sabato 26 ottobre 2013

Rimasugli d’estate in Dolomiti: Via del Topo

Anomalo. Non ci sono altri termini per definire questo meteo. In pianura 18 gradi di notte, una nebbia fitta che nasconde in alto un bel sole. (Beh, si potrebbe pure dire "preoccupante") Come temperature sembra di essere a fine estate, non quasi a metà autunno, e quindi perché non approfittarne per (l’ultima?) scorribanda arrampicatoria in dolomiti? Non ci sono scuse, si va.
Nicola propone la Via del Topo sulla Torre Jolanda, gruppo del Moiazza: considerando cos’è la Jolanda per la Litizzetto, questo nome ispira già fiducia, quando poi si legge la relazione e il grado, è fatta. Ore 4e30 partenza super carichi. Finché non arriviamo nei pressi del Passo Duran però, gli animi sono un po’ delusi: sembra il grigio delle nubi abbia la meglio, ma in realtà si tratta solo di un tappeto che oltre i 1500m lascia posto al sole e alle cime dolomitiche che emergono. Il Pelmo e l’Antelao sono li a farsi ammirare.
Ci si prepara senza troppa fretta, c’è chi si lava i denti, e ci incamminiamo. Conosco un po’ la zona, anni fa ci venni con Marco per una due giorni in cui il primo fu dedicato a un giretto sul Gruppo del San Sebastiano, il secondo alla Ferrata Costantini (davvero bella, lunga, varia). La marcia è accompagnata dalle stronzate raccontate dall’uno o dall’altro, si parla del solito tema comune, e dopo un tratto di bosco usciamo su ghiaioni in mezzo ai mughi. 
La relazione parla di un’oretta di avvicinamento, intanto stiamo sudando come dei cammelli, il caldo è davvero da fine estate, mi autoringrazio per aver messo i pantaloni leggeri (cui posso fare un risvolto per farli diventare pinocchietti) e di aver preso una maglietta di ricambio nello zaino.
Poi accade il reparabile. Nonostante una bella scritta “Jol” su un masso indichi di proseguire sul sentiero, ci si convince che l’attacco sia lassù risalito questo canale. Andiamo a vedere: chi taglia a destra per cercare un passaggio, chi continua a salire trovando bolli rossi sbiaditi e fittoni. Io la nostra torre non la vedo, e da basso vedevo era molto più in la. La cartina mi fa intuire che stiamo seguendo la strada per la cengia Letizia, rileggo e rileggo la relazione e mi convinco che qui non vada bene. Lascio sfogare i tre che vogliono cercare di qui, e poi scendiamo tutti insieme.
Dopo aver perso 40 minuti, seguiamo la scritta, e risalito un po’ ci appare la nostra torre. Ma non è finita! Dov’è l’attacco?! Due vogliono salire a cercare, io me ne sto sotto, i grandi strapiombi di cui parla la relazione sono convinto siano questi, lo zoccolo della torre sia questo, lasciamoli sfogare.
Perso un altro quarto d’ora buono, si attacca. Parte Paolo, spavaldo con le scarpe da avvicinamento, col suo compagno Nicola che non gli fa nemmeno sicuro (beh in fondo finché non mette giù nulla..). Tutto molto ilare, in fondo di tempo dovremmo averne. La corda finisce, Paolo non ha ancora fatto sosta, Nicola parte. Cordata affiatata..
Finalmente tocca a me,  Ivan mi fa sicura. Primo tiro facile, solo qualche passo un po’ delicato, ma nulla di che. Non troviamo nemmeno un chiodo, ma la sosta sembra quella giusta. Che assolamento. Ivan mi raggiunge e in sveltezza raggiunge la seconda sosta, mentre io guardo Nicola in posizioni aperte sul terzo tiro ormai.
