sabato 8 giugno 2013

Return to the roots: Presanella Scivolo Nord

A ogni montagna che scaliamo si legano inevitabilmente dei ricordi. Se non fosse così non avrebbe nemmeno senso scalare. Ma ci sono montagne con ricordi più intensi di altre, magari cime minori, ma dal legame affettivo alto. Per me, una di queste cime, è la Presanella. Misero 3558, ma è stata la mia prima salita alpinistica nel lontano 2008: con guida alpina, con materiale da scarpinaro, ma con tanto di quell’entusiasmo.. Entusiasmo che è cresciuto negli anni a seguire.
E già da quella gita effettuata a mo’ di mandria che segue il capobranco (Italo) rimasi affascinato da questa parete nord, che si lascia ammirare nella sua pienezza fin dal Rifugio Denza, punto di partenza per l’ascesa della normale. Scivolo Nord, la via più facile su questa parete dalle tante possibilità. Salita compiuta da Nicola nel 25/06/2009, del quale lessi l’articolo sul giornalino del CAI, ammaliato dal suo racconto sulla montagna a cui son legato. Questo scivolo decisi che dovevo salirlo.
Ma quando? Ormai coi cambiamenti climatici in corso trovare questo genere di vie in condizioni è sempre più complicato. Nel 2010 il corso di A1, corso finito tardi per provare questa parete e esperienza ancora scarsa. 2011 fuggito via, anche per un po’ di timore forse. 2012, il weekend giusto salivamo il Bishorn (e va più che bene). 2013, ce la faremo? Nella lista to do list anche di Marco, programmata come allenamento per il Bianco, ma sfumata visto il maltempo finora e per dare priorità al Neri, previsto questo weekend. Ma il giorno prima della partenza il Neri viene rinviato, su Facebook leggo che Bellò va a provare una via in Presanella, e la pulce mi si insinua nell’orecchio.
Vuoi che sia il momento buono? Non credo, le condizioni della neve non credo siano ottimali, ma la pulce diventa un’idea, sul Neri non posso andare o quattro persone si incazzano, le Orobie per Riccardo non sono fonte di ispirazione, mentre basta dirgli “Presanella” e si infiamma. Non credo nel distinto, ma il caso sembra guidarci verso la Val di Sole. Chiamo il rifugio, inaspettatamente aperto, mi dice pure che la strada per salire ai pozzi Alti è pulita e agibile (la ricordo una merda). La presenza di Bellò e amici fa presagire che si possa batter traccia insieme e alternati, visto che dubito che oltre a noi ci saranno altre persone. Serve altro?
Venerdì mattina mi accorgo che nella mia cartella “Itinerari in progetto” nella sottocartella “Presanella scivolo nord” non ho un documento word della relazione..devo preparalo di corsa! Ore 19e40, Riccardo passa a prendermi dopo aver mangiato qualcosa al volo, lo zaino era già pronto da giovedì mattina. C’è anche Lorenzo, un amico di Riccardo. Si parte. In ballo Recastello e Presanella, dritti in Val di Sole! Sosta a Paganella Est per Magnum Bianco, caffè al ginseng e muffin, e le montagne iniziano ad accerchiarci.
La strada è pulita, ma la terra umida fa paura di scivolare sotto le gomme: se va male monteremo le catene. Ma non va male, saliamo e verso 23e30 siamo già al parcheggio, con nostra sorpreso bello colmo di auto! Non saremo soli, e ciò ci conforta sulla scelta fatta, forse le condizioni sono buone. Non ho voglia di tornare a casa con le pive nel sacco, proprio no. Decidiamo di dormicchiare una mezzora, tanto è presto. Comodo dormire in tre su una Musa.
Ci “svegliamo” per prepararci, e intanto arrivano altre auto, sono i vicentini. Fa fresco, ma questa è una cosa buona, luna nuova e questa è una cosa cattiva ma pazienza, spero in una buona traccia. Ormai pronti Bellò si avvicina, ci salutiamo e presentiamo, saliremo fino quasi al rifugio insieme, scambiando quattro piacevoli chiacchiere. Loro puntano una via ben più difficile della nostra, ma la strada in comune la percorremmo insieme.
