domenica 15 gennaio 2017

Doveva essere un trekking tranquillo: tramonto sull’Altissimo di Nago

Dopo la giornata di ieri, e la serata di stanotte passata brillamente a ballare, chissà se di energie ne avrò ancora. Un giorno il fisico mi presenterà il conto, ma fino ad allora.. daje! Sveglia con calma (manco troppo, abbiam dormito poi 6h), zaino, colazione, e solo all’ 1e30 ci mettiamo in cammino dal parcheggio. L’1e30 del pomeriggio, inconcepibile! 13e30 insomma.
Su per il sentiero delle Vipere con Stefania, per un ritorno alla montagna soft dopo la pausa natalizia. Soft.. non per sempre. Finalmente un po’ di bianco su queste montagne, ma pochissimo per la stagione. Un sole potente ma che non riesce a scaldare il freddo dell’aria.
Sbuchiamo sull’altopiano con la sete, il fegato chiama, ma quasi senza fame, lo stomaco rigetta. Il tentativo di rutti digestivi e il “Ste, il rifugio è lassù, però sembra che potremmo aggirare in piano la sotto verso nord, e salire più avanti cosi facciamo un anello.” “va bene”, e andiamo!
Chiacchiere sui massimi sistemi della vita (eccerto) e la bellezza di incontrare pochissima gente, complice l’orario di partenza ma anche l’itinerario scelto. Infatti su questo tratto non è passato nessuno, neve vergine che per fortuna non è mai più di 15cm. E il freddo che si sente visto che la punta dei piedi è duretta, e sono in continuo movimento!
Si sale verso la schiena nord dell’Altissimo: ora che un po’ di km si sono macinati, la voglia di una bella polenta calda al rifugio ci assale. Peccato che resteremo quasi con le lacrime agli occhi. Salendo il panorama si accende verso il gruppo dell’Adamello e del Brenta, spettacolare. La nostra meta la più avanti, ma il sole si è coricato a sufficienza per lasciarci tutto il resto del tempo all’ombra.
Arriviamo al Rifugio Damiano Chiesa a un orario balordo per i miei piani: se stiamo in cima per vedere il tramonto ci facciamo mezz’ora al gelo, se andiamo dentro ci servono il piatto caldo quando sarà ora di uscire. Puntatina veloce alla cima, due foto e scappiamo dentro.
“Cosa puoi farci da mangiare?” “niente” e vedo la faccia di Stefania rispecchiare in modo ancor più marcato la mia sorpresa delusione, “pane” cazzo, “pane e formaggio” “va bene quello!”, madonna che tristezza, noi che si puntava al mangiatone! Ma li capisco, stan chiudendo, siamo noi in ritardo! Intanto una birra si tracanna “Comunque abbiamo del coraggio a bere ancora della birra”.
Operazione acquisto bandierine tibetane riuscita, e mentre fuggo in cima per scattare la foto all’ultimo spicchio di sole che va a nanna, la mia amica inizia a scendere seguendo altri due. Fuga di corsa dalla gelida cima, non vedo nessuno, corro giù a rotta di collo ma ancora nessuno, dove sono? Vedo due moto giù, saran loro, accidenti che veloci, via giù! E dopo un po’ li scorgo più su di me..
Al Rifugio Graziani alla Bocca del Creer arriviamo veloci grazie a i tagli dove occorre prestare un minimo di attenzione a non finire col culo a terra. Culo che.. si sta per consumare la tragedia. Siamo sull’asfalto, al sicuro, ok che sta diventando buio, ma non ci sono pericoli. Una lastra ghiacciata invece ha deciso di prendersela con la mia amica e.. pom, per terra.

Sbianco, non c’è un cazzo da ridere quando qualcuno cade, almeno finchè non capisci che non si sia fatto nulla. Lei invece è parecchio dolorante, e mi preoccupo abbestia. Ma tra le madonne che tira, vedo che il ginocchio lo muove, quindi dai, sarà solo una botta, ma che botta.. Madonne e pensieri e preoccupazioni tra i più disparati e innominabili.

Si riparte, con calma, c’è solo da percorre 4,3km di strada debolmente innevata. Calma che si incrementa come il buio. Stefania rallenta e zoppica sempre più, il dolore aumenta e occorre andare piano e fermarsi a riprendere fiato. Dopo tanto insistere, finalmente la convinco che forse è il caso che la prendo in spalla visto che ormai quasi non cammina più. “Va bene dai, così almeno ti stanchi”.

