La rivincita è compiuta! No ma che rivincita, come suona
male. Non è una battaglia, non è una disputa, la “Lotta con l'Alpe” non è il
mio alpinismo. Anche perchè sarebbe un combattimento impari, noi poveri
minuscoli uomini alla montagna facciamo il solletico e solo quando lei se lo fa
fare. Alpinismo è divertimento, confronto con se stessi, crescita personale,
capacità di sapersela cavare con le proprie forze, e capire i propri limiti.
Quindi..la salita è compita!
Dopo il
tentativo di
inizio anno, ci risiamo, destinazione Val d'Avio, uno dei più bei paradisi
montani che si possano pensare, laghi (va beh, artificiali) in successione,
cascate di ghiaccio, cime di oltre 3000m, la Nord dell'Adamello. Nasce tutto (o
quasi) per caso, come le migliori invenzioni: una giornata pianificata là
sognando qua, un trovarsi nel posto giusto al momento giusto, un sabato
abbandonando l'uovo oggi sperando una gallina domani.
Venerdì sera, serata di voto al CAI di Carpi, il nostro sostegno a Gianluca non può mancare, votiamo e poi ci rifugiamo ognuno sotto le proprie coperte,
per dormire quel paio d'ore, chi più chi meno. Alle 2:30 la giornata del gruppo
inizia, ci si ritrova sotto casa di Nicola, Giorgio che ci ha visto lungo scatta la
foto di inizio, ha già capito che quella di fine verrà scattata 24h dopo
(effettive, mica barando con cambio solare legale).
Io, Gianluca, Giorgio e Nicola, e al casello
Cristian, che
ha gli sci. Momento di sconforto, lo scazzoman decreta “riportatemi al
parcheggio, ma dove cazzo andiamo”, già è stata dura fargli mandare giù la
storia di portarsi dietro le ciaspole, ora che vede gli sci è la fine. Ma
l'insegnamento dell'orso insegna: “se ti imbatti in un orso, non scappare, non
combattere, fingiti morto”. Quindi “se Gianluca si lamenta, non convincerlo,
non aiutarlo, ignoralo”. L'auto parte piena di 5 persone e della loro
attrezzatura, incastrata magicamente come nemmeno il re di tetris saprebbe
fare.
Il viaggio si svolge tranquillo, l'atmosfera non è scherzosa
come al solito, forse perchè siamo tutti stanchi per le poche ore dormite o
perchè già sappiamo che di tempo per dire stronzate ne avremo tanto. La
colazione è prevista al sacco, un incubo per Nicola (e stranamente oggi non per
Gianluca), che tenta l'ultima carta del solito bar/pasticceria/forno aperto fin
dalla mattina presto, ma si sveglia troppo tardi per proporre un “ma non è
aperto il..non ricordo il nome ma avete capito?”, tardi, ormai siamo più avanti.

Temù, e cartelli per Malga Caldea. Stavolta non commettiamo
lo stesso errore dell'altra volta, quando su una lastra di ghiaccio
intraversammo il Qubo arancione (temendo anche di vedercela davvero brutta,
oltre che di parcheggiare davvero in basso), e calziamo subito le catene
sull'auto di Giorgio. Che però arranca. Neve marciotta o ghiacciata, auto col
cambio automatico, si tenta di spingerla anche. Qualche pozza di neve viene
superata, a fatica, passiamo un paio di alberi caduti, ma giunti al primo
tornante, game over. Di più non si sale.
Manovre su manovre per girare l'auto, e la si parcheggia un
centinaio di metri più giù, saremo intorno a quota 1300. Stessa scena
dell’altra volta, sforzarsi di salire il più possibile in auto, e invece
abbiamo perso più tempo che se avessimo parcheggiato in basso. Amen, almeno
stavolta abbiamo parcheggiato un po’ più su, non rischiato l’auto nel burrone,
e perso un po’ meno tempo. Anche oggi qualcuno ci passerà davanti con un’auto
4x4 fregandoci la salita?