Ricordo il sentiero di avvicinamento al rifugio, ritrovo la galleria dove tocca abbassarsi fino quasi ad andare a gattoni, quella tettoia in lamiera che ripara i viandanti che percorrono il sentiero da una cascatella allegra (talmente allegra che la tettoia servirà a poco, e sia all’andata che al ritorno ci bagneremo, al ritorno questo sarà un fatto piacevole, all’andata per niente), la lingua di neve con la corda fissa.
Lingue di neve ne troviamo parecchie, e le ultime centinaia di metri per arrivare al rifugio saranno tutta neve, neve che non ci regge, e ciò mi fa paura. Ma siamo in tanti, troveremo il modo di salire. E la neve che si scioglie riempie in certi tratti il sentiero di una scorrimento d’acqua che lo fa assomigliare più a un ruscello. Si testa la tenuta impermeabile delle scarpe.
Siamo partiti che era l’1e00, siamo al rifugio alle 2e40. Credevo metterci meno, ma abbiamo tempo. Durante la salita qualche boato di pietre in caduta libera sulle montagne alla nostra sinistra ci ha fatto tremare, ma ora è il momento di mangiare e bere qualcosa, ora si fa sul serio. Finché siamo comodi ci mettiamo già in assetto completo da ghiacciaio, davanti a noi nessuno è già partito.
In marcia, trovare la via iniziale non è facile, in realtà anche perché vado più a memoria e sentimento invece che leggere qualche relazione, ma ci dirigiamo insieme a Bellò and company verso la parete. Ci si alterna a batter traccia, perché ogni passo si sprofonda una spanna, e si sente. Ma non ci si demoralizza, puntiamo ad avere il biscottino dopo questi sforzi.
Intanto compaiono altre lucine uscire dal rifugio, mentre noi cerchiamo di seguire le varie tracce di sci e scarponi. Siamo davvero lenti, ma dovremmo aver tempo sufficiente. Qualche sci alpinista inizia a superarci, e dopo un dossetto compare la parete, debolmente illuminata dall’alba che avanza. Che spettacolo. Ma, un momento, se l’alba avanza ho il sospetto che siamo un po’ in ritardo.
Ci separiamo dalla cordata di Bellò, e puntiamo alla base dello Scivolo Nord, che in realtà ancora non si vede perché dietro allo sperone dove passa la Faustinelli. Davanti a noi avremo ormai una buona quindicina di persone, con altre che arrivano, non saremo soli. Davanti a noi abbiamo anche la parete con tutte le sue vie: che bella quella linea che sale in quella goulotte finale, granatina Gully, se tornerò qui in Presanella, sarà per te.
Nelle pause di salita ci voltiamo per vedere il Bernina e il Gruppo dell’Ortles Cevedale illuminarsi pian piano al sole, con la neve che prima di diventare bianca assume un colore roseo. Calziamo le ciaspole, coi ramponi è un’agonia, si va giù a tratti fino al ginocchio, ma non è tanto quello quanto lo scivolare e il perdere sempre l’equilibrio.
E con questi mezzi denigrati dagli sci alpinisti, giungiamo alla base dello scivolo che sono le 7. Le 7?! E io che puntavo a esserci alle 4e30! Ma il tempo è abbastanza volato, faticato ma volato. Sol che il sole ormai illumina molto, siamo accaldati dalla fatica e ora al sole anche dall’irraggiamento. Almeno una decina di persone davanti a noi sono già in salita, altre cinque alla base anche loro, altre arrivano.
Lorenzo e Riccardo son stanchini, non che io sia una rosa, ma siamo a 3100m, manca troppo poco per mollare. Eventualità che comunque a nessuno frulla per la testa. Cambio ciaspole e ramponi, cibo (vai di latte concentrato), tiro fuori la seconda picca (non fondamentale ma utile) e si va. E in questi momenti ti accorgi come la stanchezza sia un fatto mentale.
