mercoledì 14 agosto 2013

One Dream: Traversee Royale 2/3

Qui la giornata di ieri.

Colazione affollata. Ieri arrivati al rifugio sembravamo esserci solo noi, ma pian piano di persone ne sono arrivate un sacco. Mii che traffico troveremo. Ma che ce frega, di solito la Traversata dei Domes de Miage si fa nel verso contrario a quella che faremo noi per arrivare al Refuge Durier. Carmelo è il suo socio fanno il nostro percorso, ma non solo loro. Sembra che al Durier ci vada un casino di gente, sarà pieno. Ovvero, una scatoletta di acciughe piena. Speriamo non affogare nell'olio. 
Dai che si va, non fa freddo, ma scioccamente ieri non abbiamo fatto un giro di perlustrazione abbastanza lungo per vedere la salita. Tante lucine solcano la montagna, ma non dobbiamo seguire chi punta a metter piede sul ghiacciaio. A un bivio sento che la cosa giusta sarebbe andare a sinistra, chiedo a un francese che arriva, e stizzito mi risponde di sì, ma chi gli crede? Lo ha sol detto per troncare il discorso. Proprio un faccia di m.
Dai su di qua, mi sento alla grande. Saliamo seguendo le rocce e evitando la neve. Nonostante il non freddo la neve è dura dura. Poi sembriamo scorgere un pendio di neve che sale fino in alto, quindi cambio gomme, ramponi e via salire! Scelta azzeccata, li toglieremo solo per la parte alta della cresta de la Berangere.
Nessun bisogno di legarci, quindi saliamo separati, e in alto prendo il largo, anche perchè a stare fermo ad aspettare mi congelo anche il c. Tanto poi ci sarà da proseguire insieme, ma almeno così se sbaglio strada faccio in tempo a scendere ed evitare ai miei compagni una salita inutile.
Man mano che si sale lo spettacolo si fa grandioso. La luce illumina lentamente le montagne, la neve, il ghiaccio, la roccia. Tappeto di nuvole ai nostri piedi. Se oggi è così, domani come sarà?!
Tolgo i ramponi, ora sembra esserci solo roccia per salire alla Berangere. Mangiamo una banana, così marco alleggerisce il suo zaino. Salgo un po' e vedo che tocca rimettere i ramponi, c'è un traverso di neve. Che palle il togli-metti: allora Riccardo si inventa di salire per la cresta di roccia, esposta, alcuni tratti non proprio banali, ma almeno i ramponi restano appesi.
Riccardo prende il largo, su roccia il più forte di noi tre è lui, io e Marco lo raggiungiamo in vetta che il sole non è ancora spuntato: il gigante Bianco lo copre. E già un bel dislivello è stato salito. Ora ci aspetta (dopo una discesa di roccia e detriti) una cavalcata su cresta, non difficile, non affilata, ma mozzafiato, e con la costante visione della salita che ci aspetta domani. 
Ammetto che non siamo velocissimi, chi percorre il nostro stesso giro (considerando anche domani) non si vede più, ma non ci importa, non possiamo forzare. E in ogni caso, alla fine dei conti staremo nei tempi dettati dalla guida. E poi, perchè correre come pazzi quando sei mezzo a questa meraviglia della natura? Potenza calma e dormiente, bella, affascinante, silenziosa. “L'alpinisme, c'est comme caresser le joli museau d'un tigre endormi”.
Giunge il momento di ramponi e corda, mentre una tipa davanti a noi piscia in piedi (lunedì in un negozio a Chamonix avevamo trovato un gadget che dava questa possibilità al gentil sesso, ma mai mi sarei sognato di vederlo usare!). Una salita su pendio nevoso, e poi cavalcheremo i Domes.
E che cavalcata. Siamo contenti e felici, certe pose delle foto lo dimostrano. Neve e vento hanno giocato, si sono rincorse, inseguito la roccia sottostante e disegnato curve sinuose.
Iniziamo a incrociare le persone che fanno la traversata nel senso opposto. In certi tratti incrociarsi non è proprio gustoso, ma fa parte del gioco. Siamo ancora senza occhiali, e il sole ora è davvero potente. Ma anche il vento, e fermarsi vuol dire prendere del bello freddo, perciò optiamo per una pausa unica tra un po', appena troviamo troviamo riparo mangiamo pure. Non vogliamo commettere l'errore di mangiare e bere poco o nulla, e in questo modo essere più facile preda del mal di montagna. 
Poco sotto la cima dell'ultimo Domes, troviamo quello che cerchiamo. E intanto Riccardo litiga un po' con la bambola di corda. La sosta dura il minimo indispensabile, come siamo abituati a fare, meglio non perdere tempo. Ci aspetta l'ultima salita, poi discesa. E ben presto siamo in cima, ad ammirare tutto il bacino di Tre la Tete, la Bionassay, la sua cresta, quella delle Bosses, il Bianco e la sua faccia italiana. E alle spalle, la salita finora effettuata.