Galeotto fu il terzo tiro. Le cose iniziano a farsi un po’ più serie. Il bello di questa via è che si trovano pochissimi chiodi lungo essa, ma è possibile proteggersi bene con clessidre e nuts. Già. Inizio a mettere giù dei nuts. Il camino è interessante, atletico, divertente. Arrivo da Nicola in sosta, faccio tutte le mie operazioni, dico a Ivan di partire. Ma ci mette un bel po’ di tempo sui primi metri. Avevo visto che il primo nuts che avevo posizionato si era incastrato bene. Ivan arriva alla sosta “Andrea, fai conto di avere un nuts in meno”. E va beh, amen, meglio lui che me.
Col quarto tiro si arriva al passaggio chiave della via, giusto lì sulla partenza del quinto tiro. Già l’osservare Paolo da sotto che faticava un po’ mi ha intimorito. No dai, oggi la finiamo questa via, pulita, senza azzerare e senza metterci sei anni. No dai, non è così terribile, si sgnugna un po’ ma ce la si fa. La via è bella verticale, ma sempre ben ammanigliata e su roccia buona. Arrivo in sosta, è fatta anche questa, adesso dovrebbe esser in “discesa”.
La giornata è spettacolare. Ho idea che mi resterà il segno del sole sul collo talmente ne sto prendendo, Antelao e Pelmo svettano, il Gruppo del San Sebastiano si mostra man mano invogliando dei canali sulla parete che vediamo, la Crosa Spiza si rende misteriosa dati i blocchi di roccia che sembrano esser stati appoggiati sulla cima. Che spettacolo. A rovinarla solo la continua cantilena dei “zaletti”.
Nicola crea varianti sul sesto tiro, con Paolo se la ride. Pace è fatta! (scherzo, non han mai litigato, è il modo di fare burbero di noi montanari). Al settimo c’è da starsene un attimo in campana, i traversi sono sempre emozionanti, quando poi sotto vedi che vai giù dritto per centinaia di metri, l’emozione si accresce!
Arrivo in sosta e Paolo mi incita a continuare uscendo così io in vetta, ma no, non mi sembra corretto, tocca a Ivan su. E agilmente arriviamo tutti in cima alla Torre Jolanda. Gran strette di mano, ma ci resta ancora da scendere! Ce la prendiamo comoda, son le 14e30 e di tempo ne abbiamo, oltre che fame e sete da placare!
Doppie o normale? Giù per la normale, bravo a chi ha messo giù una corda fissa (meglio non guardare però dove e come sia ancorata) perché il primo tratto è davvero esposto. Ora siamo all’ombra, una maglia in più addosso, ma non c’è freddo. Paolo scalmanato ci semina, ma tanto le chiavi della macchina le ho io! Articolata ma sempre intuibile o segnata da ometti la discesa, non presenta problemi di orientamento.
Scendi, risali alla forcella, scendi un canale, e ci ritroviamo all’attacco, al sole, Torre Jolanda conquistata e pulita. Ferma tutto! C’è ancora da passare quel canale-camino! Meglio del previsto, si rientra nel bosco e ben presto alla macchina.
Nella calma più totale (che bello non avere il fuoco al culo) ci cambiamo (con spettacoli raccapriccianti dei quali ometto foto per decenza al pubblico) e sistemiamo le cose, ma c’è chi perde le chiavi, e tra cercare, svuotare i suoi zaini, due volte, svuotare i nostri, infine trovarle in mezzo alle corde, si perde mezzora facile. Ma questo ambiente è davvero fenomenale oggi, dolomiti di fine estate.
Bella giornata che finisce con una buona birra a bagnare le nostre gole arse. Ma chi mi conosce già in cima nota che “non hai mica spaccato le palle con le tue stronzate oggi, che succede?!”: già, pensieri per la testa, ma almeno quando sei appeso a una corda e devi preoccuparti di portare a casa la pelle tua e del tuo compagno, non pensi ad altro.

Qui altre foto.
Qui le foto di Nicola.
Qui report.
Qui relazione.

