sabato 19 luglio 2014

(Bella) Timbrata di cartellino: Breithorn Orientale

Nuovo weekend, ma solito meteo. Non fosse per lui, c’erano tutti i presupposti per poter farci una bella cresta, ma niente, va rimandata di nuovo. Occorre però salvare questo ennesimo, sbloccare questa situazione in cui non siamo ancora riusciti a salire un nuovo 4mila quest’anno. Solo sabato mattina il meteo sembra reggere, proposte da altri amici non ne arrivano, il fratello dell’Occidentale e del Centrale ci manca, perciò dai, facciamo questa tirata per il Breithorn Orientale.
Dormitina sotto le stelle al parcheggio degli impianti di Cervinia, e al nostro risveglio l’imponente Cervino che ci sovrasta. Con calma facciamo colazione con biscotti e the freddo (Riccardo, il thermos!) e ci vestiamo per la salita fino a 3480 in funivia. Non facciamo in tempo a cercare qualcuno per fargli questa proposta, che subito la fanno a noi “vi va se facciamo biglietto insieme così risparmiamo 9 euro?”, pronti! Sono in quattro loro, due faranno la Roccia Nera, e due il Castore: che gamba.
La gente è tanta, sciatori, scialpinisti, alpinisti, provetti ghiacciatori, si sa che sul Plateau Rosa c’è di tutto. Ma noi cerchiamo di esser svelti, ho paura dei tempi (poi ci avanzeranno quasi due ore), filiamo giù dalla funivia dritti sulle piste ancora deserte. Un paradiso brutalmente antropizzato, ma d’altronde senza impianti non credo che oggi avremmo potuto sfruttare questa finestra di meteo discreto.
Avanzando i 4mila aguzzi delle Alpi Pennine si scoprono, Weisshorn, Zinalrothorn, Obelgabelhorn, Dent Blanche, Cervino. La Dent d’Herens che credevamo fosse quella a fianco della Blanche, in realtà non è lei. Ma che spettacolo! Cielo sereno e cime bianche. E via dentro il tunnel, per poi risalire all’ombra (per fortuna, fa un caldo), e sbucare vista 4mila del Monte Rosa.
È comunque un’emozione tornare qui dopo la traversata del 2012 (qui, qui e qui), tre giorni intensi e appaganti. Il brulicare di formichine tenta di far svanire la maia di questi luoghi, ma il lato sognatore resiste, soprattutto perché puntiamo una cima snobbata rispetto ai suoi fratelli più vicini. E dire che di brulicamento ce ne è ancora molto poco rispetto a quello che verrà. Ma la vista delle due tettone dei Lyskamm fa deconcentrare su tutto il resto.
Lasciamo la traccia autostradale principale che sale verso il Breithorn Occidentale, noi girovaghiamo sul Ghiacciaio di Verra per portarci alle pendici del Breithorn Orientale. Lasciamo anche la traccia che scende verso il RifugioGuide Val d’Ayas, e ci spingiamo in alto seguendo due sci alpinisti, ma..è un vicolo cieco. O meglio, proseguire ci farebbe traversare su una debole traccia (con questa neve) pendente e con sopra la testa un po’ di roba. Torna indietro.
Scendiamo immaginando già le parole che diremo al ritorno, quando sarà risalita su neve marcia cotta dal sole. Tira un vento fresco, ma questo raffredda solo noi, non certo la neve. E girovagando in mezzo al ghiacciaio, ecco che compaiono i primi buconi, ma starsene alla larga è agevole, ecco anche il pendio che dobbiamo risalire per portarci alla selletta tra Orientale e Centrale.
Inizia il grande reportage al tratto chiave della Traversata dei Breithorn, la parte rocciosa che dopo esser scesi dall’Orientale, consente di salire sul Centrale. Tre bei muretti di roccia, non giudicabile la difficoltà da qui, ma fa il suo effetto.