Il baule dell’auto viene denudato, le cibarie dedicate alla
colazione sbranate bevendo il the dei thermos (azz, niente caffelatte, mi sento
già debole..): abbiamo i belsoni di Giorgio, una torta Motta mia (che non verrà
toccata e prevedo verrà passata di baule in baule nei prossimi tre/quattro
mesi) e dei dolcetti Pan di Stelle dalla mia dispensa, leggermente scaduti. Il
cibo non ci manca mai. Cristian lascia gli sci in auto (chiazze di neve sulla
strada impediscono di proseguire in auto, ma se ti guardi intorno di materia
bianca ce ne è poca o nulla) e mentre aspetta che tutti siano pronti, torna sul
sedile a riposare un po’.

Sono le 7: Gianluca si avvia imprecando vari santi, non lo
si tiene più, dopo poco inizio anche io ad incamminarmi. La forestale è sempre
una noia, quando poi è in mezzo a un bosco”secco” (nel senso che non è nemmeno
quel bosco incantato di bianco), non passa più. Ma la destinazione, quello che
ci aspetta, la visuale lassù, rendono questo “supplizio” passabile. Raggiungo
il mio amico, la neve si fa sempre più presente ma è sufficientemente dura da
non richiedere l’uso delle ciaspole.
Il bosco si apre, i monta rozzi a nord del Pizzo di Mezzodi
fanno bella mostra di se, e tra di loro scorgo un bel canalone che poi si
restringe e sale vertiginoso su per una cima. Al sole, ma estetico. Io che
quest’inverno ramponi su neve (buona) non li ho ancora messi, ho una fame di
canali o vaji.. Sempre insaziabile. Ma chissà se poi dall’altra parte si riesce
a scendere comodi. A casa studio la cartina, sembra si possa, idee..
Gianluca continua a lamentarsi del male alla spalla
(partiamo bene), siamo giunti a Malga Caldea, e da qui possiamo vedere anche la
bastionata rocciosa delle Valli Incavate. Accidenti l’Adamello mi da l’idea di
essere un gruppo per quanto famoso, pieno di angoli e angolini sconosciuti, ma
che per essere scoperti richiedono del pelo. Avrò mai questo pelo per
l’esplorazione nuda e cruda?
Eccoci ai tornanti che portano a La Palazzina, la neve è
continua ora. Mi pare ce ne sia più dell’altra volta, ma solo sulla strada,
intorno mi sembra meno, meglio così. Non credo che nessuna auto oggi possa
sorpassarci qui, non ne abbiamo viste altre parcheggiate, quindi molto
probabilmente saremo i primi ad attaccare il flusso ghiacciato. Anzi, saremo
gli unici.
Si scorgono le colate di ghiaccio, ormai mezze sciolte, che
scendono dal Laghetto d’Avio, e quelle sopra i tornanti al sole. Non sembrano
tanto in forma, lo sarà la nostra Funicolare? Gianluca è un trattorino “lento”
ma inarrestabile, continua a salire, sotto di noi scorgo gli altri tre, con
Giorgio che lascia indietro Nicola e Cristian (già li a parlare di progetti
futuri, insaziabili anche loro). Che caldo che fa, lo sapevamo, ma domani e
prossimi giorni sarà peggio, sappiamo che quasi di certo questa è l’ultima
cartuccia della stagione.

Eccoci a La Palazzina, inutile cercare il custode per chiedere
il permesso di passare nel tunnel, è già aperto. Inutile anche aspettare qui
gli altri tre, avanziamo che piuttosto li aspettiamo alla fine, in paradiso.
Accendiamo la luce, e tac, via dentro la montagna. Non lo ricordavo così lungo
questo tunnel: considerando la porta già aperta, l’orario, e quanto sia stretto
in certi tratti, spero solo di non incrociare il furgoncino degli addetti
dell’Enel.
Lasciamo le luci dietro di noi accese, sarebbe un brutto
scherzo spegnerle a i nostri amici mentre si trovano a metà di una tratta di
illuminazione. Dalle “finestre” lungo la galleria scrutiamo i monti che
sovrastano il Lago d’Avio, “Gianluca, la Funicolare è quella laggiù” è viva, “e
quella è la Nord dell’Adamello”. Che cielo sereno.. Candelotti di ghiaccio
penzolano dal tetto esterno, la cosa mi fa ben sperare.
