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domenica 13 agosto 2017

Più in scioltezza ma sempre in freddo: Via Armani alla Torre Prati

Direi che dopo la giornatina di ieri, oggi cerchiamo qualcosa di un po' meno ingaggioso, direi quasi plaisir. Oddio, plaisir in Brenta c'è poco mi sa, ma la via che ieri vedevamo dallo spigolo del Campanile Alto può far per noi.
Colazione con calma, guardiamo le relazioni, e concordiamo sulla meta: si va alla Torre Prati! In tantissimi sono già partiti, noi siamo tra gli ultimi. La giornata è sempre fresca (infatti anche oggi patiremo freddo) ma limpida (per il momento..). Un cartello sul bivacco invernale del Rifugio Brentei non è di buonissimo auspicio, ma le due milf che ci fanno da carota davanti..ce lo lasciano guardare solo di sfuggita.
Risaliamo il sentiero verso il Rifugio Alimonta, estasiati dai paretoni, dal gran diedro, dalle lontane torri: madonna quanta roccia. Giunti al rifugio, la strada da seguire non è chiarissima, mentre la meta è proprio laggiù: ma occorre aggirare delle depressioni in modo furbo.
Un sacco di ghiaia, sassoni, e tac! Trovo pure un vecchio chiodo: di certo mai piantato, ma d'epoca. Senza traccia puntiamo alla parete, la raggiungiamo e così ci ritroviamo su una cengetta stretta ed esposta: perchè il casco non l'abbiamo ancora? Una corda incastrata ci fa intuire da dove si scenda: la salita invece deve essere più avanti. Ma avanziamo troppo, torna indietro.
Rampetta sfasciumosa verso l'attacco, dove scopriamo con nostra sorpresa che una cordata ci precede: avevano altri programmi, ma il freddo al risveglio li ha fatti desistere.. Che siluro il Bimbo di Monaco! Parte Giorgio, come quasi sempre quando sono con lui, e inizia un'altra bella giornata fredda su uno spigolo ovest che non prende mai il sole: dei geni nello scegliere le vie.
Primo tiro con già un po' di pepe: d'altronde la via è data di IV sostenuto, siamo a orecchie basse. Ma le soste sono spittate, e anche la discesa, quindi siamo almeno tranquilli su quell'aspetto. Non fosse che il mio amico sosta su due clessidre con cordone vecchio..
È la mia volta, e infatti dopo pochi metri trovo la sosta ad anello. Ma che bel tiro! Difficoltà continue, esposizione massima, un vero tiro di spigolo! Roccia eccezionale e panorama stupendo (quando lo si può guardare..), cosa volere di più? Un po' di tepore.. Le dita non sentono la roccia..
Da qui c'è da calarsi: Giorgio cala me, io calo lui dopo aver approntato la sosta, e lui riparte. Riparte ma..a farfalle. Sale troppo a sinistra, ma come dargli torto: lo spigolo è già finito, siamo in parete, sotto c'era un passaggio a destra ma non si vedeva. Così gli tocca disarrampicare sul duro, e traversare con un "Andre perdonami, il traverso non ti piacerà".
Riparto io, le difficoltà sono inferiori rispetto a prima ma comunque una vietta che si fa dare del lei. In ogni caso, la soddisfazione di oggi è quella di percorrere una via di Armani: non sono per nulla storico, ma ricordo che questo nome è abbinato a certi vioni che sono dei classici da non farsi mancare.
Va Giorgio ora, un tiretto che ci deposita su una cengia dalla quale dovrebbe vedersi il camino finale. Un po' di sfasciumi che cadono verso basso, verso di me, no good. Titubanti sulla descrizione della relazione, non ci capisce se il prossimo sia l'ultimo tiro o meno: dico già al mio amico che cerco di chiudere la via, ma lui no! Vuole arrampicare ancora, perciò se c'è una sosta intermedia, falla! (ma sì cucciolone!)
Ma la sosta non ci sarà. Un bel caminone poco proteggibile, un'apertura di gambe da far invidia a Carla Fracci, e via verso l'alto, via verso il sole! Il sole, che goduria sarà raggiungerlo.. Fine del caminone, no sosta, a destra pietraia nel vuoto, vado verso sinistra: preso di petto la parete senza mani, ecco che poi sguscio verso il plateaux sommitale. Due spit a terra per una sosta comodissima!
