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sabato 4 aprile 2015

Finalmente neve col viagra: Ruga dello Zalica e Cresta Zevola tre Croci

La giornata di ieri era finita presto dal punto di vista montano, ma poi la vita civile ha decretato che fino alle 21e30 dovessi non fermarmi, e la pianificazione dell’indomani è stata davvero travagliata. Ma alla fine siamo giunti a un “proviamo un Vajo”. Meteo incerto, nuvoloso, forse neve, opzione arrampicata scartata per altrettanto meteo incerto e coprifuoco: sappiamo che potrebbe finire a taralucci e vino,per questo ci portiamo anche la roba da arrampicare. 

Si parte, piove porca vacca, ma meglio prendere neve nel vaio che pioggia in placca. A Verona la pioggia cessa, arriviamo al parcheggio delle Vasche dell’Obante che sembra che le costellazioni siano cadute sull’asfalto: ma quante frontali ci sono! Dai, forse non abbiamo sbagliato completamente.. Cerchiamo di essere rapidi a prepararci e partire, grupponi sono già avanti, partiamo che sono le 6. 

Quanto mi mancava questa zona, che negli anni passati ho pestato parecchie volte d’inverno, ma quest’anno manco una: mi manca il rampone nella neve dura. Le linee spigolose delle montagne che si nascondono ammorbidite nel buio. Il sole che sorge piano piano a illuminare di luce tenue queste montagne: ma oggi non ci sarà sole. 

Ci si incammina sulla strada, che si potesse salire più su con l’auto? No, viste le chiazze di neve dopo, non saremmo passati. Arriviamo al Rifugio Battisti belli sudati, speriamo bene, ormai lo smistamento sulle varie linee è avvenuto, confermiamo di infilarci nella Ruga dello Zalica, già percorsa l’anno scorso ma magari oggi seguiamo la Variante Sorriso. 

Si avanza sul sentiero che per noi è come un portico del centro nel quale osservare le varie vetrine dei negozi: noi osserviamo i vaji. Ecco il nostro. Si smangiucchia qualcosa, ci si imbraga e prendono in mano le picche e si parte, niente corda per il momento. 

La prima parte è su neve decente, svalangata un po’ morbida, speriamo più su migliori. Ci si guarda intorno, e si scoprono incrostature di neve sulle rocce (stanotte qualcosa deve essere sceso), e una copertura nuvolosa che smorza la luce rendendo tutto lattiginoso, ma lontano quasi definito. 

Giorgio avanza, quando sentiamo una voce “Ciao, che vajo state facendo?”, sono un gruppo di ragazzi veronesi che volevano percorrere il Vajo Cesco, ma devono aver sbagliato qualche bivio. D’altronde qui è pestato ovunque, c’è un dedalo di vaji e numerosissime varianti degli stessi. Certo, quando ti ritrovi da un PD a un ED non è che ti trovi proprio a tuo agio.. Alla fine questi ragazzi ci seguiranno. 

Saliamo così verso la prima rampetta che dia un senso all’uso delle piccozze: finché stai su pendenze intermedie non sai mai se usarle o no, oppure usarle sì ma di becca o di punta chissà. La neve si fa bella dura finalmente, i ramponi entrano con le punte frontali e le picche emettono quasi quel piacevole cigolio alla penetrazione. 

Che goduria di neve, quanto mi mancava una salita del genere. Tratti di neve lisciata da slavine lasciano spazio a tratti scalinati: si ringrazia chi è salito giorni addietro, qui deve aver fatto una certa fatica.. Ci incassiamo tra le rocce, l’ambiente si fa davvero alpino, si svirgola tra questa dolomia marciotta che speri resti unita almeno mentre le sei sotto.
Eccoci alla forceletta della doppia ufficiale, dalla quale vediamo anche il proseguo della salita: Variante Sorriso, Guglia Zaltron e proseguo classico. Le guardo: me la ricordavo meno ripide! Stendiamo la corda per la doppia, cordino già in loco (si poteva anche scendere disarrampicando, ma non ci abbiamo fatto attenzione..), scendiamo per poi traversare. Uno sguardo giù è d’obbligo, ma quanto scende bene il Vaio Cesco! 
Voilà, sotto la Variante Sorriso, destra o sinistra di quella pinna di roccia? A destra di vedeva un pelo di marrone affiorare, a sinistra mi pare più “protetta” un’eventuale scivolata. Vai Giorgio, la salita oggi è tua, io non mi sento in formissima, però andrei a sinistra. “Ma questa neve ha preso il Viagra!” esclama contento Giorgio. Oggi ci abbiamo preso a venire qui, ma schtttt aspettiamo l’uscita. 

