domenica 10 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 4: Dociuril, via Donatella (Spigolo delle Bregostane)

Prologo e Epilogo.

Stanchi del bus del Gardeccia (dei suoi 10 euro a persona anche), consapevoli che le vie rimaste a disposizione sono ormai solo quelle della Guglia del Rifugio, a me resta solo un’idea: Palacia del Dociuril, via Donatella, meglio nota come Spigolo delle Bregostane, oggetto di vari dibattiti con Nicola, e di orecchie fatte e tolte dalla guida del Bernard. Nicola non ce ne vorrà se saliamo (ci proviamo) questo suo oggetto del desiderio, capirà che non avevamo altre scelte. O no?
Col senno di poi, questa sarà anche la giornata meteorologicamente migliore della vacanza nella sua interezza, e forse anche la più bella via salita: vuoi per difficoltà (ma gli spit addomesticano e tranquillizzano), esposizione, ambiente, solitudine, avvicinamento e rientro. Scelta giusta quindi.
Mazzin o Muncion? La prima sembra più breve ma faticosa, la seconda viceversa. Ma la seconda sappiamo già che si fa fatica a parcheggiare, andiamo alla prima. Ma anche qui i parcheggi sono un’utopia, quindi tocca parcheggiare nel parcheggio sulla strada principale, allungando un pochino l’avvicinamento. Caffe al bar hotel, e si va. Alle 7e15 ci immettiamo sulla forestale che funge anche da sentiero.
Ieri ha piovuto, tutto è un po’ umidiccio, e ci sono nebbie e nuvole di vapore che attanagliano pezzi di bosco. Il sole si fa strada tra le nuvole basse illumina le pareti lontane, belle gialle, e i pratoni che ne stanno ai fianchi o alla base, belli verdi. L’avvicinamento si rivelerà un trekking appagante sotto questo punto di vista. Man mano che si sale il sole fa sempre più capolino, e così il bosco sbuffa vapore sempre più. Ecco il nostro spigolo, lo vediamo.
Ma a separarci da lui c’è la gola del ruscello, occorre quindi arrivare fino quasi a sotto le cascate e poi tagliare verso destra, dopo che il sentiero diventa non più carrabile. E ancora qui, di strada ce ne è. Almeno quelle che secondo la relazione dovrebbero essere tracce di sentiero, sono una trincea piuttosto evidente, che sale spedita. L’umidità nell’aria rende la sudata assicurata!
Troviamo un canale detritico e ne iniziamo la risalita, anche dopo aver scorto la nostra meta tra gli alberi, ma dall’alto vedremo che probabilmente era il successivo da risalire. Già perché questo sembra la grondaia naturale delle piogge (gli arriva anche tutta l’acqua che scende dalla fessura che crea il nostro spigolo), tutta la vegetazione è bella bagnata e non facilmente evitabile. E trovo pure uno scheletro semi sepolto dalla ghiaia con ancora un po’ di pelle sulla zampa: cattivo auspicio?
Dopo un’ora e mezza siamo ai piedi dello spigolo, che si staglia erto verso il cielo. Cielo che finalmente vediamo azzurro, sole che rende giustizia ai colori delle pareti rocciose e dei prati che ci stanno intorno. Non alla nostra parete, ancora all’ombra, bella ghiacciata: sui primi tiri la sensibilità alle mani sarà un lusso che non possiamo ancora permetterci.
Tra rifocillamento, ricerca dell’attacco originale (quello proprio di spigolo), vestizione, attacchiamo alle 9, parte Riccardo. Fa davvero fresco maledizione, lui parte con la giacca, io sono sotto che mi gelo le dita osservando lui e cercando la metà della corda per capire quando essa arriva a metà, ovvero la lunghezza del primo tiro. Quando poi tocca me mi scaldo bene su questo tiro che presenta già passaggio di V, ma ahimè solo a livello “spirituale”, le mani no!
Arrivo in sosta, un’occhiata alla relazione e parto. Accidenti ma quanto gira e traversa, speriamo non perdere la via. La placchetta mi crea già una certa emozione, ma quello che mi aspetta è ancor più..adrenalinico! Bel tiro, non ci molla, e finisce con una sosta bella incassata e scomoda, ma di cosa mi lamento, meglio lei che rimanere bloccato sul tiro!
Col secondo tiro ci siamo allontanati vistosamente dallo spigolo, e c’è ancora da aspettare un po’ prima di tornare a essere aerei come piace a me. Intanto il mio amico si gode anche lui un po’ questa fessura di V che prosegue sulla terza lunghezza, prima di lasciare posto a terreno più facile. Urca che fessura. La via presenta già passaggi strapiombanti, ma come fa a piacere a Nicola?!
Con nostra sorpresa siamo ben contenti che non si scorgano altri arrampicatori, la parete è tutta per noi, e sembra anche la valle. E anche la roccia non presenta passaggi levigati, la roccia è sempre buona. Goduria. E stiamo anche per essere deliziati dal calore dei raggi solari. Doppia goduria!
La via prosegue sempre bella verticale, grazie al quarto tiro ci riportiamo sullo spigolo, un po’ di vento ma il sole ora ci bacia appassionatamente, e non vogliamo certo lasciarlo. Certo, sperando che non siano nuvole o temporali a portarcelo via: dai meteo, resisti oggi! Qualche bel passaggio e roccia lavorata, scarpette in aderenza e via andare. Bella questa via, non ci molla come difficoltà, appagante.