Dag dal gas, lo scivolo è tutto gradinato, la neve è discreta, la picca si pianta bene sia di puntale che di becca: la linea sale a sinistra della rigola centrale, la crepaccia si passa tranquillamente su un largo ponte di neve, lassù sulla sinistra una bella cornice ci minaccia, motivo in più per salire in fretta. E che cornici che abbiamo osservato sul resto della cresta Presanella-Cima Vermiglio!
Preso dall’entusiasmo mi si chiede presto di rallentare il ritmo, son d’accordo, ormai siamo al sicuro. Accelero solo quando vedo scendere notevoli quantità di neve al nostro fianco, insieme a pezzi di ghiaccio, il tutto tirato giù da due sci alpinisti che han deciso di scendere da qui. Nessun problema sulla loro scelta, ma almeno potevano aspettare che la gente finisse di salire. Una ragazza davanti a me (il suo ragazzo è una sessantina di metri più su) esita un po’, ma cerco di farle coraggio e da sprone: prima Sali, prima ci toglaimo da questo slavinamento.
Sarà il gradinamento e la quantità di neve ad addomesticarlo, ma credevo trovare un canale un po’ più difficile. Non che non mi stia divertendo comunque! Ho già dimenticato l’agonia dell’avvicinamento. Picca picca rampone rampone, picca picca, rampone rampone e si avanza. Superata la cornice alla nostra sinistra, mi sento un po’ più tranquillo. Divertente murettino un po’ più pendente per uscire sulla cresta ella nostra sinistra, e ormai manca poco.
L’essere in cresta ha due grossi vantaggi: tranquillità (niente ti può cadere in test, basta stare lontani dalle cornici) e panorama. Ah già, e il tornare al sole, che da sempre questa sensazione di rinascita. Che cornici che osserviamo, tanto belle quanto pericolose. Alla vetta manca poco, stringere i denti e via andare!
E senza preavviso, sbuchiamo a pochi metri dalla croce. 8e40, eccoci. Per me rieccoci, dopo 5 anni, su una via diversa, con una fatica diversa, con una preparazione fisica tecnica psicologica diversa, con uno spirito diverso, con compagni diversi, e da capocordata. Come direbbe Nicola, "questa volta è stata diversa".
E che giornata. Ammiriamo in lungo e in largo le cime innevate, il Brenta, il Gruppo dell’Adamello, il Bernina, le 13 cime e dietro di loro il possente Ortles e il Gran Zebrù. Panorami strepitosi, non c’è vento, ci si può spogliare (metter gli occhiali da sole) e mangiare con calma. Una cima da godersi. E ce la godiamo. Si ride e si scherza, nel canale il fiato non era sufficiente a farlo, anche se nell’ultimo tratto una gioia crescente mi ha spinto a fischiettare. Video.
E ora per dove scendiamo? Nello scivolo abbiamo trovato uno che scendeva di li senza sci. In cima sentiamo che la via è tracciata per la temuta Sella di Freshfield, della quale ho un brutto ricordo: da li son caduto, e mi è andata bene, solo qualche escoriazione al palmo della mano destra. L’altro brutto ricordo è quello di Nicola, che non la trovo al primo colpo e si smarrì sulla via di ritorno. Non ripetiamo nessuno degli episodi..
Riccardo vorrebbe scendere per lo Scivolo, io farei la normale, tanto come tempi siamo lì, e almeno facciamo una strada un po’ diversa. Oltre che riassaporare i ricordi e magari incrociare Bellò che esce dalla sua via. Convinco Riccardo, che mi perseguiterà per e prossime ore e giorni e mesi con “avevo ragione io a scendere per lo scivolo!”.
Partiamo, e iniziamo un po’ delicati su rocce affioranti dalla neve, ma seguiamo una traccia che poi punta a percorrere vicino alla cresta che unisce Cima Presanella e Cima Vermiglio, meglio non scendere troppo sulla Vedretta di Nardis per evitare di risalire.