Scomodissimo, una vera rottura di coconets, è il drone. Giorgio me lo aveva già segnalato, ma solo dopo aver fatto sosta lo noto. Lo sento. Un fastidiossimo ronzio che si avvicina sempre più. Zero privacy. Gli mimo il dito davanti alla bocca ("stai zitto"). Nulla. Recupero le corde. Mimo le orecchie tappate ("fai troppo rumore"). Nulla. Recupero le corde. Mimo il gesto di "vai via". Nulla. Recupero le corde. Lo rimimo. Nulla. Recupero le corde. Prendo un sasso in mano (ormai è a 5m da me). Nulla. Recupero le corde. Se ne va dopo qualche minuto ancora.
Ci ritroviamo in vetta, su questi 3-4m quadri che poi calano a picco, ma che ci permettono di svaccarci un po', mangiare, goderci i raggi che ci scaldano, e ammirare il panorama e pure la via di ieri. Niente traversata, meglio scendere presto così il mio amico raggiunge la famiglia a cena. Ma intanto..pausa.
Giù a cercare le doppie, che anche queste avranno il loro da dire. Gigi rovente per la verticalità delle stesse: la seconda che dobbiamo allungare quando siamo a metà perchè non ci fidiamo della sosta nel grottino umido. La terza che arriva a pelo all'anello solo grazie all'elasticità della corda. L'ultima che nel dubbio facciamo con entrambe le corde, rivelando a metà un tettone e uno strapiombo che si scende nel vuoto.
Uff, eccoci alla base, senza incastri di corde ma con un po' di sassaiola presa qua e la.. A ritroso sul percorso di andata, un ghiaione ora caldissimo, un percorso che un po' troviamo e tanto no, e l'arrivo al Rifugio Alimonta molto più affollato di prima. La vista di tante pareti che ci invogliano ad arrampicare ancora..
Niente milf-carota a scendere al Rifugio Brentei, rifatti gli zaini ci fiondiamo giù per non perdere tempo. Fiondiamo, corriamo, incappiamo in chiacchierone che si bloccano in mezzo al sentiero a fare conversazione. "oh ma voi avete arrampicato, e correte pure a scendere?" "oddio che paura, credevo fosse un cavallo" in men che non si dica siamo all'auto. 
Porco cane, io che credevo aver seminato Giorgio, che già mi gustavo i piedi a mollo nel freddo torrente, me lo vedo arrivare quando sono a metà preparativi per la messa a posto della roba.. Uff, pediluvio rimandato.

Qui altre foto.
Qui report.
Qui la guida.

sabato 12 agosto 2017

Dal Basso all'Alto che non vuol lasciarci: Via Hartmann al Campanile Alto

Venerdì partiamo da Vallesinella piuttosto tardi, alle 21e15. In meno di 1h45 arriviamo al Rifugio Brentei, ma sotto l'acqua. Sapevamo che oggi sarebbe piovuto, ma evidentemente la perturbazione è in ritardo. Piove tanto, continuerà a piovere, lavando via quella che era la nostra meta programmata: il Campanile basso, bramato da Giorgio, temuto da me, ma ormai mi ero convinto ad affrontarlo.
Altre cordate desistono, e prima di andare a letto fotografo la fotocopia della relazione di Iacopelli dello Spigolo Ovest al Campanile Alto, che mi ispira un tot: e poi è spigolo, rispetto al diedro asciugherà molto prima. Vediamo domani..
Suona la sveglia, colazione, partiamo carichi. Carichi ma a orecchie basse. Giorgio è davvero determinato, alle 7 contempliamo il panorama fuori dal rifugio, il secco Canalone Neri, il freddo, il vento, le nuvole non del tutto sparite. vacca boia se partiamo male!
Ci incamminiamo vero il Campanile Basso, superiamo l'Alto, proseguiamo ma..i dubbi (sopratutto miei) non lasciano scampo: il Basso non sa' da fare. Ho parecchia paura della severità della via, del freddo, del bagnato. Anche una cordata forte ha desistito, manco si è svegliata. Dai, andiamo a fare la via Hartmann al Campanile Basso.

Ziocca che via!
Risaliamo faticosamente verso l'attacco, con noi abbiamo relazioni un po' scarne. Lo schizzo del fantasioso Iacopelli (che percorre varianti), le descrizioni della guida TCI (ermetica come Quasimodo), un report recente su on-ice che fa ben sperare. Ho capito, tiriamo fuori chiodi e martello.