Passiamo la crepaccia terminale su un ponte dal dubbio spessore, dopodiché è solo un pendio un po’ pendente che ci porta a 4mila metri. Eccoci! E i 4mila aguzzi ricompaiono, e appaiono i giganti di Sass Fee. Ormai è fatta! E invece no.. Le relazioni parlano di un F+, ma quella protuberanza rocciosa che sarebbe la cima non sembra facile. Nemmeno difficile magari, ma certo non un F+.
E difatti per arrivare in cima risalgo prima un canalino ghiacciato che in realtà porta solo a un ancoraggio da doppia (che immagino sia per scendere) e dal quale devo fare poi il gambero e tornare giù. Passa allora davanti Riccardo, altro canalino con un po’ di ghiaccio, un po’ di roccia, e poi un traverso su neve marciotta a 55° verso est. Mah, per essere un F+.. Finita? Quasi, risalita in spazio aperto e meno ripido e infine cima, un metro quadrato scarso dove imperversa il vento.
Il vento è davvero importante, ma il panorama non possiamo ignorarlo. Un video. Avremmo voluto goderci la cima, il tempo l’avremmo (siamo saliti in 3h), la fame anche, ma non ci si stà nonostante il sole. Ma quanti cime inviolate (da noi) che si lasciano ammaliare.. Come Ulisse con le sirene, ma anche senza legarci a un palo, fuggiamo dal loro richiamo.
Per dove scendiamo? A ritroso il percorso di andata no. Verso ovest ci sono le doppie. Proviamo verso est, facciamo una mini traversata. Eccoci, due tratti delicati, uno su roccia e uno su neve ma con sotto l’abisso della nord, e torniamo in zona tranquilla (ma non troppo) al cospetto del Gemello.
Via giù prima che il sole cuocia tutto! Troppo tardi, questo pendio ha ben due crepacce terminali, e in quella più alta il mio piede destro sfonda il ponte di neve finendo giù senza toccare nulla..che strizza! Delicato mi rimetto in piedi e fuggo da questa bocca aperta! Poi tocca a Riccardo,non ci finisce dentro, ma che sollievo una volta superata!
Poi ecco l’altra, ma lei è più solida. E sotto alla cima, tornati ben sotto quota 4mila, un meritato ristoro! Panini, e Twix di vetta a metà a festeggiare la cima. Solo ora ricordo la maglietta ufficiale del corso A1 2014 del CAI di Carpi, e meno male, tanto in cima non sarei riuscito a metterla. Tac, foto.
Il gioco è finito, e il cielo già si sta caricando. Penosa camminata su neve dove il mio peso di libellula affonda un passo si e un passo si, finchè non riguadagniamo la traccia principale, che inizia si con una risalita, ma vista la differenza di consistenza, meglio lei che il pianoro sfondato prima! Ma stiamo tornando all’affollato parco giochi, dopo una cima solitaria. Amen.
Con un vento sferzante e un sole sempre più assente, scorgiamo un Cervino fumante e la fame la sete ci spingono a camminare svelti verso la funivia. Grotte di ghiaccio sul bordo pista, piste ormai deserte, e alle 13e30 eccoci sul pavimento di ingresso alle cabine. This is the end.
Scendendo noto un ruscello, ci infilerò i piedi dentro per una sana rinfrescata (che frio!) prima di spararci a valle alla ricerca di birra e cibo per saziare le nostre voglie! Ma scendiamo troppo, anche perché su non troviamo nulla che ci ispiri, e il Conad a valle ci permette di trovare due birre fresche,formaggio e schiacciatine (si vede che non c'è Nicola, lo chef), per un rinfresco alla base della Corna di Machaby, osservando il temporale che avanza, ma che non ci toccherà più di tanto. Un sonnellino in macchina prima di ripartire.
Timbrata di cartellino oggi, una salita forse forzata, ma d’altronde oggi non si poteva fare di più.

