domenica 5 agosto 2012

Appennino alla goccia: che sbronzata di crinale!

Tutto il crinale modenese e reggiano in un colpo solo, senza soste se non per mangiare, bere, …, al massimo dormire 15minuti. Tutto, ma proprio tutto eh! Ce la farò?
Chi mi conosce lo sa che non sono normale: a chiacchiere ne sparo tante, come dico sempre “sognare non costa nulla”. Chi mi conosce ancora di più, sa che però se alle chiacchiere faccio seguire un certo studio del progetto e continuo a parlarne..allora prima o poi ci proverò. È giunta l'ora di questo momento.
Dopo un primo tentativo andato male per il meteo stavolta potrei avere le buone carte: i trasporti pubblici sincronizzati, il sole, la luna piena, vento debole, Marco alla domenica a darmi supporto morale e automobilistico. Manca solo l'ultimo asso: la forma fisica e mentale, ma quella si scopre nel mentre!
E così parto. Sono tre settimane che lavoro 10-11-12 ore al giorno, che ne dormo 5-6, ma tutte le altre carte ci sono, è l'occasione buona. Certo avrei fatto meglio a stare a casa venerdì sera, ma un'uscita con gli amici non si nega: e così vado a letto che è l'1e20, per svegliarmi alle 3e30.. Su treni e bus riuscirò a dormire un oretta. Sarà dura stare svegli, ma finché cammino non dovrei addormentarmi..almeno spero.
La paura delle vesciche mi porta a cospargere i piedi di vaselina, come ogni maratoneta che si rispetti, e questo funzionerà, alla fine nemmeno una veschica piccina piccina! Nello zaino un po di magliette di ricambio, giacca impermeabile, giacca antivento, varie cosine di vestiario, barrette su barrette, 2,5l di acqua (ho contato che tra fonti e bar, farò fuori più di 12litri di liquidi..), scarpe da ginnastica che non si sa mai, accessori e elettronica, e il copri sacco a pelo per bivacco di emergenza. Non prendo i guanti, e me ne pentirò. Uno zaino che comunque i suoi 7-8kg li fa: sono maggiorato di almeno il 10% del mio peso corporeo.
La mia questione più grande è se reggerà la testa. 24H da soli, sotto la fatica, la paura del buio (perché il bosco al buio da soli fa paura, provare per credere), sperduto sull'appennino, che certo non è il deserto o la Patagonia, ma se ti perdi ti perdi, e il cellulare non prende. Niente leoni, ma lupi e cinghiali. Non mi interessa, voglio provarci.
Perché lo fai? Me lo chiederebbero in tanti. Cosa gli rispondo? Hillary quando gli chiesero perché voleva salire sull'Everest rispose semplicemente “perché è la”, e in effetti è così. Una prova di forza? Si, sono onesto, anche quello (ma per sfida contro me stesso, non contro gli altri), un mettermi alla prova fisicamente, ma sopratutto mentalmente. Fin dove posso spingermi?