Ora Riccardo può godersi il ritorno sullo spigolo, quinta lunghezza, e riusciamo a essere quasi sempre a vista su questa. Cominciamo anche a prendere il vizio di mettere poche protezioni: ma questa scelta è figlia di diverse fattori, qualche spit già in loco, difficoltà a metter giù altro, fretta. Fretta dettata come al solito dall’instabilità meteo, che preghiamo silenziosamente entrambi di resistere fino alla cima; poi faccia quel che vuole!
E mi tocca il tiro più brutto della via, che parte bene riportandosi in spigolo su roccia buona, ma poi finisce su roccia marcia, ghiaia e terra appoggiata, ma su un affilato tratto! Dove tra l’altro metter giù qualcosa pare impossibile (servirebbero fittoni), e si gattona con l’ansia di arrivare alla sosta. Che anche lei, uhm, clessidre su roccia gialla a scaglie.. Non mi ci appendo.
Però c’è il libro di via! Una dedica la nostro maestro pare doverosa, ma la pressione con la quale vogliamo chiudere la via ci porta a essere sintetici.
La ripartenza non è troppo agevole, tocca districarsi in questo groviglio di strapiombi gialli a scaglie per uscire di lato, alè Ricky. Lo sento che mi avvisa di appigli traballanti, porca l’oca. Poi proprio non lo sento più, il giro che ha fatto la via e il vento impediscono la comunicazione, con strattoni alla corda sopperiamo alla voce. Speriamo solo che si ricordi che ora devo traversare e mi tiri poco. Mamma che vista se guardo giù!
Ok ci siamo dai! Ormai è fatta, Bregostane nel sacco, invidia di Nicola palpabile. No ferma tutto, ma adesso dove cazzo devo salire io? Mica su di li, dai, guarda te! E invece è proprio di li.. E V- mi pare generoso, sotto ho fatto meno fatica: qui c’è un passaggio dove tocca stare tutto rannicchiato, poi aprirsi per passare dall’alta parte dello spigolo senza manetta degne di questo appellativo. Ci resto un po’ a pensare, poi basta, è da fare! E si fa.
Risalgo ora il facile alla ricerca di due incoraggianti spit su cui sostare, ovviamente mi complico la vita nella scelta di qualche canale detritico risalire, ma poi eccoci, cima! No, cima ancora no, ma siamo fuori. Cioè lo sono io, ma per Riccardo sarà un gioco da ragazzi salire. In 5 ore siamo fuori.
Spettacolare panorama verso il nasone della Marmolada, le Pale, Lagorai, e il retro di quei Dirupi di Larsech dove abbiamo giocato nei gironi scorsi. Ora c’è solo da arrivare sui partoni sommitali e cercare la discesa, che non sembra difficile, ma dal dubbio orientamento.
Si scende dal alto opposto da cui siamo saliti e poi si risale, toccando un po’ di roccia ma nulla di che (slegati e con le scarpe da ginnastica), poi risaliamo sui pratoni per una sosta ristoratrice e fotografica. E anche per spedire un messaggio audio a chi ci tirerà degli accidenti dopo averlo ascoltato.
Ce la prendiamo comoda, come al solito ormai sfamo il mio compagno d’avventura, e visto il rientro camminatorio ci togliamo tutto l’ambaradam per essere più liberi, anche se più appesantiti di schiena. Tutto giù per terra, qualche passo per scorgere meglio dove andare e cosa vedere, e poi il sole splende (anche se il cielo non è completamente sgombro) godiamocelo! Anche perché le previsioni per i prossimi giorni non sono amiche..
Leggiamo la relazione per capire la discesa, chissà come mai solo adesso rileggendola e cartina alla mano capisco che era un’altra. Ma va bene, noi abbiamo seguito il crinale che fa delimitatore tra l’est e l’ovest, puntando quindi verso nord, panoramico sul Sassolungo e sul Sella. Poi arrivati in vista della Val di Dona, scesi verso di lei tagliando il pendio verso ovest proseguendo a scendere. Ci sono evidenti tracce di sentiero, ma occhio al filo spinato pronto a far inciampare!
Torniamo così all’umanità, quasi, giungendo all’incrocio tra il sentiero 580 e il 577. E scendiamo sul 580, bello intriso d’acqua, quasi da guadare in certe tratti! Passiamo di fianco a quella che sembra una falesia di dry tooling (comodo venir qui) e scorgiamo senza troppa meraviglia un bel ponte di neve ancora massiccio: quanto ha nevicato qui? Spettacolo.
Come turisti della domenica restiamo qualche minuto a contemplare le cascate di Soscorza, e scendendo superiamo un gruppetto dove scopriamo essere della squadra una donna, che all’epoca fece la prima ripetizione dello Spigolo delle Bregostane (che scopriamo essere delle streghe, le Bregostane).
Alle 16e30 risiamo all’auto, io personalmente molto soddisfatto della salita compiuta. Tutta l’arrampicata in solitaria, ambiente magnifico, calmo, pacifico, oggi soleggiato finalmente, via bella, abbastanza continua, con tratti esposti. E dopo queste soddisfazioni, ci aspettano giorni a digiuno di montagna, sigh.

