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sabato 24 ottobre 2015

Dal Lago alla cima atto 3: Cima Valdritta da Assenza

Ci risiamo: dopo l'atto 1 e l'atto 2, ecco la terza volta che salgo su una cima del Baldo partendo direttamente dal livello del Lago di Garda. In realtà il terzo atto nasce poi dalla "scoperta" del Baldo Vertical Run che però non ho potuto nemmeno valutare di disputare in quanto occupato in impegni istituzionali. Da tempo agognato, oggi è la giornata giusta per provarci. 

Parto di buon ora, ma nemmeno troppo presto: non ho voglia di iniziare a camminare con la frontale. Una ricognizione automobilistica sulla Gardesana nei pressi del paesino di Assenza, non mi permette ancora di individuare la partenza del sentiero (è sempre stato difficile trovare i sentieri che partono nei paesi), ma trovo un parcheggio comodo. E visto che l'alba è ancora lungi dall'iniziare, mi concedo un sonnellino. Mi sveglio e mi accorgo che potevo evitarlo! 

Mi vesto, credevo ci fosse più freddo, ma nel mio zaino sono sempre pronto con un po' di tutto, comprese un bel po' di scorte di cibo, 3l di acqua e un gatorade. Posso anche bivaccare coi camosci! Scendo verso la piazzetta del paese e scopro che i macchina ero passato esattamente sotto il cartello del 654, che indica la partenza per l'ascesa al Rifugio Telegrafo, 2100 D+, data 6h dal cartello. In meno di 3h ci arriverò. 

Si inizia su stradina asfaltata in mezzo a muri che racchiudono piccoli giardini segreti colmi di olivi, si attraversa il paese di Sommavilla e poi si abbandona la civiltà inerpicandosi in mezzo ai boschi del Baldo. Ci rifletto solo ora, ma un'ascensione di un tale dislivello permette di vivere molti ecosistemi di piante uno diverso dall'altro e dipendente dalla quota. 

Il bosco ancora fitto permette pochi scorci panoramici sulle montagne della sponda ovest del lago che si illuminano lentamente. Assordanti invece gli spari che si odono. un po' di strizza quando sento intorno a me muoversi qualcosa, e vedere solo dopo parecchio tempo che si tratta di un cane. Anche se dalle dimensioni, dal colore, e dal luogo..mah, chissà se era un cane. 
Guardo poco l orologio, testa china e salire, ma arrivato a Malga Zovel, 900m D+, uno sguardo lo concedo e son ben lieto di averci messo solo 1h. Pratone panoramico sul lago dove vale la pena fermarsi un attimo a rifocillarsi, anche se non per molto visto che sono ancora in ombra e il sudore da fermo fa effetto frigo. Poi la vista del cacciatore con la doppietta in mano che passeggia fianco a me, non mi rende tranquillo. E oggi ne vedrò altri tre di questi!


Si riparte su un tratto di strada asfaltata, seguo i segni del BVR, si rientra nel bosco, che adesso è una faggeta colorata di giallo e rosso. In realtà da qui fino a su ho già percorso il sentiero 654, ma in discesa, ed è tutta un'altra cosa. Oggi ne apprezzo la scoperta dietro ogni angolo, ogni svolta, di un paesaggio leggermente diverso, un bosco che lascia man mano spazio alla roccia, che appare qua e la, prima con piccole placche nel verde e poi con belle pareti al sole. 

Ma io sono ancora all'ombra, e si sente, e si vede: brina rigida per terra! Scorgo dove salirò i prossimi metri, ma ancora della cima nessuna traccia. Tutta questa roccia, questo calcare vergine e tagliente mi insinua una voglia di arrampicare che faccio fatica a contenere: cerco di ricordarmi che il tempo stringe e di andare. Poi quando inizio a pestar neve, va beh ciao, datemi le picche! 

Scorgo il primo camoscio della giornata, il bosco che finisce e il sole che scalda i prati dove passerò a breve, finalmente del calduccio. La nord della Vetta delle Buse dove corrono alcune vie, e dopo tanto, ecco laggiù il Rifugio Barana: uno sguardo alle mie spalle mi rivela quanto sono salito e quanto sia blu l'acqua del Lago di Garda. Riprendo a camminare, da solo, verso il cielo. 

Eccomi al rifugio, avevo già valutato se fermarmi a prendere una birra, però saggiamente opto per la versione salutista e la evito. Guardo l'orologio: fin qui dovrei aver percorso il BVR, 2100 D+ e..in meno di 3h! Sono ben soddisfatto, allora la gamba c'è ancora, considerando che me la sono presa con un po' di calma, fatto foto, ecc. Andiamo in vetta. 

