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domenica 13 ottobre 2013

Corso (fresco) AR1: Albard di Bard

Ultima uscita del Corso AR1 2013 del CAI di Carpi, destinazione lo gneiss in ingresso alla Val d’Aosta. Il meteo ci lascia un po’ titubanti fino alla fine, ma poi sembra aggiustarsi decentemente: tra venerdì e sabato pioverà, ma domenica sarà una bella giornata, sperom. Intanto giovedì nevica.. Già, neve! L’ingresso in Val d’Aosta e la visione delle cime bianche fa sognare e fremere piccozza e ramponi. Ma oggi questi attrezzi non son con me.
Al parcheggio di Albard di Bard l’aria non è frizzante, di più, tutti con berretta e guanti, ma il morale è alto. È il sole che non è molto alto e si farà pregare prima di uscire a scaldare noi e la roccia. Non facciamo in tempo a scaldarci per la marcia di avvicinamento (in realtà si scende) che il vento spazza via il calore sviluppato. Toh, mi pare di scorgere una chiazza di neve nell’erba..
Scelgo di provare a salire Dr Jimmy, forse la più facile della parete, col tratto di 6a finale ben evitabile prendendo il sentiero di discesa. L’anno scorso a Rocca Sbarua mi ero trovato bene su questo tipo di roccia, sono fiducioso, anche se il freddo è pungente. Sulla stessa via ci sono Sauro con Paolo e Ferdinando, che partono prima di me e Stefano e dopo qualche tiro prendono il largo lasciandoci indietro (per qualche trio saremo affiancati da una cordata di una guida con due donne francesi sulla 60ina, sti ca).
Forza, si parte, ma la roccia mi ricorda il freddo patito sullo Spigolo Steger, brutti ricordi.. In più oggi ci aggiungiamo il bagnaticcio e l’umidiccio: d’altronde il primo tiro parte nel bosco, ben all’ombra, e finisce fuori dal bosco, ma sempre all’ombra. Le ditine ringraziano..rimetto i guanti. I primi tiri sono divertenti, su questa roccia c’è da prendere confidenza, non ci metto spesso le mie Mythos sopra, e la testa ne risente.
Evito come la peste la deviazione dritta della variante difficile (Luna), lanciandomi in mezzo alle sterpaglie verso sinistra, girovagando scappando dalla roccia bagnata. Siamo vista valle adesso, ma preferirei vedere il sole. Ma cosa dico vedere, proprio ustionarmi! Finalmente, la terza sosta è al sole. Toccare roccia calda è una benedizione.. Al nostro fianco scorrono sullo spigolo di T rex Davide con Spalla e GiampietroIvan con Laura: avremo la possibilità di vederci in molte situazioni, carina come cosa.
Ma la magia del sole dura poco: spazio al vento impetuoso! Che poi esser spazzato dal vento in parete, mentre usi appoggi di qualche mm, non è che sia proprio il massimo della vita. Giungiamo così al primo dei tiri duri della via, quello dove occorre superare uno strapiombo con una mezza spaccata per poi seguire una striscia grigia. Bello bello. Meno male le mie dita son sottili, riesco a entrare nelle fessure mignon. Stefano sale, sembra quasi senza problemi.
Dalla quinta sosta i francesi che ci hanno superato fanno un veloce trasferimento fuori dal bosco, e mi pare furbo imitarli su questo slancio di una decina di metri, visto che poi c’è il passo di boulder che secondo me è ben più di 5c. Studia di qui, prova di la, una mano qui e il piede li per partire, no non va. Riprova di qui ma neanche. Ascolta, va a cagher, qui se cado mi spacco una caviglia visto che sono a un metro da terra, anche se mi isso poi non riuscirei a stabilizzarmi. E vai di A0, la caviglia è salva.
Sospiro di sollievo, almeno il difficile è finito. E invece no. Traverso taggato 2a, ma sarà per il bagnato o altro, mi pare che sia più impegnativo. Ma anche questo va. Mannaggia però qui il meteo che prima era terso si sta annuvolando. E ormai fatto questo traverso la vedo dura scendere in doppia. Dai dai, meglio spicciarsi che finire sotto l’acqua sarebbe fastidioso: no ma ferma tutto, c’è una placca finale non banale, e li la roccia la vorrei bella asciutta!
E infatti la placca finale è dura, per uno come me poi che non ama le placche.. Finisce che azzero, che già sento qualche goccia sulla testa, e così posso finire la via con relativa sicurezza mia e di Stefano. Sono le 16e30 e finiamo la via dopo un tiro (ben più facile del traverso a metà) senza nemmeno una protezione, spinto dalla fretta di uscire prima che queste poche gocce diventino un torrente impetuoso! Mi ricordo l'anno scorso come finì a Tessari..
Il sentiero è comodo per scendere contrariamente a qualche voce che avevo sentito al parcheggio, meglio così! Troviamo altri componenti del corso e istruttori a fare qualche monotiro, adocchio un bel diedro da fare tutto in dulie, ma Davide chiama per andare alle macchine. Brr, che giornata fredda e che via umida! Non troppo gustoso, ma è andata, ci siamo comunque divertiti.