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sabato 9 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 3: Becco d’Aquila, via Siloga

Prologo e Epilogo.

Le cartucce iniziano a esaurirsi. Anche oggi riprendiamo il bus verso il Gardeccia, tantoché la commessa ci chiede scherzosamente se abbiamo fatto lì’abbonamento. Eh certo, l’abbonamento a vie corte e pioggia sempre in agguato! E oggi alla faccia dell’agguato..
Come “stessa spiaggia stesso mare”, solita ora solito posto solito avvicinamento, si risale il ghiaione. Oggi però abbiamo due fatti nuovi: più gente in giro (e infatti all’attacco una cordata ci chiederà e ci passerà davanti) e un meteo incerto fin dall’inizio: oh, anche da questa via ci si dovrebbe calare senza problemi mal che vada.
Risaliamo il facile zoccolo e alla base di prepariamo. Parto io, il tiro da sotto sembrava anche più facile, ma la roccia è buona, sembrano tanti blocchi compatti incastrati uno all’altro, ci si può complicare la vita a cercare varianti più difficili, e mi sa che, come al solito, senza volerlo lo faccio..
Scrutando dove va l’altra cordata, che ci ha detto aver già percorso questa via, Ricky traversa verso destra e poi lo perdo quasi di vista. Si becca il tiro chiave della via, per nulla banale visto che è poco ammanigliato e su una parete pressoché uniforme, ma cercando si trova qualcosa..
Il terzo tiro presenta un passaggio in diedro strapiobante che mmm! Infatti già dalla sosta mi pongo delle perplessità su dove passare, ma col chiodo li la via è “scritta”, bah, andiamo.. Ma ci resto un pochino a pensare, superato poi questo passaggio le difficoltà di grado calano, ma la roccia peggiora e occorre prestare attenzione.. Intanto il cielo si annuvola, e si sentono rocce cadere probabilmente dall’altra cordata (che svelta!).
Scegliendo quale canale diedro rimontare, Riccardo sguscia in mezzo dalla roccia giallo rossa grigia. È bello addentrarsi in mezzo a queste guglie, la civiltà così vicina la sotto, ma così lontana qua sopra, noi che puntiamo a salire sempre di più e che poi dobbiamo scendere divincolandoci in mezzo ai Dirupi del Larsech. Il tutto col panorama delle Dolomiti che ci circonda.
 Nel canale di discesa si sentono delle belle frane dei due che scendono, ci sarà da ridere dopo! Ah eccoli, li vedo anche.. Arrivo in sosta, ma qualcosa non mi torna se ripenso alla cordata che saliva ieri, mentre noi eravamo sul Campanile Gardeccia. Però guardando la relazione tutto torna, perciò.. Avanti nel camino! Ma in realtà è poi una profonda spaccatura nella roccia, ci si passa dentro per poi.. oh mio Dio che giro che c’è da fare!
Il caratteristico Becco d’Aquila scopriamo essere formato da tre blocchi di roccia che sembrano appoggiati uno sopra l’altro a formare un torrione, torrione dove la via gira intorno avvitandosi compiendo un giro quasi intero, infatti ben presto torno a vedere il mio amico, ma già mi tiro su la corda a forza, vedremo dopo.
Vedo gli spit, vedo la parte interessante del tiro, ma sono già qui che isso la corda a forza. Arrivo al punto di disarrampicare, tornare indietro, tirarmi su una decina di metri di corda e ripartire con questo “piccolo” lasco. Aggiungo pepe alla via! Ma consiglio vivamente una sosta intermedia, allunga i rinvii quanto vuoi, ma se ti avviti su una torre non c’è cazzo che tenga. Arrivo su, e nemmeno la sosta è comoda! Un anello sul..pavimento.
Recupero Ricky, lo saluto dall’alto mentre attraversa il camino, e intanto mi sfondo le braccia a recuperare la corda: poi lui si gode l’ultimo tiro. Entrambi in cima alle 12e30, un po di foto e poi alla ricerca della discesa che anche oggi non è banale, e con tratti di conserva e di arrampicata.
Seguiamo la descrizione, scendiamo il pratino in mezzo ai pini in modo da aggrapparli quando serve, e poi scendiamo a lato dell’albero secco, ecco il primo ancoraggio (che in realtà è forse uno supplementare al primo, un po’ più in alto per evitare un po’ di disarrampicata). Iniziamo le doppie e tac, inizia a piovere.
Giù in fretta, ma occhio ai sassi che si tirano giù in doppia che il mio casco ha già subito ieri! Finite le doppie copriamo zaini, corde, facce, tutto, se bagniamo la roba poi domani si rischia di poter far nulla! Mentre copro tutto sono di fianco a un sasso squarciato che al suo interno rivela del quarzo (la foto non viene bene, ma era davvero bello!).
Una volta messo via tutte le corde e imbraco, si scende un po’ e troviamo un'altra doppia, breve ma intensa, su del marmo, ritira fuori tutto.. Corriamo giù dal canale, il cielo peggiora sempre più e sul Catinaccio c’è un bel cappello, un basco direi, tutto nero nerissimo. Ormai sul sentiero ci rendiamo conto che stiamo correndo incontro al temporale. I tuoni accendono le orecchie.
Un muro d’acqua, ma un muro davvero, è impressionante, ci mettiamo a correre e iniziamo a prendere i gocciolini formato maxi a 20m dalla tettoia del bus, poi l’inferno. Pioggia, vento, lampi, il parcheggio è un fiumicciatolo, ma la cosa più impressionante sono le cascate d’acqua che scendono dai bacini del Catinaccio: trovarsi sulle vie che percorrono la sua parete in queste condizioni deve essere apocalittico.
Poi si calma, ma tanto ormai scendiamo. Al Camping Soal nasce il tormentone Tom Ballard: Riccardo sapeva che era in giro in Val di Fassa, affezionato com’è al Catinaccio, e vedevamo in campeggio questo giovane che girava, con due tende della ferrino della madonna, e stasera il padre ci appezza parlando inglese mentre noi sorseggiamo un ottimo vino tipicamente trentino: Nero d’Avola. Scopriamo che Tom dorme di fianco a noi.

Domani che si fa? Caro Nicola, con queste condizioni conosciamo solo una via da poter fare domani. Ci spiace.

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venerdì 8 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 2: Campanile Gardeccia, via Hendrina

Prologo e Epilogo.