“Ste però aggrappati bene” “Ste però allenta un po’ il braccio sinistro, mi strozzi!” per fortuna che mancano solo poche centinaia di metri all’auto, perché.. che fatica! Bello gonfio lo stinco accidenti! Qualcosa di caldo dopo il freddo, la fatica e la sofferenza ci vuole (basta birra però) e l’Albergo al Platano potrà rincuorarci.

La discesa dall’auto è fulminante: quasi non si muove, super dolorante. La signora del ristorante è gentilissima e super cortese con l’infortunata, si vede che gli risveglia lo spirito materno: davvero grazie. Quel troglodita al bancone che la spara grossa invece.. va beh, esistono anche i trogloditi. Dopo mangiato almeno va un po’ meglio, la giornata sta per finire ma.. per Stefania la nottata sarà al Pronto Soccorso.

Mai mollare Ste!

Qui altre foto.

sabato 14 gennaio 2017

Dove il ghiaccio non finisce mai: Paperoga

“Non c’è due senza tre” dicono, ma siamo piuttosto intenzionati a smentire nel modo migliore questo detto: e ci riusciremo! Dopo la Presanella e la Busazza, io e Giorgio siamo piuttosto carichi, determinati, ma comunque col buon vecchio “l’obiettivo della giornata è poter tornare in montagna anche altre volte dopo questa”.
Intanto la nevicata e vento di ieri ci hanno già cambiato drasticamente i piani: giorni che si pensa a una meta precisa, e al venerdì sera ci tocca rimescolare le carte finchè alle 23 una decisione viene presa. Si va nel Civetta, nel budello dove nascono Paperoga e Hypercoldai: direi che punteremo alla più facile delle due, condizioni e affollamento permettendo.
Le condizioni non molto, ma l’affollamento preoccupa tanto: cascate conosciute, reportizzate, rinomate, e (a conoscenza di web) tra quelle più in forma. E invece saremo noi, una cordata su Hypercoldai e un’altra che attaccherà tardi Paperoga ma ci raggiungerà veramente presto: Patrizio ha deciso di farla in semiconserva..
Si parte all’orario che i meno nottambuli vanno a letto, si scende dal Passo di San Pellegrino notando la palese differenza tra la gestione Trentino e quella Veneto della pulizia delle strade, un cappuccino al bar e poi mentre ancora stiamo guidandoci abbuffiamo di crostatine. Si risale verso Pian di Pezze ancora a buio, strada ripida commisurata alla neve al suolo. Neve che non ci fa vedere il parcheggio e salire oltre.
Ci vestiamo con la Nord del Civetta in faccia, a sbeffeggiare queste due scarse figure che tentano di accaparrarsi il titolo di “alpinisti”. I lavoratori agli impianti iniziano la loro giornata, e noi tentiamo di iniziare la nostra chiedendo qualche indicazione agli stessi. Su per le piste, osservando la mole del Civetta che proietta la sua ombra verso un Sella offuscato.
Cammina cammina, ecco il ghiaccio la in fondo in quel budello! Ci han consigliato di non salire diretti nel conoide detritico, ma di proseguire e di entrarci tardi. Tardi per tardi, ma qui si continua ad avanzare, siamo ben oltre il ghiaccio e alla nostra destra una fitta selva di mughi pare invalicabile: ma visto tutti i frequentatori della cascata, deve esserci un passaggio! Ormai in vista del Pelmo giallino sole, e dei primi sciatori che ci sfrecciano a fianco, entriamo di prepotenza nella selva, impazienti di spiccozzare.
Per fortuna la selva non è come quella di Santo Stefano, presto troviamo una traccia e la seguiamo fin sotto un paretone: meglio mettere il casco. No, ma non si vede che voglia ha Giorgio, la davanti senza aspettarmi! In realtà il freddo che c’è sconsiglia di fermarsi ad aspettare il compagno, che comunque arriverà.
Il terreno sempre più ripido e instabile, una spolverata di neve giusto per dire “ehi, io bianca esisto ancora!”, e dei passi che vanno più indietro che avanti. Vedo il mio amico perplesso: è sulla “morena” del canale detritico, e per calarsi in esso non pare ci sia una soluzione easy. Una provvidenziale corda rende la calata meno preoccupante, ma c’è da arrivarci. Canale ancor più instabile, e finalmente siamo davanti all’acqua solida.
Vacca boia, di ghiaccio ce ne è! Ora resta solo da scalarlo, se ne siamo in grado. Salirlo, e scenderlo. Mentre ci prepariamo ci raggiunge una guida alpina (e che guida alpina, Hermann Comploj!) con cliente (forse cliente, magari amico, visto che parlano una guida a noi incomprensibile) che per fortuna sono diretti a Hypercoldai, lasciandoci soli sulla nostra. Sbuffi di vento mi consigliano di mettere la giacca di on-ice.
Chi va chi non va? Dai Giorgio decidi tu, “e va bene parto io, ho capito che vuoi farti tu quel muretto lassu”, vacca bestia se mi conosce bene il ragazzo. Parte, tiro non difficile ma rompere il ghiaccio è sempre un momento catartico: quando poi il ghiaccio si rompe davvero, gli spindrift sono leggeri ma ampi e “voluminosi”, e la corda nuova si blocca spesso.. tutto è relativo.