Già, solo discesa. Uno sguardo all'orologio ci fa pensare di essere molto in anticipo: vuoi che per scendere al Durier ci voglia tutto questo tempo? La foto della guida dava questa discesa anche bella innevata, si farà presto! Presto 'ste palle.
La cresta inizialmente è molto intuibile, non ci sono problemi nel trovare il passaggio. Resta comunque aerea ed esposta. Niente ramponi, se no ci mettiamo una vita. C'è da fare qualche bel tratto di arrampicata (un bel scavallamento pone a marco la domanda “Ma perchè mia mamma non mi ha dato 10cm di gamba in più?”), poi tocca rimettere i ramponi, poi il tratto un po' più ostico. Qui si che c'è da cercare, o meglio, una scelta vale l'altra, tanto sono tutti piatti messo uno sopra l'altro, pesti quello sbagliato e frana la pila.
Stiamo calmi, questa discesa che ci eravamo illusi esser rapida, sarà invece lunga. Forse la salita e discesa alla Barre des Ecrins ci ha dato quell'allenamento psicologico necessario a stare calmi e andare avanti.
Mmm, e ora da qui dove si va? Non mi sembra molto comodo. Ah ecco perchè, c'è un ancoraggio per una doppia! Ma i nostri 55m saranno abbastanza? Riteniamo più veloce una discesa in moulinette, anche perché così possiamo capire se la corda è sufficiente. O meglio, io ultimo saprò se lo è o meno. Scesi sia Riccardo che Marco, fiuu, la corda basta (d'altronde le guide parlano di 20m), e questo conforta anche la cordata che è appena arrivata alla catena.
Sarà finita ora? No, ce ne è ancora! Ci sleghiamo però, si capisce che tratti ostici sono finiti. Ci godiamo pure lo spettacolo del rifornimento viveri al Refuge Durier: via elicottero. In realtà è tutto il giorno che si sentono elicotteri intorno alla cima del Bianco, la cosa non mi piace. Osserviamo il ghiacciaio del Miage sotto di noi, che brutto: meno male non siamo saliti di li!
E finalmente al rifugio. Possiamo stenderci al sole su un masso come lucertole. Peccato per il vento, ma ciò non mi intimorisce dalla voglia di un bel topless. Stendiamo tutto, ma proprio tutto, il nostro materiale e vestiti ad asciugare. Un figurone.
“prendiamo una birra?” “no dai ragazzi, domani è una giornata pesa, stiamo tranquilli”. Tempo 2 minuti e ognuno di noi stringe nelle mani una lattina di bionda. Siamo al confine, il cellulare prende TIM se mi sporgo verso la Val Veny, perciò riesco a sentire un po' di amici, morosa, e Roberto, che ci rassicura sul fatto che la via del Tacul è aperta, gente sale e scende, ma la tragedia rimane.
Il Refuge Durier non può mancare nella vita di un alpinista. Un container con 18 posti letto (ma mi pare fossimo in di più, 22/24 se ricordo bene) incastrati su 2/3 piani a seconda della posizione, una cucina in angolo dove la tipa si districa benissimo, un tavolo centrale e una mensola su un “muro” dove al massimo si sta in 12, ovvero due turni per cena e due per colazione.
La cena pure buona, a dispetto della fama dei rifugi francesi (questo poi che è accessibile solo per elicottero e gestito da solo una ragazza..). Nel pomeriggio scambiando quattro chiacchiere con la ragazza, glielo avevo pure detto sinceramente. La sera mi sono dovuto smentire, e allora lei mi ha risposto “ma vedi, qui siamo il confine, il cesso è dalla parte francese (oddio, non andateci in quella baracchina), il rifugio da quella italiana”. Una davvero con le palle questa qui, ma di certo un po’ strana deve essere.
Carmelo ci ha fatto ridere tutto il giorno, siamo pure mezzi d'accordo che se scendiamo insieme magari ci da un passaggio alla macchina. Va beh, vedremo. Nutro la speranza di arrivare agli impianti trovandoli ancora aperti (domani è il 15 agosto, magari tengono aperto oltre la chiusura ufficiale per via della quantità di gente che ci sarà). Un po' perdo la speranza quando vengono concordati gli orari della colazione (e che bagarre solleva una tipa perché secondo lei è troppo tardi): 3e30.
Sotto di noi si è steso un tappeto di nubi, e ciò ci delizia con un tramonto fantastico. Marco immortala un camoscio famelico che lecca le rocce. Un ultimo sguardo alla Bionassay. Si va a letto, domani sarà lunga.