Portone chiuso, lo apriamo, welcome. Il bacino del parco
giochi intorno al Lago Benedetto è superlativo: non sono passati nemmeno tre
mesi dalla prima volta che sono venuto qui, ma è comunque uno spettacolo da
godersi. E questo sole tiepido, la seduta possibile sull’erba senza bagnarsi di
neve o sporcarsi di fango, concilia lo spaparazzarsi a fare le lucertole
aspettando gli altri merenderos.
Le cascate sopra la Malga di Mezzo (ci sarà da tornare per
loro, ma l’anno prossimo), il paretone dei paretoni che fuma, la nostra meta
(mmm, sembra un po’ bianchina), il cielo azzurro azzurro e un bel sole. Non
voglio dire che questa vista ripaga già del viaggio, ma quasi.
Gianluca continua a lamentarsi della spalla, sta enunciando
l’opzione di “arrivo la sotto poi vedo, magari mi prendo le chiavi e vi aspetto
in macchina. O qui al sole”. Tattica dell’orso.. Arrivano anche gli altri, il
gruppo si ricompatta e sale deciso verso la Funicolare. Io e Nicola sappiamo
che la parte ostica dell’avvicinamento ci attende. Speravo che ci fosse una
quantità di neve maggiore al fine di stendere un tappeto uniforme su quei
maledetti blocchi di roccia pieni di buchi tra loro, invece no.
Attraversiamo la diga, sgombra da neve, abbandoniamo la luce
del sole e raggiungiamo la partenza della cabina che da il nome ala nostra
cascata. Tracce recenti non se ne vedono, ma vecchie di sci sulla sponda del
lago sì. Sponda del lago, insomma, il Lago d’Avio è parecchio basso, il Lago Benedetto
è un ruscello: fosse pieno avremmo i piedi in acqua!
Il terreno è meno infido di quello che temevo, ma qualche
piede finisce giù nei crepacci tra le rocce: temo di più il ritorno che
l’andata. Si continua a traversare sembra guadagnare quota, meglio risalire
quel cono valanghivo appena prima della cascata. Cono valanghivo? Ma questa
zona (a differenza dell’avvicinamento precedente) non dovrebbe essere super
esente da questi pericoli?
Risaliamo il terreno smosso, in realtà stiamo calpestando
ciò che resta della Madonnina: il candelone del primo tiro ci sarebbe, ma sopra
non è rimasto nulla. Che dobbiamo pensare? Quanto è bello però anche solo il
primo candelone.. Però dai, non stiamoci troppo tempo sotto, si sa mai che
questo terreno smosso non voglia incrementare il suo spessore e il suo
tormento. Lasciando il cono, il terreno regge meno il mio peso, finisco in un
buco fino all’ombelico, come una cimice a pancia in su non riesco a uscirne, e
quel furbone di Gianluca decide di venirsi a infilare anche lui in questa
trappola.
Eccoci alla base della bestia. Quanto è bella, quanto è
alta. Non sembra tanto verticale, invece lo sarà. I primi metri che l’altra
volta erano stati quelli più duri e delicati sono parzialmente coperti da un
cono di neve. Speriamo che il ghiaccio sia dello stesso tipo di
Lujanta, sarebbe una
figata, bello plastico e bagnato, saliamo in un attimo. Invece contro tutte le
previsioni non sarà di buona qualità.
“Andrea, ho scommesso con Cristian: hai doppi ramponi?”
“Nicola, ovvio, te mi hai prestato i Rambo, ma metti che mi trovo male, io
voglio avere i miei soliti, se no non salgo” “visto Cristian, che ti avevo
detto?!” Però nel mio zaino non trovo le pile di ricambio per la macchina
fotografica di Cristian, che onta..
Le cordate che avevo proposto erano io con Gianluca e gli
altri tre insieme, un po’ per essere più equilibrate, un po’ per fare cordata
io e lui. Ma il suo male alla spalla gli fa optare per un “meglio cambiare, non
so se riesco a tirare qualcosa con questo male”: la Funicolare rivede così la
cordata della volta scorsa, io con Nicola. Facciamo zaino unico (accidenti a
lui e i suoi miseri 0,5l di acqua), mangiamo e beviamo e siamo pronti.
Le danze abbiano inizio. Sono le 10. Speravo attaccare
prima, ma almeno siamo solo noi.