E si va al nostro alloggio..un albergo. Quanto mi prende male in un corso di montagna finire in un albergo, mi pare diseducativo, oltre che essere frammentario per il gruppo (stanze da 2?!): vabbè, stendiamo un velo, d’altronde la chiusura del solito B&B non ha trovato altre soluzioni che questa. Doccia e si esce a cena. Cena, un’abbuffata di cavallette, la cameriera non fa in tempo a posare un vassoio di affettati piuttosto che di peperoni, piuttosto che di formaggi piuttosto che di cotechino e patate lesse ecc ecc, che ognuno si riempie il piatto: più golosi con gli occhi che con la bocca!
Il giorno dopo doveva esser un sole splendido splendente, e infatti..grigio! E di notte ha pure ripiovuto.. Siam qui per ballare, balliamo. Si riparte per Albard di Bard (le placche di Oriana sono ricoperte di una strato bianco, e non è farina) ma per cercare vie più corte nel settore alto. Luca consiglia Gatto Matto, molto divertente e una tra le più facili: ben venga, preferisco rilassarmi oggi, e anche Laura è d’accordo. Il parcheggio oggi è pieno.
L’avvicinamento è molto istruttivo, sentiero scarno, tracce sparse, bivio che non si trova, 45 minuti di cammino di cui in alcuni avrei voluto avere un machete. Passiamo vicino a una placca sulla quale scorre un flebile ruscello, e Luca “guarda, è di buon auspicio”. E dopo un po’ di tempo perso a girovagare, finalmente troviamo l’attacco della via, bello muschiato, te possino. Almeno siamo solo noi quattro, e capiremo il perché.
Parto un po’ più alto del primo spit, altrimenti toccherebbe mettere piede sul muschio bagnato, un bel traverso accucciato per passare sotto il masso, e poi mi rendo conto come il primo tiro sia forzato: si risale un camino diedro di sfasciumi, in spaccata bagnata, poi una camminata in mezzo a delle pietre. E infatti Luca e Annamaria li ritrovo alla prima sosta dopo aver seguito una traccia tra le foglie..
Secondo tiro, si inizia a fare un po’ sul serio, il grado sale un pochino ma mantenendo lo stesso un buon divertimento legato alla bassa difficoltà. E poi ci si trova su uno spigolo, l’arrampicata che preferisco perché esposta. Ma Luca mi ha già anticipato che i tiri belli sono gli ultimi due: dalla sosta scorgo una bella parte di buconi che sale abbastanza dritta.. E infatti a casa scoprirò che la parete si chiama “Emmenthal”.
Parto per infilare le mani e piedi nei buconi, ma già dalla sosta ho avuto l’impressione dell’umidità residua concentrata su quella zona di parete. Già il traverso per portarsi alla base della stessa è delicato, ma dopo sarà peggio. Brutta bestia la psicologia, non ci fida di nulla, vorresti mettere il piede su quell appoggio bello comodo, ma è bagnato. Infili la mano in quell’acquasantiera, ma ti accorgi che il parrocco non ha ancora fatto messa e perciò il recipiente di roccia è ancora pieno. Ma con calma e parsimonia, la sosta è raggiunta. Ed è una vera sosta, dove tocca stare appesi con sotto il vuoto.
Arriva Laura, e prima che Luca ci raggiunga, vedo di partire per liberare un po’ di posto in sosta. Minchia però, i passi iniziali sono quasi da boulder: mani alte ed esigue, piedi scarni e roccia in strapiombo. Interessante anche la storia delle protezioni: S1 sui tratti più difficili del tiro, ma dove si semplifica la difficoltà la lunghezza delle protezioni si fa frizzante, 7-8m! Sempre seguendo i buconi, che poi diventano buchini, si arriva su, da dove scorgo gli altri impegnati sulle vie alla nostra sinistra. Guardo l’orologio ed è già tardi..
Ci ricompattiamo tutti e quattro, guardo l’orologio: tra mezzora dovremmo essere al parcheggio, ma dobbiamo ancora fare le doppie e camminare in giù. Sarà lunga..più lunga di quello che pensavo anche! Tra l’altro il sole se ne sta bello nascosto, e adesso è venuto a trovarci il vento. Preferivo il viceversa.. Scendo per primo per stendere le corde, che si sono belle impelagate tra loro, maledette. In più i 60m di corda portano alla base della parete finale, ma resta il traverso per tornare alla seconda sosta. Nulla di che, ma bagnato non è molto rassicurante, e per gli allievi non è proprio indicato. Mi arrovello per lasciare stesa una delle corde con cui avrei dovuto attrezzare l’altra doppia per tornare alla base della via: altro tempo perso, ma qui ne valeva la sicurezza.
E così alle 16e30, con ben due ore di ritardo, arriviamo al parcheggio, dove (quasi) tutti ci aspettano. Appena in tempo che inizia a spiovischiare, ma non abbastanza presto per passare i giorni successivi col raffreddore!