Parto. Fa un caldo fottuto. Meno male sul crinale tira vento, più di quello previsto, ma non si vola via almeno. Che Appennino sarebbe senza vento.. Al Passo dei Tre Termini l'avventura inizia ufficialmente, è questo il confine tra modenese e bolognese. Fino al Libro Aperto conosco il tracciato, e comunque è giorno, quindi non mi preoccupo. Spero solo che quando il buio arriverà riuscirò ad esser in zone che ho già battuto. Per fortuna qualche weekend fa ho fatto un giretto intorno al Passo Radici, la zona che mi mancava e che rischia di cadere nell'oscurità.
Sono carico, penso di potercela fare. Scambio due chiacchiere con tre ragazzi armati di tenda che supero: fanno la traversata anche loro, da Cantagallo a Pradarena, ma in tre giorni. Non mi chiedono dove vado, tre persone in meno dalle quali sentirsi dire “ma te non sei normale”. Soste brevi e fugaci, mi fermo, bevo qualcosa, tiro fuori la barretta e riparto, mangiandola in cammino: non voglio perdere tempo, e son troppo gasato.
Non crediate che marcio a testa bassa: mi guardo intorno, apprezzo e mi inebrio dell'Appennino. Ma se dovessi raccontare tutti gli squarci di paesaggio, di questi 70 e passa km di paesaggio, non finirei più..
Abetone, prima tappa cruciale, prima possibilità di fuga con mezzi pubblici. Compro dell'acqua e riparto. Rifugio Selletta chiuso, sognavo già una birra cazzo! Ma al rifugio della funivia del gomito, una birra, una Redbull e una pasta me le faccio. Poi si riparte per il tratto più divertente, fino al Giovo: un po di I grado sparso. Un minimo di tecnica oltre che di fisico.
Alla Foce Giovo mi fermo a parlare con due ragazze mentre aspettiamo che la fonte riempia le nostre borracce e le nostre arse gole. A loro dico da dove son partito, ma non dove voglio arrivare e come, alla domanda “ma te dove dormi?” rispondo “sotto le stelle”: non sarebbe male. Da adesso diventa solitaria, non incontrerò più nessuno fino al Passo di Pradarena, più di 12 ore dopo.
Sul Giovo respiro odore di selvaggio, un odore strano in Appennino, insolito. Sento sempre più che posso farcela, assaporo già la vittoria, ma non devo, troppo presto. Secondo i calcoli forniti da materiale su web, il Passo Radici è a metà strada, con 50km percorsi e 50km da percorrere: il passo è li dietro l'angolo (circa..) ma ancora non raggiunto.
Un gregge di pecore, un maremmano che mi abbaia contro. Non gli sto simpatico..mica verrà giù ancora per cercare il sapore del mio sangue?! Mica potrà finire così quest'avventura?! Per fortuna no..proseguo. Il sentiero scende sul versante toscano, ciò mi fa sentire ancor più lontano da casa. Temo la solitudine, sopratutto di notte. Per questo ho pensato di portare l'auricolare per telefonare a qualcuno e approfittare per fare due chicchere e ascoltare la radio, ma alla fine non farò nulla di tutto ciò, il tempo passerà anche troppo veloce.
Il tramonto lo perdo perché nel bosco, peccato. Ancor più peccato pensare che mi toccherà fare da Passo Radici al Passo Forbici al buio, in quel tratto di bosco non facile come orientamento, e dove infatti molte volte tornerò sui miei passi alla ricerca del giusto sentiero. Ma eccoci al Passo Radici, cazzo, il rifugio chiude giusto quando arrivo, niente coca cola ne pasta di lamponi, uffa. Mi sento con Marco, concordiamo per il giorno dopo. Forse lui non lo sa, ma la sua presenza garantita è per me un grosso sollievo e quindi fonte di tranquillità. Gli dico per gli orari e altre questioni logistiche “Marco, fai quello e come vuoi, basta che non mi inculi!”.
Al Passo faccio una bella sosta. Il gps segna 43km, meno del previsto, e sono le 21e30: sono 12h scarse che sono in giro. È già buio fondo, ma la luna è sorta e illumina un sacco: beh, illumina le praterie, non certo il bosco, che a tratti è abbastanza buio anche di giorno.. Ma quando metto piede sulle forestali, mi giro per controllare che non arrivi un'auto talmente la luce della luna è forte. Arrivare al Passo Forbici per la mente e il fisico è uno scherzo, ma li commetto un errore. Mi fermo.
Mi cambio, sosto un attimo, mi accascio dentro il santuario. Oh che sonno. Il vento tira e senza sole fa freddo, qui sono al riparo, si sta bene.. Dai, dormo un po, punto la sveglia, mi concedo 15 minuti. Ci metto un'ora a schiodarmi da questa nicchia, finalmente riparto, ma dopo 100m torno indietro per mettermi le prolunghe ai pantaloni. La salita al Prado si rivela un'agonia. Non so cosa mi prende, c'è la luna, ci sono le stelle, cosa voglio di più?! Ma la fatica, forse più il sonno, mi fanno barcollare. Ho voglia di mandare un sms a Marco per dirgli di venire a prendermi a Febbio, non ce la farò mai ad arrivare al Cerreto. Mi pare di metterci ore e ore per arrivare in cima, e invece impiego 1h40. Ma allora ce la posso fare!
Le gambe iniziano a dolere, ma non nelle salite, no, in discesa. Il tibiale è alle stelle, la pianta dei piedi mi dice “aho!” a ogni appoggio. Non sembra, ma il crinale di dislivello ne fa con tutti i suoi saliscendi. Arrivi su una cima, scendi, e poi ti tocca risalire subito su un'altra: dietro l'angolo c'è sempre una nuova salita.