Troviamo la cengetta con l'ometto che segna l'attacco della via, e parte Giorgio: squadra che vince non si cambia. Bene, così facendo a me tocca su L2: la fessura in dulfer. Fa un freddo cane, siamo vestiti ma le gambe tremano e le mani hanno scarsa sensibilità. Timorosi dei gradi brentiani, ci mancavano pure le condizioni meteo.
Vado, ci penso un pochetto, poi riesco a superare il passaggio dopo qualche passo falso: resta da percorrere una cengia detritica e arrivo in sosta facile. Beh dai, allora andiamo bene! Non dire gatto che manca ancora L5.. Ammiriamo il paesaggio intorno, ma meglio muoversi. L3 e L4 vengono superati bene, e ancora trovando la via.
Il diedro di L5 è piuttosto evidente, non si può sbagliare. Ed è pure piuttosto sostenuto: infatti ci perdiamo parecchio tempo nel vincerlo.. Tocca al mio amico, che impiega il suo tempo e supera con soddisfacente fatica i vari passaggi che la montagna offre. Salta pure la vera sosta, e così facendo (come mi aspettavo) iniziamo a interpretare la via a modo nostro.
Passo anche io, cercando di scaldarmi le mani col fiato. Riparto, e finalmente sbuchiamo al sole: godiamo, ma davvero. Vacca boia che freddo! Siamo così sulla prima spalla, probabilmente la cengia che ci raccontava il ragazzo incontrato in avvicinamento. Libera interpretazione, vedo un ometto molto a destra e ci vado (tiro con della conserva in mezzo).
Pare logico qui, e c'è pure un chiodo. Integro e recupero il mio amico già partito da un po'. Sale lui ora, ma mi pare stia troppo a destra, e quando vado io mi convinco sempre più di ciò. Si potrebbe dire che siamo finiti fuori via, ma la verità è che credo che ogni cordata che ripete questa via..la faccia un po' a modo suo.
Giunto in sosta devo capire come tornare sullo spigolo, molto più a sinistra di noi. E per farlo, quale miglior soluzione che andare verso destra? Ahah! Ma dritto e a sinistra sono rocce gialle, lascia stare va. Non che la nostra variante sia all'acqua di rose, direi che del IV con iva lo abbiamo salito: ma che roccia tagliante!
Tirando la corda come un ossesso (Giorgio è già partito in conserva, gulp) raggiungo due chiodi che direi mi indichino che andiamo bene. Intanto osserviamo delle cordate che raggiungono la cima della Torre Prati: foto molto estetiche! Dai cerchiamo di darci una mossa che la strada è ancora lunga.
Con un tiro di corda il mio amico arriva sulla seconda spalla. Ma siamo sicuri sia la seconda spalla? Non ci capiamo più una mazza, buttiamo via la relazione e andiamo a caso che facciamo prima. Intanto devo sorbirmi un tiro su una cengia verso sinistra, tornando all'ombra e dovendomi fermare trovata una clessidra e un chiodo perchè la corda non viene. Bel tiro, già già.
Giorgio va a scalare la parete sopra di noi, lo spigolo resta a destra. Via dello spigolo, non so se abbiamo fatto nemmeno un metro di spigolo! Anche a lui la corda tira, si incastra, e niente, gli tocca far sosta prima di quello che sperava. Intanto le nuvole si fanno molto più presenti e iniziano a minacciare. Doveva essere una bella giornata..
Interpretazione personale, salgo dritto che almeno cerchiamo di capire a che altezza dello schizzo siamo finiti. Faccio sosta, e finalmente qualcosa ci capiamo: siamo sulla terza spalla, tocca fare la calata pure, mi sa che la dietro c'è il profondo intaglio e davanti a me sull'altra sponda c'è il cengione che però può farci scappare verso le Bocchette in anticipo.
Arriva Giorgio, va avanti qualche metro, in effetti c'è la calata: alleluja sappiamo dove siamo! Cala me in moulinette, faccio sosta del ghiacciato intaglio (c'è la neve di stanotte), lo calo anche lui, e gli pavento la via di fuga della cengia sopra.
Parte per il nostro L13, incappa in un cuneo spolto e ben presto esce mentre cade qualche goccia. ma noi siamo tranquilli perchè lasciamo qui la via. In fondo Iacopelli la lascia qui: zommo la foto e si vede chiaramente una frecciona sul suo schizzo verso dx sulla cengia!
Pisciatina, e con calma parto a camminare sulla cengia. Si scorre per un decine di metri, vacca boia che camino pauroso, ma andiamo avanti verso la salvezza, verso la discesa! Verso sto cazzo. La cengia finisce cieca. Riguardo la foto dello schizzo, zoomo, mi sposo a dx e vedo che la freccia era di trasferimento: Altri 4 tiri per arrivare all'intaglio di discesa e altri per la cima. Il Campanile Alto non ci vuole abbandonare.
