domenica 13 aprile 2014

Sfuggiva nella nebbia e nella neve: Cevedale dalla Val Martello

Dopo la cena alla Forst, ci incuneiamo nella Val Martello, per dormire e tentare domani una bella salita e discesa. Giunti nei pressi dell’albergo Genziana, con nostro stupore troviamo il parcheggio super affollato, e la cosa ci fa ben sperare per domani (se c’è tanta gente, vuol dire che è fattibile). Buonanotte, con panza piena.
Suona la sveglia, ma il meteo non è buono, si volta gallone, e intanto vediamo i fari di un'auto che arriva. Risuona la sveglia, il meteo non è cambiato, le cime sono coperte da nuvole, ma arrivano altre due auto, ok, forza e coraggio, alzarsi. Poca fame vista la cena di ieri.
Sci ai piedi si inizia su un toboga ghiacciato da risalire che mi fa temere una Cima Pissola bis in discesa, ma non sarà così. Di gente ne sale, sarà di buon auspicio si spera, il meteo è dato in miglioramento nella seconda metà della mattina, se questo è rispettato il nostro timing è corretto.
Ben presto siamo in vista del Rifugio Corsi, e di due bei cascatoni di ghiaccio che mi risvegliano la voglia di artigli metallici come propaggini dei mie arti. Non oggi però, anche perchè chissà in che condizioni sono: doveva essere un inverno in cui volevo salire mille cascate e provare lo scialpinismo, è stato il viceversa.
Prima piana, poi si arriva al corsi per un traversino che in discesa mi farà cacare a dosso, ma che supererò con maestria innata, e i primi che scendono, chissà. Si supera il Corsi e la traccia si insinua sotto colatine di ghiaccio. Si giunge sulla seconda piana, che pena a scendere dover spingere tra qualche ora!
Lassu il Rifugio Martello, ma per trovare un itinerario più facile, e magari deviare su una cima prima, noi svoltiamo a destra a risalire la valle che porta alla Vedretta Lunga. Davanti a noi una comitiva di tedeschi che supereremo tra poco.
Ma le nuvole stanno li, a 3100metri circa. Ma risalendo questa valle, che freddo, sembra il cielo si rischiari, dai che ce la facciamo! Dopo la delusione di ieri poi.. Siamo fiduciosi, ancora per poco però. Di gente ce ne è tanta, sia che saliva al Rifugio martello, sia qui, oltre e noi e alla comitiva di una dozzina di persone, altri quattro, e dopo altri.
Svolta a sinistra per risalire una pendenza che potrebbe essere l'inizio del ghiacciaio, non vedo barlumi di neve divertente da scendere. Inizio a pensare che sia molto meglio lo scialpinismo invernale in dolomiti che il primaverile su ghiacciaio. E il tempo non migliora.
Ormai non siamo tanto bassi rispetto al limite delle nuvole, ma proviamo a continuare, davanti anoi quattro tedeschi e dietro una dozzina, ma la neve dura e il vento che spazza, rendono la traccia poco visibile, e non mi piace tanto.
Arriviamo verso quota 3000, ci sarebbe da traversare sotto un naso roccioso, ma.. Le nuvole calano, al visibilità si riduce a 25m, inizia a nevicare. Sono le 10, il meteo doveva migliorare, ma qui è peggiorato. Va a cagare weekend di merda, torniamo giù.
La nevicata si infittisce oltremodo, gli altri continuano, ma non ci interessa, troppo inesperti noi per rischiare. Almeno me la cavo meglio di quello che credevo su questa neve non proprio morbida e farinosa. Doverosa la maschera, ma faccio fatica a distinguere le profondità, non è bello.
Qualche minuto e siamo fuori dalle nuvole, si vede un po' più lontano. Uffa, giornata in vacca, tante aspettative e nessuna (o poche) soddisfazione. Vediamo di goderci la discesa il più possibile! Riccardo mi aspetta, lui è più sgaggio su questa neve, e ne approfitta per mettermi in trappola con qualche filmato, ma non ci casco!
Qualche bella caduta non scappa, troverò lo scarpone sfregiato dalla lamina, ma pazienza, fa parte del gioco. Tocca pure spingere in questa valle, cercare di evitare certi traversi fatti in salita, e cercare la neve migliore.
Ormai siamo di uovo in vista del Rifugio Martello, ma bisogna che ci lasciamo andare, o la seconda piana sarà un agonia da spingere tutta, e infatti. Intanto il meteo non accenna a migliorare: come si dice, mal comune mezzo gaudio.
Per arrivare al Corsi iniziano certi passaggini stretti e ripidi e ghiacciati che mi mettono a dura prova, ma riesco meglio di quello che credevo! E dal Corsi deviamo a sinistra invece che scendere per dove siamo saliti, alla ricerca di un pendio che abbiamo visto stamani. Eccolo! Ripido, ma la neve perdona, e ce la caviamo bene, per poi spingere di nuovo sulla piana.. Ora resta il toboga ghiacciato, ma Riccardo lo evita, filando dentro il bosco troppo dritto, ovvero arrivando più bassi dell'auto.
Il meteo resta plumbeo, che palle, speriamo nella prossima, anche se temo che questa sia l'ultima scialpinistica dell'anno: speravo coronare una stagione di iniziazione, e invece, ciccia..