“non dire gatto finchè..” e adesso? Siamo giunti a una forcella sotto la quale è evidente il Vaio Largo, quindi la direzione è corretta, ma non sembra una discesa easy e non ci sono doppie attrezzate. Peste sì, ma quelle sono ovunque. Che ci fosse da traversare più sotto a destra? Arrivo anche io alla forcella, però vedo che non sembra così improponibile scendere: certo, con un minimo di sicura, perché se scivoli ti trovano a Recoaro. 
I veronesi ci raggiungono, il primo di loro va a dare un’occhiata a destra, ma parla di un bel traverso di neve poi chissà: ok, facciamo passare la corda attorno a questo sperone marcio e scendiamo in sicura traversando in discesa, là poi c’è un mugo se serve un’altra doppia, ma direi di no. Più che una doppia è una discesa in sicura con un prusik, arrivo al mugo e vincolo la corda, “Giorgio vieni pure!”.
Arriva anche lui, propongo ai ragazzi veronesi che se vogliono usare la nostra corda gliela lascio, gli fa ben piacere: ci accordiamo perché ce la portino su loro, tanto manca poco, e così ci velocizziamo senza imbottigliarci dopo. Due passi su marcio dove la picca “abbraccia” le radici dei mughi, ed eccoci di nuovo su neve solida, “eh, ho capito che è un passo, ma va comunque fatto!”. 

Ora abbiamo l’imbarazzo della scelta su quale uscita prendere. Traversare tutto il pendio e uscire di la che si vede coperto di neve fino sopra? Stessa uscita dell’altra volta? Quella un po’ più a destra che sembra coperta finchè si vede poi chissà? Ancora più a destra si esce più in alto, ma temo poca copertura nevosa. Dai, andiamo su dritti a esplorare quella più a destra dell’altra volta. 

Un facile pendio nevoso, sempre ottima, lascia poi lo spazio a un tratto di misto marciotto, un po’ di spaccata e sorpresa! Ghiaccio anche! Sottile eh, pochi cm, ma qui non l’avevo mai visto, è un’emozione. Un’emozione delicata, meglio piccozzare anche altrove e cercare incastro di picca in mezzo alle rocce nascoste dalla neve. 

Si svirgola un po’ in mezzo a questo ambiente marrone e bianco, ed ecco Giorgio lassu, già fuori, che filma (video). Un po’ di metri su neve, poi uscita con gli ultimi metri secchi, roccia marcia, mughi troppo alti, ma..terra! Sferra la becca nella terra, che bel rumore che odo (dopo le falistre di prima tra acciaio e roccia..), e dopo un po di T4 (Terra-4), sono fuori anche io. 

BELLISSIMO. 

Panorama offuscato dalle nuvole, sopra di noi la visibilità è ancora buona, le nuvole saranno poco più sopra delle cime, mica lontane. Arrivano anche i veronesi con la nostra corda. Loro scendono per il Ristele (lo troveranno ghiacciato), noi optiamo per la Cresta Zevola Tre Croci, sapendo che il gruppo di Bellò ha salito il Vajo Battisti, siamo sicuri che anche se fossimo in condizioni di scarsa visibilità ci basta arrivare in tempo su Cima Tre Croci e poi il pistone lo troviamo. 

Breve traverso e poi risalita verso la MugoGrat. Quest’anno niente cornici mastodontiche, ma sempre meglio starci lontano che non si sa mai: poi questa luce è strana, non ti fa capire se Sali o scendi a volte, meglio non sfidarla. 

Ben presto siamo sulla Zevola Bassa, sembra di essere in alta montagna con questo paesaggio selvaggio, questa neve dura, e questa solitudine. Solo due anime vagano davanti a noi, scendono verso sinistra, poi si vede che accortisi del nostro passo sicuro, decidono di seguire le nostre orme. 

Un’occhiata alle varie uscite dei mille vaji e loro varianti, qualcuno nel Vajo dell’Acqua, nessuno su Cima Tre Croci. La cresta non è mai difficile, a volte un pelo affilata, discesa sui 45 50° ma scalinate. Ben presto siamo su Cima Tre Croci, con il mega traccione che rassicura la discesa! 

Breve sosta poi giù, il traccione taglia più in alto del solito, immettendosi nel pendio che con pendenza sostenuta scende verso il pianoro del Passo della Lora. Ve mo Giorgio che caviglie da crampon fute! Ci fosse il sole questa neve sarebbe pappa, ora invece è dura come quella in salita, spettacolo, ci sarebbe da scendere e salire un altro vaio! 