“Stavolta il primo tiro te lo fai te”, agli ordini capo! Ma
prima lasciamo andare avanti Cristian che scalpita ed è già pronto: senza nulla
togliere agli altri, lui è sicuramente il più forte ed esperto tra noi, e
vederlo procedere guardingo e circospetto mi fa pensare. Ma ricordo dall’altra
volte che dopo i primi metri è tutto più facile. Diamo sfogo ai rambo.
I primi metri sono drittini, poi le difficoltà spianano, al
massimo qualche mezzo passo quasi verticale, ma è una rampa verso destra di
gobbette. Solo che il ghiaccio non è proprio piccozza-friendly, spaccoso,
esplode, una crosta di neve ghiacciata lo ricopre. Ma spero che migliori più
su!
La conoscenza aiuta (nel senso che ho già salito questo
tratto), e arrivo in sosta senza penare troppo, anche se sembra più un Alpine
Ice che un Water Ice. Ma confido che sia come sabato scorso, ovvero che
migliori salendo. Ma così non sarà.
La prima sosta è tutto sommato comoda e possiamo starci
tutti e cinque quasi comodi. Io e Critstian recuperiamo i nostri secondi,
arriva prima Giorgio, poi Gianluca che ha sempre la sua spalla dolorante, e
infine Nicola, che oggi sfoggia le sue piccozze alla seconda uscita, ma ramponi
e imbrago sono appena tolti dal cellofan.
La vista da quassù è spettacolare, e anche da brividi vedere
i pendii sopra la Madre. Giorgio decide di tirare lui il secondo tiro, gli
spiego dove si trovi e come arrivare alla seconda sosta: inizia la sua salita
su ghiaccio che poi più su lascia posto a un po’ di neve accumulata.
Parte anche Nicola, e arriva infine la nostra volta. Usciti
dalla sosta e dal breve muretto di ghiaccio, scorgo Nicola più in basso di
Giorgio, esattamente dove fece sosta l’altra volta: ma porca miseria, dovevi
andare più su, metti che poi il tiro che tocca a me non ho sufficiente corda
per salire alla sosta!! Però anche il suo ragionamento fila: “ti ricordi com’è
la sosta qua sopra? Era scomoda in due, figurati in 5!”.
Aspetto che Gianluca e Cristian arrivino in sosta, sarebbe
spiacevole partire per farsi una doccia di mattonelle di ghiaccio a gratis e da
primo. Posso andare, cerco il percorso più agevole, destreggiandomi in modalità
diedro tra queste colonne di ghiaccio: ancora spaccoso ma divertente una cifra.
Le difficoltà sono maggiori che sul primo tiro, già alla partenza
qualche passo a inclinazione più sostenuta è presente, in più sembra di andare
un po’ alla cieca, aggirando i rigonfimenti non si sa mai cosa troverai dietro:
si esplora!
Arrivo così in vista del muretto sotto il quale forse Nicola
volesse che sostassi: ma di corda dovrei averne ancora, mi guardo sulla destra
a cercare la sosta ma nulla. Va beh dai, mo me lo tiro io, qualche metro su dei
buoni 85° che mettono in fibrillazione. Ci manca solo l’uscita in cui le picche
non riescono a trovare ghiaccio ma solo roccia e siamo a posto. Picchia le
picche!
Solo su uno scivolo di neve, quasi comodo ma non certo una
cengia. Altro muretto sopra di me. Mmm, provo a urlare per farmi dire quanta
corda ho, ma il numero che mi pare udire non sembra sufficiente a raggiungere
quel terrazzino su cui ipotizzerei si possa trovare una sosta comoda.
Niente, me tocca far sosta su ghiaccio, nessun problema se
fosse ghiaccio bello, ma questo sembra possedere una discreta quantità di aria
al suo interno. Due viti da 22 e una da 16 fanno al caso mio, spezzone di corda
dinamica e via andare. Intanto osservo Cristian salire circospetto sulla mia
destra: muretto sottile e delicato, forse ho fatto bene a fermarmi qui.