Qui altre foto.

sabato 12 aprile 2014

Sfuggiva nella nebbia: Cima Undici da lontano (Elferspitze)

L’iniziare ad avere sempre meno weekend disponibili porta poi a questa fine. Il meteo partiva incerto fin dall’inizio della settimana, ma solo all’ultimo è nettamente peggiorato, anche se non al punto di dire di stare a casa. Ok partiamo, e ormai ci siamo caricati tutta settimana con la Val Venosta (forse per la Forst sabato sera?).
Un bar aperto lo si trova, due paste belle tamugne a testa, poi via che il meteo sembra reggere. Ma ci avviciniamo a Passo Resia e si vede che la in fondo non è così luccicante. Alla base degli impianti di Roia, sci ai piedi, ma ci sono già degli scialpinisti che sono tornati giù: va beh, saranno partiti presto.
Si inizia sulla pista, poi di devia a destra nel bosco, accidenti a lui, ripido, fitto, neve dallo squagliato alla ghiacciata, saliamo che non vedo l’ora di uscire da qui! E man mano riusciamo a uscire da questo dedalo di tronchi e rami e ghiaccio, e il cielo sembra pure schiarirsi, pensa te! Sta a vedere che ce la facciamo a portare a casa la giornata di oggi! Puntiamo più su di quella di domani, ma se anche oggi andasse in porto..
Panorama mozzafiato, dall’altra parte della valle tutto un versante da discesa, km e km ma..ora è rimasta poca neve, terremo l’idea per il prossimo inverno. E iniziamo a litigare con lo zoccolo sulla pelle, accidenti a lui, oggi pomeriggio cerchiamo un negozio per comprare dell’impermeabilizzante.
Continuiamo a salire il versante della montagna, sempre più in alto, girando un po’ a destra un po’ a sinistra, scoprendo maggiormente la valle. E iniziamo a vedere una cima, ma non credo proprio sia quella, e intanto alle nostre spalle il cielo torna a farsi plumbeo. Saliamo un altro poco e la conferma che la cima con la croce è laggiù in fondo.
Solo che l’ultimo tratto per salire sulla cima più prossima a noi, la Zwolferkopf, la neve si fa davvero dura, ghiacciata, e ripida. Da qui sarà dura scendere, ma dai, vedrai che c’è un altre versante più divertente da sciare. E calano le nubi e inizia a nevicare. Siamo sulla cima minore, proviamo a proseguire su una cresta larga ma altalenante, ma ben presto la visibilità cala a poche decine di metri. Senza pensarci due volte, ora che abbiamo pure capito che si scende da dove siamo saliti, via giù.
Io non parto subito a piedi, troppo duro questo pendio per me, e senza visibilità non mi attento, ben presto anche Riccardo toglie gli sci. Dopo qualche decina di metri di discesa, mettiamo le aste e proviamo a scendere. Io faccio una bella fatica, numerose cadute all’inizio, una ogni curva, poi inizia ad andare meglio.
Sciata sempre molto attenta, questa neve non perdona come quelle a cui ero abituato, poi traverso verso le piste perché col cavolo che scendo per il bosco maledetto! Una sosta panino perché la fame è tanta, poi giù per la pista quasi deserta, ma aperta, che poi scopriremo esser nera (oddio!) ma con la neve che c’era era abbordabile.
Va beh dai, speriamo domani vada meglio. Ora stendiamo vestiti e scarpette sul cruscotto, aria calda a buco e via verso Passo Resia a vedere com’è, poi al campanile di Resia per la classica foto turistica, esplorazione al Couloir di Resia, e infine verso Merano alla ricerca dell’impermeabilizzante, ma poi finiremo per comprare anche altro (come due fighe in un negozio di scarpe).
Decidiamo cosa fare domani: andiamo in Val Martello, se va bene proviamo il Cevedale, se no ripieghiamo su una cima un po’ prima. Dai,s periamo bene, intanto Piatto del Mastro Birraio e buona birra alla Forst di Lagundo, viziosi.

