domenica 6 luglio 2014

Da 0 a 4000: Piramide Vincent, da non fare così

Mia mamma diceva sempre “fate quel che dico, non fate quel che faccio”. E noi, dopo tutti i proseliti sull’acclimatamento, sul mal di montagna ecc, che facciamo?! No beh, in realtà siamo semi costretti a farlo, col senno di poi (ma anche di pre) era la scelta la giusta, e tutti ce ne siamo resi conto, chi prima e chi dopo. Di certo l’importante è non fare come l’anno scorso io!
L’ultima uscita del  corso A1 2014 del CAI di Carpi prevede il pernotto al Rifugio Gniffetti e la salita a Punta Parrot: bella cima, e anche altina, già salita Ma il meteo si mette di traverso, come accade ormai spesso nell’instabilità di questa estate (ma anche prima): domenica il peggioramento si preannuncia sempre più in anticipo ogni giorno che passa, e sarebbe un peccato non riuscire a far raggiungere una cima agli allievi. Già ci sfava la rinuncia al nostro lunedì, almeno il corso va salvato.
Entriamo in autostrada nemmeno presto, e già questo bastona un po’. Sosta per una bellissima colazione in autogrill e uscita a Quincinetto per cercare di regalare meno soldi possibile alle autostrade della vda. Poi un’irrefrenabile voglia di gnocco alla cipolla mia, e di altro degli altri tre, ci spinge a una sosta veloce a Gressoney, ora si che siamo pronti. Al parcheggio di Staffal ci prepariamo a essere sparati a 3200m di Punta Indren.
Il meteo non pare già dei migliori, la corsa della funivia sfiora e finisce in mezzo alle nubi, ok aspettative basse, ma almeno oggi doveva essere buono! Arrivati alla massima quota meccanizzata, un po’ rischiara, fa un caldo notevole, e la voglia di salire aumenta. Saliamo.
Il tormentato Ghiacciaio Indren è oggi una distesa nevosa abbastanza uniforme, incontreremo parecchi sci alpinisti, beati loro che si godono un spanna di neve morbida su fondo duro. Il gruppo si spezza, ora ognuno fa riferimento al proprio istruttore, e così proseguiamo fino al Rifugio Gniffetti, dopo la risalita delle roccette ben attrezzate a canaponi.
Al rifugio tocca prendere l’ardua decisione: ci si prova o no? In fretta e furia si diventa tutti indipendenti, le cordate pronte possono partire, si tenta la Piramide Vincent, unica meta proponibile oggi: le altre troppo lontane, la Giordani lasciata alle spalle prevedeva una risalita finale per arrivare al rifugio, oltre che la risalita di un pendio esposto al sole.
Raduno Dario e Cristian e ci spostiamo in alto per passare alla modalità ghiacciaio. Il discorso è chiaro: a me non interessa arrivare in cima per gusto personale, ci sono già stato, ma capisco che un allievo vede il raggiungimento della cima (che oggi è anche il suo primo 4mila) come il coronamento dell’uscita, e forse del corso. Perciò, io non costringo e tiro nessuno, se volete andiamo, se siete stanchi poi torniamo indietro, ecc ecc. E secondo te cosa rispondono?!
La prima parte del ghiacciaio è un falso piano al cospetto del roccioso versante sud ovest della Piramide Vincent. Altre cordate in giro, ma tutte in discesa. Solo noi saliamo. La regola direbbe che non è sano mettere piede su terreno nevoso alle 13e30, ma onestamente pericoli particolari oggi non si pongono: crepi belli tappati dalla neve, percorso arci noto e super tracciato (anche con nebbia ci vuole dell’impegno a perdersi).
Siamo davanti noi, e iniziamo così a filare a lato dei seracchi che ci lasciamo sulla destra, mentre risaliamo un pendio che si fa più ripido. Gianluca, con Cristian, Alessandro e Stefano, ci seguono, poi ci supereranno, con cristian che da capocordata mi confesserà “cavolo, con questo vento fa più wild, è una figata”. Già, il vento, inizia ad alzarsi, e in cima sarà una mitraglietta di neve.