In cima al Prado scatto comunque una foto che rappresenta la mia sofferenza, ma per fortuna sarà l'unico momento “buio” dell'impresa. Scendo, e osservo delle frontali che partono dal battisti per dirigersi al Cusna, dal quale osserveranno l'alba: è un momento in cui mi sento un attimo un po' meno fuori dal mondo. Le pause si fanno più frequenti, sia gambe che schiena iniziano a essere stanche, ma la testa regge.
Dopo il passo di Romecchio mi aspetta una cresta verso il Sillano. Il vento tira, il sonno si sente, e così mentre cammino non so perché, ma all'improvviso decido che basta, mi fermo qui dove sono e dormo 15minuti: e così faccio, mi metto sulla cresta sottovento con lo zaino che mi ripari un po' e punto la sveglia. Che non suonerà, ma io per fortuna mi sveglio prima. Sono circa le 4. già da un po' ho deciso che mi fermerò al Cerreto, niente Lagastrello. Quel tratto presenta tratti un po' delicati, oltre a uno che non conosco ma che mi hanno sconsigliato se tira vento. Non sarebbe bello arrivare in tratti difficili non lucidi. Il Cerreto basterà, e avanzerà! Quindi decido anche di prendermela più con calma, oltra alla stanchezza non ho più quella frenesia che in un batti baleno mi ha portato dal Corno alle Scale al Giovo.
Riparto, e dopo una mezzora mi riaccascio. Sono in un punto panoramico sul Cusna, mi son perso il tramonto, non vorrei perdermi l'alba mentre giro sulla sud del Sillano. Ma non considero i tempi.. Sì, si vedono le prima luci, ma l'alba è lunga. Aspetterò un'ora, in cui spigozzerò un po', ma patirò anche freddo in quanto non riesco a ripararmi dal vento e mi tira il culo tirare fuori la giacca, e nonostante aspetti, poi mi rompo le palle e riparto senza aver visto il sole spuntare dietro al gigante. Lo vedrò più avanti.
La solitudine con la luce del sole si placa. Non ho acceso la radio, non ne ho sentito il bisogno, la marcia mi ha tenuto concentrato. Adesso col sole mi sembra quasi un'escursione normale: non fosse che ho 60km sulle gambe. Mi stupisco di non vedere nemmeno all'alba un animale: anche durante la notte nessun avvistamento, solo una lepre. Ciò mi ha dato un senso di desolazione. Ma con la luce de sole passa.
Dal Sillano, Pradarena è la prossima importante tappa, il passaggio obbligato attraverso l'umanità dopo il Passo delle Radici. Ma non arriva mai.. Praterie e forestale e poi finalmente eccolo. Intanto ho avvisato marco di venire al Cerreto, non al Lagastrello, e qui a Pradarena sono accolto dal trambusto..del mercato! Sosta al bar per una coca cola che sogno da ieri sera e una pasta, poi si riparte.
Ultimo tratto, ultima salita importante, ultima cima, La Nuda. Ormai è fatta, mi manca solo questa decina di km, poi ce l'ho fatta, e negli ultimi potrò scherzare e parlare con un volto amico. Arrivo al Passo Belfiore come pattuito, e aspetto come pattuito. Ma aspetto facendo cosa? Tanto vale che mi sdraio e dorma..detto fatto. Niente sveglia, perché tanto sono in mezzo al sentiero e quando marco arriverà non potrà fare altro che calpestarmi. Mi sveglio dopo un'ora e mezza..ma dove sei Marco?
Ha sbagliato la salita, mi dice che è già sotto la nuda, che mi viene incontro. Riparto e dopo un po' ci troviamo. In salita sono stanco, ma le mie gambe vanno ancora affamate di dislivello: è in discesa che implorano pietà. Chi dice che in discesa tutti i santi aiutano, in vita sua non deve aver sceso più di 100m. In discesa si fa fatica, a meno che tu non ti spacchi le articolazioni sbattendo i piedi senza testa.
La Nuda, eccola, ci siamo, poma. Inizio ad assaporare il sapore della vittoria sempre più vicina, nonché della birra. Da ieri sera sogno una media fresca e un panino con la salsiccia. Poche ore e saranno miei entrambi! Sosta sulla cima, due chiacchiere, un panino. Nel mio zaino ho messo solo dolci e barrette per un rapporto peso/energia al massimo, ma ho una voglia di salato..e Marco ha il salato. Poi giù, e in discesa come fanno i bimbi piccoli chiederò a Marco “quanto manca?”. Manca poco, ma è un'eternità. Poi il bosco finisce, sbuchiamo su una strada. Marco a destra verso Cerreto laghi dove ha messo l'auto, io a sinistra verso il Passo:è fatta.
Ore 12e53: arrivo al Passo del Cerreto, dopo esser partito dal parcheggio degli impianti del Corno alle Scale alle 9e38 del giorno prima, aver percorso 73km (dice il gps) per quasi 5000m di dislivello (conti con cartina alla mano, potrebbero essere di più, ma se uno sale tutte le cime diventano molti di più), aver dormito (spigozzato) un paio d'ore scarse. L'ultimo terzo l'ho preso molto con calma, si poteva tirare di più e metterci meno tempo, a spanne togliendo le pause lunghe (quelle da più di 15minuti) ho camminato poco meno di 24h. Mi sento forte, nella testa e nel fisico. Stanco, assonnato, affamato, assetato.
Sono arrivato, sono contento. E penso già alla prossima. Insaziabile. Sono sbronzo di Appennino, voglio sbronzarmi di Alpi.