Cima Telegrafo, eccoci qua. Momento per mangiare qualcosa, bere, e godersi un po' di panorama. L'Appennino che galleggia sulla foschia della pianura, i giganti della Val d'Aosta, il gruppo dell'Adamello e del Brenta, e le Dolomiti piccine da qui, giganti quando ci sei dentro. 

Confermo in cuor mio parte del piano che avevo, ovvero arrivare anche su Cima Valdritta, la più alta del gruppo. Quindi via giu per la cresta e poi per il sentiero, costeggiando una conca a nord ovest bella bianca e coi camosci che brucano il brucabile. Ora il sole è bello carico. Incontro un signore al quale chiedo info di percorribilità dell' ultima parte del piano, la discesa per sentiero 5 e 7. 

Ed in men che non si dica (circa) anche Cima Valdritta è conquistata, e mi sento anche bene e in forma. Contentissimo. Per ora. Resto poco, che la strada a scendere è bella lunga! 

Scendo di nuovo alla Forcella Valdritta e mi inoltro in un terreno a me sconosciuto, ma non ai camosci che anche qui abbondano. Abbonda però anche la neve, la quale mi procura parecchi mezzi scivoloni alcuni dei quali salvati in extremis da una mano veloce a sostituire la gamba. Solo che, fa male il ginocchio. Inizia l'agonia. 

Mi godo e sogno altri lastroni di roccia da esplorare, chissà un giorno che vorrò fare l'alpinista serio. Breve risalita e il paesaggio cambia radicalmente: dietro di me la pietrosa Valdritta, davanti a me un bosco di mughi con un sentiero di radici e ghiaccio. E dei bei scorci verso il lago nord. 

Sognando lo Spigolo Bianco, vedo altri spigoli, paretoni, che emergono dal verde del bosco e come sirene mi invitano a metterci il naso, maledetti tentatori! Fantastica la roccialavorata che trovo in un tratto, paurosa la potenza dell'acqua! 

Rientro in mezzo ai faggi, ecco un bivio! Mangio qualcosa ma rabbioso per il dolore e per la consapevolezza che c'è ancora strada.. E che questo non è il bivio col sentiero 7! Ma eccolo che arriva finalmente, un miraggio. Ma è una staffetta di miraggi, e lo sarà fino all'auto.
Il bosco colorato d'autunno, la fugace vista sulle cime bianche, i camosci (così in basso?!), gli spari, tutto a far da cornice a questo scemo che oggi ha deciso di spaccarsi di fatica, e invece vorrebbe scendere in funivia. Altri mille metri di salita li farei, ma 500 di discesa no.
Finalmente arrivo all'incrocio con l'altro sentiero, passo sotto il traliccio come correttamente narrato dal signore lassù e poi la scelta: scendere rapido per poi farsi un pezzo di Gardesana, o prenderla più larga e stare più tempo su sentiero? La seconda ovviamente, che mi comporta anche una risalita. 

Sento fischiare, una sorta di richiamo per delle bestie. Vedo un cane da caccia, faccio rumore per far capire alla doppietta pazza che non sono qualcosa da abbattere. Lui esce dal cespuglio e alla radiolina dice ai suoi compari "escursionista!": mi assale un po' nervoso misto paura. Ma se questi qui sparano a qualcosa nel bosco, come fanno a esser sicuri di non beccare me? 

Continuo veloce, che bello un po' di salita, poi di nuovo discesa. Arrivo di fianco a quella che doveva essere una fortezza di guerra ricavata nella roccia: due spioncini e un tunnel per entrare. Entro o non entro? No lascia stare, ci manca solo ci sia qualche bestia dentro. E di fianco c'è l'Eremo di Benigno e Caro, ultima tappa.

Ma come non fermarsi a questa panoramica panchina? Un doveroso spuntino e qualche minuto di contemplazione. Poi ricomincia il calvario della discesa, a rallentatore: sono più lento a scendere che a salire, roba da matti. Odo il rumore della civiltà, rientro in mezzo agli ulivi che segnano il basso Garda. 
Un ultimo sentiero in mezzo agli ulivi mi riporta a Sommavilla, dove nello stesso punto c'è lo stesso gatto di stamani! Che come stamattina prende paura al mio passaggio (sarà mezzo sordo..). Passo di fianco all'auto, ma la foto da fare è quella con gli scarponi sul lungo lago: dal livello del Lago di Garda alla cima più alta del Monte Baldo, fatto. 