Il mio Cristian non è in formissima, ma è normale, fisicamente oggi è un endurance, in meno di 12 ore da 0 a 4000 non è sano, però di certo assicurerà un miglior acclimatamento per la notte visto che dormiremo 600m più in basso della massima quota raggiunta. Ma le pause per riprendere fiato giovano a tutti, è innegabile!
Tra una nuvola e l’altra spunta il Lyskamm Orientale e il Naso del Lyskamm, un alpinismo un po’ più di grado! Questo ambiente, che a un alpinista navigato fa venire un po’ di orticaria (mi riferisco all’affollamento) deve essere per un corsista mai salito in simili posti come il giardino dell’eden, e un po’ queste emozioni ce le passano anche a noi istruttori, rendendo la giornata più piacevole.
Svolta a destra per iniziare la risalita verso il Colle Vincent, che poi si abbandonerà per salire dritti alla cima. Pausa biscotti, un sorso d’acqua, e ripartiamo. Il vento sferza sempre più, ma è maggiormente alle nostre spalle, quindi per ora non troppo fastidioso, almeno finché siamo in movimento.
La parte finale aumenta di pendenza, e ciò rende le ultime fatiche..più faticose, ma ormai ci siamo. Gianluca e i suoi stanno già scendendo, non si sono goduti la cima che si è tutta coperta, e hanno optato per una discesa rapida. Varco il collettino e aspetto i miei filmandoli. È a questo punto la forza del vento si fa impetuosa, mi becco una raffica di proiettili di neve e ghiaccio in faccia che mi fanno subito girare.
Vetta, ci spostiamo un po’ più a sinistra su quella che pare essere la vera cima (30cm di più), ma più che altro lì c’è meno vento. Dario e Cristian sono contenti, questo è importante. Riusciamo a goderci un pochino la cima, il vento cala, un po’ di panorama si apre, anche se poco. Facciamo in tempo a veder arrivare Ivan e Fiorella (doc’è il terzo?) e Giorgio con Marco e Elena (dov’è l’istruttore?).
Di certo ci sarà qualcuno che non è stato bene o che troppo stanco ha chiesto di tornare giù. Incrociamo la cordata di marco che sale, e ne vediamo una verso il Balmehron: chi sarà mai? Quella faina di Nicola, in cordata con due ragazze e bam, si spara la vetta (4mila non ufficiale però) solitaria e con bivacco annesso.. Eh eh!
Io faccio andare avanti Cristian, così vedono un po’ anche loro cosa voglia dire stare davanti e provano qualche emozione in più. La strada da seguire non lascia scampo. Scendiamo col meteo che peggiora man mano, sempre più nuvole, più alte o più basse di noi, ci accompagnano e accarezzano, meno male non ci schiaffeggiano.
Passato il tratto di cambio pendenza, tento il colpaccio, come fece sul San Matteo l’allora mio istruttore Nicola quando ero corsista: all’improvviso mi butto per terra a simulare la caduta in un crepo, Dario si gira e sbambana un po’ senza capire, mezzo colto in fallo! E Cristian esclama “sapevo che l’avresti fatto”.
Faccio passare davanti Dario, per l’odio intrinseco nei due allievi che devono fermarsi e manovrare con nodi e cordini. Dai su, un po per uno! Nella parte finale, quando il ghiacciaio spiana, siamo in mezzo alle nuvole, Dario davanti è già una sfumatura di grigio: senza questa autostrada sulla neve sarebbe un casino trovare il rifugio. La risalita finale, 10m forse, mette a dura prova le ultime energie dei miei due, arrivati al colle, sdraiati per terra a fare due chiacchiere per riprendere energie.