Al nostro risveglio il Sella è tra le nuvole, e quel poco che si intravede sembra umidiccio, la scelta ricade automatica sul tornare in zona Gardeccia, ci sono ancora Campanile Gardeccia e Guglia del Rifugio che possono darci qualcosa. In realtà di roccia e vie ce ne sono molte di più, ma oltre al fatto che bisogna conoscerle, occorre trovarne esposte al sole (asciuga la pioggia della notte e scalda il corpo), con vie di fuga (temporali), e brevi, sia per avvicinamento che discesa che via (per il meteo).
Pochi giorni fa io e Giorgio rinunciammo alla Via Hendrina appena giunti all’attacco: oggi si potrebbe tentare.. Ho pensato a come mai l’altra volta no e oggi sì: di certo essere con Riccardo, che reputo essere molto più bravo di me e Giorgio (quest’ultimo non me ne voglia) , mi da la supponenza di poterne uscire anche se avessi problemi. Ma in realtà so che questa è solo una supponenza, in realtà ho alle spalle due arrampicate in zona, e mi sento quindi più tranquillo delle mie capacità! Poi ovvio, faccio partire prima Ricky..
La giornata pare buona ancora, il sole illumina le pareti, e l’avvicinamento lo conosco bene, almeno su questo aspetto non perderemo tempo. Saliamo però senza correre come matti, non c’è caldo ma il movimento fa sudare, e in poco più di mezzora siamo all’attacco. Anche oggi, come ieri, saremo soli in parete, segno che il meteo scoraggio molti. Ma su questo è un lato positivo!
All’attacco la via intimorisce, non si vedono chiodi sul tratto di partenza, la roccia ha un bellissimo colore che sfuma tra il rosso, il grigio e il nero, sembra buona, bella compatta, e la parete è vertiginosa. Siam già carichi. Ricky, tocca a te! Ma il tiro non è per nulla banale, e il mio amico ci pensa un po’ sui movimenti da fare e dove e come muoversi, visto che nella parte mediana di possibilità se ne aprono parecchie.
Poi salgo io e capisco le difficoltà trovate. Non che sul secondo tiro mi aspetti qualcosa di molto più facile, anzi, gli sbuffi non saranno pochi, e la soddisfazione tanta nel superare quei tratti in lieve strapiombo senza mani eccellenti. Ci resto un pochino a pensare a come muovermi e dove piazzare le mie Mythos. Ma l’arrampicata è davvero divertente e varia, equilibrio e passi atletici, diedro, fessure, placca. What else?
Riccardo va per il terzo tiro, le difficoltà non mollano, ma il tratto chiave del primo tiro lo abbiamo superato, perciò non dovremmo temere. Intanto l’azzurro del cielo sta lasciando posto al grigio e bianco delle nuvole. Ma siamo ancora tranquilli, da qui puoi ancora calarti in doppia e fuggire.
Ci ricongiungiamo, è il mio turno, l’asprezza della parete sta per abbandonarci. Momentaneamente però, la mia scalata inizia su roccia, poi intervallata da qualche alberello su cui piazzare un bel cordino, fino a uscire su una forcella comoda dalla quale osservare il panorama attorno senza essere appeso come un salame. Al nostro fianco osservo una cordata sul Becco d’Aquila.
Bene, siamo a metà, proseguiamo, ma questo poi obbliga a finire. Già, perché ora Riccardo sale qualche metro, ma poi taglia decisamente a sinistra alla ricerca dello spuntone di sosta. Facile traverso.

Ora invece sono per me cazzi! Traverso verso sinistra su robaccia marcia, improteggibile, non vedo l’ora di salire e finire l’aggiramento di questo gendarme friabile, alla ricerca dei due chiodi nascosti nella roccia. Ma prima, dopo aver tirato un sospiro di sollievo con qualche friend e un cordino su spuntone, aver risalito un canale facile ma di roccia scarsa, mannaggia, tocca scendere una crestina infida! Su cui anche il mio amico proseguirà con una calma guardinga.
Prime gocce, eccoci, cazzo, tocca sbrigarsi. Dai chiodi non si sale dritto, dopo averci pensato un po’ capiamo che bisogna prima traversare ancora qualche metro a sinistra, e poi rampa. Vai Riccardo, che se troviamo la roccia bagnata sono dolori, e da qui in doppia non si scende, e mi viene il terrore a pensare di tornare indietro su quei due traversi.
Anche oggi l’ultimo tiro è mio, ma le gocce d’acqua che cadono sempre più insistentemente e le nubi pesanti che vediamo intorno non ci fanno godere gli ultimi due tiri, che saliamo a velocità sostenuta, peccato. Poi come per magia, arrivati in cima rischiara. Ma le fatiche non sono finite, perché la corda anche oggi gira in modo tale che faccio più fatica di ieri a recuperare. E dire che di protezioni ne ho messe pure poche! Niente foto di via, per ora, il meteo incombe.