sabato 19 ottobre 2013

Autumn in Reggian Appennin

OK l’esser razionali e ragionar prima di agire, ma quando l’istinto chiama può esser la scelta giusto ascoltarlo. E così è stato anche stavolta. Il richiamo di un bel trekking intenso nel mio caro Appennino Reggiano, a visionarne la fragranza dei colori autunnali e la solitudine astratta di questi luoghi, è stata la mossa giusta. 
Declino l’invito per una via di roccia fattami dai compagni di merende e decido di partire da solo alla volta dell’Appennino Reggiano: il giro che voglio fare è ambizioso, già un paio di volte avevo provato a farlo, anche solo un pezzo, ma poi desistendo causa meteo o tempo o mancanza di voglia sopraggiunta all'improvviso. L’idea è di partire da Case di Civago, prendere il sentiero che sale al Monte Ravino, cresta di Vallestrina, cresta del Cusna, discesa per la costa delle Veline e ritorno nei pressi del Passone, cresta nord del Cipolla e del Prado (tracce, ma non è un sentiero ufficiale), crinale fino al Passo delle Forbici e discesa verso il Rifugio San Leonardo per ritorno all'auto.
Qualche minuto prima delle 8 mi incammino, dopo essermi attrezzato i piedi con un po’ di scotch per prevenire le vesciche in questi scarponi che devo ancora deformare a mia immagine e somiglianza. Pronti via. Il cartello segna 6 ore fino al Cusna, ma devo metterci molto di meno. Ma partiamo male, spari in lontananza (ma non troppo) e l’incontro con un cacciatore mi fanno venire un po’ paura. Ma non è riserva naturale questa?! E poi, che caldo.. Non credevo, mi tocca mettermi subito in manica corta, e ricredermi sulla scelta dei pantaloni lunghi.
Ma i colori della natura sono già inebrianti: verde, giallo, rosso in varie sfumature, tonalità, mescolanze, e il sole coi suoi riflessi che accende o meno ciò che colpisce o no. Che bello, e che effimero, l’anno scorso (se mi ricordo bene) mi ero perso questo spettacolo: se non becchi il weekend giusto, sei fritto.
Questo sentiero lo percorsi già tempo fa con Riccardo, e ricordo un tratto non di facile percorrenza e individuazione. In realtà trovo un sentiero in alcuni tratti di non facile individuazione (ragionando da escursionista principiante..) e col passaggio nel canalone di pietre un po’ rocambolesco. Nell'ottica di percorrere questo sentiero in inverno con la neve, occorre tenere memoria di ciò.
Superata questa solitaria e rigogliosa boscaglia, si spunta sulla strada forestale, un po’ ritornare alla civiltà, ma lascio presto questa sensazione per procedere spedito verso il Monte Ravino. Sbuco così al sole, bello caldo, ma come sempre il buon vecchio Appennino riserva un allegro venticello: ordinaria amministrazione. E godo anche del panorama sull'alta Valle del Dolo e sull'Abetina Reale: abeti verdi tra i faggi rossi.
Cima del Monte Ravino, foto e si prosegue, mantenendosi sul filo della cresta senza scendere sul sentiero. Incrocio una famiglia di cinghiali, due adulti color grigio e cinque “piccoli” color marroncino. Meglio fare del baccano per farsi sentire, in modo che scappino, ok vederle queste bestie, ma un incontro troppo ravvicinato è da evitare..
Questa cresta è un progetto da fare in invernale, deve essere stupenda con la neve. Certo, anche temporalmente più lungo. Un reportage sul versante nord di Sassofratto e Prado, altro cantiere in progetto per l’inverno di ghiaccio. Dall’alto ora riesco a notare il mare di nuvole in Toscana, che cerca di sconfinare  in Emilia: speriamo di no, o la giornata si rovina..