Qui altre foto.

domenica 6 aprile 2014

Riprendiamo confidenza con la roccia: Tessari

Nell’ottica di divertirsi a salire varie vie dolomitiche, e non solo, quest’estate, tocca riprendere confidenza con la roccia verso la quale ammetto essere bello arrugginito. Ma per partire dal facile e didattico, al grido di “minima spesa massima resa”, la palestra che adottiamo spesso per i corsi è ottimale. 
Si temeva il freddo della mattina, invece è un fresco piacevole, con il canale d’Adige che scorre inesorabile e incurante della nostra presenza, noi con gli occhi all’insù verso le pareti: alle 8 siamo già all’imbocco del sentierino di acceso alle vie, segnalato da un bell’imbuto verde (tutte le targhette non ci sono più..vandalismo o vecchiaia?!). E fa già caldo, io me ne lamento, Marco mi da della suocera.
Volendo fare i criceti ignoranti che vogliono solo salire, salire e salire, trovata la prima via ci leghiamo e partiamo. Via Cipriani Sitta, avanti la prima. Qui tutte le vie si prestano bene a protezioni veloci, clessidre, buconi, alberelli, ecc.
Con tre tiri invece che sei, usciamo dopo poco meno di due ore, già carichi per un altro giro in giostra! Intanto la zona inizia a popolarsi di altri arrampicatori, non ci troveremo mai a dover sgomitare sullo stesso tiro, ma a fianco o poco dietro di noi ci sarà sempre qualcuno.
Passa una mezzoretta dall’uscita dalla prima via all’attacco della seconda, Via del Porce, ufficialmente la seconda che si incontra (in realtà scopriremo che poco prima se ne trova un’altra non presente sulla nostra guida). Il primo tiro è già un po’ fisico, ma riusciamo ancora a essere nelle difficoltà che possiamo affrontare. La roccia è circondata da arbusti e fiori, il vento li accarezza.
Marco mi raggiunge e parte per il secondo tiro, arrivo da lui e mi dice “mah, vedo che anche di la c’è qualcosa, prosegui a sinistra”, va bene, tanto non sembra difficile e finiamo così sulla Via Marmitte dei Giganti, della quale termino il mio tiro proprio in corrispondenza di questa chicca geologica glaciale. 
Poi Marco riparte ma presto si butta a destra per tornare sulla Via del Porce, e usciamo affamati: è ora di mangiare qualcosa. Dai, c’è tempo per provarne un'altra, scendiamo e arriviamo a un altro attacco di una via. Avrei voluto fare Il Cappuccio del Fungo, la più conosciuta della zona, ma Marco “dai facciamo questa che sembra carina”, si tratta di Cip&CO1, la più dura.
Parto e mi spaeso subito, al secondo spit fatico ad arrivarci, poi mi pianto senza capire come proseguire, un po’ di minuti li fermo, poi mi decido e supero senza ansimare troppo: proprio un blocco psicologico. La varia possibilità di soste ci porte a fare più tiri del dovuto, ma me ne rendo davvero conto solo quando arrivo alla sosta in cui Marco mi dice “beh dai, se quello è il tiro col V siamo a posto direi” “mah, mi ricordo qualcosa altro in realtà”. 
E infatti, parto e lo supero agevolmente, poi arrivo a far sosta a quello che mi ricordavo essere davvero il tratto di V. Quando arriva anche Marco si opta perché prosegua io. Parte il giardiniere. Seguendo lo spigolo sulla sinistra invece che la placca in mezzo, finisco in mezzo a un groviglio di arbusti, ma almeno seguo quello che hanno salito gli apritori! 
Disbosco e non senza fatica arrivo a far sosta dove la roccia spiana lasciando la verticalità per inclinazioni più dolci. Quando marco arriverà, non gli resterà che uscire.
Beh, ormai direi che la giornata può finire, in realtà più che altro perché io devo andare, anche se a Marco non dispiace troppo essendo stanchino. Alla macchina cambio veloce, perché almeno una birra fresca ce la vogliamo fare, col sole di oggi ci sta da Dio.
Poi si torna verso la pianura, che ben presto abbandono per risalire sopra il livello del mare ma verso sud, destinazione Pietra di Bisamantova, a godermi un tramonto con una compagnia ben più piacevole e meno pelosa di Marco. Programma roccia 1.0 ha iniziato a girare, ma servono dei Service Pack.