Ma oltre alla "performance" sportiva (di soddisfazione personale, perchè di gente più forte di me ce ne è a bizzeffe), è l'attraversamento di biotipi, paesaggi, viste, che ti appaga dentro. La varietà.

Qui altre foto.
Qui report.

martedì 2 giugno 2015

Inaspettata per tutti i versi: Nord Gran Paradiso

Combinare tutti gli impegni, gli affetti, gli amici, il tempo, le condizioni, il meteo, dura la vita. Le idee di tutti erano altre, il Gran Paradiso la terza scelta per alcuni mentre io manco lo prendevo in considerazione (ci ero già stato), ormai si stava già votando per due giorni distinti su roccia, e invece alle 20:15 della domenica sera si decide che tra poco più di 12 ore si parte per la Val d'Aosta. Inaspettata partenza per inaspettata meta. 

Il meteo in miglioramento, report confortanti, prossimi weekend occupati (chi più chi meno, chissà quando ci si rivedrà), da 5 finiamo a essere in 3 (e poi in vetta in 2 ahimè), tutto piuttosto turbolento. E io con la scottina su pancia e cosce del giorno prima in piscina.. Si parte con aspettative basse, uscendo a Quincinetto per evitare il salasso dell'autostrada valdostana. 

Eccoci al parcheggio, nasce il dilemma ciaspolatorio: le prendiamo o no? Fosse per Gianluca potrebbero bruciare all'istante, però chissà. Alla fine optiamo per prenderle, così il brontolone parte col suo zaino carico prima di noi. Io e Giorgio ci mettiamo in mise estiva, troppo caldo, più del previsto, e il buon nostro amico ci ha pure lasciato le corde. Opto per non prendere la terza picca. 

Alle 15 siamo in cammino, con io che volevo partire prima per il timore dei temporali pomeridiani, che per fortuna non ci saranno. Poche auto al parcheggio, ma il gestore aveva detto che il rifugio era pieno, chissà cosa intende per pieno. Una marmotta in camino all'inizio della salita ci strappa un sorriso. Che sudata ci aspetta! 

Non è ancora chiaro quanti tornanti stiamo facendo, lo capiremo domani, ora abbiamo l'eccitazione nelle vene per la salita di domani, ci crediamo cazzo, la giornata è annunciata buona come meteo! Però non posso non osservare i mosaici di pietre dei terrapieni che compongono il sentiero di salita, sassi in orizzontale e in verticale, una pazienza e una maestria nel posarli.. 

Andiamo con calma, lo zaino pesa e non vogliamo cuocerci per domani. Il futuro vicino, e osservando le cascate dall'altra parte della valle, che ora sono liquide, ma chissà se d'inverno sono solide, sogno un futuro un po' più lontano. Raggiungiamo Gianluca poco prima della fontana Malga Lavassey, dove due bei sorsi di acqua gelata ci danno la sveglia! 

Usciamo dal bosco, e dopo qualche altro metro di salita, la bestia si staglia di fronte ai nostri occhi: che eleganza. E che grigino..speriamo poterlo evitare, almeno in parte, quel ghiaccio. Io dei tre sono quello che questa salita non l'aveva mai messa in cantiere, ma gli altri due l'avevano nella "to do list", chissà come gli pompa il cuore adesso che lo vedono! 

Due stambecchi fanno da guardia al Gran Paradiso, gli passiamo vicino ma non si curano di noi. Il sentiero zigzaga prendendo quota molto lentamente, che palle, inizio a tagliare per salire un po' più spiccio. Ma dov'è il Rifugio Chabod? Non dovrebbe mancare molto, li c'è solo morena, deve essere su un luogo stabile.. 

Solo verso la fine lo si vede, lassù, ultimi due tornanti e ci sono, ci siamo. In 2h10 abbiamo archiviato la salita. Sistemiamo il materiale alla carlona (toccherà tornare a farlo) e usciamo a berci una birra vista Nord GP: in realtà io e Giorgio non volevamo incamerare alcoolici, ma quel diavolo tentatore di Gianluca ci convince. Inaspettatamente nessun temporale, ma meglio così. 