Qui altre foto.
Qui il report.
Qui la giornata di ieri e qui il seguito.

martedì 13 agosto 2013

One Dream: Traversee Royale 1/3

***Raccontare adesso, dopo tanto tempo (in realtà sto scrivendo il 28/08) non sarà facile, dimenticherò molti aneddoti e risate, ma pazienza. Una settimana indimenticabile in Corsica, tra mare, passeggiate, arrampicate, bagni nei torrenti, cene al lume di frontale, ci stava bene dopo la settimana in montagna con gli amici Riccardo e Marco.***
Ok, bella la Barre des Ecrins, ma il vero obiettivo dell'estate è un altro. Il giro dell'anno 2013 è ben più ambizioso. Non me ne voglia il Delfinato, lungi da me sputare nel piatto in cui mangio, e a onor del vero la salita ai due scorsi 4mila si è rivelata più “sostanziosa” delle aspettative. Ma ora, è il momento del tetto d'Europa: Monte Bianco. Non certo la cima più difficile del mondo, ma nonostante le vie di salita relativamente “facili”, resta pur sempre la massima elevazione del nostro continente, quindi un sogno per tutti gli alpinisti. E anche noi sogniamo.
Con Riccardo avevamo già addocchiato la salita passando per la Bionassay (beh, in realtà anche sotto consiglio di Nicola e Roberto). In origine si voleva salire dalla Val Veny al Durier, secondo giorno Bionassay e fermarsi al Vallot, terzo giorno salita al Bianco, poi andare a toccare anche il Courmayeur e scendendo pure il Maudit e Tacul. Forse troppo. Finora i ricordi che ho del Massiccio del Monte Bianco non sono positivi: Aiguille de Rochefort dal Torino in mezzo alla nebbia, e poi..la Verte. Stavolta non c'è trippa per gatti, deve andare bene.
La tizia del Durier mi sconsiglia la salita dalla Val Veny. I due giorni sul Rosa con Riccardo ci han fatto ragionare sul fatto che acclimatarsi è da non sottovalutare. Marco non è probabilmente così in forma come noi due visto che nell'ultimo periodo ha masticato meno montagna di noi. Meglio rivedere il piano. La Traversee Royale ci viene incontro.
Tra la guida di Riccardo e i report su web, si insinua l'idea di una salita più graduale, più remunerativa all'inizio, nonché meno pericolosa (la salita dalla Val Veny sta diventando quasi da chiudere). E che Royale sia. Certo, il terzo giorno diventa davvero lungo, forse toccherà rinunciare a tre 4mila, ma che traversata ragazzi! E l'avvicinamento al Durier è di certo il meno pericoloso in questo modo, e ci concateniamo la Traversata dei Domes de Miage, che non è mica uno schifo!
La prima settimana di agosto cambiamo le prenotazioni fatte ai rifugi, per fortuna c'è posto ancora. Il venerdì prima della partenza decidiamo che sia meglio posticipare il giro sul Bianco, o il giorno cruciale rischiamo di esser in mezzo alle nubi. Optiamo quindi per un allenamento salendo la barre des Ecrins: allenamento per modo di dire, il racconto qui.
Ed eccoci lunedì per le strade di Chamonix, in completo svacco. Non per Marco, che deve seguire me e Riccardo in tutti i negozi di alpinismo della città. Tante cose vorremmo comprare, ma di importante ci sono solo le calze per il nostro giro. La scelta cade sulle Bionassay della Quecha: sarà di buon auspicio? Speriamo. Zaino e casco li rinviamo a quando scenderemo (quando torneremo venerdì, non ci saranno più). 
Eccoci. Si parcheggia la macchina Le Cugnon di Contamines: meglio lasciare l'auto alla partenza, non all'arrivo della traversata (Chamonix) sarebbe di cattivo presagio. Partiamo presto per evitare i temporali pomeridiani, in fondo ci aspettano “solo” 5h di cammino.
Vogliamo andare piano, meglio preservarsi per i prossimi giorni. Ma io e Riccardo non resistiamo a partire in braghe corte, le lunghe nello zaino. Nel mio giacciono 6 etti di parmigiano a cubetti, non si può andare avanti solo a barrette e dolci! A Riccardo cedo la corda: è la prima volta che non sono io a portarla, ma non voglio rischiare di essere cotto a scendere dal monte bianco, quando dovrò conservare lucidità per condurre i miei compagni alla funivia. Oddio, siam tutti sulla stessa barca e tutti remiamo, ma quando organizzo, mi sento molto responsabile. Sarà l'anzianità.