Qui altre foto.
Qui una guida.

domenica 30 marzo 2014

Troppo tardi: Cima di Busa Grana

In questo inverno che mi ha visto fare più sci alpinistiche che cascate, e volevo fare il contrario, questa potrebbe essere l’ultima cartuccia da sparare in giornata, visto che ormai le temperature stanno salendo inesorabilmente.

Dopo una tamugnissima pasta al bar poco dopo essere usciti dall A22, ci mettiamo alla ricerca dell’accesso alla partenza dell’itinerario pensato, ma il primo tentativo finisce contro un divieto d’accesso causa lavori boschivi. Nuovo tentativo, con giro più ampio, e con un po’ di strada ghiacciata arriviamo al Ponte Brustolaie. Sci ai piedi fina da subito e si va. 

Un paio di tratti sulla forestale scoperta obbligano a qualche metro delicato di passi su erba, ma per il resto c’è sempre neve. E lo spettacolo tardo invernale del Lagorai sul primo ponte è davvero di quiete. Solo noi oggi in giro, incontreremo due sciatori in discesa e due ciaspolatori mentre noi ancora saliamo, e basta. 

La forestale è piuttosto noiosa, ma Paolo mi delizia con qualche racconto dei suoi e qualche consiglio di vita dei suoi (per poi rettificare due giorni dopo con “oh, stavo scherzando”), un ottimo modo per smorzare una lunga salita che non concederà un’altrettanta divertente lunga discesa, ma tant’è. 

La in fondo iniziamo a scorgere una cima, sarà la nostra, si vede anche una traccia, e invece no, ma lo scopriremo dopo. Intanto il bosco si apre per poi richiudersi subito, bisogna arrivare a Malga Forame Alta per essere davvero fuori. E lì lo spettacolo è grande. 

Si mangia qualcosa, ci si spoglia, si mettono gli occhiali, e si riparte, perché la cima è ancora lontana, e l’orario è davvero tardo. Che palle, sotto le mie pelli si forma uno zoccolo di neve, accidenti a loro, provo un paio di volte a dare dell’impermeabilizzante di paolo, ma conta poco. Pazienza, tanto non dovrò tenerle a lungo montate.. 

