sabato 29 ottobre 2016

Bastoni a colazione, birra e vino la sera: Traversella Climbing Days, 1/3

“Tre giorni in falesia? Te?!” chi mi conosce lo sa che è alquanto strano che mi dedichi all'attività di falesista (e infatti son pure scarso ad arrampicare), figurati quando gli ho detto che ci dedico 3 dei 4 giorni del ponte del primo novembre! Di Traversella me ne hanno sempre parlato bene, si paventa che tutto potrebbe cambiare nei prossimi tempi, si è tirata su una compagnia che pare buona (e si dimostrerà tale), il meteo è ottimo, quindi perchè no, andiamo!
Mattia, Roberta, Stefania, io, Roberto, Anna.
Già l'arrivo al paese denota quale sarà lo spirito del weekend: mangiare a più non posso! In centro troviamo un alimentare che fa panini e pizzette ottime e a prezzo superbuono. Poi è ora di incamminarsi, dai mo che c'è qualcuna che vuole mettere su un grado secco.. Ma già fin dai primi passi emerge un altro spirito del weekend: la risata. Pantone Arancio Pellegrini, Parco Giochi, castagneto tremando sotto la bombardata di ricci..
Arrivo al Rifugio Piazza, in completa scialla per uno come me sempre frenetico di fare fare fare. Solo alle 11 iniziamo a tastare la roccia di Traversella, qualcosa che dovrebbe essere simile a Rocca Sbarua, ma che si rivelerà ben più ostico di quello che credevo. Ma i gradi, sono mezzi fasulli eh.
Partiamo dal Settore delle Masche, un po' di monotiri dalle blande difficoltà siccome mi hanno messo in guardia di partire con calma qui. Li saliamo un po' tutti, con la continua paura dei ricci dal cielo, Mattia che sale anche da prima, Stefania che litiga coi pantaloni a vita bassa: siamo solo noi al momento, spettacolo. Sole alto e possente che consente di arrampicare in libertà senza maglietta.

Con la fame che continua a mordere e i panini che presto finiscono, ci spostiamo al Settore della Cotoletta, dove ci sono già Roberto e Anna annoiati dalle troppo facili vie delle Masche. Partiamo io e Stefania su un 5a che..fischia se duro! Alla faccia dello strapiombante senza una mazza. E bastoni sui denti.
Andiamo a provare altre cose un po' più facili, ammirando piuttosto quelli bravi che salgono dei 7a e dei 5b che già vedo col binocolo. Già sul 4c si suda parecchio..va beh dai, domani andrà meglio! Un bel 5a in spigolo ma da secondo, per preservarmi per domani appunto, e poi ormai sotto sera si rientra verso il rifugio.
Birra sì birra no, birra eccerto anche prima di una cena che incombe! Cena dove ci mangiamo anche gli occhi e dove si beve a spron battuto, volano risate, canzoni, due chiacchiere coi vicini, e poi a nanna che domani si fa sul serio.

Domani qui e dopodomani qui.

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Qui la guida.