Ci metto un po’ di tempo ad allestire la sosta, voglio
essere comodo ma anche dosare bene le lunghezze del cordino ecc. “Nicola, puoi
partire!” Ed eccolo che agile come un gatto supera i tratti ghiacciati,
leggermente sotto la pioggia di Giorgio e Gianluca. Finchè lo sento dire
“Andrea mi appendo” “cosa?!?!” ed eccolo che carica tutto il suo peso per..fare
qualche foto.
Mi guardo alle spalle, vacca boia che ambiente, guardo giù,
vacca boia che siamo in alto e se siamo verticali, vacca boia che bello.
Ecco il mio amico, due battute e poi si riparte, non che
abbiamo fretta particolare, tanto che oggi la giornata sarà lunga l’avevamo
messo in conto. Però ecco, questa sosta non mi aggrada troppo, qualcosa con due
bei spit, fuori dai maroni, su una comoda cengia sarebbe bello: chiedo troppo
eh?! Forza Nicola, Cristian ha già detto essere delicato il muretto a destra
“ho capito, ma mica posso arrampicarti sopra la testa, se cado ti allargo il
sorriso”, c’hai ragione anche te.
Parte inizialmente a destra, mette giù un paio di viti poi
torna verso sinistra, sopra di me, inevitabile, il ghiaccio migliore è lì.
Adesso inizia la pioggia. Il sole è alto in un cielo azzurro e limpido, ma di
ghiaccio e neve ne viene giù. Passerò i prossimi non so quanti minuti
accucciato, sguardo fisso sui moschettoni della sosta, visiera abbassata e
denti stretti.
Nicola sale e lo sento esclamare il solito mantra “Vigliacc”
“Crrroccante” “Delicato”, solo che quando sento che anche Cristian sale calmo,
porca miseria deve essere davvero duro! Cerco di dialogare con Giorgio e
Gianluca in modo che mi facciano da ponte con Nicola: dieci metri possono
essere sufficienti per far arrivare la voce più in alto.
Alleluja, è finita, sento i tre strattoni che indicano prima
“molla tutto” e poi “vieni pure”: ma Cristian non ha ancora finito il tiro,
sono ancora sotto le sue scariche, aspetto un pochino va la. Chiedo
cortesemente a G&G se possono lasciarmi salire qualche metro, giusto per
uscire da questo posto che sembra l’imbuto di tutto ciò che può scendere
dall’alto. Ok, ora posso andare, crrrroccante!
Qualche metro verticale, per uscire dal balzo tocca stare
raggomitolato per avere anche le picche su qualcosa di decente, poi una piccola
pausa prima che le difficoltà ricomincino. Ghiaccio da salire a diedro, con la
complicazione delle corde di noi secondi che si ingarbugliano tra loro. Tolgo
un loro chiodo e gli lascio uno mio, sento dietro che hanno fretta di tornare a
una posizione comoda e meno “faticosa”, cerco di spicciarmi.
Un bel diedro aperto (che comodità di posizione, sono serio)
e poi la sorpresa: ma dov’è finito il ghiaccio? Roccia erba e terra con Nicola
che mi dice “Andrea, quei ciuffi d’erba hanno un’ottima tenuta alla trazione”,
sono esili come l’erba dei campi da calcio appena tagliata. Cerca qualcosa per
la picca, ficcala nella terra, fiducia sui piedi e uso un po’ di mano, riesco a
issarmi fino alla sosta.
Nel durante ho maledetto (in modo scherzoso) il mio amico,
nel dopo, ma che bello. “Cristian ti manca il Carega per queste cose” sento
dire da Nicola. Arrivano anche gli altri due, S4 raggiunta, cascata fatta! O
no?
Spesso le relazioni parlano che da qui la gente si cala già,
anche se ci sarebbe un ultimo tiro per arrivare sopra, godersi il panorama
della Nord dell’Adamello e rientrare per sentiero. Ma mister A l’abbiamo già
ammirato e ci si cala in doppia. Inizia lo show.
Io “no basta per me, dai la cascata è finita, e guarda li
che traverso secco e liscio e strapiombante su roccia”
Nicola “ ci sarebbe l’ultimo tiro”
Giorgio “oh, se andate io ci provo da secondo”
Gianluca “buon divertimento, io mi faccio la mia longe e vi
aspetto qui”
Io “Gianluca, ci caliamo insieme”
Cristian “io non ci trono qui per fare l’ultimo tiro, oggi o
mai più”
Io “oh va beh, allora vi seguo se andate”
Gianluca “ma porxx xx xx xxxxx xx xxxx xxxx xx xx x x xxx
xxx xxx xxx. Io sto qui!”