Nel dossetto che rimontiamo per seguire la traccia (beh, seguiamo perché sappiamo esser corretta), il dover applicare l’impermeabilizzante fa staccare Paolo che prosegue verso la traccia che vedevamo fin da giù. Raggiungo un dosso nevoso, e Paolo mi urla di non salire dove è andato lui, che è un OSA: in effetti lo vedo che prosegue a fatica.. Provo a guardare alla mai sinistra, una debole traccia prosegue su resti di valanga, proviamo. 

Raggiungo un altro dosso poco distante, e da li è chiaro che la cima è laggiù in fondo, solo che ci sarebbe da tagliare un pendio che anche se a nord, è tutto al sole. E sono le 13.. Tolgo gli sci, e mi ci siedo sopra, in attesa degli altri, anche se mi pare chiaro che la gita finirà qui, a 2300m. 

Ma quanto si sta bene al sole.. Vedo gli altri arrivare al dosso di prima, loro parlano a voce normale e io li sento benissimo, io urlo e non mi sentono. Mi raggiungono, si mangia qualcosa e si torna indietro. Intanto Paolo si è goduto il tratto di discesa che nessun altro dei nostri ha salito, ma ci racconterà che era pericoloso come neve.. 

E finalmente si scende, anche se ho il timore che la neve non sarà un granchè, salendo era crosta. Oggi mi sento spavaldo, strano per me, ma va bene, una volta che mi sento di osare osiamo. Si raggiunge il dosso da dove Paolo è salito in men che non si dica, poi si inizia a scendere poco a lato della traccia di salita, ma Paolo sta per migliorarci la giornata. 

Propone di andare verso destra, secondo lui troveremo neve migliore, e infatti giungiamo sopra un bel pendio largo di neve non farinosa, ma quasi. E qui si torna tutti bambini, Paolo che vuole scendere per primo minacciando gli altri di non rovinargli la traccia, e ognuno che si gode la discesa, chi a curve più strette, chi a curve più larghe. 

Questo pendio lo spezziamo in due/tre parti, in modo che i bravi possano seguire e dare qualche consiglio alle schiappe. E quando meno se lo aspetta..mi lancio giù rovinando la traccia a Paolo, che soddisfazione. Davvero bel pendio, prendo delle velocità per me ragguardevoli, qualche numero per mantenere l’equilibrio e restare in piedi, ma nel tratto finale sappiamo occorre lasciarsi andare per poi riuscire a proseguire il più avanti possibile sul vallone piatto sotto di noi. 
Uno sguardo la pendio non più immacolato alle nostre spalle. La spinta non mi basta, mi tocca scivolare ma con forza, Davide sorpassa Edi quando meno se l’aspetta, e ci  ritroviamo in mezzo a degli alberi. Spavaldo provo qualche metro davvero ripido, finendo in un avvallamento dal quella riemergo con un numero da circo che suscita la risata di Davide.

Paolo studia il da farsi, prova di qua, prova di la, si scende dai, e la malga è laggiù, lo vedo fare un saltino su un dosso “dai lo faccio anche io”. In cuor mio so che tanto quando ci arriverò sotto mi cagherò a dosso e passerò a lato, invece lo prendo, per qualche frazione di secondo mi ritrovo con niente a contatto col terreno, che figata! 

Si arriva alla malga, ormai è finita.. In realtà avevo adocchiato un pendio che tagliava un tornante a scende, ma quando Paolo e Davide lo proveranno si rivelerà un bluff. Non resta che spaccarsi i miei inesperti quadricipiti a scendere a spazzaneve per la forestale. Ma lassù è stato divertente!

Qui altre foto.
Qui report.

sabato 29 marzo 2014

La (quasi) fregatura alla fine: Vajo dell’Uno, ma bel vajo!