Recupero Giorgio e gli do la notizia. Lasciamo stare la guida TCI, seguiamo Iacopelli che va su più facile: di nuovo andiamo a sentimento personale. Torna indietro, passa il camino pauroso, sosta, spacca l'imbraco col martello che si incastra in una roccia: ma porca vacca!
Parto per fare un tirone, e infatti mi proteggo poco, ma voglio concludere presto questa avventura. Vado finchè la corda non è quasi finita, dove riesco a fare una sosta con un buon spirito di fantasia. Recupero Giorgio e lo faccio partire presto. Siamo un po' demoralizzati per via della via di fuga cannata. In più, mi sta venendo il dubbio che invece quella fosse davvero la discesa: questa parla di un camino gigante.. Ma ormai siamo qui, amico sali all'intaglio e vediamo.
Va per rocce non troppo solide, tanto detrito, ma con un tiro unico arriva all'intaglio. Lo raggiungo, rileggiamo la relazione e no, la discesa è dall'altro versante: meno male! Mangia qualcosa in fretta, sono le 18! Nessuna idea di salire in cima (altri 4 tiri?!), già volevamo ritirarci prima.. Cambio scarpe, e di nuovo il Campanile Alto non vuole lasciarci andare: a Giorgio cade la macchina fotografica nel canale risalito. Calalo a recuperarla, e ora scendiamo!
Qualche passo di disarrampicata esposta, e poi ecco una calata nel caminone gigante. A questo punto non ricordo se abbiamo fatto 2,3,4 doppie, ne quanto lunghe: probabilmente una con mezza corda e poi due con entrambe.. Fatto sta che ne abbiamo fatte finchè si poteva, giungendo fino alla Bocchetta degli Sfulmini, tra accidenti al vento che mi spostava le corde quando le lanciavo giù..
Arrivare alla bocchetta, vedere il cavo d'acciaio del percorso ferrato delle Bocchette Centrali..sollievo. Nebbie che salgono dalle valli, si infilano in mezzo alle guglie, il silenzio, le ombre, le luci: paesaggio suggestivo e che ora che ci sentiamo relativamente al sicuro possiamo apprezzare. Ma che avventura!
Percorrendo gli untissimi metri di una delle ferrate più famose al mondo (e si vede), giungiamo sotto al Campanile Basso, lo aggiriamo, ci spostiamo sotto la Brenta Alta e possiamo ammirare la vertigionosa parete del siluro che doveva essere la nostra prima scelta di oggi. Cavolo che impressione che fa questa parete..
Abbeveratici alla fonte Detassis, arriviamo nei pressi della Bocca di Brenta che il sole illumina ancora tutta questa magnificenza: beh dai siamo fortunati, alla fine coi nostri tempi siamo riusciti a fare pure la discesa senza traffico, senza intoppi, senza schiamazzi. Una sosta per avvisare i nostri cari che stiamo bene (uno scherzoso "Campanile Basso is for boys, Campanile Alto is for Man" al maestro Nicola), e poi via verso il Rifugio Brentei, affamati come lupi!
Ripassiamo sotto il Campanile Alto, ne osserviamo il profilo, cerchiamo di districarne la via percorsa, di capire se e dove abbiamo sbagliato. Sbagliato? Che brutto termine. "Capire dove abbiamo personalizzato" suona molto meglio! Arriviamo al Rifugio Brentei alle 21e15, giornata lunga, e mentre tutti sono dietro a sbevazzare il post cena, noi birra, minestrone e formaggio come se non ci fosse un domani.
Che facciamo domani? Beh dopo oggi vediamo qualcosa di più tranquillo. Il mio amico va a letto, me ne esco a cercare qualche stella cadente, che ho bisogno di una mano dal cielo per districare certi pensieri. Ripenso anche alla via di oggi: come battesimo in Brenta, niente male..

Qui altre foto.
Qui report.
Relazioni sulla guida di Iacopelli e sulla CAI TCI.

sabato 15 giugno 2013

Una ciambella col buco: Canalone Neri

È tanto che non mi capitava di commuovermi su una cima. Oggi è uno di quei giorni. Una gran faticata, una tirata senza soste sonno, tutto d’un fiato, in buona compagnia, una bella giornata, un bell’itinerario, panorami mozzafiato, neve a metà giugno. Semplicemente superbo.