Qui altre foto.
Qui relazione primo giorno.
Qui relazione secondo giorno.

sabato 11 maggio 2013

Vai con la frutta: Buccia d’Arancia, Machaby

“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo” cantava Gino Paoli: io, Riccardo Marco potevamo cantare “eravamo due amici da scazza (più uno a casa in attesa di news) che volevano salire Giordani e Vincent” ma letto sul sito delle funivie che queste avevano chiuso lo scorso weekend e che il gatto delle nevi portava solo a quota 2300, demoralizzati un sacco. E così che si fa che non si fa, non si fa nulla, ma Nicola risveglia assopiti istinti proponendo un’arrampicata ad Arnad: Corna di Machaby, via Buccia d'Arancia..
E così partiamo, ci aspettano lunghe ore di macchina, ma piuttosto che stare a casa.. preoccupati del meteo in quanto alcuni siti danno umido, altri sole. Arriveremo con un bel sole anche se la parete inizialmente sarà bagnata, e questo aumenterà il pepe della questione. Già, perché l’uscita dell’autostrada la sbagliamo e tiriamo dritto, passando quindi davanti alla parete “ma no, non può esser quella, è tutta bagnata”, ma dopo la colazione “sì è questa”. E dopo attimi di indecisione “andiamo in un altro posto” “aspettiamo un’oretta che si asciughi”, ci vestiamo, imbraghiamo, zainettiamo, e si va. D’altronde ci sono altre cordate che sono andate, sapranno il fatto loro..
Nicola e Davide sono più svelti a preparasi e vanno avanti, io e Riccardo rimaniamo indietro, e nell’euforia del “più salgo prima arrivo” ci incuneiamo in un canale che da risalire non sarebbe mica banale: “oh, ma se Nicola e Davide son saliti di qui son bravi!” e infatti abbiamo sbagliato noi sentiero, scendi giù un po’ e prendi la strada giusta. Eccoci all’attacco, dopo un avvicinamento su placche lisce e bagnate (Riccardo patatom, per terra). Su questa via solo noi, meno male. Per ora.
La frenesia sale, scarpette, nodo delle guide con frizione e via andare! Parto io, dopo aver visto Nicola sudarsela sono un po’ preoccupato. Ma il granito mi piace, mica quel calcare maledetto! E la suocera mi corregge, non è granito questo, è gneiss. Ci metto un po’ a leggere il traversino (umido) sotto il tettino, ma poi capisco e vado liscio come l’olio! Mi diverto già, è una bella arrampicata, atletica. Arrivo in sosta, pesto appena appena la corda del Nicola, e la suocera che è in lui torna fuori alla carica.
Riccardo è alla sua prima volta su granito, no, gneiss, e non vede l’ora. E visto quanto è bravo, sale svelto e compiaciuto. Per poi passare davanti a tirare la fessura del secondo tiro, mica banale, e da secondo e la godo senza cagarella in mano.
Più facile come grado, ma carico di esposizione, il traverso del terzo tiro su cengetta con sotto il verticale, è psicologicamente “corposo”. Quando poi mi ci metto a complicarmi la vita e salire per una linea più dura, do’ il meglio della mia scarsa lettura della roccia! Intanto una cordata ci insegue frenetica, altre sparse sulla parete, la Corna di Machaby brulica di formichine legate a una corda.
La temperatura, che stamattina era frizzante (io con maglietta maniche lunghe e una corta sopra, gli altri con la giacca, mah) adesso è allegra nel verso opposto, si sta piacevolmente in maniche corte, e con un vento vistoso che ci spazza e rinfresca. Cielo terso, la mente vola per un attimo ai 4mila, ma per due che non sanno sciare era improponibile questo weekend. Si rimanda l’incremento della lista.