Lo raggiungo in sosta estasiato dalla bellezza dell’ambiente: ti guardi davanti e tutto è selvaggio, dietro ci sono le piste, ma le ignori. Scambio dei ruoli, il muretto del secondo tiro è meno dritto di quello che sembrava, e nascoste sotto tacchettine di neve ci sono gli agganci di chi ci ha preceduto nei giorni scorsi. Ma che bello ma che bello. Vedo la sosta, ma la corda è quasi finita: Giorgio avanza qualche metro dai! E con qualche passo di misto, raggiungo il cordone.
Gradi non estremi, ma l’appagamento viene dall’ambiente: grandioso. Sul terzo tiro si presenta un muretto ben più arduo del mio, così Giorgio te la godi e ti rimangi quello che hai detto alla partenza. Lo vedo infatti mettere 3 viti in 6m, segno che ha voglia di sentirsi protetto. Vacca che freddo: i ghiaccioli sul pizzetto ci sono, ecco. Superato il muretto lo vedo che sta per prendere un altro, quando invece sulla destra una bella e comoda rampa semplificherebbe la vita: occhio a che strada scegli. Bravo, vai a destra.
Bon, dalla guida di Cappellari la cascata era data 160m, direi li abbiamo fatti. Ma.. di ghiaccio davanti a noi ce ne è ancora tanto, e magari il primo tiro in condizioni normali si aggira su neve sulla destra. Abbiamo fame, proviamo a salire ancora. E le croste di L2 e L3 lasciano un po’ di posto a del bel burro azzurro, un tratto di simil goulotte, e poi qualche crosta con sotto l’acqua: ocio! Ma il divertimento è davvero tanto.
Anche Giorgio se la gode, mentre sentiamo le voci sbraitanti dei toscani salire. Che si fa che non si fa: a metà L4 una sosta c’era, dai Giorgio prova a salire 20m e vedere che si possa metter giù qualcosa sulle rocce, uno spuntone per calarsi dopo, che di abbandonare materiale oggi non ne ho voglia. Non c’è nulla, e allora sali e spicozziamo come se non ci fosse un domani! Patrizio mi raggiunge mentre sento il mio amico che mi dice che sosta di fianco a un Abalakov.
Lo raggiungo alla base di un muro che.. oh però. Avevo intenzione di dire “dai basta, ora scendiamo”, ma ora che ho iniziato a ballare.. non voglio smettere! Solo che.. oh però, se sotto il 3+ non l’ho mai visto, qui lo sento tutto! A me pare il tratto più duro di oggi, e infatti nell’enfasi mi cade pure una vite. Mettici gli spindrift in faccia, e il gioco (cattivo) è fatto. Per fortuna poi spiana e si può salire più tranquilli, non fosse per le croste.
Giorgio (sanguinante sul naso) mi raggiunge che ormai i tre toscani sono già qualche metro sopra di me in sosta. Un’occhiata all’orario, un veloce calcolo (6 tiri da 60m fatti, 360 direi ci possano bastare), e nonostante il ghiaccio prosegua, la parete faccia un bel boomerang che cela la vista del futuro rendendola più “chissà cosa c’è lassu, wow”, concordiamo che è ora di scendere.
Raggiungiamo i toscani per sfruttare il loro abalakov e dargli un nostro cordino per attrezzare quello che manca (in realtà ne attrezzeranno altri due, visto che una sosta è irraggiungibile e dall’aspetto non tanto sano), iniziando il valzer delle doppie, tante quante i tiri. Speriamo solo non si ghiaccino le corde e si blocchino..
Si scambia due chiacchiere a ogni sosta con Patrizio, il Piovra (che fa vie in Patagonia) e il Fabbro, che guarda te c’abbiamo un amico in comune, e allora via a chiacchiere disparate dove si alternano che avete fatto ieri, la conserva, il Pizzo d’Uccello, la Oppio, la Oppio salita in 2h30 dal Piovra. E sticazzi no?!
L’imbrunire avanza, non credevo fosse così tardi! Mi sa che salta l’ApresSki con le squinzie delle piste: potevamo entrare sfoggiando la ferraglia e intimando al barista di servirci una birra brandendo le piccozze, seminando cuori infranti tra le sciatrici, e invece.. Ci si mangia il Mars mentre ci si riassetta per la discesa.
Discesa molto più agevole di quello che temevo: il terreno scivoloso, sfatto, che non stava in piedi, dell’andata pare un lontano ricordo. Tranne che per qualche tratto dove in effetti il culo a terra è quasi a terra. Anche la seva di mughi attraversata si rivela inutile: poco più su c’era il passaggio (e grazie, Comploi lo sa, noi no!).
Arriviamo all’auto con lo stesso ambiente della partenza: la nord del Civetta buia che ci deride e poche anime in giro. Niente caos degli sciatori che farebbe perdere fascino alla giornata di oggi passata nelle viscere ghiacciate delle Dolomiti. Sì qualche gatto delle nevi che illumina il poco bianco in giro, ma poca roba. Una principessa che non si è tolta il trucco.
Il cambio abiti (si conservano solo le mutande) ci congela a dovere, i panini del buon Giorgio ci aprono una voragine di fame e sete che non vediamo l’ora di saziare (Val di Fiemme, arriviamo, facci trovare qualcosa!). La fame di ghiaccio invece è sazia! No, non è vero, ne voglio ancora, ne vogliamo ancora. Va beh, stasera mi sfogo a ballare.