Al rifugio trovo Gianluca che ha due notizie per me: 1, c’è uno zaino in un crepaccio, e che crepaccio; 2, Mirko sta da bestia. Mirko la quota l’ha patita parecchio, ecco perché Giorgio (aspirante istruttore) era da solo con due corsisti. Poi si riprenderà grazie alla bomba energetica che gli han dato in rifugio, ma che spavento.
Deciso che l’attività di domani sarà divisa in chi va a cercare di recuperare lo zaino (che bello, finalmente mi calo in un crepaccio) e chi va a fare manovre e ARTVA, posso darmi alla pazza gioia, bere a mangiare. È una soddisfazione stare bene fisicamente, avere fame e sete, dopo quello che era stato il malessere provato al V Alpini e Suldengrat.
Cena allegra, spensierata, bussolotti di vino, tanto mangiare, piccola riunione finale per decidere bene per domani, grappino e torta, e poi le barzellette di Alfredo. Poi l’incazzo. Vado e prendere i mie scarponi per portarli al caldo in camera, e non ci sono. Ci avevo messo pure sopra i mie ramponi perché nessuno li scambiasse, e invece. Io sono una persona pacifica, posso pensare alla buona fede di uno scambio, ma mi sale un nervoso..
Cerca, chiedi (ai gestori, perché tutti sono a letto, ottima disponibilità dei ragazzi gestori a cercare), esci 3-4 volte in maniche corte a vedere se qualcuno li ha messi fuori (e queste uscite mi fregheranno), niente. Cerca nella stanza, un paio simile c’è, ma manca un segno di usura che mi fa dire non sono i miei. A mezzanotte passata vado aletto con quelli in ostaggio, se domattina qualcuno si sveglia che gli mancano, gli ho lasciato un biglietto per dire dove dormo.
Alle 3 mi sveglio con un mal di pancia che faccio appena in tempo ad arrivare in bagno per vomitare, ecco, ho bevuto troppo mi dico, bravo coglione. Invece col senno di poi capisco che è stato il freddo preso a cercare gli scarponi: non mi sentivo brillo, la mattina dopo stavo bene (altro che post sbronza), e la non solidità dei miei escrementi mi fa capire che laggiù ho preso freddo.
Il risveglio non è piacevole, non sfrutto la colazione e mi prendo una coca cola per sistemare la pancia. No no, io non esco fuori a prendere altro freddo, scendo poi con Mirko che ancora non sta bene. Breafing, chi sale verso il crepo (invano, crepo a campana, troppo rischioso per uno zaino), chi verso il primo metro quadro di ghiacciaio per fare teoria, e noi due giù verso il benessere, e scappando da un meteo che ci ha svegliato con un cielo terso, ma che ora è già nuvolo.
Oh, sto già meglio, mi viene una fame che giù a Staffal ci spariamo una bella colazione, un giretto e poi a Gressoney a passare il tempo e comprare un crema dopo solo: che pirla che sono, ieri mi sono protetto collo e orecchie, e non la faccia: sono un panda, fronte e guance ustionate. Mentre ci prendiamo il prnazo, Gianluca chiama che sono giù, via a recuperarli!
Ben presto scendono tutti, e ci dirigiamo verso la Pineta di Gaby per camminare un po’ (contenti tutti, eh!) e poi bere e mangiare. Cin cin finale a una chiusura di corso A1 all’insegna del “così non si fa” ma “flessibilità in montagna, valutare e capire dove finisce la teoria e inizia la pratica”.

Qui altre foto.
Qui report.

domenica 22 giugno 2014

Svizzera? No, Suldengrat

L’idea era andare altrove. Una cresta che ci aveva affascinato l’anno scorso e che non si vedeva l’ora di salire. Ormai era già tutto pronto, ma ahimè tocca cambiare meta a causa di problemi dell’ultimo minuto. Non essendo preparati a questa evenienza, vediamo di unire gli indizi che la sorte ci manda per delineare la meta. 