Qui altre foto.
Qui il video di vetta.
Qui il report.

sabato 12 luglio 2014

Pincelli classica in notturna

Ne parlavo da tanto, e avevo provato anche a fissare qualche data, ma purtroppo il meteo si metteva sempre di traverso. Ma stavolta pare reggere, la concomitanza con un weekend dove le montagne le vedrò solo da lontano per divertirmi al matrimonio della cugina, aumenta la voglia. Poi c’è la luna piena, Roberto che accetta la mezza pazzia, e allora vamos!

L’idea nasce per il voler provare ad arrampicare al buio, o meglio, a lume di frontale. E visto che sono scemo, ma non coglione, meglio andare su una via che almeno conosco, così non sto a rischiare più di tanto e noto meglio la differenza tra giorno e notte. Pincelli, via che conosco abbastanza bene, e che lunedi ho provato a salire per la sua classica interezza (di solito faccio la variante alta, ma a buio meglio stare bassi..). Roberto invece non l’ha mai salita, e capisco bene preferisca evitarsi la sorpresa del buio: la tiro io, nessun problema, anzi!

Mi riscaldo arrampicandomi con set da ferrata su un traliccio per rinnovare i sistemi di corde dello stendino di mia sorella, che abita al terzo piano. Poi ci si trova al distributore con Roberto destinazione parcheggio della Pietra, quasi deserto. Attacchiamo alle 22e37, con una luna piena spettacolare che illumina le pareti in modo magico. Porca vacca, sugli ultimi tiri della variante alta diretta c’è una cordata..

Quante lucciole. È impressionante, chi se l’aspettava in questo luogo dove la natura è stata così addomesticata di trovare un simile spettacolo. Anche sulla via ne avremo a farci compagnia, non a illuminarci gli spit..non esageriamo.

Arrampicare al buio (anche se la luna smorza di parecchio questo buio, ma non è il sole) fa strano. Ogni passo è dosato perché non capisci bene se sei appoggiato su un piede buono o inclinato. Cerchi gli spit ma devi cercare parecchio perché li vedi solo quando sono vicini (e per fortuna so dove sono molti!). Con la frontale illumini in basso, ma non riesci a scoprire tutti gli anfratti della roccia visto che la sorgente luminosa è qualche cm più alta degli occhi. Che trip.

Alla prima sosta optiamo per finire la via “alla svelta”: sarebbe da godersi la nottata, le stelle, la luna, le lucciole, il fresco, ma Roberto domani lavora, io ho un po’ di km di auto da fare, accontentiamoci, tanto è un’esperienza che si ripeterà! Quindi, si concatena secondo e terzo tiro, con gli ultimi dieci metri in cui devo issare la corda a forza per gli attriti che fa. Ma oggi non lesino protezioni, ogni passo ha un decimo della sicurezza che avrebbe a luce diurna.

Anche Roberto se la spassa, lui che la sale per la prima a volta e a buio, avrà da divertirsi a salirla la seconda volta con la luce del sole, sarà una bella scoperta! Uno sguardo alle forme dell’Appennino che si delineano verso il cielo, e proseguo per l’ultimo tiro, visto che concateno anche quarto e quinto. E vista la poca luce, anche il traverso da passeggio viene affrontato con calma e parsimonia. Poi c’è un venticello che si sta alzando che..quando arrampichi da sempre un po’ di brio all’equilibrio.

Il passaggio chiave forse lo supero meglio che lunedì, e dopo qualche altro metro, eccomi fuori. Che spettacolo. Che trip. Ho già voglia di rifarlo! Recupero Roberto, il tentennare di metallo mi fa capire che si trova nel bel mezzo della strettoria, poi ecco la sua frontale da mille milioni di lumen arrivare. Ci spostiamo lontano dalla sosta (col buio meglio non stare vicino al baratro..) per scattare qualche foto (che fatica!) con le magliette regalateci dai corsisti del corso A1 2014 del CAI di Carpi: grazie ancora!

Alla fine la via l’abbiamo salita in tempi diurni: poco più di 1h30! Roberto propone “facciamo la doppia dal Sirotti?”, tra me e me penso “ma sei fuori, già è da cardiopalma di giorno, vuoi farla di notte, col vento che ti sposterà chissà dove nel vuoto?”, e quindi rispondo “va bene”. Poi mi confessa che non l’ha mai fatta.. Ecco perché la proponi!