Il sole è possente, il caldo vistoso e la neve man mano che scendiamo è sempre più di merda. Si nota un sacco di neve a polistirolo, e questa rende tutto scivoloso. Partiti tenendo i ramponi ai piedi, dopo poco li abbandono perché è un’agonia scendere ogni passo fino a metà gamba. Di nuovo con le ciaspole, che sul traverso sono una tortura per le caviglie visto che tendono a disporsi come il pendio. La traccia degli sci non è abbastanza pari per poter poggiare dritti.
E scivola qui e scivola la, ma questo traverso non è il massimo, cerchiamo di uscirne. Ci ritroviamo a una progressione frontale con ciaspole su traverso, unico modo per non scivolare verso valle. Amen, rientrare c’è da rientrare, non c’è scelta. Noto uno sci spuntare dall’orizzonte: è qualcuno che sta spaccando una cornice per poter uscire!
Sembrava tanto vicina, e invece quanto è lontana questa sella! Tutto in traverso, una martoriata di piedi impressionante, qualche scivolone frenato solo dal piantare la piccozza. Quasi un’ora e mezza per arrivare fino alla sella, dove un cagnone nero prima ci abbaia contro, poi viene a farci la festa. Ma quanto è diversa la Sella di Freshfield rispetto qualche anno fa! Ora tutta bella coperta di neve, poca roccia affiorante, si sale con le ciaspole.
Una foto insieme con la cima conquistata alle nostre spalle ci sta bene. E intanto si riposa. Anche perché non sembra, ma ne manca ancora. C’è una pestata generale impressionante sulla neve, ma la traccia la prende larga per stare su un crinale che evita la discesa sul ghiacciaio. Neve marcia, molle, bagnata, lo zoccole sotto le ciaspole. Che agonia. Caldo, sete, un po’ di sonno.
Metri di cornice su Cima Cercen, la parete nord della Presanella che ci riappare alla nostra destra. Adesso ti sognerò un po’ meno. Adesso mi stai pure un po’ sulle palle vista la fatica che stiamo facendo per scendere. E qui la psicologia pesa tanto. D’altronde sono quasi 12 ore che siamo in cammino, quasi 17 che siamo partiti da casa senza soste sostanziali e con una settimana di lavoro sulle spalle. Ma tutto fa brodo, tutto fa allenamento, e col meteo e temperature previste, se si voleva salire solo così si poteva fare.
Quante volte abbiamo scherzato con la foto di Riccardo in discesa dall'Adamello, emblema della fatica e della stanchezza che quel giro procurò su tutti noi. Ma siamo vicini al bis. In discesa ci separiamo un po’, lorenzo si slega perché con le ciaspole fa un po’ fatica e non ci sta dietro, io e Riccardo vogliamo solo arrivare al rifugio per rifocillarci e mangiare, filiamo giù nelle discese a crepacollo. Arriviamo al rifugio e Riccardo si spalma sul cumulo di neve li presente.
Ahhhhhhhhhhh! 12e30, ci si spoglia, si mangia, beve e con calma si fa su la roba, la corda ecc. Anche se dei nuvoloni avanzano, ce la polleggiamo un po’, che cazzo, ce lo meritiamo! Tre quarti d’ora al sole e si riparte, ancora disperati, voglia di mettere il culo in macchina e cercare avidamente una birra fresca, oltre che magari un bel parco dove sdraiarsi e dormire un po’.
Anche la neve per scendere dal rifugio è marcia, si sprofonda, un bel nervoso dare peso al piede e sentirlo sprofondare a volte anche fino all’inguine. Lascio indietro gli altri (i nuvoloni avanzano, e non voglio finire la giornata come un pulcino bagnato), non vedo l’ora di spogliarmi all’auto, mettermi sulla panchina sopra la macchina e dormire un po’ mentre aspetto gli altri due.
