sabato 19 marzo 2016

Bastonati in Vallunga: Tunnel, quasi

La carovana di persone per questo sabato è cospicua: io, Cristian, Giorgio, Roberto, Stefania. Peccato Simone all'ultimo momento ci lascia causa un mix tra salute e lavoro. La carovana personale dei componenti il gruppo, anche lei è cospicua: c'è chi brama Perla Azzurra da tempo, chi di tornare a pestare ghiaccio, chi di vedere un posto bellissimo, chi di essere veloce per esplorare altri flussi, chi di bere la birra alla fine. 
Diciamo che ci confidava nella birra, di certo non è stato deluso! Gli altri..bah, dipende. La partenza alle 2 è già una bella prova di forza: forza che a Giorgio mancherà per svitare la brugola e cambiare le punte dei ramponi..in autogrill. Arriviamo al parcheggio che sta quasi albeggiando, la frontale sarà inutile dopo pochi metri, tardissimo! Le risate già si sprecano in fase di preparazione, la voglia di ghiaccio ci spinge a mettere il turbo per l'avvicinamento.
Giornata già limpida e spettacolare: il Sassolungo alle nostre spalle che si illumina pian piano, il Col Turont che cerca di nascondersi sotto la coperta, la fine della Vallunga che non si vede ancora. Non fa certo caldo, anzi, il pizzetto inizia già ad appesantirsi di stalattiti.
Addentrandosi nella valle, seguendo i cartelli del sentiero senza pestare la pista da sci da fondo, le magie di ghiaccio appaiono (Piovra, Jumbo Jet, Flauto Magico), la dolomia mostra il suo aspetto invernale, scuretto per il bagnato e biancuccio per le cenge coperte dalla dama bianca. Molte rughe solcano le muraglie rocciose, lasciando sognare cosa mai possa nascondersi la dietro.
E lentamente, senza prendere quota ma macinando chilometri, le piste da fondo finiscono, il sole illumina già i luoghi più alti, e insieme alle Palestrina 1 e Palestrina 2 (belle crepate!) si inizia a intravedere dove calzeremo i ramponi per aggredire il ghiaccio. Intanto montiamo le ciaspole: solo ora la neve lo richiede, ma lo richiede.
Giorgio fulmineo è già alla base (defeca o  mette i ramponi?), Stefania lo segue, noi altri tre arriviamo: siamo davvero affamati se ci abbiamo messo meno di due ore! Cambio abiti, armi in mano, proiettili all'imbraco, e corde stese.
Rispetto a quando venni a fare Perla Azzurra sembra in effetti esserci più neve e più freddo: ghiaccio secco e spaccoso, belle croste a destra e manca, neve inconsistente quando si esce dai salti verticali. Neve abbondante non trasformata sulle pendenze inferiori a 50°. Proprio belle condizioni!
Parte Roberto con Giorgio a fargli sicura, loro proseguiranno (vorrebbero) su Perla Azzurra, Cristian io e Stefania invece su Tunnel. Viste le condizioni, optiamo per salire il muro tutto a sinistra, anche per esser sicuri di arrivare alla prima sosta con un solo tiro di corda e senza fare della conserva.
Ma il muro è bello dritto e il ghiaccio non è amico. I piedi di Roberto scappano, le braccia di Cristian si ghisano. Partiamo male! Speriamo proseguire meglio.. Tocca partire a noi, e capisco bene le difficoltà incontrate dagli altri due. Poi giusto per gradire mi complico la vita incastrandomi su del misto sulla sinistra, finendo su un tratto leggermente strapiombante. Accidenti a me. 
La sosta su roccia è coperta dalla neve, il ghiaccio permette ai due amici di farne una alternativa. E il muro di Perla è li che guarda Giorgio. Io guardo l'attacco diTunnel, coperto da una cospicua massa nevosa al posto di quella debole candeletta che respinse Nicola a gennaio e di cui la sola vista mi fece abbandonare perfino l'idea di provarla quando venni la volta scorsa
Giorgio parte per salire il muro chiave di Perla Azzurra. Stefania per il suo primo tiro da prima su una cascata, che oggi pare più un vajo con un po' di ghiaccio sparso, ma tant'è. Stefania progredisce faticando più per la neve che per il piantare picche e ramponi, mentre Giorgio..ha la sua bella gatta da pelare. 
Sale la rampetta, si sposta a sinistra, mette giù viti, tentenna, sale, esita, torna giù, mmmm come la vedo male! "Robbi oggi ci scatta la ferrata!", sale, scende, risale, poi mi distraggo a guardare Stefania, riporto lo sguardo verso Giorgio, e non lo vedo più! Solo i suoi ramponi appaiono con le punte verso il cielo..qualcosa non va. Appuratici del fatto che sia caduto dolcemente sulla neve fresca e non si sia fatto nulla tranne essersi coperto di bianco..scoppiamo tutti a ridere! Anche lui.. 