Attrezziamo tutto, mi preparo per scendere, poi mi chiede di andare prima lui. Va bene. Poi si vede che il baldo giovine ripensa a tutte le mie velate perplessità su questa doppia e mi dice “ma no vai tu”. Vado! Inizialmente con i piedi sulla parete, poi tac, sospeso nel vuoto a girare come una trottola! Le corde volate sugli alberi da recuperare, ma poi giù, temevo peggio. “Libera!”. E anche lui si rende conto dell’emozione del Sirotti.

Eccoci al parcheggio, un’auto con una coppietta, un’altra che arriva con tre ragazzi che vanno a dormire in cima, e noi, felici e contenti e con un bagaglio di esperienza in più che ci cambiamo e concludiamo l’avventura davanti alla naturale ending di ogni “impresa alpinistica”: una birra!

Qui altre foto: nessuna foto, macchina fotografica dimenticata a casa!
Qui report.

lunedì 7 luglio 2014

Le classiche della Pietra di Bismantova in un lunedì anomalo

I programmi erano altri, ma il meteo ci ha costretto ad abbandonare l’idea e programmare di scendere dal Monte Rosa insieme al corso A1 2014 del CAI di Carpi. Però dai, un giorno di ferie preso non si spreca, quindi occorre trovare rimedio e inventarsi qualcosa: si bramava dolomiti, alla ricerca di una bella salita off limits al weekend a causa dell’affolamento, ma anche li meteo infame, nessuna voglia di rischiare 6 ore di macchina per poi prendere l’acqua. Mamma Pietra chiama.
Ma anche Pietra c’è una vietta off limits nel weekend, quindi il “due piccioni con una fava” funziona anche qui! Povero Nicola che bramava questa via da tempo, e che forse oggi gli fregheremo. Oggi gliela fregheremo. Siamo io, Federico e Giorgio, e all’arrivo al parcheggio tutto ha già un altro sapore rispetto al solito caos che troviamo sulla palestra di roccia reggiana: siamo la terza macchina che si infila tra le strisce bianche, bella giornata, e silenzio e pace. Tutto un altro aspetto rispetto a quello che ricordiamo, questa è vita.
Una volta vestiti saliamo verso il Rifugio della Pietra, cavolo è chiuso, peccato, scorriamo verso il settore Gare Vecchie alla ricerca dell’attacco, che dopo un po’ troviamo, indecisi se ci sia da attaccare da questa “placchetta” o da quel diedro. Ma in quel diedro non ci sono spit, qui si, e alla destra si vede quella che doveva essere la via di salita classica, invasa dalla vegetazione. Dia dai, vediamo se riusciamo a salire, col naso all’insù scorgiamo il resto della salita, anche se parte resta nascosta da quella protuberanza di arenaria.
Parte Federico, sale bene con le sue nuove corde super sottili: temo già che essendo nuove e “dure” oggi ci faranno penare di nodi e matasse varie, anche perché l’arrampicare in tre non aiuta di certo. Sale bene, poi delicato su un tratto che pare piuttosto friabile, ma che in realtà si dimostra meglio delle apparenze. Sosta dove non lo vediamo, ora tocca a noi. Arrivato in sosta vedo il caratteristico anello di filo di ferro cementato nella pietra, presente in vari punti della via, ma..meglio gli spit o gli ancoraggi comunque un po’ più moderni.
Giorgio parte per il secondo tiro, bel tratto atletico, ma preceduto anche qui da un tratto dove tocca essere dei gatti per non smuovere dei sassi che comunque vengono smossi dalle corde! Mi osservo intorno, le pareti sono deserte, le cenge alla base di esse silenziose. Che regalo. Anche la seconda sosta è un bel regalo, e anche quello che mi fanno i miei compagni di oggi lo è “abbiamo deciso che i prossimi due tiri li fai tu”, avanti!
Il terzo non presenta difficoltà, ma già dalla partenza sembra di muoversi sui piatti, e questo spinge a essere prudenti e lenti. Scorgo la corda fissa che serve da trasferimento verso il diedro che parte erboso e poi torna roccioso. Mi ci appendo come un orango, sotto l’erba tanta terra e sassi, quelli che smuoverei finirebbero sugli edifici sotto: ecco perché è vietata nel weekend, anche se a questo punto ce ne sarebbero tante da vietare in Pietra..