Rischiara ma poco, il Larsech fuma grigio, e anche il Catinaccio non scherza, sbrighiamo a cercare la discesa che visto quanto è lunga in formato testuale, non deve essere mica semplice nella realtà! Riccardo parte in conserva lunga a risalire la crestina erbosa, che ghiaia infida, si trova una sosta, ma dalla descrizione sembra ci sia da continuare. Vado io, salgo su una cimetta, ma non è qui, mi sa che mi sono fatto un “tiro” per nulla: disarrampica su ghiaia.
Torno indietro e scegliamo la sosta più in alto per calarci fino al masso incastrato che si vede fin da valle. Ma all’atto del recuperare la corda (una sola, sono 20m di calata) nell’uscire dalla maglia rapida cade e si annoda tra sassi. Mentre attrezzo l’altra doppia, Riccardo recupera, tira, e bam! Un bambino di roccia vola verso di noi, si frantuma, Riccardo (io son girato) in qualche modo scansa il pezzettone che mi centra in pieno sul casco (invece che su una spalla magari).
Oh che botta, un po rintronato, parecchio spaventato, e col casco che presenta un bell’avvallamento sulla sommità. Via di corsa da qui, che riprende pure a piovere. Ma con calma cazzo! Niente corde incastrate! Via nel canalone.
Ormai all’altezza dell’attacco siamo tranquilli, scendiamo ai 200 all’ora sulla ghiaia, ricordando la discesa dal canalone del Cristallo: anche oggi dobbiamo spesso fermarci a togliere i sassolini dalle scarpe. Alle 18 foto di via nei pressi del parcheggio, ora che l’attrezzatura è salva dal bagnato del cielo!
Veramente soddisfatto per la bella e sostenuta via, andiamo a far spesa, stasera al Camping Soal cena un po’ meno porca, i panini di Riccardo di due giorni (anche oggi dimenticati in macchina, ma per fortuna io qualcosa ce l’ho sempre da mangiare, “Grazie Pelle che mi sfami”), pomodori e birra, lei non manca mai.

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giovedì 7 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 1: Guglia Margherita

Prologo e Epilogo.