Oggi non c'è trippa per gatti. Stefania prosegue, con calma, mentre io e Cristian geliamo. Giorgio inizia a valutare il da farsi dopo questi pochi metri stile "lavorato", optando poi per un abalakov di ritirata e venire con noi su Tunnel (mentre penso che l'ultimo tiro di Tunnel è un 4, questo doveva essere un 3, mah, mi sa che non finiamo mica oggi). 
Finalmente tocca a noi salire,  si va, bellissimo ambiente anche se difficoltà irrisorie. Incassati tra le rocce, dentro il cuore della montagna, con la sua vena di neve che oggi pulsa più che mai: beh, pulsa.. meglio stia ferma questa neve! Raggiungo Stefania, una sosta buona, con un terzo punto che..ci ricorderemo. 
Riparte Cristian, così a me resta l'ultimo tiro, e appena girato l'angolo lo si sente esclamare "ma è una figata!": lo scopriremo dopo, è il tiro in cui si passa sotto il caratteristico Tunnel di pietra, svariate tonnellate di roccia gravano sulla testa di chi passa sotto, un arco di pietra a un altezza di 7-8m, uno spettacolo che vale il viaggio. 
La vista dell'ultimo tiro mi carica a molla, un bel po' di ghiaccio lassu, ma vacca se è dritto.. Arrivo alla base, scambio materiale, due cazzate parlottate, Giorgio e Roberto che si sentono arrivare da dietro. Parto sulla prima lingua di ghiaccio vicina a noi, salire ancora e vedere cosa c'è mi obbligherebbe poi in alto a prendere quello che pare essere il punto di massima pendenza. 
Le prime spiccozzate fanno già diramare svariate rose.. Un rampone sulla roccia a sinistra mi facilita un po la progressione a diedro, ma le picche non sono salde come vorrebbero. La vista di una corda, o di uno spezzone di corda, incastrato nel ghiaccio mi raggela un po' il sangue. Continuo a salire, osservando ciò che mi aspetta, lanciando con forze le picche nella neve inconsistente per uscire dal tratto verticale. 
Già ero partito che non mi sentivo in forma. Il primo tiro tutti ad arrancare. Giorgio che scende da Perla. La possibile ora tarda. Il freestanding lassu, aggirabile solo a destra su debole strato di ghiaccio che non si capisce se sia attaccato alla roccia o scollato. Il terrazzino di neve probabilmente inconsistente in uscita dal prossimo verticale. Tentenno a mia volta. 
Valuto un po' il da farsi. Scambio due battute per sdrammatizzare con chi sta sotto. Un altro passo, altre occhiate, valuto meglio quello che potrebbe attendermi, una vite e mi ci appendo. Mmmmm. "Cristian, che ore sono?" "11e40" "Ragazzi, a me non piace, non sono convinto. Troppi presagi." Inizio a preparare un abalakov e buonanotte. Il primo fallisce, troppo poco angolate le due viti. Il secondo sono troppo lontane. Che qualità poi questo ghiaccio! Torno sul primo riprendendo uno dei fori, stavolta va, ma i due fori d'ingresso saranno distanti non piu di 15cm. Su una corda mi calo in doppia, sull'altra resto assicurato mentre tolgo le viti. 
Foto di ritirata. Intanto Roberto e Giorgio attrezzano la doppia sotto la nostra sosta, scende Giorgio, poi vado io con entrambe le nostre code passando davanti a Roberto, che invece che per secondo, scenderà per ultimo! 60m di doppia, 35 di disarrampicata con anche un tratto di ghiaccio non banale, e per il quale dico a Cristian "Ehi, vedi se Stefania se la sente, aspettala li per valutare un altro abalakov": dopo 5 minuti scarsi, me lo vedo a fianco.. 
Giorgio ha scavato per trovare la sosta su roccia del primo tiro, ci caliamo su questa anche se il chiodo che è fuori dalla neve non apre molto confortante.. Già ad occhi chiusi uno alla volta, sul muro salito alla base, e fine dei giochi. 
Ma alla base, lo sconforto, la rabbia, l'euforia, la pazzia, mi fanno brandire le mie picche alla rinfusa sul ghiaccio basale, che in realtà è un crostone di 5cm con sotto 50cm di neve polverosa! Ciò di cui di peggio potresti aspettarti su una cascata! Scavo una grotta, dentro la quale sia Stefania che Roberto faranno una foto visto che Cristian gli intima che "è usanza", ingannandoli. 
Con le orecchie basse, ma con comunque il sorriso sulle labbra per la giornata gioviale trascorsa, si scende per una Vallunga adesso torrida: maniche corte e occhiali da sole, verso birra e salsiccia di fine giornata. Pochi metri per finire la cascata, ma dopo certi episodi, do molta più voce al mio istinto conservativo.