Qui altre foto.
Qui report e relazione.

sabato 7 gennaio 2017

Eccesso di zelo: Hyperbanana alla Busazza, n’altra volta

Un weekend lungo stravolto in men che non si dica, programmi fatti rimescolati come nelle migliori centrifughe spaziali per il test di sopportazione degli astronauti sottoposti a g di accelerazione. Ma qualcosa si riesce a tirare fuori dalla cartella della “To do list”, tanto questa si riempie a una velocità maggiore di quella alla quale si svuota: purtroppo, o per fortuna (i sogni sono infiniti).
Però: temperature e vento. Previsto un freddo becco che avrà reso le cascate di un ghiaccio spaccoso che appena gli sferri un colpo di picca, questo esploderà meglio che la nitroglicerina. Venti forti da far temere spindrift e voli involontari senza parapendio sulle creste. Tra i mali minori, sembra meglio optare per un bel canalone, facile ma lungo, tanta fatica e poca tecnica. D’altronde non c’è neve e il rischio valanghe è minimo. Il gruppo dell’Adamello vince un altro giro.
Partire troppo presto non pare il caso, con quei -20°C che meteotrentino prevede in montagna a 2000m. Con calma arriviamo in zona Passo del Tonale, cerchiamo il parcheggio, e con calma ci vestiamo e prepariamo. Troppa calma, porco cane, ma col senno di poi sono pieni i fossi. Non è ancora giorno, ma partiamo che la frontale serve a poco. La sagoma dell’agognata cima si staglia contro il cielo
Comodo avvicinamento, una forestale con dei bei lastroni ghiacciati ci permette di salire agevolmente ma prendere quota lentamente. Al riparo dal vento, il freddo non è polare come si temeva. Albeggia verso la Val di Sole, e noi ci infiliamo nella Val Presena: giusto di là c’è il caos degli impianti, noi siamo nel silenzio della montagna.
Ed ecco la neve, merce rara in questo inverno sempre più succube dei cambiamenti climatici, il canale che si delinea lassù davanti a noi, e la galleria. Maledetta galleria, per paura dei ghiaccioli che gravano là in alto sul lato sinistro dell’ingresso, mi sposo a destra e..pom! Ghiaccio e culo a terra! Il problema è lo stinco che sbatte sullo spuntone di roccia affiorante: mo’ che male.. Pariamo bene.
Guarda che bella palestra di ghiaccio che passiamo, magari ci rivediamo dopo: altri nastri sono presenti sopra tutta la Val Presena bassa, roba che dovrebbe essere seppellita da metri di neve. Sosta spuntino, e a star fermi si gela, ora che il vento si sferza un pochino (sulle cime, che pinnacoli!); ramponi e si prosegue verso l’Alveo Presena. La serraccata della Vedretta di Busazza Occidentale la credevo molto più estinta, e invece si nota già bene da qua.
Qua. Esatto, la strada è ancora tanta, e ora che la forestale è finita e occorre andare in campo aperto e privo di tracce, la qualità della neve si fa sentire. Raramente qualche lastra dura, quasi sempre giù fino alla caviglia e oltre. Ma non è un problema, siamo forti dai! Solo che il tempo scorre inesorabile..
Saliamo seguendo la cresta di una vecchia morena, speriamo che dietro a quelle rocce ci sia un passaggio, se no diventa dura. Il passaggio ci sarà, ma per arrivarci sarà tutt’altro che facile: e poi, questo ginocchio destro.. Ho sbattuto il sinistro a terra prima, e mi fa male il destro. Iniziano a esserci troppe piccole cose mal allineate per la riuscita della giornata.
Man mano che si sale il canale che dal basso sembrava in piedi, è sempre più appoggiato, ma resta il fatto che si avvicina lentamente.. Troppo per i miei gusti. E quelle nuvole sulle montagne poco più a nord non mi piacciono.