In questa immagine i tempi.
Qui le foto.
Qui relazione.

Per chi volesse essere più normale di me, consiglio di spezzare in due tre giorni e godersi lo spettacolo, io alla fine tutti i posti o quasi già li conoscevo. Possibilità di rientro con mezzi pubblici (a seconda della stagione e dei giorni feriali e festivi) da Abetone, Passo Radici, Passo del Cerreto, Passo del Lagastrello (Rigoso-Parma).

sabato 28 luglio 2012

Alla scoperta delle Piccole Dolomiti: via Maica

Oggi io, NicolaRoberto optiamo per questa meta arrampicatoria dato il meteo incerto sulle restanti grandi Dolomiti. Ma non ce ne pentiremo. Alla partenza partiamo con una mezza cattiva notizia: Vajo Stretto chiuso, e doveva essere la nostra discesa..vedremo, intanto saliamo! È da un bel po' che non calzo le scarpette (spero solo che la botta presa ieri sera all'alluce destro non mi dia fastidio, così come la vescica al piede sinistro..son messo male!)e la voglia è tanta. Inoltre sono in una zona sconosciuta dal punto di vista arrampicatorio, e son davvero frenetico.
Dopo una colazione allietata dalla torta di Roberto, si riparte verso il parcheggio. Le montagne fumano, l'umidità alle stelle: abbiam lasciato una caldura padana, e qui non c'è troppo fresco! Una bella sudata ci aspetta per giungere all'attacco di Maica..ma almeno se rampega! Una cordata davanti a noi sembra un po' in difficoltà..cazzi di Nicola che si smazzola i primi due tiri! Che si riveleranno effettivamente i più duri..
Alla prima sosta si gioca a tetris: siamo in cinque in una nicchia dove si starebbe comodi in uno, la situazione è divertente, mamma che affollamento! Risate assicurate.. La partenza del secondo tiro fa ridere meno: un V+ atletico e in leggero strapiombo in fessura camino: Nicola love strapiombi. Ma si supera anche questa, avanti la prossima!
Il terzo e quarto tiro se li mangia Roberto: i più belli della via, vari, atletici, non tropo duri ma non certo banali. Terzo tiro sotto una leggera pioggia che ci fa temere già una ritirata in doppia..no ti prego! Ma poi arrivati alla terza sosta si placa, per fortuna! Anche perché ci aspetta un traverso delicato..
Il meteo è spettacolare: le cime fumano, sembra di essere nelle favole, o comunque in un ambiente surreale. Niente sole e quasi fresco. Peccato per le moto che sfrecciano al Pian dell Fugazze..
Scaldato e ringalluzzito dal terzo e quarto tiro, parto per tirare gli ultimi due: sorpresa al quinto tiro, dove un passaggio non mi pare proprio di III, ma va bene, riusciamo tutti a uscire dalla via interi e felici! Non sappiamo quanto sarà rocambolesca la discesa..
Si inizia con il passaggio in un pertugio da Bus del Gat, disarrampicando il quale si fa la prima doppia da 15m. Traverso esposto su cengia sprotetta, e altra doppia da 20m per giungerà alla forcella di uscita del Vajo Stretto: ma quanto è stretto il Vajo Stretto! Spettacolare, da fare pieno di neve, ci saranno -2000°C d'inverno! Da qui due possibilità di discesa: Vajo Stretto 45min, sentiero verso ovest e rientro largo 1h30. Vai di Vajo Stretto!
Ma il vajo oltre che essere stretto è bello umido: catena (quando c'è) scivolosa dove le mani non fanno presa, terreno bagnato e scivoloso anche lui. Saltelli rocciosi scivolosi dove la catena serve a poco.. Poi, salto roccioso di pochi metri, ma comunque da corda doppia. Salto di 10m, aggirabile passando per un buco dietro un masso e scendendo una scala (ma gli altri due preferiranno un'altra doppia). Mi vien da chiedere chi diavolo sale di qui?! Sembra fatta, e invece..cosa c'è la dietro? Nulla, altra doppia, 30m, mezza nel vuoto. Scopriremo dopo che si poteva aggirare, ma il sentierino non l'abbiamo visto.
E così, dopo 2h30 di discesa torniamo all'auto. Solo ora realizzo che da stamattina alle 10 non bevo..devo rimediare! Birra!