Siamo affamati, ma la cena tarda. Gente ce ne è poca, quasi tutti con gli sci, con uno spallaggio che mi rifuiterei, una guida con cliente domani salirà la nord, solo noi? Strano.. Data la nomea di questa parete si dovrebbe essere sempre in tanti, a meno che non ci siano le condizioni. Vedremo. Intanto Gianluca si sdraia a riposare sulla panchina. 

Usciamo a prendere un po' d'aria, due passi per digerire la mangiata e pisciare all'aria aperta, nonchè per ammirare il posto, la parete, il tramonto. Si va a letto, tra poco è un altro giorno, speriamo un ottimo giorno! 

Drriin, tutti in piedi, la colazione è già sul tavolo in modalità self service, ma prima di iniziare a mangiare esco a vedere che aria tira: porca puttana che caldo fa! Il cielo sereno è una lontana utopia. Il termometro dentro il rifugio segna una temperatura esterna di 6,9°C: inizia a tutti un giramento di palle.. Mangiamo taciturni, mosci, l'eccitazione di ieri sfuma. Inaspettatamente meteo e temperatura non come ci si attendeva. 

Proviamo a partire, siamo qui, vediamo. La guida e il suo cliente (Ezio e Albert) sono un 15 minuti davanti a noi. Ben presto iniziamo a pestare neve, e che neve: i report del 30 e 31 maggio parlavano di un ottima neve portante in avvicinamento! Le ciaspole sono rimaste in rifugio, abbiamo preferito optare per una salita svelta, anche se vorrà dire penare in discesa. 

E visto il cielo nuvoloso e le temperature, addio rigelo, si affonda. La luna illumina in modo irregolare le forme, ma la sostanza è che si affonda quasi ogni passo, iniziamo a vederla dura. Sognando la morena ci si arriva sopra, un po' di sollievo essere con del marrone sotto, finchè Gianluca annuncia "Ragazzi non sto bene, ho il vomito, devo aver mangiato qualcosa che al mio fottuto stomaco non è piaciuto". 

Brutto colpo, ci dispiace, ci offriamo di tornare indietro con lui "ma non se ne parla, provate a salire, eccovi le mi viti". Le viti. Lo sapevo. In macchina abbiamo fato il conto, ne abbiamo 13! Una doveva restare in auto.. 

Proseguiamo con la mente al nostro amico: il mal di stomaco passerà, speriamo anche il mal di non esser salito. La neve adesso ogni tanto tiene, ma non ci sono tracce dei giorni precedenti, solo quello dei due davanti a noi. Un po di luce inizia a farsi varco nel cielo, ma le nuvole sono davvero minacciose. Due palle. 

Ora siamo in campo aperto con la parete davanti a noi, oltre a un bel seraccone sulla sinistra. Raggiungiamo Ezio e Albert coi quali scambiamo due battute e ci alterniamo a tracciare il proseguo della salita: l'unione fa la forza, e stamani ne serve. 

Dopo una risalita dalla pendenza un po' più accentuata è ora di legarsi e mangiare qualcosa, oltre che vestirsi. Ok che fa un caldo boia per la stagione (siamo partiti con delle previsioni che parlavano di uno zero termico a 3100m, al rifugio ci hanno detto 4000m, misteri), però presto saremo in parete, un po' di vento, nebbia, nubi basse, ci sta prepararsi al peggio. Sono le dita che porca miseria patiscono un freddo becco! 

Io e Giorgio siamo più lenti e rimaniamo indietro, con questa parete davanti a noi ma che ci mette un'infinità ad avvicinarsi a noi. E l'approcciarsi a lei la rende sempre più ampia: da lontano appare piccola, da sotto tutto cambia. Anche per il fatto che non ne vediamo il termine visto che si perde nelle nuvole. 

Finalmente siamo alla crepaccia terminale, dove i nostri due compagni di qualche ora si stanno adoperando a passare. Il passaggio della terminale è sempre un momento di concitazione: oltre al pericolo intrinseco (va beh che in realtà sai che c'è, la vedi, la puoi gestire) è una sorta di porta su un altro mondo, varcata questa vai verso la cima. 

Ezio e Albert la passano e partono spediti per la cima: il piano e gli accordi erano di alternarci alla tracciatura, ma con tutta la nostra buona volontà non riusciremo più a riprenderli. Ok che adesso la neve migliora vistosamente, anzi, averla un po' morbida che permette di fare un gradino di discrete dimensioni per il piede, risparmia i polpacci (che poi per quel poco di ghiaccio che dovranno affrontare, fischieranno abbastanza). 