Formante a livello di esperienza che dobbiamo acquisire, rientro abbastanza veloce che ci concede di essere a casa presto (esigenze di uno più tentativo di sorpresa mio a lei), discesa conosciuta (giornata memorabile quella della salita alla normale del Gran Zebru, io Riccardo e Gianluca il 9 luglio 2011, partiti alle dai Forni alle 2e30 e rientrati all'auto alle 12), compagnia sicura al rifugio dove pernotta anche il  corso A1 2014 del CAI di Carpi, disponibilità a spostare la macchina di nostri amici che la vogliono salire lunedì, generosità nel tracciare la via agli stessi, e bel posto. Uniti gli indizi, Suldengrat sia.
Per facilitare il rientro della domenica, decidiamo di parcheggiare ai Forni, traversare al Rifugio V Alpini oggi, domani attaccare la Suldengrat, scendere per la normale del Gran Zebru e poi via veloce verso birra e casina. Credevamo però che il sabato sarebbe stato corto alpinisticamente parlando, e invece.. Ma bando alle caincie, veniamo al racconto del weekend.
Il transito per il Passo Gavia è ormai un must per recarci in questi luoghi, e merita come sempre: poi siamo affezionati alla vista del San Matteo, ricordi del nostro corso A1 targato 2010. Solo che porca miseria non mi sento forma: in realtà è da giovedì che non sto al 100%, un po’ di mal pancia, poco appetito e poca sete. Ieri sera niente cena, ma va beh, immagino sia una cosa momentanea, starò meglio. E invece.
A Santa Caterina Valfurva arriviamo che non sono ancora le 7, fermiamo una passante per pregarla di indicarci un bar aperto: il suo ad esempio. Poi diretti verso il parcheggio dei Forni, con un sole che ci abbaglia sul vetro dell’auto senza permetterci di vedere la strada, paura! All’ombra fa freschino, ma il sole già alto e le previsioni fanno presagire una bella cottura oggi, meglio già mettersi in manica corta. Poco dopo le 8, ci incamminiamo sulla solita forestale che risale la Val Cedec.
Marmotte sgattaiolano ovunque, i giganti delle 13 cime padroneggiano il panorama che ci lasciamo man mano alle spalle, Vioz e San Matteo troneggiano, poi appare anche il Tresero. Ma ben presto sbuca lui, il Re, il Gran Zebru. Una montagna davvero estetica, un piramidone isolato che da questa valle sembra emergere con imponenza, e quel bello scivolo di neve che si affacci a est. E il MontePasquale, con la sua parete ovest. Ma io procedo a rilento, che palle.
Arriviamo al Pizzini senza aver pestato neve, questo mi rincuora, perché poi tra poco so che ce ne aspetta sui tre ghiacciai che attraverseremo. Per andare al V Apini potremmo o fare il Passo dello Zebru, o il Passo delle Pale Rosse e quello della Miniera. Più dislivello per il secondo, alpinistico, che ci concede una vista sulla salita di domani e sul canale di accesso al Passo di Solda. Escursionistica la prima, ma forse con la neve che c’è ancora in giro non meno faticosa. Quindi ovvio che andiamo per ghiacciai.
Il Gran Zebru è maestoso, fuma, ma il cielo azzurro lo fa sembrare un gigante himalayano. Troppo? Forse, ma lasciateci sognare. Aspettiamo l’ultimo isolotto roccioso su questo mare di neve per legarci e cambiarci di tenuta: da escursionisti a assetto da ghiacciaio. Il Passo delle Pale Rosse è laggiù, sembra ci sia una traccia, ma è vecchiotta, e nella neve si sprofonda la caviglia. Seguendo la traccia per la normale del gigante, si passa a fianco del famigerato Sasso Rosso, si intravede il temuto Collo di Bottiglia (come il K2! Quante affinità..), e si abbandona questa traccia per filare nella nostra direzione. Salutiamo il Cevedale alle nostre spalle.