sabato 22 ottobre 2016

La cordata della salute: Moonbears

Quando si dice “arrampicare in buone condizioni fisiche” occorerebbe fare esempio di questa giornata: al contrario. Io che dopo il triathlon dei poveri e la nottata di sabato ho passato una settimana di mal di gola e assenza di voce. Giorgio reduce da due giorni di malattia. Stefania che sta bene, ma inizierà a tossire oggi. La cordata della corsia d’ospedale.
Io Moonbears in realtà l’ho già salita tempo fa, ma siccome Giorgio la vorrebbe fare, andiamo, che meglio la compagnia che la via. Quando poi la compagnia si presenta con la crostata per rimpinguare la colazione e gnocco e formaggio a fine gita, come dirgli di no! Poi ci sarebbe anche la mezza voglia di concatenarci “Le strane voglie di Amelie”, ma in tre sappiamo che questo sarà difficile.
Partiamo prestissimo visto che quella parete è una delle più affollate della valle (e dopo ciò che ho visto sulla Bellezza della Venere..), i primi due tiri sono in comune con due delle vie più frequentate della Valle del Sarca, affollamento, untezza, la sintesi del perché Arco non mi va a genio (avessi il 6c, forse troverei vie meno unte e meno affollate).
E infatti mentre ci incamminiamo, dall’altra parte della strada marcia una squadra di concorrenti, armati fino ai denti, corde e ferraglia, casco già in testa, sono in 6. Acceleriamo il passo, ci manca solo che ci sia già gente anche all’attacco, ed è appena l’alba! Ma quando arriviamo alla cancellata scopriamo di essere i primi. Almeno. Siamo in tre, c’è il forte timore di essere sorpassati con tutto il caos di corde e salami incrodati che può seguirne.
Parte Stefania, che si è già divisa i tiri, ai lei i primi tre, i più facili ma anche i più unti. E infatti già lasciare il piedistallo della cancellata è un affaire mica da ridere: la vedo cincischiare e mi dico “mammai mia, se andiamo così su questi gradi, chissà dopo” e invece quando dopo Giorgio toccherà a me, capirò il perché. Zero appigli e appoggi saponati.
Secondo tiro in completo traverso, io e Giorgio raffreddati come siamo temiamo fortemente questo freddo che attanaglia: la valle spara vento e il cielo non spara sole. Ma non mi sto a vestire nella speranza esca la palla di fuoco, e chi visse sperando..ciaone.
Da S2 le strade di Moonberas, Orizzonti Dolomitici e Amazzonia si sperano: bene, speriamo di trovare della roccia meno consumata, ma non ci spero. Le cordate sotto di noi (di fianco a dir la verità) sappiamo fanno altro, vediamo quelle che verranno.
Dopo i tre tiri iniziali, tocca a noi “vai tu o vado io, vado io o vai tu” faccio decidere a Giorgio e parte lui: solo Stefania ha studiato la relazione, io la via l’ho già fatta ma tanto non la ricordo, e Giorgio l’ha proposta. Che gentaglia. E nonostante di quelli che tocca a lui questo sia il più facile, lo si vede pensare parecchio a come uscire da un passaggio.. Annamo bene.
E invece dai, annamo. Giorgio su L5 ci mette il tempo che gli serve, ma sale senza colpo ferire quello che ricordo essere un tiro bello tosto, a sfruttare questa fessura il più possibile in diedro, ma con qualche passo in Dulfer: piuttosto fisico e da fidarsi di piedi che poggiano su saponette. Stefania ringrazia, o meglio ringraziano le sue braccia.
Ultimo tiro per Giorgio, il malato in guarigione. Molto più malato il sole, sempre dietro una coltra di nubi che non lo lascia andare, e noi al freddo. Infatti non mi sento più le dita, arrampicare così, e su questa roba poi, è fantastico. Tiro meno continuo, ma un paio di passaggi in placca rendono il “un ci passa manco ‘no spillo”, toscanismi..
Ed eccoci a S6, cambio della guardia, finisco io la via! Intanto un’occhiata giù rivela che ci sono cordate che ci inseguono, formichine su tutta la parete e addirittura anche all’attacco! No vabbeh, ma se fossi alla base andrei da un’altra parte.. Il mio primo tiro è piuttosto semplice, preludio invece a una tempesta di verticalità.
Ahimè non canto, ogni seconda parola è strozzata dal mal di gola, finisce del pozzo senza fondo delle ugole malate. Ma per questo tiro provo a farmi forza e canticchiare. Lo strapiombo iniziale viene superato relativamente bene, le braccia non sono troppo cotte dai tiri di Giorgio. Ma la placca successiva senza piedi..dura! E poi mi scappa, mi scivola, sempre la mano destra, ma perché?! La guardo. Ah.
Il dito medio è avvolto da una sciarpa di sangue che non ho chiesto, e oggi scopro che il sangue è un ottimo lubrificante! Ma qui mi serve dell’aggrappante! Butta la mano nella magnesite, pulisci, di nuovo un tuffo, la presa, unta di rosso, scivola, maledetta. Prova, riprova, continua a sanguinare. Ho capito, azzerata o non si passa.
Superata la placca verticale le difficoltà calano, ma non troppo, a sinistra di un diedro vegetato che poi lo si riprende dopo un traversino dove esser bassi è meglio (Stefania, visto?). Ora ricordo anche questo di tiro dall’altra volta con Nicola e Marco! Diedro liscio e sosta all’ombra di un albero: ma io vorrei del sole! Il libro di via..non c’è, siccome manca il coperchio della scatola, inutile tenerci un libro da pucciare nell’acqua piovana.
Arrivano i miei amici, ora sono ben più allegro e canterino, ma Giorgio mi sfotte il mal di gola e inizia lui a intonare le mie canzoni, bastardo!!! Parto per l’ultimo tiro, avventurandomi su uno strapiombone: one non tanto perché sia a tetto, ma perché è tanto da abbracciare! Vorrei essere il terzo di cordata per godermi la scena di Stefania che non arriva alla presa buona e si ghisa, e invece..
Salto la sosta ufficiale e continuo fino alla rete di contenimento, ora sì che il sole è uscito e si sta bene! Fame e sete, mentre recupero i miei amici gli do sfogo, la mia povera gola.. Eccoli che arrivano, foto di gruppo e poi “Che famo? Giù alla birra o su alla via?”: due conti sugli orari, Stefania che ne ha abbastanza ma ci dice di andare tranquilli, Giorgio che non vuole essere a casa tardi..birra in compagnia!
Scendiamo con calma ammirando i sirenetti del Lago di Toblino, una bella birra e spuntino al solito bar delle Placche Zebrate sognando già altre arrampicate: magari con della salute in più però!