Ecco la terza sosta, mi pare chiaro sia lei, anche se avrei la tentazione di salire un altro po’, per mettere al riparo i miei compagni quando sarò sul quarto tiro e potrò smuovere qualcosa. Ma no, va bene qui. Sosta, e osservo quanto lontani sono Federico e Giorgio. Inizio a recuperarli, siate delicati! E invece un bambino duro e grigio scende giù.. Mmmm.
Dai dai, sono carico, se il prossimo tiro riesco a passarlo, dovremmo uscire e portarla a casa, il Passo del Francobollo è qui. Ma poi perché si chiama così? Mah, sarà una placca stretta dove spalmarsi, ma io vedo solo strutture che mi danno la parvenza di necessitare di passi atletici. Già la partenza non è male, quando non ci sarà più questa radice/tronco acquisterà un grado!
Salgo, la zona dove cercare appigli e appoggi piano piano si assottiglia, scorro di fianco al tettone, ma cosa ci fanno dei chiodi vecchi li sotto?! Che palle, su questa bella “manetta” non posso tirarmi che sembra un mattone pronto a scendere, riesco a passare, oddio dov’è il rinvio, se cado dopo mi ritrovo nel vuoto. Cerco come passare, sarebbe bello avere 10cm di gamba in più, o le anche molto più snodate.
Sul passo per finire sulla cengia dove si sosta mi impegna un po’, cerco in due tre modi come passare, non è banale. Ci sarebbe anche un cordone su sui tirarsi, ma voglio riuscire pulito. Ed ecco che prendendo un po’ di coraggio, tac, si passa. Olè! Dai che Nicola si rode.. Poverino. Ma poverino un corno, lui che in infrasettimanale se ne fa una a settimana!
Sosta bella esposta, appeso verso il vuoto, avanti voi due! E anche loro faticano un pochino, con Federico che si ritrova quasi a infilare la testa come un nuts, per poi riuscire a proseguire. Una volta tutti in sosta..dai ormai è fatta! Foto di via. Chi tira il prossimo? Avanti Federico, portaci su che la fame e la sete imperversano! E Dopo tre ore e mezza scarse, siamo sul pianoro sommitale ad ammirare il paesaggio, la pace silenziosa, e i panini. La prima via salita alla Pietra (con aggiornamenti), la “classica” di altri tempi, è salita.
C’è tempo, corriamo giù per andare a fare anche la Pincelli. Ci sarebbe quella variante mediana che mi attizza, e poi vorrei uscire per la classica, che non ho mai fatto visto che ho sempre salito la variante alta (quella che poi esce per l’uscita della classica). Arriviamo alla base dopo aver constatato con tristezza che il Rifugio della Pietra è chiuso.. O forse meglio così, se no ce la saremmo buttata a birra e gnocco e fritto, e in vacca la Pincelli.
Alla base, ancora tanta vegetazione, ma i fiori sono tutti secchi, non come l’ultima volta che sono venuto con Giorgio. Parte Federico, che è quello che non l’ha mai tirata, e una volta che ci siamo ricompattati alla prima sosta, “no no, andiamo per la classica, niente variante mediana”, ok, prossima volta. Parte Giorgio allora, e optiamo per la soluzione rapida: faremo la via in tre tiri.
Giorgio concatena il secondo e terzo tiro, titubando un po’ sul passagino del secondo tiro che mette sempre le orecchie dritte. Che gentile, fa sosta in modo che si possa ancora decidere se fare la variante alta o meno, ma no, voglio esplorare la classica che non ho mai fatto. E così parto io, con un tiro lungo esco fuori.
Uso tutti i rinvii lunghi che ho per evitare di dover tirare come un matto, ma un po’ mi tocca uguale. Prima del passo chiave, noto le particolari formazioni rocciose di fianco alle quali passo, calcare che sembra sputato o vomitato sulla parte. Che roba strana e affascinante. Ma bando alle ciance, assottigliamoci e passiamo in questo pertugio dove diventa chiaro che non per gente sovrappeso!
Poi sono fuori, col cielo minaccioso ma ormai al sicuro, tanto anche gli altri due ci metteranno poco a raggiungermi. E così, dopo aver salito la Pincelli classica in poco più di un 1h30 siamo fuori, assetati e affamati, ma più assetati. E pare giusto finire la giornata alla Foresteria, davanti a un boccale e a un cellulare dove nel gruppo di Whatapps regnano gli insulti dell’invidia di chi oggi era a lavorare: una volta che sono io in ferie, lasciate stare!