Ecco il passaggio, tocca però stare sotto le rocce alla base della serraccata, passarci sotto veloce ma stare attenti ai lastroni di neve ventata sempre più frequenti e insidiosi: qui se parte qualcosa ci si ritrova molto più giù! Ora preferisco sprofondare fino alla ginocchio piuttosto che galleggiare su quella che potrebbe diventare un’improbabile tavola da surf bianca..
Si scorre di nuovo in traverso, il canale sempre più vicino, sembra pure tracciato! Ma mi pare strano che in esso ci siano così tante tracce, mentre nell’avvicinamento manco una: tempo siano piuttosto sassi che han lasciato il segno del passaggio. E la neve trovata finora non era proprio eccelsa. E dal basso, la parte da metà in su del canale non pareva tanto bianca ma piuttosto.. color roccia. Anche i primi metri bassi preoccupavano, ora invece si vede un nastro bianco esserci. Ma sono le 10e30.
Prima di altri 30-45minuti non siamo all’attacco. 2h a salire minimo se le condizioni sono buone. Le nuvole laggiù. Freddo e vento (che per ora non ci hanno dato fastidio, ma dopo chissà). Il ricordo vivido della ritirata in Presanella. “Giorgio, io ho paura che ci mettiamo in trappola”. Ecco, l’ho detto.
Beh, che dire, un signore Giorgio. Non si smuove tanto sul mio pensiero, nonostante che lui la pensi molto diversamente da me, e ben presto asseconda questi mie timori con un “dai allora scendiamo, così torniamo anche presto e posso essere un po’ più vispo con mia moglie stasera e domani”. Ma ci volteremo spesso alle spalle per riguardare quel canale, quella montagna, quella muraglia rocciosa, dalla quale oggi fuggo con un po’ troppa fifonaggine. Forse.
La prima parte la scendiamo per un itinerario alternativo per evitare il traversone sui lastroni sotto le rocce della serraccata; poi chi per cresta e chi per pendio, corriamo giù verso l’Alveo Presena. Magra consolazione le nuvole (alte) che scorrono veloci sopra Cima Busazza: quelle più “buferose” restano confinate sulle 13 cime e limitrofe. Vabbeh..
E nelle migliori valli che si rispettino, nelle pianure innevate poste in mezzo ai monti, arriva il Genio. Lo riconosci perché ha spesso idee strampalate. Si veste come noi, si atteggia come noi, prova a essere come noi, ma in realtà lui è un Genio. “oh oh del ghiaccio, aspetta che vado a metterci i piedi sopra!”: si tratta di un ruscello ghiacciato, e lui ha ai piedi i ramponi. Tutto bene, non fosse che “oh sta attento che se poi il piede ti finisce in acqua ti congeli”. E così, il Genio, il Giogenio, puccia un piede nell’acqua, per fortuna prima di metterlo sul ghiaccio, salvandosi e rimediando solo un bello zoccolo di acqua e ghiaccio a entrambi i ramponi. Il Genio.
Oggi ho i miei nuovi scarponi, Garmont Pumori, visto che ormai i miei Phantom Scarpa risultano essere piuttosto invecchiati: la parte davanti invece che essere dura è bella molle, una goduria quando scalci contro il ghiaccio! Giunti quindi nei pressi della palestra di ghiaccio vista stamani..perchè non provarli?!
Non abbiamo rischiato a risalire il canalone della Busazza, prudenti: ma perché non risalire una decina di metri di ghiaccio in slego, e io tra l’altro con una picca classica e una tecnica? Due bambini, due pirla, ma come resistere.. Oh, che poi sarà stato un WI2 eh.. Ma la discesa poi..vabbeh, beata giovinezza.
Si scende parlottando del più e del meno, con ancora qualche sguardo alla cima mancata, e ora che siamo quasi all’auto scorgiamo un’altra cima mancata: la Presanella. In una foto due sconfitte. No, ferma tutto, non due sconfitte, due “rinvii” o comunque due “ritirate, Perché la vera sconfitta sarebbe non tornare a casa. Come dice il saggio “Meglio un eccesso di zelo che un eccesso di crisantemi”.