L’allenamento per il grande progetto prevede che ci sia una giornata “Andreata”: una salita di contenute difficoltà tecniche, ma lunga ed estenuante, per mettere alla prova fisico e mente. Avevamo messo in calendario lo Scivolo Nord della Presanella, poi sfumato per troppa neve e maltempo ma da me e Riccardo e Lorenzo salito settimana scorsa, e il canalone Neri. Che comunque al di là dell’allenamento, stavano nella mia to do list da tempo.
Adesso è tempo di agire, Canalone Neri sia. Ci spaventa un po’ lo zero termico a 4000 metri, ma bisogna andare. Tutti carichi, sei baldi speranzosi verso un sogno. Zaino pronto dal giovedì mattina, è stato imposto di minimizzare il carico di roba per poter entrare in sei dentro alla multipla. Si gioca a tetris nel bagagliaio.
Finisco lavoro, il tempo di fare una doccia veloce, ingurgitare un panino e Riccardo passa a pendermi. Al casello ci si trova con Gianluca, Nicola e Roberto, ad Affi prendiamo su anche Mirko, e diamo sfogo alla fame sulla pizza e pane fatti in casa dello chef Nicola, e la birra artigianale di Roberto. Iniziamo quindi col piacere dell’abbuffata sulla panchina. Proseguiamo con la colazione in autogrill alle 21 di sera, doveroso passaggio portafortuna.
Ma avvicinandoci a Madonna di Campiglio..le nubi! Il cielo non è sereno! Perché?! Beh, in realtà le previsioni davano pioggia debole, ma nessuno se ne era curato, e chi se ne era curato si era guardato bene dal rendere partecipi gli altri: tanto saremmo partiti comunque. Eccoci al parcheggio, ci si prepara alla gran nottata/giornata, ci mettiamo in marcia che è ancora venerdì. E che caldo fa.
Pochi passi e siamo già grondanti di sudore, ci si sveste per rimanere solo con la maglietta. Penso alle condizioni della neve della settimana scorsa trovate in Presanella, alla neve trovata successivamente, e tremo. Sopra di noi le nubi, non si vedono cime ne stelle. Al Casinel ci ristoriamo con l’acqua non potabile della fontana, e io mi faccio un bel giro in altalena: col peso dello zaino divento un pendolo senza attrito, continuo a oscillare senza fermarmi. E il pensiero che corre alle luci di Madonna di Campiglio laggiù è unanime: “pensa a quanti staranno trombando, e noi qua”.
La salita si impenna, il polsino asciuga il sudore ma presto si impregna anche lui. Uno scorpione sul sentiero super incazzato ci mostra come la montagna in tutte le sue sfaccettature ci combatta. Poi la salita diventa un saliscendi, un po’ di neve appare sul tracciato, dopo ne pesteremo ben di più. Un divertente passaggio in una strettoia di roccia, con all’interno una cresta di neve ghiacciata e Roberto che dice “beh, per chi ha fatto i Lyskamm sarà una passeggiata questa crestina!”.
Il tempo passa, ma non ce ne accorgiamo, immersi nel buio illuminato solo dalle nostre scarse frontali sembra di essere chissà dove lontano dalla civiltà. A differenza della presa nella siamo solo noi, e la cosa un po’ mi preoccupa. Poi, inizia a piovere. Una pioggerella fine fine, che non bagna tanto, ma rompe le palle, presagio di qualcosa di peggio? Speriamo di no.
Arriviamo al Brentei, chiuso, non riusciamo a trovare il locale invernale (scopriremo che è un po’ distante dal sentiero) e ci rifugiamo al coperto della tettoia della funicolare per il trasporto di materiale. C’è chi vorrebbe fermarsi a dormire, in fondo non si vede una cippa, siamo poco più bassi delle nubi, e ciò non ci concede di capire dove andare a cercare l’attacco del canale. Mangiamo, beviamo e ci vestiamo, ed eccolo che appare come un miraggio nel deserto, fugace schiarita delle nuvole e Gianluca dice “no no, andiamo, è già tardi”.
In marcia, ma le nubi son tornate, seguiamo il sentiero per il Passo Brenta, ma lo seguiamo troppo. Ci affidiamo alla tecnologia del GPS, per scoprire poi che stiamo seguendo la traccia della normale. Fasi concitate di ricerca del sentiero o della traccia o di qualsiasi segno che possa indicare la via. Dopo aver percorso un bel pezzo di sentiero capiamo che siamo troppo avanti, bisogna scendere nella valle che giace sotto di noi e risalire. Sì, ma prima bisogna tornare indietro, perché sotto di noi sembra un po’ troppo ripido.