Prova Cristian, ma sembra davvero dura. Con le mani nulla di
buono, una presa rovescia e un appiglio troppo lontano che farebbe sbandierare.
Piedi sul liscio. Picche che non arrivano alla neve/terra ghiacciata. Torna
indietro. Io “bon, ci caliamo allora”.
Nicola si batte il petto coi pugni a va a provare lui. Cazzo
ce la fa. Le sue picche sono più lunghe delle nostre e arriva a prendere
qualcosa, si fida dei piedi e via. Mi sa che son fregato. Cristian allora
riprova, scava a cercare un buchetto in cui infila un friend, poi riprova con
passi di arrampicata, e dopo un po’ di penare mette piede su terreno più
consono ai ramponi.
Nicola è la che sale quel ghiaccio al sole: emozionante
scalare del ghiaccio al sole, ma pericoloso per la qualità dello stesso.
Infatti prosegue con calma, ma sale sale, non lo si vede più, la corda scorre,
pochi metri, “Nicola 5 metri!” ma scorre, scorre, finisce, cambio la corda su
cui sono auto assicurato per concedergli qualche metro in più.
Usando Cristian come ponte cerchiamo di capire se sia in
sosta o no, e intanto Gianluca inizia, anzi continua rafforzando il suo
sproloquio “ma guarda te se dobbiamo sempre complicarci la vita, adesso tocca
salire anche a me perché qui in doppia non ci scendete” ecc ecc.
Sembra Nicola sia in sosta, smonto e vado. Ecco, tirami pure
su questo traverso così siamo a posto. Come diavolo posso azzerare? Se mi rito
sulla corda con l’elasticità finisco di sotto. Cordino dal chiodo di sosta per
tirarmi un po’, azzero sul nut di Cristian, afferro la roccia, mi fido dei
piedi, e delicato rimetto gli stessi sulla materia bianca.
Suspence finita. Cerco uno spuntone da tirare un cordino a
Gianluca perché possa azzerrare più agevolmente, ora posso ripartire. È vero, è
bello ed è un’emozione unica arrampicare su ghiaccio al sole (da tempo sogno
una scalata a maniche corte, non goffo come l’omino michelin visti i vestiti da
protarsi), ma che delicatezza. Qualche calcio sfonda le pareti ghiaccio
scoprendo l’acqua che sotto scorre impetuosa.
Con calma si continua la salita, in questo tiro di ghiaccio
ce ne sarà meno della metà, i primi 3m di roccia, il resto su neve. Ma l’ultima
è neve che fa da ponte al ruscello sotto.. Ahhh! Dai che ci siamo, Giorgio mi
supera, le corde girano ancora su loro stesse, poi vedo lassu i miei amici in
sosta, quasi fatta. Gianluca sale, impreca, ma sale.
Eccoci all’albero, con cordone già in loco, ma il panorama è
chiuso da dossi di neve, e Nicola sotto che diceva “dai saliamo, pensa che bel
panorama lassù sul Garibaldi e sull Adamello”, panorama una sega, ma mentre
attrezzano la doppia io e Giorgio saliamo un po’ per vedere qualcosa. Bello
bello.
Dopo che i primi due sono scesi, il sole cala dietro le
montagne. Visto Gianluca, te che ti preoccupavi della qualità della neve sui
pendii sopra le nostre teste a scendere? Tanto scendiamo in notturna!
Facciamo anche presto a scendere in doppia, considerando che
per le prime ci aspettiamo. Ma senza nulla togliere alla volontà e gentilezza
di chi ha messo questi tasselli, c’è da fidarsi poco. Chiodi mezzi fuori,
maglie rapide super esili. Meglio non guardare. Anche perché non c’è molto modo
di rinforzare.
L’altra volta avevamo abbandonato una maglia rapida e un
cordino alla nostra prima doppia: non ci sono più. Mi chiedo chi si metta a
togliere e portarsi a casa queste cose: punto primo, se sono state utili a te,
magari lo saranno a qualcun altro; secondo, è materiale che è li da non sai
quanto tempo..