Apriamo la porta anche noi, uno sguardo verso l'alto e..ora si pedala. Questa giornata mi ricorda la Tour Ronde, esperienza che non vorrei assolutamente ripetere. Infatti valuto e rivaluto se proseguire o meno: la traccia di discesa dovrebbe essere bella marcata, orde di scialpinisti e ciaspolatori stanno salendo (gli abbiamo visti prima) e saliranno e salivano. Davanti a noi abbiamo una guida che sa il fatto suo e traccerà e aiuterà nel caso. Poi oh, finita la parete è una cresta affilata, non si può sbagliare. 

La frase che mi verrà rinfacciata per tempo indefinito "Giorgio, io vorrei uscire presto da qui, adesso andiamo", e così in 1h40 dalla crepaccia all'uscita. La salita parte su neve, la pendenza è quella al limite per andare a quattro zampe o a due, ma cerchiamo il più possibile di andare a quattro per risparmiare forza nelle gambe. 

Ci teniamo sulla sinistra, vicino alle rocce quando arrivano, lo avremmo fatto comunque, il fatto che poi chi ci sta davanti ha seguito la nostra stessa idea ci conforta. Qualche pausa per riprendere fiato, per stirare i muscoli, non per ammirare il paesaggio circostante in quanto la nuvolosità la fa da padrone ahime. Solo guardando in giù si può vedere per qualche km. 

Scorrendo a fianco delle rocce si inizia a vedere qualche grigiore di ghiaccio, ma questo è ancora nulla. Lassu si vede il seracchino della parete, e non vedendo l'uscita cerco di sperare essa non sia lontana: fosse una bella giornata e fossimo certi di neve portante in discesa, potrebbero esserci altri 1000m di dislivello, ma considerando invece quello che abbiamo.. 

"Dai Giorgio che manca poco", e ormai i due sopra di noi sono scomparsi, un po' per la distanza che ci hanno dato e un po' perchè adesso siamo proprio ad altezza nuvole. Optiamo per accorciare la conserva ora che scende qualche sassolino e pezzo di ghiaccio smosso da chi sta sopra, col senno di poi scelta non troppo corretta e al limite. Se ne approfitta per mangiare un dolcetto che ho in tasca, ne lascio metà nella neve al mio amico" 

Sì perchè nonostante dal rifugio sembrasse si potesse fare tutta in neve, la parte alta della salita è un leggero strato bianco con sotto il ghiaccio, a volte bello duro anche! Ci si arriva e la gioia nel piantare le picche come si deve è tanta: sembriamo degli uomini di Neanderthal che devono uccidere la loro preda a colpi di clava. Si torna primordiali quando c'è in ballo la sopravvivenza! 

Scopro le viti da ghiaccio dai loro cappucci protettivi, ne pianto per proteggere un po' questa conserva. Solo che il tempo che io la avvito, e che Giorgio la svita, sono tutti tempi "morti" in cui "muoiono lentamente" i polpacci": d'altronde mica ce l'ha ordinato il medico! Chissà come deve essere il ghiaccio dei seracchi, chissà se quella benedetta montagna tra due weekend sarà in condizioni.. 

Tra noi non ci sono mai più di due viti, finito io di infilare la mia, Giorgio toglie la sua: si dimostreranno contate esattamente e tarate sulla nostra lunghezza di corda per finire la parte di ghiaccio della parete! Inizio infatti a vedere l'uscita, o meglio intuire che ci sia visto che i colori sono monotematici: bianco neve e bianco nuvola. 

"Giorgio ci siamo!" eccoci all'uscita, ora ci aspetta una bella cresta aerea e con cornici, ma che non riusciamo ad apprezzare visto che la visibilità rende difficile capire i confini tra cielo, terra e abisso. Lascio un altro dolcetto a Giorgio, questa non visibilità non mi piace e vorrei arrivare alla madonnina presto e veloce. 

Bella crestina, ben più lunga di quello che credessi, si passa per la vera cima del Gran Paradiso e arriviamo a della roccia con cordoni per una piccola doppia. Da un po' nevischia, da parecchio tira vento, dalla mia faccia si capisce quale sia il lato sopravento e quale quello sotto. Vorrei solo sbrigarmi, e invece come al solito banali manovre di corda ci portano via un fracco di tempo. La fretta poi non aiuta a ragionare correttamente. 

Riusciamo a trovarci alla base di questo tratto che si poteva benissimo disarrampicare, quando sentiamo un urlo dalla nostra destra: uno scialpinista saluta così la madonnina che ora può toccare. Poco male, segno che siamo vicini alla fine delle tensioni. Un tiretto protetto per una cengia di traverso sottile, e siamo sotto la coda di gente che vuole salire. 