Io e Riccardo indietreggiamo decisi, via di corsa alla ricerca di una possibile discesa per svallare. Ma gli altri non arrivano, aspettiamo, torniamo a salire verso il passo e li troviamo laggiù ormai scesi che cercano come risalire sull’altro versante. Via giù anche noi. Maledette nubi. Le frontali impazzite scansionano rocce e neve, alla ricerca di un passaggio agevole per arrivare all’attacco.
Arriviamo anche io e Riccardo, calziamo i ramponi perché ormai la neve diventa molto presente, e si vede e intuisce che le pendenze aumentano. Parto deciso, finalmente eccitato al pensiero dei polpacci che mordono, salgo e cerco, le nuvole non concedono una visuale sopra le nostre teste da permettere di capire dove andare, e le tracce sono troppo vecchie e mischiano con le pozze create dalle temperature alte diurne.
Arrivo a un grosso masso, ci salgo sopra per cercare di capire qualcosa, ma invano. Arrivano gli altri, cerco un po’ a destra e sinistra di vedere qualcosa ma niente. Ed è sempre buio. Nicola propone di fermarsi li a dormire una mezz'oretta per aspettare che rischiari, Mirko mi dice che Riccardo sta già dormendo, Gianluca e Roberto partono alla ricerca forsennata. Alla fine il canale deve essere qui, vedo una bella distesa di neve che sembra continuare verso l’alto.
Vado a cerca Gianluca e Roberto, troppo convinti che il canale sia li mi dicono di chiamare gli altri. E così è, saliamo un po’ e le nubi se ne vanno, lasciandoci ammirare il canalone. È ora di fare sul serio.
Saliamo un po’ scomposti, le cordate previste sono io con Nicola e Mirko, Gianluca con Riccardo e Roberto. Ma le pendenze iniziale non indicano necessità di legarsi, e quindi partiamo in slego sullo slavinamento alla base. Il cielo inizia a prendere luce, nessuna traccia delle nuvole che ci han fatto perdere un buon 45minuti alla ricerca dell’attacco, cielo sereno e condizioni delle neve discrete. Sprofondo un po’ ogni tanto, ma riesco a trovare qualcosa di solido su cui spingere. O meglio, sprofondando si crea questo solido.
Infervorato salgo davanti a tutti, le gambe stanno bene, anche se so che il canale è lunghetto, ma so anche che è meglio sbrigarsi perché appena il sole sorgerà le pareti del Crozzon si scioglieranno: e parlo sia di neve che di roccia. Cerco comunque la miglior via di salita, dove possa trovare la neve più dura, visto che qui non ci sono i gradini come sulla Presanella, ma è tutto da tracciare. Tutto.
Felici come delle pasque perché ci troviamo nella nostra sala giochi, allegramente cerchiamo il cielo, ma ci troviamo sempre incassati tra due paretoni di roccia. Si entra nella rigola centrale del canale, offre la neve migliore da pestare, anche se è l’imbuto di tutto ciò che viene giù dalla montagna. Una picca sola è sufficiente, ma l’altra mano non sta a guardare e si appoggia alla neve.
Ma che bello ma che bello. Il ginocchio è lassù che ci fissa, sarà quello il tratto chiave da superare. Siamo ancora slegati, d’altronde anche Nicola dice “se dobbiamo legarci per poi non mettere giù niente, meglio stare slegati”. Niente mi ferma, salgo con qualche pausa per riposare un po’, chi sta sotto mi segue in fila, un po’ agevolato dai gradini presenti.
La luce rischiara sempre più, finché scorgiamo la valle vediamo un tappeto di nubi sopra la Val Rendena. E ci avviciniamo al ginocchio. A sinistra si passa, ma c’è una rigola che indica che li scarica tutto, e poco sopra si vede distintamente una cascata di acqua che non capisco se faccia diventare la rigola un ruscello o meno. Ma anche a destra c’è sufficiente neve per passare, e decidiamo di andare di li. Uscire dalla rigola per spostarsi a destra, obbliga a salire un murettino stando un po’ delicato, ma la neve è buona. Passo di sopra e ricomincio a salire.