“i vaji fregano sempre alla fine”, questa la regola coniata la stagione passata, ma che quest’anno non ci aveva ancora dato prova di essere valida anche nel 2013-2014. Fino a oggi. Ma veniamo con ordine.. 
Complice l’uscita per formazione dei nuovi aspiranti istruttori, si decide di sparare quella che potrebbe essere l’ultima cartuccia su neve, e quale posto meglio del Carega? Vajo dell’Uno, tanto corteggiato da Nicola negli ultimi inverni, e ci mette poco lui a convincerci della bellezza dell’itinerario. Lungo, isolato, selvaggio, freddo, insomma montagna.
Certo quel TD+ non è probabilmente alla nostra portata, ma visto l’abbondante innevamento magari i salti di roccia sono ben coperti e le difficoltà abbattute. In ogni caso il Vajo Basilio e il Grande Ramo Destro rappresentano due vie di fuga. Vedremo salendo.
Partenza notturna, arriviamo all imbocco della galleria che rimbomba in modo terrificante i bauli delle auto che si chiudono, alle 5 siamo in cammino, nell’oscurità. Complice la carica, ma anche il buio, il tempo vola sulla noiosa forestale che ci porta ai piedi delle Giare Bianche, che imbocchiamo. E ai suoi piedi arriviamo che ormai le frontali servono a poco. Ma l’alba è lenta, oppure i nostri occhi si sono abituati alla poca luce, e di sole ne vedremo poco, ma meglio così. 
La poca neve iniziale ci fa inciampare sulle pietre sottostanti, poi finalmente il manto bianco diventa più abbondante e..morbido. La neve non è portante, qualche traccia aiuta la progressione, ma un po’ si sprofonda. Il nostro vaio sta li di fronte a noi, ma si nasconde dietro alte pareti rocciose. Ora si vede distintamente il Pasubio, ma non ce ne curiamo, ci infiliamo in una delle vene del Carega, e ne usciremo tardi.
Si parte a pendenza moderata, le picche possono benissimo essere rimpiazzate dai bastoncini, e io nemmeno quelli tiro fuori: ma nei tratti in cui si andrà giù fino al ginocchio, le moffole serviranno per garantire una progressione a 4 appoggi. L’ambiente è suggestivo.
Avanziamo un po’ sparpagliati, ognuno al suo passo, ma chi sta dietro usufruisce anche di una traccia più marcata di quelli che stanno davanti, e presto appare davanti a noi la Guglia Adriano, come la prua di una petroliera che ti viene incontro mentre te ne stai tranquillamente sguazzando nel mare.
Dopo aver osservato tre ragazzi sulla destra intenti a prepararsi per aprire una via nuova su un diedro verglassato, riflettiamo. È questo il primo bivio, dove nel caso di difficoltà sul primo risalto abbiamo la nostra via di fuga che si chiama Vajo Basilio. Ma del risalto nessuna traccia, tutto coperto di neve, ciò ci rende ottimisti sulla riuscita della giornata!
E adesso il vaio si fa anche più interessante, si incassa tra pareti vertiginose che si stagliano verso il cielo. Ci si sente davvero piccoli in mezzo a questi giganti le cui dimensioni non riescono a essere chiare. Gianluca avanza, si vede che la corsa gli fa bene, ma probabilmente è proprio che si sta divertendo un casino..
Poi piano piano il vaio torna ad allargarsi, lentamente, lasciando ai nostri occhi una lenta scoperta di quello che ci aspetta, di quello che ci minaccia, e di quello che ammireremo. Punta Innominata davanti a noi, ma appena più a destra si erge il Castello del Cherle, oggi rinominato il Cerro Cherle: le sue pareti sono intrise di neve fredda, e sulla sua sommità delle cornici spumose lo rendono più elevato in altezza.
E quando il vaio torna ad allargarsi definitivamente, uno sguardo all’ indietro ci fa apprezzare questa V di roccia tanto chiusa che abbiamo percorso al suo vertice. Sono le 7e30 quasi, e ci ritroviamo al bivio con la seconda via di fuga, il Grande Ramo Destro. Se volessimo proseguire sul Vaio dell’Uno dovremmo tenere leggermente sinistra, passare sotto a questa parete verticale e vincere il secondo risalto. Proviamo a vedere.