Alpe di Vallestrina raggiunta, e poi giù verso il Passone, i cui flauti fischiano al vento. Dritto verso la cresta est del Cusna, che conosco ormai a menadito, e che mi permette una continua visione sul crinale facendomi osservare per la prima volta il versante nord-ovest del Castellino: qualche salita interessante su neve?! Eh già, sono in astinenza da piccozza e ramponi. Toh, le Apuane che spuntano sopra le nuvole.
La salita al Cusna si svolge per le immancabili roccette, e in meno di 3 ore dal parcheggio raggiungo la quota massima della giornata. Ho una maglietta di ricambio, perciò perché non usarla? E perché non mangiare? Per uno strano gioco di correnti, sulla cima si riesce a trovare un posto al riparo dal vento, e con un sole che scalda bene bene: che bello sarebbe farsi una dormitina qui, ma se chiudo gli occhi mi sveglio domani!
Speravo scorgere un po’ di bestie, ma niente. Sono sconcertato dalla mancanza di marmotte, che l’anno scorso vedevo spuntare come funghi dalle rocce intorno al Cusna, chissà che è successo. Scendo per la costa delle Veline, davvero assolata, potessi mettermi in mutande forse starei bene. Chi l’avrebbe detto che il “tepore” sarebbe stato tale.
Arrivo nei pressi del Passone, punto la mia prossima cresta, l’elegante e sinuosa nord del Cipolla. Porca vacca, sul crinale si addensano nubi, che faccio? Salgo? Scendo per il passo Forbici? O me ne torno indietro per il Bargetana e poi Segheria? Uffa.. No che palle, me ne starò in mezzo alle nubi ma voglio finire il mio giro come l’ho programmato.
Forza, ultima salita di un certo impegno della giornata. Anche questa vorrei affrontarla in invernale con ghiaccio e neve, non deve esser banale. Anche perché le tracce estive aggirano su cenge certe asperità rocciose, cosa che d’inverno non ti puoi permettere. Man mano la pendenza aumenta, ma ben presto arrivo in cima al Cipolla: la vetta del Prado è ancora distante. Laggiù il Lago della Bargetana. Segue le tracce, ricordo un passaggio un po’ delicato in un diedro appoggiato di rocce rotte, ma il ricordo era peggiore del previsto.
Ed eccomi in cima anche al Prado, bella cavalcata oggi, seguito dai colori dell’autunno. Giusto il tempo di ricambiarsi la maglietta (quella cambiata in cima al Cusna l’ho opportunamente stesa allo zaino e ora è asciutta) e mangiare un Twix al riparo dell’ometto in cima. E poi giù sullo 00 verso il Passo Forbici. A sinistra posso continuare ad ammirare i colori autunnali, con l’abetina reale che invece che si oppone al cambio cromatico stagionale mantenendosi sempreverde. A destra..le nubi coprono il versante toscano.
Percorro il crinale e ripenso alla cavalcata dell'estate scorsa dell’estate corsa, che roba. Che luna quella notte, che stanchezza all'arrivo al Cerreto, che sonno quella notte di agosto. Arrivo nei pressi di una sperone roccioso di un paio di metri, non posso resistere a tentare qualche autoscatto, e la corsa verso la cima dello sperone che intercorre tra la pressione del tasto e l’effettivo scatto mi stanca bene: ne farò tre.
I colori sono fantastici, verde, giallo, rosso, mischiati in modo incomprensibile nei prati sotto di me. Ci si mettono anche le nuvole, che con le ombre che creano insieme al sole sui prati stessi, raddoppiano le tonalità. Il vento sul crinale si fa importante, ma questo è l’Appennino che conosco: basso ma incazzoso.
Continuo nella mia camminata verso est e cosa vedo?! Due ungulati cornuti che scappano via, ma hanno delle corna strane.. Un gioco di sali scendi mi permette di avvicinarmi a dove sono scappati senza farmi vedere troppo, e noto così che trattasi di corna ricurve, dei mufloni appeninici. Due maschi e due femmine, che fuggono poi verso il versante toscano. Adesso però voglio vedere un lupo!