Al Passo della Lora la magia della neve col Viagra finisce. Nessun camoscio in vista stavolta, qualche sciatore, nessun vajista, forse già tutti a bere e mangiare al rifugio. Affondando un passo e tre no, osservando il sogno Vajo Nord e Vajo Paradiso, siamo presto al Rifugio Battisti col meteo che ancora regge. 

Arriviamo esattamente insieme al gruppo dei tre veronesi, coi quali condividiamo racconti, battute, una birra e un piatto di Spetzle. Così anche questa giornata finisce, ma finalmente, ad aprile, riesco a salire un benedetto pendio nevoso duro alla Siffredi!

Qui altre foto.
Qui report.
Qui video dell’uscita careghiana.

sabato 25 gennaio 2014

Mr Carega non delude: Ruga Zalica e Zevola-Tre Croci

“Ruga ruga..touche”, Nicola mi aveva già sgamato giovedì su quale fosse la punta per sabato.. Si tratta di una scelta logica, la zona è buona, non troppo alta (temo sui Vaji più alti del Carega trovare farina difficile da salire), conosciuta, avvicinamento a buio senza problemi, discesa idem, e nell’ottica che devo essere a casa presto, non posso sbagliare. E poi in questa zona iniziano a essere pochi quelli che non ho ancora salito (tenendo conto delle difficoltà basse!). È andata.

Mirko voglioso come non mai, non calza i ramponi dal Canalone Neri (“Mi avete rovinato l’estate!”), e Giorgio, vedovo di Christian, saranno i compagni di avventura.
Al parcheggio ci troviamo con GianlucaPaolo che partono per la Val Varaita per un aggiornamento, sbigottiti dell’orario di partenza di noi tre, ma errano, il nostro timing ci permette di essere all’attacco alle prime luci, e considerando che dal parcheggio avevamo già visto delle frontali impegnate nel primo tratto, non siamo certo i più mattinieri (almeno ad attaccare, come sveglia invece..).
Mi lascio convincere a lasciare le ciaspole in auto, per controparte mi prendo tre picche che non si sa mai, le due tecniche e il piccone. La luna, seppur all’ultimo quarto, è possente, ben presto le frontali non servono a nulla, il nostro cammino è segnato da lei. Credevo trovare più freddo, ma meno vento, temo sempre di più l’uscita. L’uscita dei Vaji è spesso la fregatura maggiore: ti fai 600m solo sulle punte, poi ti trovi gli ultimi 5 di farina a 60° appoggiata su “roccia” friabile. E al sole.

Il cono di valanga del Vajo dell’Acqua è davvero maestoso, lo superiamo pestando neve dura dallo scivolamento facile non avendo ramponi ai piedi ancora. Ma alle 7e30 siamo armati di tutto punto per entrare nella Ruga dello Zalica, e dopo un quarto d’ora possiamo goderci lo spettacolo dell’alba, la neve del versante alla nostra destra che si tinge di rosa, arancione, rosso, e solo dopo queste veloci sfumature, di bianco.
La salita inizialmente facile ma della quale non si vede il proseguo (è un vajo che gira un pochino..) arriva al punto di svolta: dritto sembra facile ma si vede solo il cielo, chissà cosa c’è dall’altra parte, mentre alla nostra sinistra ci si incassa fra pareti rocciose: bisogna andare di li! Le tracce di chi ci sta davanti confermano ciò.

Arriva il divertimento, e Mirko cerca subito la pendenza: questa si accentua, non siamo più sui miseri 45° del primo tratto, e in mezzo a questa strettoia troviamo pure del ghiaccio! Quando lo vedo, avviso gli altri due che stan sotto, saranno famelici anche loro di punte di ferro nell’acqua solida. Ma meglio sbrigarsi e non stare nella rigola centrale, lassù il sole sta già cuocendo la neve e scaldando la roccia.
Questo divertente tratto finisce sulla forcella dalla quale occorre calarsi, qualche alberello sembra esser cresciuto qui apposta per facilitarci la vita. E su questi alberelli (cordone e moschettone già in loco) i cinque dei quali vedevamo le frontali dal parcheggio sono in fase di calata. Aspettiamo pazientemente che finiscano prima di infilare la nostra corda per scendere.
Intanto osserviamo il da farsi. Subito a destra sembra facile, ma la bibbia di Bellò dice di no (poi diventa difficile), lì c’è il percorso classico, mentre a sinistra la Variante Sorriso, incassata tra le rocce. Di certo più bella, ma la consistenza della neve mi preoccupa (non so se abbia fatto in tempo a trasformarsi) e quei cinque ci si sono infilati, quindi oltre a metterci in coda, rischiamo di sentire il nostro casco suonare. Lascia stare, vada per la classica.