Considerando la meta prescelta con la quale iniziare le nostre vacanze montane 2014, era inutile partire presto, ma visto dove poi siamo arrivati sarebbe stato opportuno. E così, nell’indecisione su cosa fare, dettata più dalla speranza e da sentimenti irrazionali, alla fine razionalmente optiamo per la Val di Fassa, con Riccardo che propone un’arrampicata facile e breve ma un po’ incagnata: perfetto.
Al parcheggio si stravolgono tutti gli zaini: erano pronti quelli grandi con piccozza e ramponi, ora tocca preparare quelli piccoli con friends e scarpette. Con la navetta arriviamo al Gardeccia verso le 11, con calma subliminale possibile solo in vacanza (stasera non c’è da sbrigarsi per fare 3 ore di auto per riportarci in pianura!). E ora, verso la Guglia Margherita.
La conoscevo già in quanto vista in un pdf del Nicola, oggi ci sta perfetta visto l’orario e un meteo che pare variabile ma non minaccioso (per ora). Poi ero in zona poco tempo fa, mi sento quasi a casa, e nei prossimi giorni lo diventerà quasi, e il Passo delle Scalette lo abbiamo battuto tre anni fa quanto fecimo il giro del Catinaccio d’Antermoia (cima panoramicissima).
È bello essere qui, risalire il sentiero che porta al Passo delle Scalette, essere lontani dal lavoro, e sapere che davanti si hanno parecchi giorni di pace e tranquillità. E poi, c’è pochissima gente, in parete saremo soli (ma immagino che non sia una via tanto ripetuta e ambita). Poi il luogo è magnifico, un dedalo di guglie rocciose con alla base tranquilli boschi e prati. E in lontananza altre Dolomiti.
Non fa caldo, anzi, toccherà arrampicare con la giacca o la maglia, ma la salita a piedi è a maniche corte sudate. Lasciamo il “bosco” di mughi e ci addentriamo in quello di pini, scorgendo roccia qua e la, e svoltando l angolo ecco la nostra meta. Il sentiero deve essere franato un po verso valle, noi ovviamente seguiamo quello vecchio con i piedi che fanno scivolare altra ghiaia a valle.
Abbandoniamo il sentiero saltando il ruscello, fresca l’acqua, ora si fa sul serio avvicinandosi allo zoccolo. E passando sotto la ovest della Pala della Ghiaccia, che bella e ardita parete, e dall’alto vedremo pure una discesa dalla vetta mica facile ed espostissima. Chissà, prossimo anno forse..
Maledetti ghiaioni friabili, poi siamo alla base, ma trovare l’attacco su questa uniforme parete non è facilissimo. Imbraco, casco, armati, via che si va. Sono le 12e30: se c’è una cosa che ho apprezzato di questi giorni è il non aver mai disfatto lo zaino, e il sapere di non avere orari di fine arrampicata (se non quelli imposti dal meteo..).
Lascio posto a Riccardo, parte lui, maniche corte e giacca addosso, perché non fa un gran caldo e non c’è molto sole. Arriva in sosta e lo seguo: la relazione parla di roccia buona, e io in versione scimmia afferro e tiro tutto quel che trovo, finchè la testa di un bambino non mi resta in mano! Brivido, sangue freddo e andiamo oltre.
La mancanza di chiodi lungo la via, i rari cordini, il fatto che sia una parete e non uno spigolo, rendono l’orientamento (per noi pippe) mica tanto semplice. E infatti sul secondo tiro giro un po’ a destra e sinistra, soprattutto quando si tratta di trovare la sosta. Ma dov’è sto chiodo?! Non lo trovo. Azzo, non trovo nemmeno belle clessidre su cui sostare. Eppure deve essere di qua, le nicchie gialle ci sono, e pure bagnate. Ah ecco una clessidra, mm quanto mi ispira poco, ma meglio di nulla. E dopo aver attrezzato tutto, noto il chiodo molto più a sinistra e in mezzo a della terra..