A qualche tornante osservo di nuovo la signorina, adesso posso forse chiamarla signora visto il rapporto intercorso tra noi. Ti ebbi, ti riebbi, e ti riabbierò! Adesso la doccia sotto la cascata è ben più piacevole, ci ripasserei se non fosse per l’attrezzatura. Incrocio persone che salgono al rifugio, anche se non capisco cosa pensino fare domani che è previsto brutto tempo.
Ecco la Musa! Ma la panchina è occupata, porca vacca.. beh, faccio presto, mi spoglio, stendo zaino, pantaloni e imbraco al sole, e mi sdraio sui vestiti impregnati di fatica. Ma quanti insetti ci sono, non durerò molto. E arrivano gli altri due, son le 15, è stata una lunga giornata.
Scendendo a valle ci buschiamo un bell’acquazzone, ottimo considerando che sono in infradito e braghe corte.. E per colpa del tempaccio all’esterno, anche la birra fresca non sarà saporita come al solito, è un peccato. Ma lo scivolo l’abbiamo salito, forse uno degli itinerari che mi porto dietro come voluti da più anni. È stata una faticaccia (non lo scivolo, il resto!) ma ne è valsa la pena. Sotto il prossimo.

Qui altre foto.
Qui video di vetta.
Qui report.
Qui relazione di Nicola, quando la fece lui.

domenica 2 giugno 2013

Presi a calci dal vento: Valmaggiore

Meno male ieri mi son sfogato. Maledetta meteo ballerina. Oddio, sapevamo che il cielo non sarebbe stato limpido, ma non immaginavamo questo vento. E dire che Riccardo in macchina parlava di aver letto che sul ghiacciaio della val senales leggeva vento a 200km/h, ma credeva ci fosse un errore.
Ieri per me giornata lunga, rientro tardi e stanco per poter pianificare bene qualcosa, perciò vada per Cima Cece, voluta da Marco e con noi accondiscendenti, tanto è un terno al lotto. Sulla stradina che porta alla Malga Valmaggiore capiamo che tira un bel vento. Riccardo stupefatto “oh ma guarda che vento, ci sono gli alberi che fanno così così! Sol che non mi cada un ramo sulla macchina” e tom! Qualcosa cade sul tettuccio dell’auto.
Cielo nuvoloso ma nubi alte, la visibilità non dovrebbe certo essere un problema, mi piace sta cosa. Saliamo nel bosco, tutto bello verde, cime imbiancate ancora e acqua che scorre caparbia nel ruscello. Ci scaldiamo presto, e Marco entra in modalità Super Mario Bros: poverino il nonnino, ha solo un bastoncino, l'altro è rotto!. Qualche valanga invade il nostro sentiero, capisco perché sconsiglino la salita con pericolo marcato: addirittura passiamo un tratto dove due valanghe provenienti da versanti opposti si “baciano”.
Riccardo segue le tracce di qualcuno che ci precede, ora che le valanghe nascondono decine di metri di sentiero e le pozze di neve i segni CAI. E finiamo in mezzo alle sterpaglie, per una deviazione che sa di giungla. Beh dai, almeno taglieremo e saliremo prima! E invece no, saliamo saliamo per poi scendere a riprendere il vero sentiero: chi abbiamo seguito si è sbagliato anche lui.
Dal laghetto primaverile iniziamo a pestar neve, almeno.. Almeno una pippa, la neve è marciotta, se vai fuori traccia vai giù, e anche nella traccia un po’ si affonda. Più in alto con sotto le pietre lisce, oltre che affondare si scivola anche. La vedo grigia. Ma già la Cima Valmaggiore sarebbe invitante col suo versante di lingue di neve interrotte da roccia affiorante.
Ma il vento si fa sentire ora che siamo in spazio aperto, e man mano che si sale siamo ai livelli di far perdere l’equilibrio. Laggiù il Latemar si fa ammirare, con alle sue spalle un bel cielo scuro carico. Io e Riccardo osserviamo l'itinerario che abbiamo seguito quest’estate: adesso è un piano inclinato uniforme di neve.. E tra uno scivolone e l’altro, siamo spinti verso la forcella dal vento.