Io e Gianluca, che siamo davanti, osserviamo quelle cornici colpite del sole, non ci piacciono per niente, meglio fare alla svelta a salire e mettersi al sicuro da una loro eventuale caduta. Ma il dubbio comincia ad insinuarsi. La neve non è delle migliori, non è dura, a volte si sprofonda fino al ginocchio, e sui tratti un po’ pendenti avanzare significa tirare su il piede fino al petto per poi vederlo scendere inesorabile fino al piede che è rimasto giù. Se la neve è questa sul tratto finale quasi verticale, non ne usciamo. Ma scendere ora vuol dire passare del tempo nell’imbuto del Cherle.
Ci si ricompatta e si decide di proseguire, il secondo risalto sembra ben coperto anche lui, ciò mi da ancora più fiducia sulla riuscita della giornata: primo risalto completamente coperto, secondo coperto, la parte finale sarà bella carica! Ora ci alterniamo maggiormente a battere traccia, addirittura Nicolapassa in testa, più unico che raro.
Ok, ora però meglio che tiro fuori le picche e la smetto con la progressione a 2 o 4 zampe. Nicola parte per il secondo risalto, coperto da neve e da un po’ di ghiaccio, gli pare tranquillo e quindi non si lega nemmeno, ma a metà “ragazzi, legatevi che è meglio”, mi pareva strano che affrontasse una simile difficoltà in slego, proprio lui che su roccia protegge ogni 2m!
Sale Gianluca, lo segue il suo secondo Giorgio, e poi è la mia volta. Giorgio e Gianluca ripartono già sul vaio che spiana. Segue Roberto legato a Nicola, Cristian legato a me, e mentre esce Federico, anche io e Cristian partiamo. Ora sono Giorgio e Cristian a tirare le rispettive cordate verso quel dosso di roccia laggiù che pare dica “venite qui, vi proteggo io dalle cornici del Cerro Cherle, che poi ormai arrivati a me ve le siete lasciate alle spalle”, mi piace questo messaggio e intendo ascoltarlo, vai Cristian!
Al dosso, sono poco più delle 9, direi che come tempo sia buono, ci mancano poco più di centinaio di metri di dislivello prima di uscire, direi che ormai il seguito è segnato, non resta che uscire. Scambio, io e Gianluca in testa. La pendenza aumenta, le vecchie tracce di chi ci ha preceduto nei giorni (weekend?) scorsi ci confermano la via da seguire, e ci incuneiamo per l’uscita originale: ci si torna ad incassare.
Lo scenario è davvero suggestivo, selvaggio, nevoso. Calma e tranquillità pronti ad esplodere in frastuono e caos. Dietro di noi appaiono altri due alpinisti che avanzano a spron battuto, anche grazie alla nostra traccia probabilmente. Il vaio curva leggermente a sinistra e poi a destra, lasciando scoprire solo all’ultimo momento quelli che sono i prossimi 10m ogni volta. Azz, un salto di roccia scoperta..
Vediamo anche un bel meringone poco prima del salto a destra, non ci piace. Gianluca si ferma un attimo, ehi filiamo su a vedere di metterci in sicura sotto il salto e sopra il meringone: intanto il secondo gufo Gianluca (il primo gufo è Nicola) vede già un film. Saliamo sotto il salto e sopra il meringone, il mio occhio rapace vede un cordino intorno a un masso (terra?)incastrato al quale mi assicuro immediatamente, e così fa Gianluca.
I due veneti ci raggiungono “complimenti al tracciatore, grazie!” “prego tranquillo, vediamo se ora ci restituite il favore” gli rispondo veggente. Nicola (quello veneto, non il nostro) ci supera e inizia ad affrontare il passaggio chiave non senza difficoltà. Il nostro Nicola dovrà fare lo stesso! E iniziamo a perdere tempo..