La salita è piacevole, la prima parte è tutta nel bosco, ciò ci assicura una temperatura accettabile. Chiacchieriamo di frivolezze, ma la mente è comunque concentrata su ciò che ci aspetta tra due giorni. Senza accorgercene arriviamo al Refuge de Trela Tete, un balcone sul verde della valle di Les Contamines. Il bello di questa traversata è proprio questo, che percorri tutti i paesaggi che un ambiente alpino può svelarti, lasciando i mezzi meccanici solo per la discesa.
Al rifugio pausa panino: a fare compagnia a ferraglia varia nello zaino, abbiamo due pacchi di pan carre, tre vaschette di prosciutto cotto, una confezione di sottilette: una cosa è certa, quando gli italiani si muovono, non possono certo morire di fame! Poi si riparte. Siamo a metà.
Continuando ci si addentra nel cuore di una delle tante valli del Massiccio, quella del Ghiacciaio di Tre la Tete, poco frequentata, ma davvero bella. La nostra guida parla di un sentiero che scende su ghiacciaio, poi risale delle rocce con l'ausilio di scalette. Il fatto che invece noi continuiamo a salire mi fa temere che oggi i metri di dislivello saranno molti di più del previsto!
Un po' sarà vero, sono molti di più i km percorsi, ma la realtà è che stiamo percorrendo un sentiero nuovo di accesso al Refuge des Conscrits. Ci diranno che le scale erano diventate fonte di troppi incidenti, e da quest'anno il sentiero è un altro. E che sentiero.. Si seguono tutti gli impluvi e dossi del fianco della montagna, a ogni svolta speri che il rifugio sia la dietro, ma mai.
Io e Riccardo stacchiamo un po' Marco. Stiamo bene, e andare a un passo minore del prorpio sappiamo fa fare più fatica. Ci aspetteremo ogni tanto. Un ermellino si muove agile tra i sassi della montagna: incredibile come riesca a infilarsi a tuffo nei buchi tra le rocce. Poi delle pecore: ma come diavolo han fatto ad arrivare fino qui? Saranno pecore alpiniste..
Il nuovo sentiero ha dei tratti con dei canaponi per facilitare la salita (con roccia bagnata sarebbe pericoloso), ma la vera chicca è la Passerelle des Conscrits: 60m di ponte di cavi d'acciaio con sotto il vuoto. Bellino! Certo, non sarà emozionante come la cresta di Bionassay.. 
Il bacino del Glacier de Tre la Tete si apre sempre di più ai nostri occhi, ormai il rifugio non può esser lontano, e infatti eccolo la. Già, ma tra vederlo e raggiungerlo c'è ancora un po'. Poi ne varchiamo la soglia. Il rifugio è davvero bello, le camere ottime pulite, davvero un gioiellino: peccato ci vogliano 5h per raggiungerlo.
Arrivato anche Marco, è ovvia la scelta di bersi una birra insieme. Poi il messaggio della morosa di Marco a lui stesso ci mette un po' in scompiglio. La chiamata di Roberto inizia a farci preoccupare. Due morti sotto il Tacul, una guida in fin di vita. E noi li martedì pomeriggio dobbiam passare. Non si capisce bene cosa sia successo, valanga o il solito seracco? È una via stile roulette russa quella con quei seracchi sulla propria testa. Sì, ok, roulette russa, ma una pallottolla in mezzo a un tamburo con migliaia di alloggi! La preoccupazione può venire se qualcuno decreta che il pericolo sia ancora presente. Ma può finire come quella volta che chiusero una via normale perchè era imminente la caduta di seracchi, e dopo tanti anni quelli sono ancora la belli ancorati. Coi seracchi non si possono fare previsioni.
Scendere dal Gouter? Ma mi fa più paura il couloir che scarica sempre. Boh, vediamo domani al Durier cosa ci dicono, magari troviamo gente che ha più notizie di noi, una guida che sa qualcosa, Roberto mi dice che mi chiamerà la per darmi aggiornamenti (Roberto come l'anno scorso sarà un valido capo spedizione dal campo base in pianura padana).
Mi stiracchio con un po' di Yoga mentre Riccardo e marco se la ridono (non sanno quello che si perdono), poi studiamo un po' il percorso dei prossimi giorni, e aspettiamo cena. Due palle la vita in rifugio senza avere nulla da fare..
Finalmente è ora di cena. Ridiamo come dei matti con Carmelo e un tizio strano di fianco a Riccardo, e ce ne andiamo a letto un po' più preoccupati di quando siamo partiti. Maledetto seracco del Tacul.