Ricky parte a farsi lo spigolo successivo, siamo passati davanti a Nicola e Davide fin dal secondo tiro, ma cosa si inventerà Nicola per “ristabilire” l’ordine! E il tratto chiave sta per arrivare.. Un tiro a me, e poi quello dopo ben più cazzuto a Riccardo.
Ma partiamo col mio diedro, spalmato sulle facce opposte della parete, tutto bello atletico, a rinviare col cuore in gola. Che bello il granito, no, lo gneiss. E si vede che è gneiss, perché certi pezzi sono levigati bene! Un elicottero gira a recuperare un rocciatore.
Fiu, tirando la corda come se ci fosse attaccato un treno, arrivo alla mia sosta, è fatta. Ora son cazzi. Riccardo parte sul levigato sesto tiro, il chiave della via, e quando lo vedo che azzera sul rinvio mi dico “bene, ho già capito”. D’ altronde una caduta da qui vorrebbe dire caviglia a puttane, nessuno vuole correre questo rischio. E quindi tutti e quattro, chi più chi meno, si va di mungitura. E Si sbaglia la via.
Già, perché noi fare le cose facili, o lisce, no. La relazione che abbiamo in mano parla di girare a sinistra, e così Riccardo fa. Davide lo segue, anche se li vediamo entrambi titubanti lassù, a cercare e guardare in giro. Ma di spit han visto solo quelli. Quando salirò io invece, noterò sulla destra del terreno all’apparenza più facile, con degli spit in lontananza, ma ormai siamo qui e seguiamo la linea disegnata dai nostri compagni. E da sotto ci informano che “no, era a destra”.
Proseguiamo o torniamo giù? Ci si cala con mezzo barcaiolo sulla cengia sotto con le betulle, e si riparte. Confortati dal fatto che ormai il grado dovrebbe scemare verso il facile, ci godiamo il sole che ci brucia le parti di corpo esposte ai suoi raggi. Bramiamo la birra fresca già da un po’, e la consapevolezza di aver perso tempo sulla sosta errata accresce la voglia di tagliar corto e arrivare in cima, e quindi all'auto e quindi al bar, in men che non si dica. Intanto una guida porta su il suo cliente. La guida che mette giù un rinvio ogni 15m, ma sale come una libellula, chapeaux.
Concateno gli ultimi due tiri, dove sull'ultimo quasi si corre, e ci siamo, via finita. Meritata pausa panino e acqua, una sete della madonna, e che ore sono? Tardissimo! Ma ne è valsa la pena dai. Spiace solo l’azzeramento collettivo del sesto tiro, ma rischiare una caviglia per una placca unta, anche no. Alla ricerca del sentiero per scendere, leggiamo che ci sono due possibilità, sentiero agli attacchi o strada, ma al paesello troviamo solo le indicazioni per il sentierino tortuoso e quello prendiamo.
Dopo una passeggiata in mezzo a un prato di fiori alti mezzo metro, con un sostenuto ronzio di fondo delle api che ciucciano il nettare, ci aspetta una discesa fangosa e sdrucciolevole mica male! Ma non ci abbatterà nemmeno questa! Arriviamo alla macchina che sono quasi le 17.. Urca! Cambiamoci di corsa, birra e poi autostrada! Ma Davide, che resta un po’ indietro sul sentiero, si perde, e al suo non arrivo iniziamo a preoccuparci e chiamare, e chiede aiuto. Sarà mica finito nel canale che io e Riccardo stavamo per salire stamani?! Via su di corsa, ma falso allarme per fortuna.
Il resto è la solita storia della birra fresca tra amici, a raccontare la bella giornata passata, e a sognare la prossima dove sarà!

Qui altre foto.
Qui la relazione usata (che però al sesto tiro è diversa).
Qui una relazione più simile alla via che ci hanno indicato e che poi abbiamo seguito.
Qui le foto di Nicola.
Qui il report.