"dai Gio, visto che ci siamo sotto, vai su a toccare la Madonnina che io ci sono già stato", e diamogli lo zuccherino a questo cavallo. Ma quanto tempo vola via dato anche il traffico. Eccolo tornare, scendiamo verso il ghiacciaio, e finalmente mettiamo piede sulla discesa. Ora posso quietarmi! 

10e45, sete e fame, acqua e twix e un po' di foto. Rischiare giusto ora che siamo sotto, si scopre la cima. Va beh, amen. Ripristiniamo i nodi a palla visto che mi ricordo di un ghiacciaio bello crepacciato e ci avviamo alla discesa. La discesa dell'agonia! 

Si scopre si, ma fugace e poco. Ripiombiamo nella nebbia e Giorgio si mette su una traccia definita ma che poi un po' si perde un po' si trova.. Riusciamo a ritrovarla grazie a qualche sprazzo di visibilità, fino a essere ben sotto al limite delle nuvole. Obbligo di spogliarsi e mettere gli occhiali da sole che ora ciocca! Poche ore al sole, ma fatali. 

Osserviamo l'incombenza del seracco che sta alla nostra destra, vari pezzi di palazzo pericolanti che invogliano a essere svelti. Sfioriamo crepaccioni. Osservo un'apertura poco sotto di noi e penso "quel crepo probabilmente passa lungo tutto il pendio", detto fatto, mi ci finisce una gamba dentro "Giorgio, aspetta veh e accucciati", ma riesco delicatamente a uscirne.. 

Il resto è cronaca di una discesa affondando fino a metà polpaccio, bagnati fradici per la qualità della neve, stanchini dal complesso della salita, accaldati da matti per temperatura e sole. La parte peggiore sarà quando finirà il ghiacciaio, la morena coperta da un metro di neve, dove spesso si affonda fino all'anca, e uscirne non è facile. Chiedere a Giorgio (video). 

Il rifugio è la ma non si avvicina, si passa sotto un altro seracco, si inizia a vedere l cresta rocciosa sfasciumosa della mattina, dai! Sosta per bere e slegarsi. Iniziamo a sperare che il nostro buon amico Gianluca ci venga incontro con le ciaspole, ma sappiamo che sarà al rifugio al sole a scolarsi fiumi di birra. Ecco un po' di cresta senza neve, libidine! 

Abbiamo i pesci rossi nelle scarpe, ultimo traverso su neve osservando di nuovo la Nord, e poi su sentiero! Ora si vola! Corro verso il rifugio con Gianluca li fuori che aspetta e che chiede come sia andata, ma prima di tutto voglio sapere come sta lui. Che caldo. 

Ci si spoglia e sbraga per terra tutta l'attrezzatura. Un vento gelido e le nuvole obbligano a rimettere la maglietta, e poi il sole la fa togliere. Gianluca ovviamente che è li da ore, non ha fatto un cazzo, deve ancora fare lo zaino per scendere. Lo finisce prima di noi e si avvia a scendere, un quarto d'ora prima di noi. 

Voglia di arrivare all'auto, mettere giù questo zaino pesante, mettere delle scarpe asciutte, trovare birra e panino. Questi gli input che a me e Giorgio fanno prendere tutti i tagli di discesa possibili. Non troviamo Gian, chissà dove sia finito, inizio a pensare che con tutti questi tagli lo avremo perso.. Uff, e lui ha le chiavi, va beh lo aspetteremo. 

L'altimetro segna quota 2000, ciò vuol dire che con questi tagli abbiamo saltato la fontana dove probabilmente sarà Gian. Pazienza, via giù per le scale di Escher, che tornanti da ubriacatura! Finalmente gli ultimi, si arriva al parcheggio e,sorpresa! Baule aperto, Gianluca che si sta già cambiando. 

Lo guardo esterrefatto "ma come cazzo hai fatto te a essere cosi svelto?! Quando vedi la carota della birra non capisci più un cazzo!". Scenderemo alla ricerca di una merenda valdostana che ci verrà negata per incapacità del barista, ma la birra quella no, ci sarà! 

Bella salita e parete e cresta, peccato non essercela goduta in fondo. Anche se penso sia una rarità trovarsi su questa nord quasi da soli! La voglia di alta quota sale..

Qui e qui altre foto.
Qui e qui report.