Qui altre foto.
Qui report coi tempi.

domenica 6 luglio 2014

Da 0 a 4000: Piramide Vincent, da non fare così

Mia mamma diceva sempre “fate quel che dico, non fate quel che faccio”. E noi, dopo tutti i proseliti sull’acclimatamento, sul mal di montagna ecc, che facciamo?! No beh, in realtà siamo semi costretti a farlo, col senno di poi (ma anche di pre) era la scelta la giusta, e tutti ce ne siamo resi conto, chi prima e chi dopo. Di certo l’importante è non fare come l’anno scorso io!
L’ultima uscita del  corso A1 2014 del CAI di Carpi prevede il pernotto al Rifugio Gniffetti e la salita a Punta Parrot: bella cima, e anche altina, già salita Ma il meteo si mette di traverso, come accade ormai spesso nell’instabilità di questa estate (ma anche prima): domenica il peggioramento si preannuncia sempre più in anticipo ogni giorno che passa, e sarebbe un peccato non riuscire a far raggiungere una cima agli allievi. Già ci sfava la rinuncia al nostro lunedì, almeno il corso va salvato.
Entriamo in autostrada nemmeno presto, e già questo bastona un po’. Sosta per una bellissima colazione in autogrill e uscita a Quincinetto per cercare di regalare meno soldi possibile alle autostrade della vda. Poi un’irrefrenabile voglia di gnocco alla cipolla mia, e di altro degli altri tre, ci spinge a una sosta veloce a Gressoney, ora si che siamo pronti. Al parcheggio di Staffal ci prepariamo a essere sparati a 3200m di Punta Indren.
Il meteo non pare già dei migliori, la corsa della funivia sfiora e finisce in mezzo alle nubi, ok aspettative basse, ma almeno oggi doveva essere buono! Arrivati alla massima quota meccanizzata, un po’ rischiara, fa un caldo notevole, e la voglia di salire aumenta. Saliamo.
Il tormentato Ghiacciaio Indren è oggi una distesa nevosa abbastanza uniforme, incontreremo parecchi sci alpinisti, beati loro che si godono un spanna di neve morbida su fondo duro. Il gruppo si spezza, ora ognuno fa riferimento al proprio istruttore, e così proseguiamo fino al Rifugio Gniffetti, dopo la risalita delle roccette ben attrezzate a canaponi.
Al rifugio tocca prendere l’ardua decisione: ci si prova o no? In fretta e furia si diventa tutti indipendenti, le cordate pronte possono partire, si tenta la Piramide Vincent, unica meta proponibile oggi: le altre troppo lontane, la Giordani lasciata alle spalle prevedeva una risalita finale per arrivare al rifugio, oltre che la risalita di un pendio esposto al sole.
Raduno Dario e Cristian e ci spostiamo in alto per passare alla modalità ghiacciaio. Il discorso è chiaro: a me non interessa arrivare in cima per gusto personale, ci sono già stato, ma capisco che un allievo vede il raggiungimento della cima (che oggi è anche il suo primo 4mila) come il coronamento dell’uscita, e forse del corso. Perciò, io non costringo e tiro nessuno, se volete andiamo, se siete stanchi poi torniamo indietro, ecc ecc. E secondo te cosa rispondono?!
La prima parte del ghiacciaio è un falso piano al cospetto del roccioso versante sud ovest della Piramide Vincent. Altre cordate in giro, ma tutte in discesa. Solo noi saliamo. La regola direbbe che non è sano mettere piede su terreno nevoso alle 13e30, ma onestamente pericoli particolari oggi non si pongono: crepi belli tappati dalla neve, percorso arci noto e super tracciato (anche con nebbia ci vuole dell’impegno a perdersi).