L’ingresso nella faggeta mi segnala che ormai il Passo delle Forbici è vicino: l’ingresso in questo bosco mi porta alla mente altri ricordi, come quella giornata in cui nonostante il meteo mi avventurai comunque in un giretto di sfogo, per poi rientrare veloce nel bosco quando constatai che sul crinale imperversavano fulmini. Avevo ricevuto una brutta notizia, che cambiò le nostre vite, avevo bisogno di sfogarmi.
Al passo trovo qualche macchina parcheggiata. In questa giornata di gente ne ho incontrata poca, sarà per il fatto di aver scelto sentieri poco percorsi, distanze lunghe, un sabato, una stagione in cui la popolazione di trekker cala drasticamente. Ne incontro quattro scendendo verso il Rifugio San Leonardo, che hanno pero il bivio per il loro sentiero, e ai quali darò un passaggio da Case di Civago a La Romita.
Il guado del Dolo preannuncia il ritorno nel versante dove tutto finirò, dove abbandonerò (temporaneamente) questi luoghi. Ma dal San Leonardo il bosco mi regala un ultimo scorcio di alberi colorati da un’esperta pittrice: madre natura.
Sono le 15e10, di nuovo alla macchina, poco più di 7h immerso nell'autunno appenninico, 1600m di dislivello o più (in Appennino è sempre difficilmente calcolabile, e non ho voglia di star li a esaminare la cartina), 30km percorsi, vissuti, respirati a pieni polmoni e osservati con occhi attenti e profondi. Anche le nostre “montagne” hanno sempre il loro fascino.

Qui altre foto.
Qui report.

domenica 13 ottobre 2013

Corso (fresco) AR1: Albard di Bard

Ultima uscita del Corso AR1 2013 del CAI di Carpi, destinazione lo gneiss in ingresso alla Val d’Aosta. Il meteo ci lascia un po’ titubanti fino alla fine, ma poi sembra aggiustarsi decentemente: tra venerdì e sabato pioverà, ma domenica sarà una bella giornata, sperom. Intanto giovedì nevica.. Già, neve! L’ingresso in Val d’Aosta e la visione delle cime bianche fa sognare e fremere piccozza e ramponi. Ma oggi questi attrezzi non son con me.
Al parcheggio di Albard di Bard l’aria non è frizzante, di più, tutti con berretta e guanti, ma il morale è alto. È il sole che non è molto alto e si farà pregare prima di uscire a scaldare noi e la roccia. Non facciamo in tempo a scaldarci per la marcia di avvicinamento (in realtà si scende) che il vento spazza via il calore sviluppato. Toh, mi pare di scorgere una chiazza di neve nell’erba..
Scelgo di provare a salire Dr Jimmy, forse la più facile della parete, col tratto di 6a finale ben evitabile prendendo il sentiero di discesa. L’anno scorso a Rocca Sbarua mi ero trovato bene su questo tipo di roccia, sono fiducioso, anche se il freddo è pungente. Sulla stessa via ci sono Sauro con Paolo e Ferdinando, che partono prima di me e Stefano e dopo qualche tiro prendono il largo lasciandoci indietro (per qualche trio saremo affiancati da una cordata di una guida con due donne francesi sulla 60ina, sti ca).
Forza, si parte, ma la roccia mi ricorda il freddo patito sullo Spigolo Steger, brutti ricordi.. In più oggi ci aggiungiamo il bagnaticcio e l’umidiccio: d’altronde il primo tiro parte nel bosco, ben all’ombra, e finisce fuori dal bosco, ma sempre all’ombra. Le ditine ringraziano..rimetto i guanti. I primi tiri sono divertenti, su questa roccia c’è da prendere confidenza, non ci metto spesso le mie Mythos sopra, e la testa ne risente.