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domenica 13 marzo 2016

Una giornata risollevata: un assaggio di Baldograt

Ci sono quelle giornate da cui ti aspetti tanto, ma che poi invece partono male, quasi malissimo, e che si risollevano raggiungendo quasi le aspettative sperate. Ecco, questa è una di quelle. 
Auto carica per tre discipline differenti, al fine di sfruttare al massimo la giornata, seppur conscio che non le potrò fare tutte e tre visto che mi aspetta una cena impellente stasera, ma almeno sono pronto alle alternative! Un meteo non ottimo ma non pessimo, tanta voglia di esplorare e faticare. Arrivo al parcheggio e il cielo è plumbeo, azz.
Parte la salita, e nonostante il sole stia giungo sorgendo (per la stagione sono le 6e30 del mattino) trovo un corridore in discesa e pure uno scialpinista! Che ovviamente scende sci in spalla visto che la neve si è già ritirata. Il vento c'è e me l'aspettavo, ma mi aspettavo anche un cielo con poche nuvole: invece scende pure della neve, pallottolare, le nuvole minacciose sono tante. Comincio a deprimermi. Mi sa che oggi scatta la solita salita a Costabella e finisce la giornata.
Testa china e salire, le ciaspole restano sullo zaino. Ogni tanto mi giro per guardare la costa ovest del Lago di Garda che come meteo se la cava meglio, e le cime lontane tinte di rosa arancione dal sole. Se guardo verso l'alto invece ho poco di cui gioire, il vento mi sferza e di raggi caldi manco l'ombra.
Al Rifugio Fiori del Baldo calzo i ramponi perchè è già un po' che se non fosse per le bacchette sarei già scivolato, e in cresta (seppur ampia) eviterei quest'esperienza. Cresta ampia e vento che adesso può investirmi con tutta la sua forza, precludendomi di guardare verso est dove l'altopiano dei Lessini è illuminato dai raggi di sole come se Dio in persona lo volesse.
Il crestone nevoso si fa sempre più panoramico ed estetico, qualche cornicetta e una discreta neve. Inizio a scorgere la vetta delle Buse, almeno fino la ci posso arrivare: il Baldo è ancora silenzioso, l'orda di scialpinisti o ciaspolatori è ancora indietro, e posso godermi il posto. Quando ripasserò di qui tra qualche ora, molti metri quadri saranno occupati.
Scendo per poi risalire, in un paesaggio finalmente invernale, e che nonostante la modesta quota rende il cielo piuttosto vicino. Risalgo, stando il più possibile in cresta, per poter ammirare l'imponenza dei giochi di neve e vento ma senza mai varcare la linea di sicurezza: non so se qui ci sono cornici che non vedo! Il Passo del camino è bello saturo di neve, getto un'occhiata per capire se si veda dove potrebbe proseguire il sentiero estivo..ma nulla.
La Vetta delle Buse è raggiunta, ma ora? Le nuvole ci sono, ma alte e si sono calmate adesso. Il sole..nein. Il vento..va beh, quello tempra, finchè non ti ribalta a terra. Cima Telegrafo la vedo anche da qui. Il problema è raggiungerla, trovare una via per passare, da relazioni passate ricordo che questo dovrebbe essere il tratto piu tecnico della traversata invernale. La giornata forse si risolleva dai..
Segue tracce che scendono per la cresta, ma muoiono qui. Laggiù però ne vedo altre, come raggiungerle? Mi guardo intorno e vedo che qualcuno è già passato. Traversi, ramponate di mughi innevati, e riesco a scendere quel tanto che basta per ritrovarmi a traversare pendii nevosi verso nord. Ora meglio tirare fuori la picca anche..
Aggirata sul lato est la cresta nel tratto più ostico, poi è fatta. Da un timido passo si torna sulla cresta, ad usare un po' le mani sulla roccia e i ramponi sulla neve dura: il sole che ancora non vuole uscire non degrada la consistenza della dama bianca. Mi girerò spesso a guardarmi indietro, ma mi fermerò altrettanto spesso a guardarmi avanti, a guadare creste nevose che salgono verso il cielo.