Siamo davanti noi, e iniziamo così a filare a lato dei seracchi che ci lasciamo sulla destra, mentre risaliamo un pendio che si fa più ripido. Gianluca, con Cristian, Alessandro e Stefano, ci seguono, poi ci supereranno, con cristian che da capocordata mi confesserà “cavolo, con questo vento fa più wild, è una figata”. Già, il vento, inizia ad alzarsi, e in cima sarà una mitraglietta di neve.
Il mio Cristian non è in formissima, ma è normale, fisicamente oggi è un endurance, in meno di 12 ore da 0 a 4000 non è sano, però di certo assicurerà un miglior acclimatamento per la notte visto che dormiremo 600m più in basso della massima quota raggiunta. Ma le pause per riprendere fiato giovano a tutti, è innegabile!
Tra una nuvola e l’altra spunta il Lyskamm Orientale e il Naso del Lyskamm, un alpinismo un po’ più di grado! Questo ambiente, che a un alpinista navigato fa venire un po’ di orticaria (mi riferisco all’affollamento) deve essere per un corsista mai salito in simili posti come il giardino dell’eden, e un po’ queste emozioni ce le passano anche a noi istruttori, rendendo la giornata più piacevole.
Svolta a destra per iniziare la risalita verso il Colle Vincent, che poi si abbandonerà per salire dritti alla cima. Pausa biscotti, un sorso d’acqua, e ripartiamo. Il vento sferza sempre più, ma è maggiormente alle nostre spalle, quindi per ora non troppo fastidioso, almeno finché siamo in movimento.
La parte finale aumenta di pendenza, e ciò rende le ultime fatiche..più faticose, ma ormai ci siamo. Gianluca e i suoi stanno già scendendo, non si sono goduti la cima che si è tutta coperta, e hanno optato per una discesa rapida. Varco il collettino e aspetto i miei filmandoli. È a questo punto la forza del vento si fa impetuosa, mi becco una raffica di proiettili di neve e ghiaccio in faccia che mi fanno subito girare.
Vetta, ci spostiamo un po’ più a sinistra su quella che pare essere la vera cima (30cm di più), ma più che altro lì c’è meno vento. Dario e Cristian sono contenti, questo è importante. Riusciamo a goderci un pochino la cima, il vento cala, un po’ di panorama si apre, anche se poco. Facciamo in tempo a veder arrivare Ivan e Fiorella (doc’è il terzo?) e Giorgio con Marco e Elena (dov’è l’istruttore?).
Di certo ci sarà qualcuno che non è stato bene o che troppo stanco ha chiesto di tornare giù. Incrociamo la cordata di marco che sale, e ne vediamo una verso il Balmehron: chi sarà mai? Quella faina di Nicola, in cordata con due ragazze e bam, si spara la vetta (4mila non ufficiale però) solitaria e con bivacco annesso.. Eh eh!
Io faccio andare avanti Cristian, così vedono un po’ anche loro cosa voglia dire stare davanti e provano qualche emozione in più. La strada da seguire non lascia scampo. Scendiamo col meteo che peggiora man mano, sempre più nuvole, più alte o più basse di noi, ci accompagnano e accarezzano, meno male non ci schiaffeggiano.
Passato il tratto di cambio pendenza, tento il colpaccio, come fece sul San Matteo l’allora mio istruttore Nicola quando ero corsista: all’improvviso mi butto per terra a simulare la caduta in un crepo, Dario si gira e sbambana un po’ senza capire, mezzo colto in fallo! E Cristian esclama “sapevo che l’avresti fatto”.
Faccio passare davanti Dario, per l’odio intrinseco nei due allievi che devono fermarsi e manovrare con nodi e cordini. Dai su, un po per uno! Nella parte finale, quando il ghiacciaio spiana, siamo in mezzo alle nuvole, Dario davanti è già una sfumatura di grigio: senza questa autostrada sulla neve sarebbe un casino trovare il rifugio. La risalita finale, 10m forse, mette a dura prova le ultime energie dei miei due, arrivati al colle, sdraiati per terra a fare due chiacchiere per riprendere energie.