Qui altre foto.
Qui foto di Nicola.
Qui relazione.

domenica 8 luglio 2012

A tutta Barre (des Ecrins)..ma nella bufera: cronaca di un’attesa infranta


Ormai ci siamo. Questo weekend ci siamo, Barre des Ecrins e Dome de Neige, una bella salita in ambiente selvaggio, non banale, con una bella cresta per la cima più alta delle due, anche se non mi dispiacerebbe trovare la via diretta in buone condizioni e salire per quella. Prima di tutto ringrazio Nicola per aver organizzato l’uscita. Ma come dicevo, ci siamo.
Giovedì sono già frenetico, sono allegro, vorrei fare lo zaino già la sera. È indescrivibile la quantità di emozioni che si rincorrono durante l’attesa, come si dice è piacevole l’attesa del momento, non il momento stesso, anche perché l’attesa dura di più. Poi venerdì mattina una mail sulle condizioni mi butta un po’ giù, ma in breve torno su. È venerdì sera, lo zaino pronto, panini fatti, si va a letto presto.
Ovviamente mi alzo prima che suoni la sveglia, niente colazione perché è prematuro farla alle 3 con poi 6 ore di viaggio davanti. Al parcheggio ci siamo tutti, nessuno rimasto a letto (ogni riferimento a fatti davvero accaduti l'altra volta, è volutamente fatto apposta). Si parte. Finalmente. Il viaggio si rivela già un’avventura di per se: l’arrivo sul filo di lana al distributore prima di rimanere a piedi per assenza di carburante.. da non credere. Ma la macchinata è ilare, si ride e si scherza, la compagnia c’è, manca solo la cima.
Ed eccoci nel Parc National des Ecrins! Pre de Madame Carle. Io, Riccardo, Gianluca e Filippo non stiamo più nella pelle, e mentre gli altri (Paolo, Mirko, Roberto, Nicola, Cristian e Esmeralda) finiscono di preparasi noi partiamo. “andiamo con calma, teniamoci per domani”: ma il nostro passo è quello, e alla fine arriveremo al Refuge des Ecrins dopo 4h, di cui un buon 20 minuti di pausa pranzo.
Il piacere della scoperta: prima la veduta del Glacier Noir, poi dei seracchi della lingua finale del Glacier Blanc, poi il Mont Pelvoux, il Glacier Blanc, e infine lei. Il piacere della scoperta mi spinge sempre a cercare di vedere cosa si possa trovare dietro il prossimo angolo, e qui dietro ogni angolo c’è una chicca.
Saliamo parlando ininterrottamente (Filippo è una bella lingua) fino a poco sopra il Refuge du Glacier Blanc, dove dopo la pausa pranzo interrompe le chiacchiere. Ed eccoci metter piedi sul Glacier Blanc: ci leghiamo o non ci leghiamo, ma si dai leghiamoci così Nicola è contento. Beh, a posteriori siam contenti anche noi visti i mostri che si attraversano! Io e Riccardo adottiamo anche Filippo, che arriva cantando insieme a Paolo filastrocche sconce. Il morale è alto, la compagnia c’è. E così iniziamo a camminare su questo ghiacciaio, fermandoci a ogni crepaccio per dare un’occhiata, affascinati da quello che rappresenta uno dei peggiori incontri che un alpinista può fare.
E svoltato l’ultimo angolo della giornata, la parete ovest della barre des Ecrins, possente e maestosa, piena di enormi seracchi e bella pendente, una crepaccia terminale larga e lunga, una cresta aerea e aguzza. Non vedo l’ora, l’eccitamento di giovedì torna forte, sul ghiacciaio si fischia e si canta nonostante il fiato sia avidamente richiamato dalle gambe.
Ed eccoci al Refuge de Ecrins, dove man mano arrivano in sequenza io, Riccardo, Filippo, Gianluca, Mirko, Paolo.: birreta d’obbligo, anche se la delusione di riceverla calda è forte..  che, siamo a 3000m e beviamo una birra calda?! Ma va beh, si può sorvolare. Poi arrivano anche gli altri, e nella mezzoretta prima di cena passata nel dormitorio, altre grasse risate: la compagnia c’è, e si sente. La cena ci lascerà un po’ sbigottiti, ma d’altronde non siamo in Italia, e a certe quote non si può pretendere!