Su e giù per creste nevose intervallate da tratti di calcare. Durerà meno di un'ora la traversata dalla Vetta delle Buse a Cima Telegrafo, un'ora ricca di pause vista la quantità di foto che faccio, ma un'ora bellissima. In un certo senso sembra un'ora volata via visto il divertimento suscitato. Dall'altro sembra un'ora immensa dato l'appagamento che mi ha regalato.
Le tracce dei miei predecessori mi consentono di risolvere i passaggi più labirintici in modo immediato. Un bel passaggio stretto tra due rocce è davvero pittoresco e quasi mi incastro. Conosco questa cresta, in estate l'ho già fatta due volte la traversata integrale del Baldo, ma d'inverno è tutta un'altra cosa, e adesso mi sale la voglia di farla tutta..ma non oggi.
Le difficoltà calano drasticamente, e Cima Sascaga è raggiunta: cima alla quale riservo un ricordo indelebile, una delle prime cime (se non la prima) raggiunta dal trio unito Andrea, Marco e Riccardo. Cima Telegrafo è a poca distanza, incrocio tre ragazzi che mi chiedono delle condizioni della cresta e che proseguono sulle mie orme. Io punto a nord, e sotto un timido sole raggiungo lacroce del Telegrafo.
Il sole invoglierebbe a fermarsi ad ammirare panorama e riposarsi un po', ma il vento è poco ospitale: scendo qualche metro verso il Rifugio Barana, il cui locale invernale stanotte deve aver visto un bel po' di gente. Pausa cibo svaccato sulla neve, finchè il freddo non prende il sopravvento. Invidiando i pendii sciati da chi è ben più bravo di me. Sognando quei canali che solcano la nord della Vetta delle Buse.
Si riparte, non ho voglia di tornare sui miei passi, per due motivi: ora che il sole scalda la neve, non vorrei trovarmi su alcuni pendii traversati prima, e poi vorrei fare un anello. Dal 654 sono già salito altre volte, vediamo che aspetto ha d'inverno! Tanto la traccia c'è, non mi perdo.
Io che scendo, altri che salgono, su questo ormai assolato pendio della Valle del Pre. Osservo i tre ragazzi di Cima Sascaga sulla cresta. E mentre scendo, conscio dei km di asfalto che dovrò percorrere per tornare all'auto, osservo quel pendio, solcato da zigzag di scialpinisti, che termina a un colletto che poi dolcemente risale verso la Vetta delle Buse..perchè no..
Che bella valle, ma che bell'imbuto finale, ottimo luogo per trovarsi in caso di valanga. Sguscio verso la risalita del pendio: dai, se si sprofonda torno indietro e filo giù. Se. Se. Ma non si sprofonda più di tanto, risalgo sudando come un cammello, ora che sono riparato dal vento ed esposto al sole, e giunto al colletto mi ritrovo in un altro angolo di pace, mentre Cima Costabella è affollata.
Tornare sulla Vetta delle Buse sarà psicologicamente lunga, le gambe ne hanno macinati dei metri oggi, e il vento sferza di nuovo rendendo il tutto meno piacevole di quello che dovrebbe essere. Ma dosso dopo dosso, ormai resta solo la pala finale, bianco azzurro e nulla più!
Di nuovo in cima, coi tre ragazzi che si stupiscono del mio arrivo. Loro scendono sciando, io trotterellando, fino a incontrare due ragazzi con appresso un border collie. Viaggiano in senso opposto a me, mi chiedono come sia il proseguo e gli dico solo che il cane si troverà un po' a disagio, "ma non è nostro, ci segue da giù". Cerco allora di attirare la sua attenzione in modo che scenda con me, e ci riesco. Cercherò di farmelo amico con qualcosa da mangiare e da bere, ma è molto timido, e accarezzarlo sarà un impresa! 
Risalita a Cima Costabella, ultima della giornata, e adesso è tutto come d'abitudine, ambienti conosciuti dove mettere l'acceleratore per arrivare all'auto il prima possibile. Saltello, corricchio, fischietto per tenermi vicino il cane (che nonostante la sua timidezza, a momenti fa rissa con un altro, per la gioia del padrone che se la prende con me).
La giornata dovrebbe finire degnamente con una birra, ma non oggi che mi aspetta una cena impegnativa. Ho fatto pure presto nonostante tutto il tragitto (ma accidenti il gps c'è bloccato su Cima Sascaga!), e sono rimasto davvero appagato dagli ambienti e divertito sulle difficoltà, con qualche passaggio non banale ma nemmeno complicato.