Qui la pendenza è ben più marcata, 60° direi ci stiano tutti, e la neve non è troppo dura, ma sceso 40cm si fa fondo. Forza e coraggio. Mi si chiede di fermarsi a mangiare qualcosa, son d’accordo, ma non qui che pigliamo ciò che il Crozzon non vuole più attaccato a lui, meglio un po’ più su per superare il ginocchio e tornare al centro del canale. Ma questo tratto è ben più lungo di quello che sembrava! Riccardo mi segue, gli altri restano un po’ indietro. Supero questo tratto, mi sposto a sinistra e traverso un po’ per spostarmi dalla parete. Non è confortevole strale sotto.
Beh, bel traverso urca! Aspetto Riccardo, non vedo gli altri che sono rimasti dietro la costola nevosa. In realtà si stanno legando anche, ma dopo la pausa ristoratrice, ho troppo freddo per aspettarli: i pantaloni sono belli bagnati per l’appoggio continuo contro la neve, e le mani pure. Si riparte per cercare la rigola centrale che deve avere una neve ben più compatta, traverso salendo un pochino e vedo che gli altri sotto invece stanno traversando salendo molto meno.
Già da prima del ginocchio sapevo aver vinto una birra da ciascuno di loro per la tracciatura del canale fatto, Riccardo più sotto disse “ti facciamo andare a casa ubriaco”. Ora la neve si alterna parecchio, ma la cosa più carina è che la rigola in certi tratti si stringe a tal punto da passare appena appena, e in altri tratti è profonda a tal punto da essere totalmente dentro. In altri tratti, entrambe le cose. E inizia a scaricare neve, ghiaccio e ghiaino. Meglio sbrigarsi.
Ma le gambe iniziano a farsi sentire, normale. Sono anche un po' di ore che il mio fisico non ha il tempo di recuperare energie con una buona vecchia dormita! Inizio a contare. È la tattica che ho sentito dire a Moro. Già, ma lui la adotta a 8mila metri. Conto 30 passi, 40 quando sono bravo, poi pausa. E così fino alla fine. Sì perché l'uscita, il cielo, sembrano a un tiro di schioppo, ma ce ne è ancora. Questi 900 metri di canale ci sono tutti.
Gli ultimi metri hanno la neve peggiore, come era logico aspettarsi, ma ormai la lacrimuccia è lì pronta a uscire. Eccomi fuori dal canale e praticamente già in cima. Sì perché la caratteristica di Cima Tosa è quella di essere un pianoro sommitale, che con la neve è piallato a mo di balcone sui monti intorno. E come non mi succedeva da un po' di tempo, mi commuovo.
Panorami mozzafiato, un ambiente che sembra di essere ancora a marzo, la solitudine dell'ambiente, una soddisfazione per la salita compiuta, l'attesa per quelle che verranno, la compagnia, la montagna gigante e noi piccoli. Video di vetta.
Foto d'obbligo, ma tante. E fame e sete. Diamo sfogo alla gioia anche così, aspettando gli altri quattro, che ben presto escono anche loro dal canale. Anche loro belli felici: li aspettiamo sulla cima, si inizia a stringere le mani e battere un cinque, anche se preferirei aspettare di esser giù. Mirko è un po' cotto, si sdraia sullo zaino a godersi il sole, come non capirlo. Scrocco un po' d'acqua a Nicola, il mio litro e mezzo è quasi ancora intatto, ma mi tira il culo tirarlo fuori dallo zaino, e così alleggerisco anche le spalle di Nicola, no?!
Cazzeggiamo abbondanemente (Riccardo che si fa le foto alla Messner), inizio ad aver voglia di scendere, anche perché mi sto addormentando in piedi. Io e Riccardo ci uniamo alle cordate e iniziamo a scendere, per fortuna potendo usufruire di tracce di chi ci ha preceduto: ma oggi siamo solo noi. Occhiali da sole d'obbligo o si diventa cechi, altro che pugnette. Qualche indecisione sulla strada da prendere, ma sembra evidente si debba scendere li.
E siamo alle doppie: il caos. Troviamo l'ancoraggio buono, ma Gianluca si avventura in un camino e perde i guanti, Riccardo si fa calare ma non trova la sosta successiva, parapiglia, a un certo punto ci troviamo in sei persone su quattro cenge diverse. Alla fine ce la facciamo a scendere, e adesso è solo neve marciotta da ciaspola che scappa via verso valle!
Le nubi che salgono minacciose dalla valle di Molveno non mi piacciono, e cerco di andare avanti per trovare la strada prima che la nebbia ci avvolga: in realtà sarà inutile, perché la nebbia non calerà, meglio così. Mi fermo un attimo non vedendo più nessuno alle mie spalle, e contemplo la grandezza e la selvaggiosità del Brenta. Medito sul fatto che ci abbiamo fatto più giri quest'inverno che tutta la vita, strano.