Evito come la peste la deviazione dritta della variante difficile (Luna), lanciandomi in mezzo alle sterpaglie verso sinistra, girovagando scappando dalla roccia bagnata. Siamo vista valle adesso, ma preferirei vedere il sole. Ma cosa dico vedere, proprio ustionarmi! Finalmente, la terza sosta è al sole. Toccare roccia calda è una benedizione.. Al nostro fianco scorrono sullo spigolo di T rex Davide con Spalla e GiampietroIvan con Laura: avremo la possibilità di vederci in molte situazioni, carina come cosa.
Ma la magia del sole dura poco: spazio al vento impetuoso! Che poi esser spazzato dal vento in parete, mentre usi appoggi di qualche mm, non è che sia proprio il massimo della vita. Giungiamo così al primo dei tiri duri della via, quello dove occorre superare uno strapiombo con una mezza spaccata per poi seguire una striscia grigia. Bello bello. Meno male le mie dita son sottili, riesco a entrare nelle fessure mignon. Stefano sale, sembra quasi senza problemi.
Dalla quinta sosta i francesi che ci hanno superato fanno un veloce trasferimento fuori dal bosco, e mi pare furbo imitarli su questo slancio di una decina di metri, visto che poi c’è il passo di boulder che secondo me è ben più di 5c. Studia di qui, prova di la, una mano qui e il piede li per partire, no non va. Riprova di qui ma neanche. Ascolta, va a cagher, qui se cado mi spacco una caviglia visto che sono a un metro da terra, anche se mi isso poi non riuscirei a stabilizzarmi. E vai di A0, la caviglia è salva.
Sospiro di sollievo, almeno il difficile è finito. E invece no. Traverso taggato 2a, ma sarà per il bagnato o altro, mi pare che sia più impegnativo. Ma anche questo va. Mannaggia però qui il meteo che prima era terso si sta annuvolando. E ormai fatto questo traverso la vedo dura scendere in doppia. Dai dai, meglio spicciarsi che finire sotto l’acqua sarebbe fastidioso: no ma ferma tutto, c’è una placca finale non banale, e li la roccia la vorrei bella asciutta!
E infatti la placca finale è dura, per uno come me poi che non ama le placche.. Finisce che azzero, che già sento qualche goccia sulla testa, e così posso finire la via con relativa sicurezza mia e di Stefano. Sono le 16e30 e finiamo la via dopo un tiro (ben più facile del traverso a metà) senza nemmeno una protezione, spinto dalla fretta di uscire prima che queste poche gocce diventino un torrente impetuoso! Mi ricordo l'anno scorso come finì a Tessari..
Il sentiero è comodo per scendere contrariamente a qualche voce che avevo sentito al parcheggio, meglio così! Troviamo altri componenti del corso e istruttori a fare qualche monotiro, adocchio un bel diedro da fare tutto in dulie, ma Davide chiama per andare alle macchine. Brr, che giornata fredda e che via umida! Non troppo gustoso, ma è andata, ci siamo comunque divertiti.
E si va al nostro alloggio..un albergo. Quanto mi prende male in un corso di montagna finire in un albergo, mi pare diseducativo, oltre che essere frammentario per il gruppo (stanze da 2?!): vabbè, stendiamo un velo, d’altronde la chiusura del solito B&B non ha trovato altre soluzioni che questa. Doccia e si esce a cena. Cena, un’abbuffata di cavallette, la cameriera non fa in tempo a posare un vassoio di affettati piuttosto che di peperoni, piuttosto che di formaggi piuttosto che di cotechino e patate lesse ecc ecc, che ognuno si riempie il piatto: più golosi con gli occhi che con la bocca!
Il giorno dopo doveva esser un sole splendido splendente, e infatti..grigio! E di notte ha pure ripiovuto.. Siam qui per ballare, balliamo. Si riparte per Albard di Bard (le placche di Oriana sono ricoperte di una strato bianco, e non è farina) ma per cercare vie più corte nel settore alto. Luca consiglia Gatto Matto, molto divertente e una tra le più facili: ben venga, preferisco rilassarmi oggi, e anche Laura è d’accordo. Il parcheggio oggi è pieno.