Insomma, una giornata ben risollevata! Grande Baldograt!

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sabato 5 marzo 2016

Libero Trail nel Parco di Roccamalatina

Il senso di libertà che ti da l'andar per monti, è qualcosa di indescrivibile, che va provato. Poi ci sono attività che ti danno un sesno maggiore o minore di questa libertà, ma in generale l' "agoragioia" è sempre presente. E un trail non sfugge a questa sensazione di spazi che ti si aprono davanti e che puoi scegliere. 

Devo salvare il sabato, le previsioni meteo pessime negano qualsiasi attività alpinistica, alchè mi si accende la lampadina di andare a esplorare il Parco Regionale dei Sassi diRoccamalatina, ma correndo (corricchiando..). Spulcia cartine, itinerari, ed ecco qui "Casona-Zocca, 17,5km, 930D+ e 348 D-", vado e torno. Ma accidenti, anche là il meteo non è molto amico, pioggia moderata dalle 12 alle 15. Basta arrivare a Zocca prima delle 12, a quel punto..all'auto devo tornare a ogni costo! 

Al parcheggio qualche goccia, un cielo scuro, ma me l'aspettavo. Zainetto carico di viveri e vestiti di ricambio: parto camminando per non bruciarmi subito, alla vista di una famigliola di escursionisti inizio però a correre per non far figuracce, e dopo poco mi tolgo già la maglietta a maniche lunghe che fa un caldo che non si può. Si corre finchè le pendenze non esagerano. Al secondo bivio sbaglio pure il sentiero. 

Fango e steppa, poi ci infila in una vallettina incassata dove scorre un ruscello, il sentiero dei ponticelli: fortuna i ponti ci sono, se fosse necessario guadare, avrei già finito la mia giornata. Lo Zio Teofilo sbarra la strada, ma la sua funzione è importante, un debole sole filtra tra i rami ma fatica a scaldare davvero. Le prime scivolate su fango mi fanno muovere come se fossi su bicchieri di cristallo, ed eccomi a Pieve di Trebbio. 