Riccardo parte per il terzo traversando decisamente a destra, permettendomi di ammirare la parete della Pala della Ghiaccia, mentre lo osservo muoversi con circospezione alla ricerca della via. Mi guardo un po’ in giro, il Passo delle Scalette ci incassa in una sorte di vallettina che non permette un gran panorama, almeno per ora.
L’arrampicata è divertente, proseguo sul quarto tiro ma controllando meglio gli appigli visto come è andata sotto.. Iniziamo a notare che saliamo, la parete si assottiglia sempre di più, ancora non lo so ma all’ultimo tiro mi aspetta un bello spigolo!
Ricky ha fatto l’abbonamento alle partenze in traverso, stavolta su roccia mica tanto buona, e stavolta permettendomi di scrutare la discesa dal Passo delle Scalette e le pareti che la sovrastano, queste però sono articolate e in “3D”. Girato l’angolo, risalita facile su roba instabile, e la corda scorre veloce nel Reverso.
Il sesto tiro è uno spettacolo, si parte su placca divertente su cui si può anche spaccare un po’, e poi ecco il chiodo esposto (non lo è poi così tanto in realtà) e il finale sullo spigolo aereo, con il vuoto da entrambi i lati. Godurioso.. Ma abbandonato lo spigolo per salire sulla cima alla ricerca di uno spuntone su cui sostare, la corda si fa dura.
Ce la faccio, tirando da soma, poi urlo un po’ a Riccardo, ma mi sa che non mi sente.. Vento, distanza e morfologia rocciosa che disperde il fiato. Ma che spettacolo da quassù! Cielo tormentato ma con sprazzi di gioia (azzurro). E arriva anche Riccardo.
Foto di vetta, il twix (meno male che io da mangiare ce l’ho, visto che i panini di lui sono rimasti in macchina!), e lo sguardo che si perde tutto intorno, verso la Marmolada (con un cielo che si sempre più cupo sopra di lei), il Lagorai (con ancora canali innevati), e il cuore del Catinaccio.
Con calma sbrighiamo le nostre faccende, il cielo non è così minaccioso e siamo in vacanza per Dio! Calma e relax dopo la salita. Curioso osservare come la Guglia margherita sia insignificante rispetto alla Pala della Ghiaccia, man mano che ci allontaniamo da esse. Intuiamo la discesa, ecco il Lago Secco, che non è così secco quest’anno. La cima del Catinaccio d’Antermoia laggiù, e al centro della vallata un ciccione di roccia di cui non riesco a capire il nome con la guida, ma bello!
In discesa ridiamo e scherziamo, contenti per la prima giornata e ricordando la prima volta che siamo scesi dal Passo delle Scalette. Torniamo al ruscello, sempre fresca l’acqua, e come due bimbi facciamo a gara a risalire la roccia nera vulcanica: arrivati sopra questi 10m di salita, ansimiamo come dopo una maratona. Fantastici i dirupi del Larsech, profili strani verso il cielo, e labirinti all’interno.
Percorriamo il sentiero “nuovo” adesso, con tutte le nuove scalette, e si prosegue pensando già al domani. Toh, la est del catinaccio a osservarci, ma non per adesso, meteo troppo ballerino, non si può rischiare su quella parete e su quella discesa. Verso le 18e30, siamo al parcheggio della navetta.
Ora via verso la doccia e il Camping Soal, che conosciamo per altre frequentazioni, e la cena dei campioni: che in realtà sono avanzi di ieri sera, la cena da Nicol, pizza, gnocco e focaccia alla cipolla. E birra! Ma andiamo a letto senza chiare idee sul domani, vedremo quando ci svegliamo com’è il cielo. Tanto il bacino Gardeccia ha ancora qualche via da offrire.