Qui altre foto.
Qui report.

domenica 1 gennaio 2017

Capodanno Alpinistico! Canale Est al Care Alto

Quest’anno l’occasione non me la posso lasciare scappare. Sono libero, non mi sono impegnato in cene varie o cose simili: mi sono tenuto libero sperando nel meteo e di trovare qualcuno. Ma se anche non trovo nessuno e il resto delle stelle è ben allineato, sono deciso ad andare anche da solo. Ultimo e primo dell’anno voglio farli in montagna, in modo alpinistico: è l’anno buono.
Il meteo c’è, la meta la trovo grazie a un amico che settimane fa l’ha percorsa, la compagnia arriva ormai insperata a una decina di giorni prima dell’evento: Riccardo. Altri due ci abbandonano, e perciò siamo noi a tentare questa sorta di idea folle quanto geniale. La meta viene confermata essere il Canale Est del Care Alto (montagna già tentata anni fa con Marco), nonostante l’esperienza di pochi giorni fa in Presanella che mi ha fatto ben abbassare le orecchie.
Con calma (troppa?) entriamo nella fredda e ombreggiata Val Borzago, fino a un ruscello semighiacciato che interrompe la strada poco prima di Pian della Sega: si parcheggia e ci si cambia al freddo, si spartiscono le ultime cose tra gli zaini e.. oh issa! Quanto peseranno i nostri zaini?! 15kg? 18kg? Di più spero di no, altrimenti siamo dei muli da soma! In ogni caso, degli asini da montagna, lo siamo.
La cima agognata si vede già, ma quanto è lontana. Meglio non pensarci, non far caso alle spalle che già gridano vendetta, e pensare solo a mettere un passo davanti all’altro, nella speranza di arrivare presto al sole per due motivi: innanzi tutto un po’ di tepore, e secondo vuol dire che siamo prossimi al Rifugio Care Alto. Beh, terzo perché ci siam promessi che mangeremo e berremo solo allora.
Ricordo una salita lunga, noiosa, monotona. E infatti. Solo qualche risata tra amici allieta questa sofferenza: sofferenza che se sommata al mangiare non proprio bene, al freddo, viene naturale chiedersi “ma chi te lo fa fare?”. Non si può spiegare.
I metri di dislivello preferisco non pensarli. Guardiamo l’unica cosa carina che possiamo osservare: dei flussi ghiacciati. E su uno di questi c’è una cordata (che si cala? mah), e risolviamo una delle auto al parcheggio, ma ne restano due: la paura di trovare il bivacco affollato è tanta.
Il ponte dello Zucal presenta un’insidiosa uscita su cumuli di ghiaccio, due ragazzi davanti a noi faticano a venirne fuori. Poco dopo sorpasseremo Mattia e Andrea, che ci dicono avere le nostre stesse identiche intenzioni. Rimane un’auto all’appello. Più su anche lei scioglierà il mistero: è un escursionista che sta scendendo.
Altro ghiaccio che obbliga a muoversi di lato al sentiero e quasi arrampicare, poi traversone al sole sulla neve, dove “semino” il mio amico perché ho troppa voglia di tepore, di mangiare e di bere. Vedo il rifugio, lassù: uguale all’altra volta, sembra a due passi e invece è lontanissimo. Ma già dalla partenza si vedeva, ma tranquillo Ricky, abbiamo fatto di peggio (Mishabelhutte) e faremo di peggio!
Su una dorsale mi fermo a mangiare e bere aspettando il mio amico: non lo so, ma ho perso le tracce del sentiero vero seguendo delle vaghe che andavano troppo a sinistra. Infatti dopo questa pausa saremo costretti a inerpicarci su una dorsale che poi diventa pendio, tra rocce, neve, erba, buchi nascosti. Un piccolo calvario per arrivare al rifugio.
Finalmente dopo 3h30 ci siamo. Prima operazione, portare su gli zaini: cosa non facile, la scala con gabbia con protezione alla schiena non concede di salire con lo zaino. Il menhir-zaino deve essere issato. Seconda operazione, preparare il letto e imbandire il tavolo. Terza, scendere e mettere le gavette a raccogliere l’acqua di fusione che scende dal tetto. Quarta, andare in esplorazione.
Emanuele mi ha detto di fare un lungo giro verso sinistra e solo tardi risalire, cosa poco intuitiva ma a detta sua molto comoda. Mattia, e la vista della nostra meta dritta a noi, dicono di tirare su dritto in mezzo ai massi semisepolti. Partiamo seguendo le indicazioni di Emanuele, ma troppe e deboli tracce non ci fanno capire una mazza e alla fine puntiamo il Care Alto e buonanotte.
Un po’ si sfonda, un po’ si tiene, ci avviciniamo alla cresta, ecco i segni del sentiero per la Bocca del Cannone. Riccardo si ferma a guardare da vicino il granito e arrampicarlo, io continuo poche decine di metri. Vai a caga, facciam poi domani, andiamo al “caldo” a farci da mangiare.
Al rifugio accendiamo i fornelli (ne abbiamo presi due apposta per fare di più) alle 16e30 e li spegniamo alle 20e30 per fare non so quanti litri di acqua e cucinare. A ingegnarsi su come fare un imbuto per versare l’acqua nelle bottiglie, a filtrarla. Il tramonto sul Brenta scema senza quasi che ce ne accorgiamo.
Gran cenone di capodanno, il menu è cosi composto:
- Pasta e fagioli (liofilizzata)
- Riso con funghi di almeno un anno e mezzo fa (liofilizzato)
- zuppa di verdure e cereali arricchita (liofilizzata) con fagioli in scatola
- prosecchino da 375ml da dividere
- fetta del porco-pandoro (all’interno cioccolato e crema) che era per la colazione di domani
Il tutto a lume di frontale. Bon appettit!
Finita la pappa, finita l’operazione scioglimento neve, laviamo il lavabile, ultimi preparativi, pipì. Riccardo se ne sta fuori a fare qualche foto alla splendida stellata che ci culla e coccola in questa notte vissuta molto diversamente dalle altre persone. Sbeffeggiamo il salto tra il 2016 e il 2017 infilandoci a letto alle 21, molto più tardi di quello che avrei pensato.
Sono le 4, sveglia. Dei due ragazzi che sono qui con noi, Andrea aveva già deciso di non proseguire oggi; Mattia, al suo terzo tentativo alla salita del Care Alto, e sempre dal Canale Est, viene con noi. The caldo, finiamo il porco-pandoro perché di portare del peso a valle che sia cibo non ne abbiamo intenzione, e poco dopo le 5 si parte. Prima salita dell’anno, come andrà?