Eccoci al Bivacco Paolo e Nicola, che bellino! E c’è pure vita dentro: una coppia di Varese e tre ragazzi di Ferrara. Marco non perde l’occasione per dirgli “meniamo questo qua, che mi prende sempre in giro perché sono ferrarese!” ma lo scontro è evitato. Ci chiedono a che ora siamo partiti per essere alle 8e30 al bivacco. Sono increduli sul nostro orario di partenza, poi gli spieghiamo di altre levatacce o di non dormite.
Abbandoniamo l’idea della salita alla cima, troppo vento e neve di merda, oltre che rischio imminente di prendere l’acqua dal cielo. Osserviamo il lancio della banana (video): dopo averne mangiata una, apriamo la porta, la lanciamo verso l’alto e la osserviamo volare finire 50m buoni più in la. Grasse risate. Ma sconfortati per la cacciata che ci da il Lagorai. Amen, finirà a birra e canederli.
Dopo aver cazzeggiato un’oretta, canticchiamo il jingle di Super Mario Bros, scendiamo, sferzati dal vento in faccia (video). Facciamo un po’ gli scemi in mezzo a questo selvaggio ambiente, finché non torniamo sulle rive del laghetto, dove provo a boulderare un po’, ma qui ci sono dei 5b che con gli scarponi non sono comodi. E farmi male facendo una cagata non mi sembra una fine gloriosa. Poi la discesa sciata sulla valanga, filmando nella speranza che uno di loro due cada (video). All’auto un bagno ai piedi nel ruscello, ma quando è fredda l’acqua!
Alle 11e15 siamo già in auto verso valle, alla disperata ricerca di una coop o despar che dir si voglia per comprare i canederli da portare a casa. Sembra di cercare l’oro talmente fatichiamo, chissà quanti km percorsi avanti e indietro. Poi finalmente in centro a Cavalese la troviamo. E chiediamo consiglio su dove andare a mangiare, ci consigliano titospeck. Marco fa la figa e prende solo una fetta di torta, Riccardo i canederli, e io un bel piatto ricco di canederli, crauti, luganega e care, birra per tutti. Ne uscirò strapieno, la sera niente cena.
Va beh, andata così, almeno abbiamo una strategia di attacco per questa estate. Però mi son rotto un po’ i coglioni di queste uscite senza scago nelle mutande! Alta pressione e canali e pareti, venite a me!

Qui altre foto.
Qui relazione su on-ice.

sabato 1 giugno 2013

Dal Lago alla cima atto 2: Costabella da Castelletto di Brenzone

Ennesimo weekend di tempo incerto, non si può pianificare una due giorni, occorre rimediare in qualche modo. Tanto vale allenarsi un po’, non certo sulla tecnica ma sul fisico. In realtà vado a letto con l’intenzione di un giretto in Appennino, ma neve poca o nulla, probabilità di prendere l’acqua, mi fanno cambiare idea all’ultimo momento, ovvero in auto.
Cambia tutto e vai al Lago di Garda, proverò quel giro che avevo adocchiato per spararsi 2000m di dislivello, dalla riva del Lago di Garda a Cima Costabella: un po’ come fecimo con l'Altissimo, ma quella volta c’era in più l’emozione di un percorso incerto e poco battuto. Stavolta è solo gamba e fiato. Ma in auto mi assale una paura: ho addosso i pantaloni lunghi della Montura (in Appennino avrei rischiato la pioggia), se salgo con questi muoio di caldo. Meno male mi viene in mente che ho quelle braghette corte nella sacca della piscina.
Impazzisco a cercare l’attacco del sentiero 655 dalla Gardesana, credo averlo trovato e parcheggio dove posso. Cerco le braghe e terrore! Non ci sono! Fortuna ho quelle da maratona che uso a yoga, andrò con quelle.