Il sole è potente, una grossa pecca non essersi messi la crema. La realtà che avevamo pensato a 5 ore di camminata per arrivare la rifugio: ce ne metteremo 7 e mezzo! E per di più, arrivati al passo, ci si raggela il sangue: salire al Passo della Miniera sembra davvero difficile, una fascia di roccia e sfasciume scoperta sembra impedirne ogni accesso. Porca pupazza, tutto il nostro progetto finisce qui? Andiamo almeno sotto a vedere, finché siamo qui..
Accidenti all’effetto ottico, non è ripido per nulla, si può salire benissimo. La neve ormai è davvero sfondosa, certi tratti si immerge anche il ginocchio, e visto il mio stato di salute questo non è positivo: cerco di mangiare e bere ma faccio fatica. L’attraversamento del Ghiacciaio della Miniera ci consente di dare un’occhiata alla Suldengrat anche se dal basso, sembra davvero nevosa! E invece lo sarà molto meno di quello che sembrava.
Un ragno, un altro, attira la mia attenzione: ma cosa ci fa un ragno su ghiacciaio? Ok, magari non muore di freddo, forse nemmeno di fame visto che di insetti che volano ce ne sono, ma la ragnatela dove la fila?! Proseguiamo va la, ultima fatiche per questa Cima della Miniera, che poi è un 3400 abbondante. Quello che sembrava un giretto sono comunque 1500m di salita.. e non su fondo sempre duro.
Studiamo la Suldengrat, il canale di accesso al Passo Solda, vergine. Si pensava che forse saremmo stati tra i primi a percorrerla quest’anno, ma scoprirlo è un’altra storia) in realtà un mesetto fa l’hanno salita, ma le tracce ormai sono andate).
E ora dove si va? Ovunque sembra si scenda ripidi, e tracce non ce ne sono: un’occhiata alla cartina ed è tutto chiaro, l’apparizione di una corda fissa rosa fa diventare lampante il percorso. Un po’ di roccia, e poi giù fino alle cosce in mezzo alla neve, che due maroni, che fatica e che bagno!  Si segue la cresta puntando a un evidente passo, per poi buttarsi sul Ghiacciaio dello Zebru, la terza vedretta di oggi.
Spettacolare mettere piede su una distesa nevosa (nessun crepo aperto) che non presenta segni di passaggio, senza segni di civiltà in vista. Un viaggio. Cercando di evitare i cambi di pendenza, dove ci hanno insegnato si nascondono i crepacci, ecco che sbuchiamo in vista del corso A1 che armeggia in manovre di recupero da crepaccio. Un breve saluto e li lasciamo studiare senza disturbare, scendiamo sulla pietraia dove Riccardo scivola per la nostra ilarità, e andiamo al rifugio a rifocillarci, asciugarci, riposare e studiare. Sono quasi le 16.
Finalmente riesco a mangiare qualcosa, dai che mi riprendo, ma il mal di testa avanza, niente birra ma coca cola digestiva e the caldo. Una dormitina prima di cena, e poi un lungo pasto ma magro: magro non per le quantità, ma perché mangio mezzo primo e un quinto di secondo, uffa. Qualche risata con Nicola, Gianluca e Roberto intramezza la cena, e poi a letto.
Ore 2e40, la sveglia, che fatica scendere dal letto. Ma fuori vedo le stelle, la giornata sembra buona: speriamo solo abbia rigelato, o quel canale sarà un calvario. Anche la colazione sarà un calvario, due tazze di the e una vaschettina di nutella mangiata al cucchiaio, altro non riesco: non mi sento malissimo, ma non aver appetito e non mangiare come se non ci fosse un domani mi intristisce. E il prossimo liquido e solido che ingerirò sarà in cima, alle 11!
Alla fine la guida col suo cliente riesce a partire qualche secondo prima di noi, mentre i quattro milanesi che avevamo in stanza stanno ancora facendo colazione. Federico e Giorgio appena svegliati ci salutano. Ci leghiamo e ramponiamo subito, finché siamo caldi e comodi. Oddio, un gran freddo non fa anzi, almeno per ora. Frontale accesa, e via che si sale il primo ripido pendio, picca e bastoncino.