In un ora e mezzo siamo alla base, meno male, quel nut e
chiodi fuori a metà, brrr, mi sposto velocemente verso gli zaini lontano dalle
scariche. Mentre aspetto i miei amici, mangio bevo e metto a posto lo zaino
(com’è possibile che ho meno roba di prima ma non riesco a farcela stare?!).
Ormai possiamo dire che è fatta!
La tensione si smorza, si ride, si scherza, ci si prende di
nuovo in giro. Nicola “me l’aspettavo più dura, però il ghiaccio era davvero
delicato”. A me si son strette le chiappe invece! Ma tornerei anche domani.
Sono ormai le 18e30 quando lasciamo la base della
Funicolare. Gianluca davanti a tutti corre con le ciaspole ai piedi verso
valle. Aspetto Nicola, magari qualche altra scena stile
gracco nella sterpaglia me la regala. Tutto
il giorno si sono sentiti crolli dalla Madonnina: quando scenderà il candelone
che botto farà! Ma adesso stai pure ancora un po’ lì.
Si fa sera. Il tratto infido è ancora infido, i ponti di
neve tra le rocce più deboli, mi rifiuto di mettere le ciaspole. Finalmente di
nuovo sulla diga, che caldo, ci spogliamo, ma Nicola conserva le ciaspole ai
piedi. “Ehi ma toglile!” “ no mi tira il culo, questi arnesi di merda” “ma fai
le falistre!!”.
Ci fermiamo sulla diga. La luna sopra la cascata, le stelle,
questa magica luce frutto del riflesso della neve. Se all’andata col sole era
un paradiso, adesso cosa sarebbe?! Indescrivibile bellezza della natura.
Bisogna trascinarsi via, costringersi a scendere.
Nicola continua a falistrare anche nel tunnel, solo verso
metà le toglie. Usciamo dal tunnel ed ecco che il telefono squilla: bene, finalmente
prende, così avvisiamo a casa. Detto fatto, il telefono di Nicola squilla
perché è la mia morosa che mi cerca preoccupata. Cazziatone, taaac.
Io testardo continuo a scendere senza ciaspole, Mirko chiama
Nicola, la moglie di Gianluca chiama me, tutto bene, siam vivi. Ma ora metto le
ciaspole che a ben vedere mi alleggerisco anche la schiena, e Nicola subito “oh
oh, vai con calma, non mettere il turbo ora”. Le altre frontali sono ben giù.
Che luna ragazzi, che cielo, un aereo taglia a metà lo
stesso, ma ci vorrebbe una macchina fotografica e dell’attrezzatura per
approfittarne. Passa la malga, inizio a temere l’orso, ma siamo in due, e se
proprio speriamo prenda Nicola! Falistre falistre, poi finalmente toglie le
ciaspole anche lui, arriviamo ai tornanti e infine all’auto.
Sono le 21. Birra di Nicola, panini e finisce pure il
belsone. Gianluca “dai datevi una mossa che andiamo a mangiare e bere
seriamente, tanto ormai tornare alle 2 o alle 3 non fa differenza”. Riempire
bene il baule come all’andata è impossibile, si mette dentro la roba e si
chiude velocemente prima che il castello possa crollare.
Scendiamo delicati, silenziosi in questa bella valle, alla
ricerca di un ristorante pizzeria che troviamo subito. Si ride e si scherza, si
mangia (si versa l'aceto sulla pizza credendo sia olio piccante) e beve con avidità, ma Giorgio è leggermente cotto, faccia assente e non
parla (ha guidato tutta l’andata..). In viaggio, mezzora di guida a testa
mentre gli altri dormono, stasera scatta pure il cambio d’ora! Io domani
qualcosa volevo fare, provare gli scarponi da sci. Ma mi sa che non sarò
possibile.
Rieccoci a casa di Nicola, Giorgio scatta la
foto che
aspettava: come all’andata, stessa ora, ma giorno diverso. 24h (25 col cambio
d’ora). Ottima, bella, avventurosa, lunga chiusura di stagione. Tra mettere a
posto e stendere andrò a letto alle 4e30. Domani giretto in bici e basta.