Qui altre foto.
Qui il report.
Qui e qui il seguito.

domenica 11 agosto 2013

Non male come riscaldamento: Barre des Ecrins e Dome de Neige

L'obiettivo delle vacanza montane 2013 è lui, il tetto d'Europa, ma non vogliamo salirci se le condizioni non sono ottimali: in più abbiamo in mente una traversata di tutto rispetto, perciò vogliamo giocarci bene le nostre carte. Tra lunedì e martedì è previsto tempo un po' un po', e quindi optiamo per un allenamento altrove. Alla faccia dell'allenamento.
Marco fa le notti, quindi prima di una certa ora non possiamo partire: alloggiato comodo e non in un loculo come l'anno scorso, dormirà tutto il viaggio. Ricordavamo un viaggio lungo e così sarà, ma siamo carichi, stavolta vogliamo farcela, non come luglio scorso. Arrivati al parcheggio la sorpresa di un mare di acqua che inonda ovunque, una parte bassa di parcheggio, la strada, insomma! Ci prepariamo con calma e andiamo, tanto stavolta alloggiamo al Refuge du Glacier Blanc, perciò solo 2 ore di salita: le altre 2 saranno abbuonate stanotte..
Per Marco è la prima volta, per me e Riccardo no, conosciamo già la zona ma saliamo comunque guardandoci intorno, la valle è davvero ammirevole. Arriviamo al rifugio, e in barba alla salute decidiamo di farci una birra: ci faremo una birra in ogni rifugio della vacanza. Memori di quanto disse Cristian, siamo fiduciosi sulla cena, ma ne verremo delusi. Pazienza, non siamo qui per mangiare.
Ore 2, la colazione è stata lasciata sul tavolo, solo noi e un'altra cordata partiamo a quest'ora. Temperatura buona per stare in maglietta e intimo, ma durerà poco, perché un vento fastidioso accompagnerà tutta la salita. E sappiamo pure che sarà lunga questa giornata!
Mettiamo piede sul ghiacciaio, io e Riccardo ci ricordiamo dei mostri che si incontrano già nel primo tratto, e partiamo concentrati. È la notte di San Lorenzo! Qualche stella cadente ci fa esprimere il desiderio di raggiungere la cima e tornare giù sani e salvi (e un altro desiderio che non si può dire). Una volta che il ghiacciaio si appiattisce, scorgiamo altre frontali davanti a noi, e arrivati sotto il Refuge des Ecrins troviamo molte cordate in fase di legatura: il carrozzone va..
Alla base del paretone la luce è ancora scarsa: solo Marco non sa cosa c'è sopra la nostra testa, saliamo e basta, la pendenza parte decisa, la neve non è buonissima, l'affollamento mediocre. Verso metà parete il sole inizia a illuminare le cime più alte, e scorgiamo allora il signor monte Bianco maestoso la in fondo, e poi il Monte Rosa. Che spettacolo. Ancor più che nelle valli fluttua uno strato di nubi basse.
La palla infuocata supera l'orizzonte, ed è un crescendo di colori, la neve che sta sopra di noi si tinge prima di rosa, poi di arancione, poi assume il suo colore candido. Il sole sorge proprio mentre stiamo per iniziare il traverso sotto la terminale, nessun posto poteva essere più azzeccato.
Una cordata prende di petto la parete nord della Barre des Ecrins: sarebbe stata anche mia idea, ma non abbiamo il materiale, e a vedere quanto spiccozzano, direi che la seconda picca serva eccome. Via verso la Breche Lory, sperando di non rimanere troppo in coda.
E invece tutto è abbastanza sciolto, l'aver superato qualche cordata in salita ci permette di salire il primo tratto, il più difficile tecnicamente, da soli. Lo supero abbastanza agilmente, mi sento bene. Ma la cresta sarà davvero lunga, con qualche passaggio non banale (saliamo coi ramponi sempre ai piedi, nonostante la neve copra si e no il 7% del percorso), e sopratutto, sempre aereo. Parete sud a picco nella roccia, parete nord a picco sul ghiaccio. Sti ca.