Intanto va che la traccia di ieri mi pare la perdiamo presto. Si finisce a ravanare in mezzo ai sassi, lontano dalla cresta, passando da bella neve portante dove i ramponi mordono che è un piacere, a neve sfondosa dove i ramponi soffocano sotto la neve (o si spezzano i denti sulle rocce sotto). Proseguiamo, ma puntiamo a salire verso la cresta. Si trova qualche segno affiorante dalla neve e lo si segue.
Ci vorrà 1h30min per arrivare al cannone, con le prime deboli luci che accendono l’orizzonte. La prima alba dell’anno è uno spettacolo: a parte la location, la neve pronta a riflettere tutte le tonalità che la colpiranno, si vede distintamente anche l’Appennino, e proprio dove deve sorgere il sole c’è qualche nuvolaglia pronta a rendere i colori ancora più vivi.
E noi, anime erranti, qui da sole a goderci questo spettacolo, ad assaporare questi momenti, a puntare alla soddisfazione della vetta, a sperare che la Montagna sia con noi mansueta e amica.
Poco prima di mettere il naso a fianco alla Vedretta di Conca, una pausa per bere e mangiare qualcosa. E io per prendermi una bella ramponata sullo stinco dal mio “amico” che arretra prima che io gli abbia chiuso lo zaino che conserva sulle sue spalle. La Presanella è la davanti Giorgio tranquillo, che quest’estate ci prendiamo la rivincita.