Ultimo sguardo alla Barre. Che in realtà non abbiamo ancora visto bene, perché sempre coperta nella parte alta. Ma non importa, l’importante è che sia sereno domani! Le previsioni danno un bel vento, ma il sole. Previsioni confermate dal bollettino cartaceo nella bacheca del rifugio, ma smentito da un ragazzo in stanza con noi che dice che abbiano messo brutto. Ma no, non può essere, 11 ore di auto andata e ritorno per poi finire dentro un temporale senza portare cime a casa, ma no.
Ore 2e30, sveglia. Io e Riccardo saremmo partiti anche prima vista la smania, ma se fuori c‘è sereno saltiamo la colazione e partiamo subito! Fuori la barre è coperta. Cazzo. Via giù lo stesso, almeno il Dome de Neige si farà conquistare.. Colazione veloce e poi subito in marcia. Davanti a noi ci saranno 5 cordate osservando le luci delle frontali in lontananza, di cui alcune stanno già risalendo la parete (saranno quelli che hanno dormito in tenda). Scesi sul ghiacciaio mi tocca mettere la giacca, piove. Dopo pochi minuti nevica. Cazzo.
Va beh, andiamo, il morale è sceso un po’, ma siamo comunque in un ambiente maestoso e magnifico, anche se oggi si fa ammirare poco. Ma nevica sempre più, e tira vento. Alla base della parete meglio mettere il copri zaino. Poi su, in salita! Meno male il buio non permette di vedere l’enormità dei seracchi che ci sovrastano, che ci affiancano. Vediamo solo la neve che pestiamo, una traccia ben marcata ma con un po’ di neve fresca e smossa che non permette una salita agevole. Ma non sarà certo un po’ di fatica a farci demordere!
Avanziamo di buon passo, non superiamo nessuno e nessuno ci supera. Alle nostre spalle laggiù, una fila di lucine avanza, quanta gente. Due alpinisti sulla Barre Noire, che figata. Iniziamo a passare vicino a dei buchi, poi finiamo nelle nubi. La visibilità è di 20-30m: già, ma se devi guardare qualcosa di scuro. Bianco su bianco non si capisce cos’hai a 5m: che brutta cosa. Ma ci sono 120 persone, la traccia sarà ben marcata! Dai che ce la facciamo! Ma la quantità di neve fresca a terra aumenta. Il vento aumenta. La visibilità no. La nevicata aumenta.
Incrociamo le prime cordate che fanno dietrofront. Col mio ottimo francese chiedo il perché, dove sono arrivati. “Breche Lory, dopo sono 30cm di neve fresca senza traccia”: cazzo. Va beh, andiamo, davanti a noi una cordata prosegue anche lei, incontriamo altri che scendendo. Due parole con la cordata davanti a noi, che passiamo, proviamoci, vedremo, ormai non manca molto. E in questa cordata scoprirò dopo che si trova anche il ragazzo che ieri ci aveva annunciato brutto tempo.
Avanzo in 30cm di neve fresca abbondante, pendenza di 40°, ogni passo si torna giù: si ravana insomma. Ma la cosa non mi spaventa. Traccia pressoché inesistente, dove andare? Ormai alla terminale manca poco, dopo c’è solo da traversare ed è quasi fatta. Quasi. Pausa un attimo. Una valanghina di neve sul piede. Va beh. Cinque passi e poi sosta per vedere dove andare. Altra valanghina. Basta, andiamo giù, non ho voglia di finire sotto una valanga, sopra di noi c’è la parete della Barre, pronta a scaricare, le temperature stanno aumentando, il vento è forte e a raffiche, se esce il sole tutto peggiora, via.