Mettiamo piede sul Ghiacciaio dello Zebru, o almeno quel che sembra visto l’interminabile e omogenea distesa di neve: seguendo le nostre tracce di ieri ci addentriamo nel cuore della vedretta, per poi abbandonarle e mirare dritti il nostro obiettivo, il canale sotto Passo Solda, che ieri ci sembrava davvero dritto, oggi si rivelerà appoggiato. Magie e inganni della mente.
Le nostre frontali illuminano quello che serve, sposto la testa a destra e sinistra alla ricerca di linee di taglio segnali di allarme, ma per fortuna nulla. Ed eccoci sotto il canale, che oggi ci spaventa molto meno, dai che si sale senza problemi! Intanto i quattro di Milano ci sono alle calcagna, si inizia a salire zigzagando un po’ per ammazzare la pendenza e la mia fatica. Niente, nono sono al 100%, ma non sto così male, se non avrei lasciato andare Riccardo e Lorenzo e sarei rimasto in rifugio.
La guida e il suo cliente hanno ormai preso il largo, così come spazio si sta prendendo il sole che inizia a illuminare le cime lontane, il Bernina e il Disgrazia troneggiano su questo quadretto. Via verso l’alto, ma via i sassi verso il basso! Giù dal canale scende di tutto, i due lassù non sono l’emblema dell’eleganza, ma forse non si riesce a fare altrimenti: si vede che però stanno vagando un po’ verso destra, poi rientrano a sinistra..
Mentre schiviamo i sassi che ogni tanto scendono, uno centra lo zaino di Lorenzo e un altro la picca di Riccardo, saliamo il più svelto possibile, la neve regge mediamente bene, solo qualche passo non è portante, e per evitare le scariche ci spostiamo presto a sinistra. Nel canale i quattro milanesi, o meglio tre dei quattro, ci superano, ma mi sta bene, visto il mio stato di salute. E vediamo anche altre due frontali raggiungere la base del canale, sono amici dei milanesi che son partiti fin da giù! Ma che purtroppo torneranno indietro in quanto tra poco un sasso centrerà il casco di uno dei due..
Seguendo chi ormai ci sta davanti, continuiamo a salire verso il passo, per poi proseguire quasi sulla cresta sfruttando un po’ di neve ancora presente, ma già qualche passo delicato si presenta. Poi però chi sta lassù dice che è un vicolo cieco, c’è da tornare indietro e passare più a destra. In effetti la guida era stata molto più a destra, ma poi l’avevamo vista ripiegare a sinistra e salire in alto lassù davanti a noi.
Si può traversare qui? No, su quel marcio io non ci vado, scendiamo un po’, traversiamo su neve e risaliamo l’altro canale. Proviamo, ci accodiamo al milanese che era rimasto più indietro, e quindi nell’inversione di marcia è Riccardo a passar davanti. Si procede lentamente, la neve è sufficiente a una progressione relativamente tranquilla, anche se quando si finisce sulla pietraia c’è da stare all’occhio. Che freddo.. Finalmente si arriva al colletto, poco sotto, gli ultimi metri sono delicati, la neve lascia posto all’amico sfasciume, e via siamo al sole, che bello.
I milanesi si fermano per legarsi, noi sciolti i nodi a palla partiamo spediti per la Suldengrat, ora che la si vede “bene”: allora, adesso dovremmo avere un po’ di roba facile ma friabile, poi le difficoltà aumentano ma la roccia migliora, e infine la desiderata cresta nevosa! Eh magari.. Diamo un’occhiata al Monte Zebru dove i 31 del corso stanno cercando di salire. 
Delicati come gatti risaliamo i piattini appoggiati sulla montagna, piattini e piattoni viste le dimensioni di certi traballanti trasformati di minerali. Ma il sapere che poi le difficoltà “psicologiche” calano mi fa ben sperare e avanzare, anche se una piccola scarica la muovo ai miei amici, e non mi piace la cosa. Alla fine fa parte dell’andare in montagna, ma non è che a uno non dispiaccia far male a una persona anche se in modo involontario.