I sassi di Roccamalatina salgono svettanti, non li ricordavo così tormentati, ma di certo li ricordavo così sabbiosi. Invece che scappare dal brutto tempo che avanza, gli vado incontro: beh, il vento cerca di cacciarmi indietro, ma resisto a queste spinte, e una volta sceso verso il mulino di Riva, queste forze avverse mi lasciano stare. 

Altra risalita, Castello delle formiche, e una strada ciottolata che assomiglia più a un ruscello dove risalgono i salmoni che a a dove salgono le auto. Un breve spiraglio di verde e azzurro lascia spazio a un cielo cupo e un infido tratto di fango e neve. Mudandsnow sempre maggiore salendo verso il Monte della Riva, sempre da solo, sempre libero. In salita magari no, ma in piano è divertente. 

In 2h20, 16,5km (quasi 1000m D+ da cartina), sono a Zocca, nemmeno troppo stanco, e quindi..perchè non rientrare per un altro sentiero? Quello che fa il giro più largo spostato più a est? Ma sì dai, riempiamo la giornata! Accidenti a me.. 

Vago per il paese alla ricerca di non so cosa, poi prendo il sentiero corretto verso MonteCorone: ora sì che fuggo dalle nuvole scure! E fuggo nella neve, ormai i piedi sono spolti, non c'è nulla da fare. Trovare la giusta strada è sempre più dura, molto asfalto e un cielo minaccioso, ruscelli da tutti i cantoni e guadi da farsi col salto in lungo! Nonostante la stampa in tasca, fotografo a più non posso la cartina in piazza. 

I paesaggi sono un po' meno carini dell'andata, ma almeno sono diversi. E le gambe iniziano a essere durette.. La salita al Sasso di Sant'Andrea è perfettamente evitabile, ho altro a cui pensare oggi, finora non ho preso acquazzoni, sarebbe bello continuare così: ora che poi mi sono tirato la zappa sui piedi allungando di 7-8km il rientro.. 

Arrivare a Roccamalatina è quasi da denti stretti, sono già pronto a mandare tutto in vacca e tagliare per Pieve di Trebbio e rientrare per dove sono passato all'andata. Quasi 4h, quasi 29km. Però..ormai ho fatto 30..facciamo 31..e quando mi ricapita di rifare tutto questo giro. Ok, cerca il 406, eccolo, imbuchiamoci, discesa e poi steppa a fianco del ruscello che temo dovrò guadare per passare dall'altra parte. Due caprioli ben più agili di me, e i crampi che fanno toc toc al polpaccio dx.. 

Comincia a piovere, ma resisto, non è bagnarmi io il problema, ma lo zaino e il suo contenuto. Finalmente in vista di Monteorsello, che però sta lassu: infiniti tornanti su asfalto, camminando che non ce la faccio più, vento e qualche goccia. Prossima tappa Guiglia, che già vedo, ma il sentiero fa percorsi strani: va beh, per salute è meglio evitare la statale.

Guiglia arriva, entro in paese, mi siedo su un vaso di fiori per visionare la cartina, le gambe esultano come gli italiani all'ultimo mondiale vinto. Ma è tempo di ripartire, non riposiamoci o non si riparte più! Sto già sognando la birretta e il borlengo (che sarà sostituito da un paninaccio al bar), ma intanto devo capire dove andare, e vestirmi perchè la pioggia si fa fitta. Ma per scherzo, tra 10min smette e mi farà solo sudare.

Saliscendi nelle brulle colline modenesi, un cane mi abbaia da lontano, solo che non ci sia da passarti di fianco! Un cinghiale di un metro cubo scappa verso dove sono arrivato poco fa. Sol che arrivo giù.. Vedo il fondovalle, vedo il ponte, ma il sentiero piega molto a nord, e arrivato sulla sterrata tocca rimettersi in corsa trotterellando verso l'auto.