L’avvicinamento è molto istruttivo, sentiero scarno, tracce sparse, bivio che non si trova, 45 minuti di cammino di cui in alcuni avrei voluto avere un machete. Passiamo vicino a una placca sulla quale scorre un flebile ruscello, e Luca “guarda, è di buon auspicio”. E dopo un po’ di tempo perso a girovagare, finalmente troviamo l’attacco della via, bello muschiato, te possino. Almeno siamo solo noi quattro, e capiremo il perché.
Parto un po’ più alto del primo spit, altrimenti toccherebbe mettere piede sul muschio bagnato, un bel traverso accucciato per passare sotto il masso, e poi mi rendo conto come il primo tiro sia forzato: si risale un camino diedro di sfasciumi, in spaccata bagnata, poi una camminata in mezzo a delle pietre. E infatti Luca e Annamaria li ritrovo alla prima sosta dopo aver seguito una traccia tra le foglie..
Secondo tiro, si inizia a fare un po’ sul serio, il grado sale un pochino ma mantenendo lo stesso un buon divertimento legato alla bassa difficoltà. E poi ci si trova su uno spigolo, l’arrampicata che preferisco perché esposta. Ma Luca mi ha già anticipato che i tiri belli sono gli ultimi due: dalla sosta scorgo una bella parte di buconi che sale abbastanza dritta.. E infatti a casa scoprirò che la parete si chiama “Emmenthal”.
Parto per infilare le mani e piedi nei buconi, ma già dalla sosta ho avuto l’impressione dell’umidità residua concentrata su quella zona di parete. Già il traverso per portarsi alla base della stessa è delicato, ma dopo sarà peggio. Brutta bestia la psicologia, non ci fida di nulla, vorresti mettere il piede su quell appoggio bello comodo, ma è bagnato. Infili la mano in quell’acquasantiera, ma ti accorgi che il parrocco non ha ancora fatto messa e perciò il recipiente di roccia è ancora pieno. Ma con calma e parsimonia, la sosta è raggiunta. Ed è una vera sosta, dove tocca stare appesi con sotto il vuoto.
Arriva Laura, e prima che Luca ci raggiunga, vedo di partire per liberare un po’ di posto in sosta. Minchia però, i passi iniziali sono quasi da boulder: mani alte ed esigue, piedi scarni e roccia in strapiombo. Interessante anche la storia delle protezioni: S1 sui tratti più difficili del tiro, ma dove si semplifica la difficoltà la lunghezza delle protezioni si fa frizzante, 7-8m! Sempre seguendo i buconi, che poi diventano buchini, si arriva su, da dove scorgo gli altri impegnati sulle vie alla nostra sinistra. Guardo l’orologio ed è già tardi..
Ci ricompattiamo tutti e quattro, guardo l’orologio: tra mezzora dovremmo essere al parcheggio, ma dobbiamo ancora fare le doppie e camminare in giù. Sarà lunga..più lunga di quello che pensavo anche! Tra l’altro il sole se ne sta bello nascosto, e adesso è venuto a trovarci il vento. Preferivo il viceversa.. Scendo per primo per stendere le corde, che si sono belle impelagate tra loro, maledette. In più i 60m di corda portano alla base della parete finale, ma resta il traverso per tornare alla seconda sosta. Nulla di che, ma bagnato non è molto rassicurante, e per gli allievi non è proprio indicato. Mi arrovello per lasciare stesa una delle corde con cui avrei dovuto attrezzare l’altra doppia per tornare alla base della via: altro tempo perso, ma qui ne valeva la sicurezza.
E così alle 16e30, con ben due ore di ritardo, arriviamo al parcheggio, dove (quasi) tutti ci aspettano. Appena in tempo che inizia a spiovischiare, ma non abbastanza presto per passare i giorni successivi col raffreddore!

Qui altre foto.
Qui relazione primo giorno.
Qui relazione secondo giorno.