La picca ormai infilata a mo della spada di Hi-man tra schiena e zaino, le moffole che cercano gli appigli migliori previo palpamento, prediligendo la tecnica di sostituzione piuttosto che far della trave sulla roccia marcia, la ricerca di qualche rado spuntone dove far passar la corda come protezione veloce. Il tempo passa, inesorabile, ma la nostra avanzata è senza tempo. Oppure che il tempo che si dilata talmente tanto a diventare insignificante. Certo che diventa significante se poi ci attardiamo troppo e la neve sulle creste affilate ci molla!
Qualche passo di III, un chiodo che non ispira troppa fiducia, ma è li, usiamolo, e poi si torna su neve, che bello, coi ramponi che mordono verso il basso vista la pendenza del pendio. Ora si che me gusta! Me gusta me gusta, ma dura poco. Intanto l’adrenalina e la concentrazione hanno offuscato il mio malessere che non sento più, ma so essere ancora lì dormiente. I milanesi sono più veloci, ed esperti, di noi e quasi ci raggiungono.
La roccia si alterna spesso alla neve, qualche bella cresta affilata da percorrere proprio sul filo, e poi qualche tratto su pendio inclinato. Qualche cornice da abbracciare per mantenere un equilibrio migliore, qualche tratto a cavalcioni, la picca che viene conficcata di puntale con tutta la forza che ho (se ne accorgeranno le mie spalle domani) e si prosegue, arrivando al tratto un po’ più duro di arrampicata, ma su roccia molto più salda di prima. E la neve in certi tratti non aiuta, anzi, costringe anche a un passo quasi strapiombante. Ma si passa, si prosegue.
Avevo chiesto se uno dei miei amici volesse passare avanti, ma mi lasciano la guida del gioco, e arrivo così a un punto che boh, ma qui dove si va? Ah ecco, c’è uno spit, sarà il pezzo di IV da disarrampicare. Mi sporgo ma mi sembra più che verticale.. Facciamo che ci caliamo qui, sono solo 4m, calata in moulinette. Poi quando mi trovo sulla parete, la finisco ad affrontare in disarrampicata in sicura, non era poi malaccio come appigli e appoggi.
Abbracciando le cornici nevose e pestando lo sfasciume, la nostra avanzata prosegue, gli ultimi passi di roccia hanno creato una sorta di collo di bottiglia tra le nostre cordate, e ora che c’è un po’ di neve prendiamo il largo. Sulle bianche creste tutto diventa più estetico, sembra di salire verso il cielo, ti chiedi quasi “ma dove pensi di andare, laggiù finisce tutto” e invece un nuovo angolo sbuca, e sale sempre più su. Speravo che ora rimanesse solo l’amica neve, e invece..
Si sguscia un po’ in basso abbandonando il filo di cresta, seguo le tracce di chi è passato prima di noi, oggi il tempo è tiranno e non possiamo rischiare di perdere tempo, come già abbiamo fatto per trovare l’attacco della cresta vera e propria. Iniziano a vedersi i primi travi degli arroccamenti della guerra: ma come si faceva a essere così stronzi da mandare gente a combattere in simili posti? E dovendosi portare su certa armeria, e travi di legno per costruire, roba da matti. Intanto sfruttiamo questi travi, che sembrano ancora solidi, per qualche cordino..
Iniziamo a essere belli alti, ti guardi intorno e domini tutto il circondario, spettacolo, abbiamo fatto bene a scendere dal letto! Già da un po’ vediamo la croce, e la nord, una distesa marrone di roccia e neve marcia, ormai non più in condizioni e soprattutto, tutta al sole. Ma anche noi abbiamo ancora una gatta da pelare. E il costante vento che ha accompagnato la salita, oltre che martoriarci labbra e viso, non è il miglior amico dell’equilibrio.