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mercoledì 6 agosto 2014

Vacanza montana 2014, day 0: prologo e epilogo

Siamo carichi, siamo più esperti, siamo affamati. Quest’estate puntiamo ad almeno due belle creste, una parete magari, e ancora un paio di cime, poi se resta tempo e forma fisica vedremo. Ma il meteo che dirà? È da giugno in realtà che i programmi sono ambiziosi, ma mai portati a termine a causa di instabilità meteorologica. Siamo riusciti a salire la Suldengrat, ma avremmo voluto essere altrove.

Va beh oh, per la statistica, se tutto giugno e luglio sono andati così, sarà stabile agosto! Riesco pure a sfruttare due giorni di ferie imposte, così partiamo anche prima: borse pronte, materiale vario preso, vestiti, sacco a pelo, cartine, cibo, c’è tutto. Prendiamo anche qualche guida dolomitica che non si sa mai, anche se l’idea sono le Alpi occidentali.

Annunciano alta pressione, ma ogni giorno che passa, slitta della stessa quantità temporale il suo arrivo. E così, non arriva. La mattina della partenza ancora non sappiamo che fare, o meglio che faremo tra qualche giorno, perché è chiaro che oggi (il 07/08/2014) non possiamo andare sul Bernina, meteo brutto. Va beh, qualche giorno di arrampicata in Val di Fassa in attesta della stabilità che è alle porte.

E invece quel “qualche giorno” diventerà “tutta la vacanza”: tocca arrendersi all’evidenza di una mancanza di stabilità che sia di giorni. Quest’estate è stata una NON estate. I sogni di gloria di alta quota diventeranno delle giornate di arrampicata in Val di Fassa e a Falzarego, intervallate da tre giorni di pioggia. Pioggia che poi prenderemo un po’ tutti i giorni.

Già, perché quei giorni che al mattino sembra stabile, poi peggiora. Addirittura la neve il 16/08/2014! E che freddo su pareti esposte a sud, altro che agosto, sembra novembre. Va beh, non siamo mai stati fermi, però nemmeno mai tranquilli: vie corte, ma sempre col timore del temporale, che certe volte vedevamo non troppo in lontananza pregando non arrivasse sopra le nostre teste..

Va beh, raccontato prologo e epilogo, che sembrano quasi un piagnisteo, sfogo le considerazioni che altrimenti avrei rimarcato in ogni post successivo, annoiando la lettura che così cercherò di rendere esente da tutto ciò, seppur tutti i giorni sognassimo neve e ghiaccio (ma a 4mila metri, non 2400).

Le “Vacanze Montane 2014” diventano le “Vacanze Dolomitiche 2014”.