fa abbiamo salutato Paolina che sta salendo la Pincelli, con cordate sotto che aspettano il proprio turno.. 

Aspettiamo con calma il nostro turno, senza spingere, la nostra via l'abbiamo fatta intanto, adesso vediamo cosa viene. La coppia che ci precede è bergamasca, e tra breve arriveranno due ragazzi di Brescia, mentre è un via vai di persone va alla Pincelli o alle vie dopo la Oppio: in pratica, dato il meteo avverso sopra il Po, il Nord Italia in questo ponte è qui. 

Stefania decide che parto io, vado dopo aver aspettato che la S1 si liberi, che la ricordo scomoda già starci da solo. Ricordavo la salita continua e che non molla mai, ma forse perchè certi passaggi li prendo male, mi sembra che la bella performance fatta sulla Variante Alta sia già persa. Ma eccomi sotto la quercia, appeso come un salame con le gambe. 

Recupero Stefania, sentendo qualche goccia cadere dal cielo, il vento alzarsi, e vedendo la gente sotto col cappuccio. Il cielo s'è fatto nero. Arriva la mia amica, fa per partire ma torna presto giù. bene, considerando il fatto che domani dovrebbe essere bello e vogliamo andare in un posto nuovo dove sfogarci, che all'improvviso è nata per stasera una cena interessante, che ieri ho preso tanta di quell'acqua che ne ho abbastanza per mesi, che già ieri mi sono giocato il jolly rischio..ci si cala. 

Cercando di rompere le balle il meno possibile a chi sta sotto, scendiamo per liberare la sosta prima che ci arrivi lui. Una birra e un po' di cibo al Rifugio della Pietra, con un cielo che si è placato, Paolina con cui fare due chiacchiere, e le speranza riposte nella cena di stasera e nell'arrampicata di domani.

Qui altre foto.
Qui e qui report.
Qui la guida nuova.

venerdì 3 giugno 2016

Mezza maratona al Sengio Alto con tanta acqua..dall'alto

L'umore del meteo di questo ponte sarà lo stesso del mio grazie al meteo di questo ponte. 

Di quattro giorni a disposizione, due dovevano essere dedicati alla morosa, e due agli amici: tutti e quattro alla montagna, seppur in misura diversa. Invece il meteo ballerino previsto per il 2 giugno, ci fa optare per rimanere a casa e riposare un po' (in realtà corsetta e giro in bici), ma il 3 si vuole andare via! Abbandonata l'idea iniziale, si dirotta su quella che pare l'isola più felice dal punto di vista delle nubi. 

Ma già salendo verso il Passo di Campogrosso, pare che l'instabilità abbia fregato di nuovo: nubi basse. Siamo comunque qui, proviamo a partire, qualcosa improvviseremo. Via allora sul 149, con paesaggi delle Piccole Dolomiti in preda alla loro più grande timidezza: si sale in mezzo alle nubi, con visibilità a tratti di 20m, e un venticello che soffia da est. 

Si arriva sulla cresta, scorgendo nella parte trentina invece un bel sole a illuminare i prati della Malga Boffetal: il sole, un miraggio. Si prova a proseguire verso l'alto, ma giunti alla Forcella del Baffelan torniamo indietro perchè ci pare un po' troppo impervia la discesa per di qui, e lo stesso faranno altri tre escursionisti. Giusto qui passavo dopo la salita alla Carlesso, altra giornata di nebbia. 

Variante bassa del sentiero, ed eccoci al Passo del Baffelan, sotto di noi il Boale del Baffelan, e un monte che non si scopre dalle nebbie che lo attanagliano. Dopo due risate e un po' di show, partiamo decisi per il sentiero dell'arroccamento. Due gallerie, il sentiero inizia a farsi esposto e sempre in mezzo alla nebbia, ma giunti alla prima catena, inizia pure a piovere.. 

Non ce la sentiamo di affrontare questo sentiero in queste condizioni, quindi dietrofront e rifugio sotto la grotta aspettando l'acquazzone si plachi. Uffa. Va beh, scendiamo sul versante trentino, verso quei bei prati prima illuminati dal sole, che quando li raggiungeremo sarà molto meno presente.. 

Una marmotta scorrazza per i prati, un capriolo zompetta, e noi indecisi sul da farsi nei pressi della MalgaBoffetal. Un cartello parla di poco più di un'ora per raggiungere Pian delle Fugazze: va beh dai, facciamo un giro per di la e poi rientriamo per la tranquillissima Strada del Re! Verso il Passo di Campogrosso il cielo è cupissimo "andiamo, di certo torneremo con la pioggia, ma almeno saremo su una strada quasi asfaltata". L'avessimo mai detto.. 

Discesa spensierata per i prati, poi si finisce sulla strada asfaltata che noiosamente condurrà al Pian delle Fugazze "almeno è chiusa al traffico!", e non faccio in tempo a dirlo che ci sfreccia di fianco un mezzo a quattro ruote..

Si arriva al Pian delle Fugazze, si risale verso Malga Cornetto con un vento che aumenta, un cielo sempre più cupo, ma d'altronde sul versante est oggi è sempre stato così. Proseguiamo, e alla sbarra della Strada del Re facciamo breve pausa pranzo con la mia pessima e insipida insalata di farro. Due gocce iniziano a scendere, ma va bene, in un'ora saremo all'auto. Ste palle. 

Un cartello parla di strada chiusa anche ai pedone, mi sembra la solita ordinanza comunale per lavarsi le mani da qualsiasi tipo di incidente, e poi ormai siamo qui. Siamo qui coi tuoni e le secchiate d'acqua dall'alto. E arriviamo alla frana che interrompe la strada, accidenti. 

Vernice verde e debole traccia, la seguiamo inerpicarsi verso l'alto ad aggirare e pestare un po' la frana, non è proprio un bel posto in cui stare in queste condizioni meteo.. Vedo il Baffelan, siamo a meno di 2km in linea d'aria dalla macchina, ma il fango fa scivolare troppo, basta, torniamo indietro. Orecchie basse e tanti km da percorrere prima di tornare all'auto. E piove.

Sosta alla Malga Cornetto, bagnati come pulcini, un po' per ristorarsi con un the caldo, un po' per asciugarsi (per avere l'illusione di asciugarci) e un po' nella speranza di trovare un passaggio fortuito per tornare all'auto: niente passaggio, si fa tutta a piedi. Con una previsione da parte di un vicentino (che non me ne vogliano i vicentini, ma non capiva una fava quando parlava!) di metterci almeno 2h: ci metteremo poco più di 1 invece, per fare i prossimi 7km.

Si riparte che piove, km di asfalto davanti a noi, la pioggia si placa ma i km no. Finalmente dopo 8h risiamo all'auto, 8h, 21km e 1500D+: fatica, condizioni scomode, invece doveva essere un allegro giretto e manco troppo lungo. Mannaggia. La birra oggi è forse ancor più meritata: bevuta al Rifugio Campogrosso sfogliando l'opuscolo "I pericoli della montagna"..


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