Eccola! Quasi 43km, 1600 dislivello, 5h45. Mo vacca che fatica! Fino a 2/3 - 3/4 andava ancora bene, ma dopo il 30imo km, down: d'altronde non corro mai più di 13km in pianura.. ci può stare essere una pippa! Almeno ho salvato la giornata e stasera dormirò beato. La perturbazione è in ritardo, solo ora comincia a piovere bene: grazie.

Quasi 6h vagando in posti brulli, solitari, in condizioni non proprio confortevoli. Ma la libertà dei grandi spazi, la libertà di scegliermi io queste difficoltà. La natura, il sole, il fango, la neve, le bestie. La fatica e l'appagamento. 


Qui altre foto.

martedì 1 marzo 2016

Appiattire la mente: Baldo by night

Ci sono quei periodi, quelle giornate in cui ti senti scoppiare, oppresso dai troppi impegni (che non hai ma che dovresti mettere a calendario), trenta cose da gestire (non tue magari, ma che devi gestire lo stesso). Corpo stanco ma mente di più, e la mente si ricarica quando il corpo lavora. E la mente disse al corpo "zitto schiavo, lavora che io riposo!"

Complice il non far torto a nessuno tranne che al mio sonno e alla mia auto che invecchia, l'idea si realizza, la medicina si avvicina, dopo lavoro dritto in A22 direzione nord. La classica salita da Prada a Costabella, al buio, da solo, ma con meteo buono e..neve chissà. Niente sci, timoroso della quota neve e di trovarla marmorea in alto. Tutto previsto.
In cammino dal parcheggio, un po' di fretta, con un cagnolino che inizia a seguirmi e che verrà insieme a me fino in cima, sbucando di qua e di là facendomi prendere un colpo ogni volta. Salita diretta sotto gli impianti, zero neve tanto fango, brutta annata. Sbucato fuori dal bosco, il bianco inizia, una debole brezza mi fa tirare su la zip, salire svelti che si fa tardi.
La neve è già dura, non da ramponi certo, ma almeno nemmeno da ciaspole, che non calzerò nemmeno dopo quando un po' da affondare ci sarà. Il panorama che si apre alle mie spalle, la "civiltà" sotto di me, luminosa, caotica, stressante. Qui solo il bianco vige, una visibilità limitata dalla frontale (luna non pervenuta), una testa china per far avanzare le gambe senza far loro vedere dove sta la meta.
La mente si disinfetta dalla frenesia quotidiana, non che salga lentamente e mi fermi ad apprezzare il posto, ma qui l'unico pensiero è salire. Una sorta di meditazione. salgo dritto, linea di massima pendenza, tante tracce, ma quando non vanno dove voglio, ne faccio di nuove. Sbuco al RIfugio Fiori del baldo, luce accesa ma non per me. Il vento ha lavorato, ma anche il loro tosaneve, e ci sono muri di 1-2m.
Salgo verso la cresta, presto al Chierego, neve dura e qualche zolla affiorante. I classici piccoli passi sulla cresta sono piallati dalla neve, il cane avanza e io con lui, ma dietro. La salita verso la pace, ed ecco la cima, col suo indicatore di vette lontane semisepolto dalla neve: ma allora ce ne è! Peccato solo da 1400 in su.
Mi vesto, contemplo, qualche foto, il tentativo di una dove dovrei disegnare forme con l frontale, e poi..che freddo a star fermi! Meglio scendere! Addio pace, "civiltà" sto tornando.Ogni volta che appoggio lo zaino, il cane viene a vedere se ho qualcosa da mangiare. Soccia che fame, vorrei anche io avere qualcosa nello zaino oltre ad acqua e giacche!
Scendendo sfondo una trappola di neve creata dal vento, gamba tutta giù e mano congelata che poggia in malo modo, un dolore che temo essermela rotta, ma porcavacca! Non scendo più correndo ora, ma camminando finchè non arrivo al rifugio. E poi giù, sconsolato di tornare alla realtà, ma almeno ci torno un po' più leggero.

Qui altre foto.