Ci siamo tenuti sulla dorsale, ora scendiamo brevemente per poi risalire un bel pendio ripido che mi fa temere il grosso lastrone: meglio stare molto a destra, vicino alle rocce, anche per evitare i crepacci che a breve si intuiranno. Il sole esce allo scoperto, e la luce sulla neve è il colore della tenerezza.
Usciti dal pendio, bello ripidino, non ci leghiamo: tutto sembra bello coperto e piatto, e ce ne staremo sul lato destro vicino alle rocce. Anche la terminale è bella tappata da un conoide nevoso. Dai che la frizzantezza della cima pare vicina. Ma presto per cantare vittori, la neve di nuovo gioca con la nostre sorte: un po’ dura, un po’ molle, avanzare è tutt’altro che esente da fatica.
Alle 8e30 siamo alla base del conoide sotto al canale, le picche sono in mano già da un po’ e possiamo quindi salire di corsa per evitare che il sole caldo faccia il solletico agli accumuli che potrebbero esserci. Di corsa sarebbe bello, ma la neve non lo permette.
La prima parte è goduriosa, quasi quick quick, una gioia esser davanti a Mattia e Riccardo per poter calcare per primo questa materia bianca che tanto ci attira. Mi fermo spesso sia per prendere fiato, ma anche per guardare su, giù, a destra, a sinistra. Un bel canale in mezzo a queste rocce me lo sogno da tempo.
La seconda parte fa cagare. Si riesce a salire, ma 50°/55° così non sono spassosi. Vedo l’uscita, ma non arriva: non mi spiace nemmeno troppo all’inizio, così mi godo a lungo il luogo e l’attività che sto vivendo. Poi però basta, non posso addormentarmi qui, dai c’andom!
Niente cornici in uscita, o meglio una c’è ma è evitabile facilmente (oddio, passare da 70° a 0° non è proprio banale), ma un vento gelido che rompe le balle. Non posso aspettare i miei compagni d’avventura qui e così, la vetta è a 30m, vado la e mi vesto. Una bella arrampicata di lame, ed ecco la croce.
Prima cima dell’anno, primi panorami dell’anno, primo libro di vetta. E primo vento gelido che non te la fa godere! Subito la giacca o muoio aspettando qui due.
Foto di rito, ma è presto per festeggiare: scendere la canale di sinistra (faccia a monte) non ci pare il caso, quindi optiamo di comune accordo per scendere da dove siamo saliti. E non sarà comodissimo, perché con questa neve che da poca fiducia, che ogni tanto presenta pezzi duri, ci si mette un’eternità: scendiamo faccia a monte, come i gamberi.
Mamma mia quanto dura questa discesa! E che caldo! La giacca messa in cima me la devo togliere o sublimo: ma che razza di primo gennaio è questo?! Scendendo per ultimo resto indietro, non vedo più ne Riccardo ne Mattia che stanno già traversando a lato della vedretta. Finalmente sono giù sul conoide, fiuuu, perché questa parete al sole mi faceva paura da un po’.
A ritroso la strada di stamani, quel pendio ripido a fianco dell’ultima lingua della vedretta, ma ora la possiamo quasi correre, fino a tornare al masso della pausa di stamane. Spogliarello (che caldo!) e mangiata da nababbi. Ora sì che possiamo dividerci il Mars di vetta di tradizione, ridere, scherzare e stringerci la mano. Mattia poi è particolarmente contento dopo i due tentativi passati stavolta è andata bene!
Invece che seguire la dorsale di stamani, stiamo nel vallone, trovando una neve migliore: accidenti, a saperlo stamani! Un’altra visita al cannone e poi ancora giù, ma sprofondando sempre più in mezzo a questi massi-squalo che non vedono l’ora di catturarti una caviglia.
Dalla cima al rifugio in 2h: il viceversa era 4h30. Ora ci godiamo il sole caldo, a petto nudo, mangiando, bevendo (tanto!) e preparando gli zaini per tornare giù, dentro i quali non c’è più cibo.
Dopo 1h di svacco meglio ripartire prima che ci si addormenti o che si resti ingabbiati in questo piccolo paradiso, la discesa è ancora lunga e noiosa. Almeno prendiamo il sentiero giusto, i ramponi aiutano a superare quei tratti di ghiaccio tra il pendio del rifugio e l’ingresso nella valle ombreggiata, e siamo più veloci.
Anche al Ponte dello Zucal (dopo che Riccardo ha perso una rondella della bacchetta che gentilmente un ragazzo ci riporterà all’auto mentre ci cambiamo) il ghiaccio non fa più paura, lo mordiamo coi denti delle nostre protesi ai piedi, tie! Ma dov’è la macchina?!?!
Sembra infinita, forestale, carareccia, ecco Pian della Sega! Una panchina dalla quale ammirare la cima del Care Alto lassù e laggiù: uno stanco Riccardo che ci si siede e “Ma porca miseria eravamo la?! Ma quanto è lontano?! Ma più!” eh sì, mai più, te l’ho già sentito dire altre volte!

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