E si batte in ritirata, da 3850m. Che palle. Ma ne sono sollevato, perché iniziavo a vederla grigia davvero. Nera per dir la verità. “Riccardo, avanti tutta, togliamoci da questo postaccio!”. Anche la cordata con noi torna giù. Man mano che scendiamo troviamo i nostri, gli riferiamo le condizioni e chi prima e chi dopo tornano giù anche loro. Il vento è notevolmente aumentato, la montagna è spazzata da raffiche che sollevano un sacco di neve, te la sparano in faccia e creano grosse nubi cascanti.
Niente da fare. Usciamo dalle nubi e scorgiamo una moltitudine di persone che sale. Noi pensiamo solo a scendere e ad avvisare i nostri. Qualche video (anche questo e questo) adesso che non siamo più in mezzo al terribile grigiore delle nuvole, qualche foto a questo pazzo tempo. Maledetto. Ora però vediamo i seracchi che ci hanno osservato silenziosi al buio della salita: ‘sti cazzi! Ma che fascino questi pericolosi giganti.
Sono ancora contento di scendere, visto i pericoli a cui si rischiava di andare incontro (slavine, finire dentro un crepo, sopra una cornice, perdersi), almeno fino all’altezza del Refuge des Ecrins. Beh, anche più avanti visto che ci fermiamo a fare dei book fotografici ai crepacci, spingendoci sul loro bordo. Chiedo a miei compagni (adesso con Riccardo c’è anche Gianluca, che abbiamo ereditato in discesa quando Polo e Mirko che erano con lui hanno deciso di salire ancora un po’, fermandosi poi presto per l’infuriare del vento) di calarmici dentro, ma non vogliono.
 E quanta gnocca: mamma mia. Anche ieri ne abbiamo incrociata tanta (beh per i nostri standard montani, già un maggiore di zero è tanta), e non fighettine coi sandali e lo zainetto da trekking di 2 kg, ma alpiniste! Alcune anche in cordata a due solo donne! Questo è il paradiso.
Ma finito il ghiacciaio e tornati sulla morena, mi sale la carogna: cazzo che sfiga di meteo. 5h30 di auto per nulla, soldi spesi, giorni buttati. In realtà non è tutto perso, perché comunque ci siamo divertiti, riso, scherzato, camminato, salito, ammirato. Ma le aspettative erano altissime, praticamente anche il solo non arrivare su entrambe le cime avrebbe eroso dentro. Ma la montagna è così, è peggio di una bella donna, la corteggi, le offri una cena, fai il carino e gentile, te la fa annusare, ma fino all’ultimo non è detto che te la dia. E stavolta, niet!
La Barre sempre avvolta dalle nubi, lassù il tempo non migliora, mi sa che nessuno è salito. Onestamente e egoisticamente, un po’ mi solleva, non mi vergogno a dirlo, un po’ di sana competizione c’è in questa attività.
Un po’ per il nervoso, un po’ per non vedere l’ora di arrivare all’auto per stendere tutto ad asciugare, un po’ per allontanarsi dal luogo della sconfitta, decidiamo di non fermarci mai, niente sosta cibo o bere, giù dritti fino alla macchina, dove arrivo alle 10e30. 10e30, cazzo se è presto. Cazzo se è finita presto. Uffa. Svuoto lo zaino, stendo tutto al sole, mi metto in mutande e ciabatte che non ne posso più, piglio il sole, mangio e aspetto gli altri, che man mano arrivano.
Nello scendere, dopo il Refuge du Glacier Blanc, trovo una marmotta superdocile, che si lascia avvicinare, e che riesco ad accarezzare e lei riesce a leccarmi: che pacioccona che è una marmotta, testa piccola e corpo gigante!
Riccardo, Gianluca, Polo, Mirko, ci sono. Me ne vado nel ruscello con Paolo a darmi una lavata, che ne ho proprio voglia. Poi arrivano anche Roberto e Nicola, incredibile, son già qui?! Beh, finalmente dopo 2h30 che Riccardo aspetta, possiamo andare a prendere una birra (stavolta fresca) al bar. E le risate non mancano nemmeno ora, nonostante la delusione: la compagnia c’è, e ci sarà.