Sembrava ormai tutto finito.. Ma questa cresta riserva sempre sorprese inaspettate. Impossibile passare sopra questa cresta nevosa, troppo verticale ed esile, si passa appena sotto su un traversino di roccia proprio sopra il Canale delle Pale Rosse, quanto è marcio! Procedo il più delicato possibile, ma scivolo, via a piantare la picca e resto su, anche grazie al piede che qualcosa trova. Nulla in tutto, ma battito cardiaco alle stelle! Questi 40m ci calmano i bollori della fretta della croce, mentre i milanesi trovano una via più facile 20m più in basso.
Un po’ di risalita, poi ecco la croce, e ora è chiaro che non ci sono più sorprese, anche perché dista dalle nostre mani solo 50m! Ore 10e45, vetta! Siamo davvero felici e contenti, oggi siamo cresciuti alpinisticamente e mentalmente non poco. La fatica di questa cresta non è solo fisica e tecnica, ma anche psicologica. Non solo di questa cresta, ma siccome è forse la prima volta che ne affrontiamo una simile..
E dopo la colazione, più di 7 ore fa, finalmente si mangia e beve qualcosa. Che tremendo errore però non esserci nutriti e abbeverati. Non che fosse facile visto che comodi punti di sosta erano radi, ma per giorni avrò le gambe dure, e non è che mi manchi l’allenamento fisico..
Ci godiamo la cima, il panorama su questo bacino dei Forni che ho visto mille volte ma che è sempre pacificante. Quanta neve ancora sul Brenta! A dir la verità ce la godiamo meno di quello che si sperava, perché siamo già in tremendo ritardo sulla tabella di marcia, l’orario di rientro è vicinissimo e pare irraggiungibile.
Scendiamo per la normale, si sprofonda un casino su una parete martoriata dai numerosi passaggi e dal sole, ci si pianta, ma meglio piantarsi che ruzzolare giù su questo scivolo. Osserviamo la Hintergrat, prossima meta? Intanto rimaniamo concentrati che questo terreno e questa progressione a singhiozzo mi innervosisce, sto facendo ancora fatica e sono in discesa!
Corriamo verso il collo di bottiglia, prima di avere sulla testa i quattro con cui abbiamo condiviso gran parte del percorso, ormai siamo rimasti solo noi sette su questa montagna. Collo di Bottiglia che il giorno prima avevo visto comunque ancora carico di neve, neve che immobilizza tutti quei proiettili potenziali. Un caldo opprimenti, in più la fatica di sollevare i piedi più alti delle ginocchia per uscire dalle buche in cui si cade.
Qualche sguardo su, ma non si vede l’ora di scendere, scendiamo ancora un po’ e andiamo avanti ancora un po’, così arriviamo sulle rocce e ci spogliamo e disarmiamo completamente e definitivamente. Alleluja! Lo zaino torna pesante, ma i piedi e bacino più comodi, che male alle spalle per la forza con cui piantavo la picca..
Alle 12e40 siamo al Pizzini, visto l’evidente ritardo (avevamo preventivato riuscire ad arrivare all’auto già prima di quest’ora) ci informiamo sulla possibilità di jeep: sono contro queste cose, ma oggi ci sono problemi più importanti di certe ideologie, e salvare schiena e ginocchia è sempre cosa buona e giusta. Poi saltano su anche due che han fatto la ovest del Pasquale, perciò vai!
Che dire, un viaggio. Aveva ragione Nicola, come spesso ha (non posso dire sempre o si monta la testa), davvero una cresta dove ti fai dell’esperienza, psicologica si intende. Speriamo solo che domani anche lui e due merenderos riescano a salirla, se no sono a rischio le gomme della mia auto (in realtà, purtroppo, nella notte cadranno 20cm di fresca in quota, e loro tre arrivati all’attacco della cresta prenderanno la saggia decisione di scendere).

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