Ecco Gianluca, nonostante sperassimo il rifugio Pedrotti fosse li dietro, non c'è. Ho già consultato la cartina, ma devo comunque convincere Gianluca che dobbiamo farci tutto quel traverso per aggirare Cima Brenta Bassa e arrivare alla Bocchetta Brenta, poi è fatta (circa). Inizio a vedere tutti i puntini corrispondenti a anime umanoide arrivare verso di me, riparto.
Il traverso in queste condizioni è infimo, meglio togliere le ciaspole, anche se si va giù un pochino. Dai, gli ultimi sforzi (mi autoilludo). La neve termina e ci ritroviamo sul sentiero, e questo porta fiducia sulla vicinanza del rifugio, che appare. Ahh.. Per me e Riccardo breve pausa, ho fretta di arrivare giù per due motivi: 1. non prendere il temporale (qui vicino abbiamo gli Sfulmini, e se si chiamano così..), 2. devo prendere un treno e bermi il Mojto sulla spiaggia. Chiedo le chiavi della macchina a Roberto e partiamo.
Passiamo sotto una parete che piscia acqua di continuo, e l'acqua è calda: quanto picchia il sole. Altri sforzi per vincere la Bocchetta Brenta e scolliniamo di la, dove ci lasciamo andare sulla neve pastosa. Non si vede la fine d questa discesa, ma ormai siam qui, e abbiam voglia di birra.
Vorremmo metterci in mutande per il caldo, fermarci a dormire e svaccarci, se avessimo della birra fresca nello zaino lo faremmo, ma i viveri vanno cercati nell'auto. Solo ora penso che da quando siamo partiti ho la corda nello zaino, a mo di zavorra morta visto che non l'ho nemmeno usata. Pazienza. Passiamo a lato della bestia domata, che nasconde la sua sommità in mezzo alle nuvole. Forse si vergogna di non averci dato abbastanza filo da torcere.. Brentei raggiunto, e una famigliola ci guarda come se fossimo dei marziani, bah.
La noia del non perdere quota subito, anzi, ci sono ancora salitelle da fare, e i piedi non sono entusiasti, già da più di 12 ore sorreggono il peso di corpo e zaino. Almeno all'andata era tutto buio e non abbiamo visto nulla, ciò da un sentore di novità al percorso e lo rende meno noioso. Voglio solo arrivare alla macchina, denudarmi e buttarmi nel ruscello.
Casinel, finalmente, ignorando la gente seduta ai tavoli e l'odore che posso emanare, faccio slalom tra la gente e mi abbevero alla fontana, ripartendo poco dopo temendo la difficoltà di ripartenza dopo una pausa all'ultimo km. Incrocio altra gente armata a tal punto da lasciare intendere che punti anche lei al Canalone Neri, ma loro stanotte dormiranno e spezzeranno la salita in due. Questo parcheggio non arriva più, poi finalmente eccolo!
Arrivo alla macchina, non faccio in tempo a contare fino a 5 e sono già in mutande, Riccardo mi ha raggiunto che dopo essersi cambiato corre sulla panchina a dormire, io a lavarmi i piedi nell'acqua gelata. Poi provo a dormire anche io, ma non ce la farò. Azzanniamo l'ottimo pane di Nicola. Dopo un'ora e mezza arrivano gli altri quattro, dai che tardi, il Mojto aspetta!
Saranno tutti felici quanto me per la giornata vissuta? Fieri per l'impresa compiuta? Frettolosi per il treno in partenza? In macchina dormiamo a turno, in tre si scambiano la guida, beviamo la birra di Roberto in macchina per non perdere tempo. Arriverò a casa in tempo per fare una doccia flash e volare in stazione, perdere il treno a Carpi, arrivare a Modena e constatare il ritardo del treno, salire, stare in piedi fino a Bologna, dormire poco, e a Cesena rimanere bloccato e perdere il portafoglio. Riuscirò ad andare a letto alle 3. Che giornata intensa, ma domani svacco totale in spiaggia.
Una tirata senza senso? Un alpinismo di forza ma poco contemplativo? Per me no. Una giornata vissuta fino all'osso, forse anche di più. più di 2000m di dislivello e 21km percorsi. Almeno per me, non sarà l'ultima nel suo genere. E ora ci sentiamo più pronti per nuove sfide. Ne è valsa la pena? Sì, come sempre.

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