Qui tutto l’album di foto.
Qui le foto di Nicola.
Qui il report.

domenica 1 luglio 2012

The White Ball (weisskugel), another time!


È già tardi quando partiamo, mea culpa, e ciò mi porta a pensare che non ce la faremo: c'è un caldo boia, la neve sarà pappa con lo zero termico a 4000metri, e nel pomeriggio arrivano temporali. Ma ormai siamo in ballo, balliamo: al massimo arriveremo prima alla Forst. E balliamo per la Palla Bianca, Weisskugel, 3739m. La vidi per la prima volta in una gita col CAI di Sassuolo alla Cima Lago Bianco, e mi restò impressa. Poi dopo averla rivista dalla Punta Oberettes, la registrai nella lista degli obiettivi: tra l'altro, col nostro andare e modo di fare, si può fare in giornata.
E così alle 3e30 ci incamminiamo dal parcheggio di Maso Corto, io e Riccardo. Un po' ci stupiamo di non vedere nessun altro che tenta la cima come noi (cioè direttamente da valle), ma va beh, saranno tutti in rifugio a fare colazione, pronti a partire. Saliamo senza particolari emozioni fino a quando non arriviamo nei pressi del Rifugio Bellavista: ormai la luce illumina in modo chiaro e definito le cose. Anche se la nostra meta non si vede ancora, ma la Punta di Finale sì.
Via allora verso la normale alla Palla Bianca, ma già nel primo tratto di sentiero puntinato, ci sbagliamo: troppa fretta di salire, così invece che traversare verso ovest, puntiamo a salire verso la cresta. Dopo un po’ di metri, “ah ma è laggiu il sentiero!”.
Curve curvette, ma la cima non si fa vedere. È così lontana? O è solo coperta dalla cresta di confine? Scopriremo dopo che è davvero lontana. Giungiamo all’arrivo della funivia, si pesta la prima neve, con felice sorpresa non è messa così male come temevo, mi rincuoro, possiamo farcela. Ma ancora non vediamo nessuno, che strano. Anche alla funivia, la frenesia e l’eccitamento mi spingerebbero a salire subito in cresta, ma no, bisogna continuare a traversare!
Qualche traverso su nevaio, sfasciumi a finire, e arriviamo in cresta. E c’è lei che ci aspetta, con vista su tutto il ghiacciaio dell’ Hinter… E nessuna anima viva in giro..mah. Riccardo sbaglia la salita, invece che prendere verso sinistra, sale delle placchette a destra “pensavo di morire”, mannaggia, ma come hai fatto a perderti?? Iniziamo a sentire il vento, previsto forte per oggi, non l’ideale per tratti di cresta, ma almeno ci rinfresca dal sole carontiano!
Maciniamo strada e finalmente giunge l’ora di legarsi per scendere su ghiacciaio: ma la disfatta è li dietro l’angolo. La neve è buona, la traccia marcata, ma nessuna pesta recente..dove sono tutti? Inizamo a scherzare sul fato che saliremo una vetta inviolata, a meno di trovare Whimper proprio sulla cima. Che sia morto qualcuno ieri e abbiano chiusa la Palla Bianca? Mah.. Intanto il buon compagno inizia a accusare la fatica: qualche breve pausa e si riparte.
Beccati che seracchi, e c’è da passarci sotto, “Riccardo, quando saremo la sotto, saremo ben svelti!”. Ormai sento che la cima può esser nostra, siamo abbastanza in orario, il tempo regge, la strada di ritorno è abbastanza chiara anche in caso di scarsa visibilità, la neve regge. Invece, arrivati sotto i crepacci, “basta, torniamo indietro, mi fa male questo muscolo di merda a sollevare la gamba, non voglio rovinarmi per il prossimo weekend” “ben detto!”.
Finalmente vediamo una cordata, che scende verso il Pio XII. Solo una cordata..un po pochini. Ma mentre siamo li che ci riposiamo, a 3330, e mentre torniamo indietro con molta calma, arrivano tutti gli altri, fior fiore di cordate, ma solo una dal Bellavista. Certo però, noi saremo poco normali a farcela in giornata da Maso Corto, a 2000m, ma anche questi qui a salire così tardi! Se ero io in rifugio, alle 7 ero in vetta, mica alle 10!
Scendiamo un po’ sconsolati, un’ora ci mancava alla cima, ma capita. Pazienza, saremo più assettati sulla Barre! Lo sprofondare nella neve per Riccardo è un supplizio, cerco di fargli delle buone peste, ma certi tratti sono davvero ostici. Scendiamo per lo stesso itinerario fino alla funivia, tentai di anticipare la discesa per l’altra valle, ma non sapendo come sia desistiamo. Alla funivia però, tiriamo giù dritto per dritto, Riccardo vuole eliminare assolutamente ogni metro di salita possibile. Sciamo un po’ sui brevi nevai (video) e ci inzuppiamo nei ruscelletti (qualcuno testa il grado di impermeabilità delle sue nuove scarpe).
Guardinghi al fine di evitare la temibile marmottona gigante, scendiamo scendiamo, in un caldo che ci fa sognare la birra della Forst, vero miraggio di tutta l’uscita. Si ride e si scherza, non ce la siamo presi a male per la non conquista della cima, e si parla già delle prossime mete, di come ripetere questa (arrivare in cima all’alba) e di come ci siamo comunque allenati per il prossimo weekend. Già, perché comunque almeno i nostri 1400 di salita li abbiamo fatti, il gps si è fermato quando eravamo a 20km, ma poi ne avremmo fatti almeno 7-8 da dove si è fermato alla macchina.
E poi ci aspetta la pausa alla Forst, perciò giornata l’abbiam fatta comunque!

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