Ripenso all'anno scorso quando eravamo in una spedizione a tentare questa cima, chissà col bel tempo a che ora saremmo rientrati a casa.. E dopo 1e45min di cresta, chi l'avrebbe detto che fosse così lunga, sotto un costante vento, giungiamo sulla massima elevazione degli Ecrins, che bella montagna. È fatta! Ben contenti della salita, non festeggiamo perchè la discesa sarà ancora più insidiosa della salita, e i crepacci che ci aspettano a valle ci consigliano di festeggiare solo una volta rimesso piede al Refuge du Glacier Blanc. Ottima giornata dal punto di vista meteo, ecco un video.
Come pronosticato, la discesa è lunga, ci impieghiamo mezzora più della salita, concludendo con una calata in moulinette per rimettere piede sulla Breche Lory. E sono 9ore che giriamo.. Ma un altro 4mila ufficiale è qui a due passi, bisogna varcarne la vetta: detto fatto! Ora vorremmo mangiare, ma prima vogliamo metterci al riparo dal vento.
Ma non basta, perché poi vogliamo metterci in fuga dalle cattedrali sospese che stanno qua e la a osservarci, e quindi parto in tromba trascinando gli altri due verso valle. Una volta al sicuro alla base della parete possiamo svaccarci, inaugurando una nuova salle a manger. Non siamo gli ultimi ma quasi, la nostra poca sveltezza su misto e roccia si paga..
Ha ora inizio l'infinita calda discesa sul piatto Glacier Blanc, piatto ma bucato, poi inclinato alla fine ma sempre bucato. È stupefacente vedere quanta gente salga da valle pensando di doversi legare e ramponare solo il giorno dopo. In realtà la maggior parte dei pericoli di crepacci sono prima del Refuge des Ecrins. Due italiani si stupiscono nel vederci legati ancora, gli facciamo osservare sopra cosa sono, e decidono di legarsi anche loro.
E dopo 12h, ritorniamo al rifugio. Stendiamo tutta l'attrezzatura al sole, ci cambiamo e stendiamo anche i vestiti, facciamo come se fossimo a casa nostra. Ci guardano, a me non sembra di fare nulla di strano. Birra? Ma si dai.
Che bello poter scendere con calma senza la preoccupazione di dover rientrare a casa, o di dover rientrare a casa entro una certa ora! La solita marmotta des ecrins si lascia fotografare mentre giace all'ombra sotto un sasso.
Discesa calda e faticosa, al bivio col Glacier Noir incontro 4 tedeschi che mi chiedono se il sentiero sia giusto per il Refuge des Ecrins: sì, ma sapete che avete ancora 4 ore da salire? Annuiscono. Sono le 17, arrivano alle 21, pensano che gli daranno da mangiare?! Mah.
Bene, una delle gite della vacanza montana 2013 è fatta, adesso..resta lui. Ma per stasera un campeggio ad Ailefroide va da dio per doccia, mangiare, bere e riposare. Domani ci trasferiremo: vade retro tornare in Italia, percorriamo solo strade francofone! Non tanti km quindi, ma che paesaggi! Aggiriamo il gruppo degli Ecrins, vediamo bene Miage e poi laggiu la Barres des Ecrins, il mio mezzo solca il Colo du Galibier (2600m, perchè prendo il tunnel), e poi dopo circa 4 ore, appare lui.
Giusto il tempo di prendere un pollo allo spiedo e due baguette, trovare un'area di sosta con tavolino e acqua, e il pranzo è servito: sopra di noi la Traversee Royale, a presto sotto i nsotri piedi!

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