Al rifugio trovo Gianluca che ha due notizie per me: 1, c’è uno zaino in un crepaccio, e che crepaccio; 2, Mirko sta da bestia. Mirko la quota l’ha patita parecchio, ecco perché Giorgio (aspirante istruttore) era da solo con due corsisti. Poi si riprenderà grazie alla bomba energetica che gli han dato in rifugio, ma che spavento.
Deciso che l’attività di domani sarà divisa in chi va a cercare di recuperare lo zaino (che bello, finalmente mi calo in un crepaccio) e chi va a fare manovre e ARTVA, posso darmi alla pazza gioia, bere a mangiare. È una soddisfazione stare bene fisicamente, avere fame e sete, dopo quello che era stato il malessere provato al V Alpini e Suldengrat.
Cena allegra, spensierata, bussolotti di vino, tanto mangiare, piccola riunione finale per decidere bene per domani, grappino e torta, e poi le barzellette di Alfredo. Poi l’incazzo. Vado e prendere i mie scarponi per portarli al caldo in camera, e non ci sono. Ci avevo messo pure sopra i mie ramponi perché nessuno li scambiasse, e invece. Io sono una persona pacifica, posso pensare alla buona fede di uno scambio, ma mi sale un nervoso..
Cerca, chiedi (ai gestori, perché tutti sono a letto, ottima disponibilità dei ragazzi gestori a cercare), esci 3-4 volte in maniche corte a vedere se qualcuno li ha messi fuori (e queste uscite mi fregheranno), niente. Cerca nella stanza, un paio simile c’è, ma manca un segno di usura che mi fa dire non sono i miei. A mezzanotte passata vado aletto con quelli in ostaggio, se domattina qualcuno si sveglia che gli mancano, gli ho lasciato un biglietto per dire dove dormo.
Alle 3 mi sveglio con un mal di pancia che faccio appena in tempo ad arrivare in bagno per vomitare, ecco, ho bevuto troppo mi dico, bravo coglione. Invece col senno di poi capisco che è stato il freddo preso a cercare gli scarponi: non mi sentivo brillo, la mattina dopo stavo bene (altro che post sbronza), e la non solidità dei miei escrementi mi fa capire che laggiù ho preso freddo.
Il risveglio non è piacevole, non sfrutto la colazione e mi prendo una coca cola per sistemare la pancia. No no, io non esco fuori a prendere altro freddo, scendo poi con Mirko che ancora non sta bene. Breafing, chi sale verso il crepo (invano, crepo a campana, troppo rischioso per uno zaino), chi verso il primo metro quadro di ghiacciaio per fare teoria, e noi due giù verso il benessere, e scappando da un meteo che ci ha svegliato con un cielo terso, ma che ora è già nuvolo.
Oh, sto già meglio, mi viene una fame che giù a Staffal ci spariamo una bella colazione, un giretto e poi a Gressoney a passare il tempo e comprare un crema dopo solo: che pirla che sono, ieri mi sono protetto collo e orecchie, e non la faccia: sono un panda, fronte e guance ustionate. Mentre ci prendiamo il prnazo, Gianluca chiama che sono giù, via a recuperarli!
Ben presto scendono tutti, e ci dirigiamo verso la Pineta di Gaby per camminare un po’ (contenti tutti, eh!) e poi bere e mangiare. Cin cin finale a una chiusura di corso A1 all’insegna del “così non si fa” ma “flessibilità in montagna, valutare e capire dove finisce la teoria e inizia la pratica”.

Qui altre foto.
Qui report.