Classica che comunque concede una pendenza divertente, ma che non giudichiamo richieda ancora di legarsi. Come sospettavo la neve peggiora un po’, bisogna creare dei bei gradini per poter arrivare su una nuova forcella che ci immette nel Vajo Cesco. I polpacci cantano felici, noi con loro.
Con alle spalle la Guglia Zaltorn, iniziamo a traversare un pochino per portarci sotto il canale che giudichiamo migliore per l’uscita. Il vento ha lavorato, si vede, cornici ornano la cresta in parecchi punti, il sole le scalda, mentre questa uscita si conserva all’ombra e con una cornice minima: avanti!
Ancora una volta, meglio spostarsi dalla rigola centrale, la neve tiene, continuo a pregare di non trovare la fregatura, solo l’ultimo metro è farina inconsistente. Beh, sarebbe quel tanto che basta per non riuscire a uscire! Cerco, ravano, il vento mi sbatte la neve in faccia in un turbinio folle in questo angusto spazio, spaccata (mi si osserva che nel pantalone ho un buchino, “Si vede che ti piace spaccare spesso!” mi prendono in giro da sotto), trovo un mugo, mi faccio un gradino, uso il piccone, riga e ruga, mi porto fuori, olè!
Anche Giorgio e Mirko apprezzano l’inconsistenza, e vengono a trovarmi al sole possente che ci irradia. Che bella giornata. Un occhiata all’orario, discesa per il Ristele o di nuovo (di nuovo per me, non per gli altri due) la cresta Zevola Tre Croci e la discesa per il Passo Lora? Mirko e Giorgio han voglia, dai proviamo, non è tracciata, perciò vediamo com’è la neve e valutiamo.
Valutiamo che si va. È tutta da tracciare, certi tratti si sprofonda fino alla caviglia, altri fino al ginocchio, ma la giornata, il panorama, la neve, rendono la scelta ovvia o dal cuor obbligata che dir si voglia. Finita la risalita del pendio, ci portiamo in cresta, confermando la vista di evidente cornici dalle quali è molto meglio stare alla larga! Ma non si può stare nemmeno troppo bassi, o parte qualche lastra..

Le meringhe sono notevoli, ma ricordo dall’altra volta che il tratto più delicato è il traverso per giungere sullo Zevola Bassa. Liscio come l’olio, siamo in vetta, affamati. Tiro fuori una confezione di baci di dama, quando sono ormai alla fine dei 100gr, osservo le kcal corrispondenti: ok, posso finirli. Due chiacchiere con un local (facente parte dei cinque della variante sorriso) che ci dice “beh tutta quella strada da Modena per venire qui?!” “eh ragazzo, se no dove andiamo?”.
Continuiamo la nostra cresta, nostra più che mai visto che è tutta immacolata! Il sole splende, la gamba regge, il vento soffia ma non sconfigge, avanti tutta. Sempre stando ben lontani dal confine che porta sulle cornici.. Qualche tratto ripido in discesa viene addomesticato dalla profondità con la quale la gamba scende nella neve, e il tratto leggermente affilato viene fatto a cavalcioni. In men che non si dica siamo in cima al Tre Croci.
La discesa vorrebbe puntare diretti verso ovest, ma chi è uscito dal Vajo Battisti (io non l avrei salito oggi sapendo della cupola nevosa che poggia in cima e che prende sole fin dal primo mattino) ha invece puntato verso sud e poi è scesa. Dopo qualche tentativo di un’altra strada, mi pare saggio seguire le loro orme, anche se alla svelta visto che non siamo più su una cresta ma su pendii!
Nonostante il sole che ha preso, la neve regge bene anche sulle cunette che anticipano il Passo Lora. Via spediti verso il Rifugio Battisti, non ho fato in tempo a preparare panini ieri, e ho una certa fame di salato. Sapendo che arriverò prima di Mirko e Giorgio al rifugio (in realtà non così tanto prima) prendo già le ordinazioni di birre e panini. Districandomi tra le valanghe dai cumuli duri, giungo al rifugio con un unico scopo: cibo e bevanda!
E così allegramente possiamo stringerci la mano destra per le congratulazioni, la sinistra regge la bottiglia di birra! Un’altra bella giornata a salire vaji, percorrere creste, bere mangiare, e scherzare in compagnia, ottima compensazione alle rotture di scatole della quotidianità lavorativa.

Qui altre foto.
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