Parte anche il secondo dei veneti, che ahimè inizia a scaricare neve e sassi che oltre che finirci in testa (sguardo basso, denti stretti e collo rannicchiato a proteggere la fessura del collo che porterebbe la neve nella schiena) sollecita il meringone che si stacca e finisce addosso a chi stà sotto. Breve scivolata per Cristian e Giorgio assicurati alla sosta, un po più lunga per Nicola e Federico fermati dalla prontezza di riflessi di Roberto.
Breve ma intensa, Giorgio botta la ginocchio, Cristian alla caviglia, i due veneti sopra capiscono l’accaduto e ci accordiamo per un aiuto, ci caleranno la corda dall’alto in modo che uno di noi salga da secondo e possa in seguito assicurare tutti gli altri da secondi. Le manovre iniziano a essere lunghe e laboriose, porca miseria, tocca salire a me per primo.
Legatomi alla corda gialla dei veneti, e portando su la rossa di Nicola e un’altra blu, parto per una bella faticata imprecando su ogni appiglio che si rivela essere svaso, per ogni spaccata che si rivela essere precaria, per ogni tacca dalla quale la punta della picca scappa inesorabilmente appena gli si da carico. Ma c’è da stringere i denti e salire, arrivati qui l’unica strada è uscire. Tornare indietro sarebbe più lungo ed esposto a pericoli di caduta cornici del Cerro Cherle che arriverebbero fino a valle.
Senza nessuna eleganza, ma efficacia, riesco a superare il tratto, ma le mani si ghiacciano: ho tolto le muffole per avere più grip (psicologico) sulla roccia, ma queste si sono riempite di neve, e all atto di rimetterle oltre a stare stretto sto anche freddo. Stringi i denti. Inizio a vedere Nicola il veneto lassu, dopo circa 10m di difficoltà sostenute su misto, inizia a spianare ed essere più abbordabile.
Arrivo da loro con sorriso a 32 denti, 11e30, li ringrazio per la collaborazione, ma prima di andare via gli chiedo una mano ad allestire una sosta bella sicura visto che sotto mi sa vorranno fare una fissa con la rossa per salire più agevolmente. Questo tiro di corda ci impegnerà un sacco di tempo, tra difficoltà e manovre e uscita uno alla volta, Gianluca resterà sulla sosta sotto il passaggio chiave quasi 4 ore!
Certo che esser quassù da soli, coi miei amici giù senza possibilità di comunicazione, non è proprio piacevole.. Dopo quasi due ore vedo finalmente Giorgio emergere dal budello, il primo di una lunga serie: Cristian, Federico, Roberto, Gianluca, in poco più di un ora usciranno tutti. Nicola ha attrezzato una fissa con la rossa (la blu che ho portato su essendo 50m non è bastata alla funzione), salito per primo ha fatto sosta alla fine della roccia e facilitato la salita degli altri con anche un mezzo paranco. Poi appena erano alla mia portata di vista, gli lanciavo giu la blu per farli salire da secondi. Un bel groviglio di corde!
Crisitan esce con la caviglia dolorante, Giorgio con gomito e ginocchio, le loro facce parlano chiaro! Io, Gianluca e Nicola rimaniamo a disfare e mettere in ordine tutto, gli altri iniziano a scendere. Nicola ahimè perde il cellulare che si sfila da una tasca dalla cerniera traditrice. Il buon Alberto di Trento il giorno dopo lo ritroverà e glielo spedirà per posta: esistono ancora le brave e gentili persone, ti scalda il cuore.
Come sempre, la discesa è più lunga di quel che sembra, osservo tracce di sci e penso “cacchio che bella neve da sciare” e Nicola “ma te scendi da qui?” “no no, troppo ripido per la mia scarsezza!”. Cristian stringe i denti (complimenti!), ci si ferma per qualche pausa di riposo, ha una distorsione alla caviglia.
Dopo più di 12h siamo di nuovo all’auto. Doveva essere un’uscita formativa, e direi che lo è stata alla grande! Come ha detto Nicola uscendo dal budello “oh, bel vajo eh?!”.

Qui altre foto.
Qui video di Nicola.
Qui report.
Qui la guida di Bellò.
Saluti ai due veneti che ci hanno dato una mano a risolvere una situazione globalmente non semplice.
Ma poi i tre ragazzi sono riusciti ad aprire la via sul diedro verglassato?