Quello che pensavo fosse l’attacco del sentiero, non lo è. Salgo ma finisco a casa di uno. Scendi vai avanti risali, finisco in un parcheggio. Ma l’orientamento mi dice di proseguire di qui, tagliare la strada di la e mi ci troverò. E così sarà. Trattasi di una vecchia mulattiera, in mezzo al bosco, ulivi, casette diroccate. Molto bello, per un pensionato. Io sono avido di canali e cime che superano i 3mila metri, e mi tocca salire qui. Maledetto meteo e cambiamento climatico.
Magari l’incontro con M11 potrebbe ravvivarmi un po’ la giornata, ma anche no. Nei pressi della località “La Ca’” il bosco è un po’ più piacevole. La supero, mi ci addentro dentro, ma un segno giallo/rosso su un albero alla mia destra mi inganna. Lo seguo, vai vai, scorgo per un attimo Cima Costabella che mi pare sia rimasta troppo alla mia sinistra, e mi ritrovo alla Chiesa di San Bartolomeo, che porta a Prada, non a Prada Alta. E torna indietro.. All’andata su questa erronea deviazione avevo trovato una cartina. La stendo perché si asciughi un po’, in modo che quando tornerò indietro la potrò prendere secca. Ma quando tornerò qualche ora dopo, nessuna traccia.
Segui la mulattiera, spunto in Val Senaga che paretoni laggiù! E infine scorgo Costabella, adesso ci siamo. Al parcheggio che di solito è la partenza per questo classico giro, momento di ristoro. L’obiettivo è salire svelti e vedere che differenza ci sarà rispetto al record stabilito due settimane fa, con già più di 1000m di dislivello sul groppone. Forza e coraggio.
Poche soste, se riesco nessuna, foto un’altra volta che adesso non ho tempo. Ma l’asciugatura del sudore qualche sosta me la renderà obbligatoria. Il Lago di Garda è tutto coperto di nubi, nonostante sia ad appena 1500m, sotto di me un tappeto di nubi, e i 3mila adamellici che svettano sbeffeggiandomi. Patirete la mia vendetta! Ma intanto mi becco un po’ di fresco col vento. Escursione termica notevole oggi.
Ed eccomi in cima, momento della verità, l’orario.. 1h23, l’altra volta 1h22, son soddisfatto! E affamato. Qualche foto, un video, e poi giù. Sotto di me un bel tappeto di nubi, sia in val d’Adige, che pianura che sul lago. Scorgo laggiù le vette dell’Appennino sopra le nubi. Azz, potevo andare la.. beh, pazienza.
Scendo, e stavolta qualche sosta in più per le foto. Marmotte, fiori, giochi di colori. Ma già sogno il panino e la birra a Prada Alta: troverò un negozietto aperto per comprare la magica lattina/bottiglia? Si! Momento godimento. Ma sono talmente disidrato che il mio fisico assorbe il liquido gassoso a velocità supersonica, e riprende a camminare non sarà un grosso sforzo per le gambe, ma per la testa..
Scendo con non troppa fretta, meglio preservare le ginocchia. Fotografo alcuni castagni davvero imponenti e spaventosi nelle forme. Che bella la natura. L’ultimo tratto è una palla. Pietraia cementata, gustosa per le gambe, che sento molto calde e vogliose di immersione nel lago.
Raggiungo la Biaza, così cerco il vero sentiero che avrei dovuto prendere già stamani. Anche ora un po’ mi perdo, ma ci salto fuori e sbuco nel centro di Castelletto di Brenzone. Arrivo all’auto, rifaccio lo zaino, e via verso la riva del lago con ciabatte e asciugamano. Una goduria le gambe a bagno, farei anche il bagno! Con calma faccio le mie cose, e guarda caso, nel momento in cui sono in mutande per cambiarmi i pantaloni, chi appare? Due suore. Pace e amen, giornata conclusa. Allenamento ok, ma adesso un po’ di sostanza per Dio!

Qui altre foto.
Qui report.
Qui video.