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domenica 16 ottobre 2016

Lasciamo il buio alla notte: La Bellezza della Venere

“Ragazzi mi raccomando, la sera prima di uscita a letto presto per esser freschi eh?!” e chi avrà il coraggio di dirlo ai prossimi corsi? Ok che mia mamma mi ha sempre detto “Fate quel che dico, non fate quel che faccio”, però.. Il sabato di riposo si è trasformato in un triathlon dei poverini, ieri sera il concerto di Morgan canta Bowie e poi fino alle 3 a ballare, sudato da matti prendo pure freddo, a letto alle 4e30 e sveglia alle 6: guidato fino ad Arco e..ora se rampega!

Siccome siamo freschi, scegliamo una via facile dal punto di vista tecnico, ma per Stefania molto difficile dal punto di vista psicologico: La Bellezza della Venere, una delle creazioni più facili di Grill, e per questo anche affollata, come oggi. Ma almeno al sole e quindi probabilmente asciutta dopo gli acquazzoni di venerdì e le pioggerelle di ieri.
Al parcheggio si pensava di essere nei tempi giusti, e invece già lo si trova affollato, con un corso del CAI di Padova che parte diretto verso la nostra stessa parete: fino all’ultimo speriamo non vadano sulla nostra stessa via e invece..vabbeh. Alla base di Mercurio Serpeggiante troviamo Dario e Eros, e sulla via da noi prescelta sta salendo Federico con sotto Mattia e Tommaso: com’è piccolo il mondo!
Esaurita la fila delle tre cordate davanti a noi, parto io con altre due cordate che aspettano. Salgo abbastanza svelto, poche foto che oggi è meglio pedalare per una serie di motivi: non trovarsi nel traffico, evitare i sassi di chi hai sopra (più gente sopra = più sassi che fanno base jump), voglia di finire presto per svaccarsi al sole a dormire.
Già a S1 mi spoglio rimanendo in maglietta: i pantaloni ahimè non si possono cambiare, mi ci scioglierò all’interno. Oggi purtroppo si canta poco per via del mal di gola (fai fai il giovane la notte!), Stefania viaggia su L2 e cerco comunque di rallegrarle la salita con le mie dote canore, seguito dal simpatico Davide che poi si alleerà con la mia amica contro di me. Come al solito.
Su L3, da S3, mi rendo conto di quanta gente ci segua: ci saranno 15 persone sotto di noi, e contando le 8 sopra..scappiamo! Ma L4 per Stefania ha un certo significato, e non posso certo metterle pressione proprio qui. Con Federico in sosta, Mattia e Tommaso che salgono, Davide davanti, anche Stefania parte arrampicandosi sul povero Paolo.
Provo a dare sfogo alla mia ugola di piombo, ma dopo due perentori “Taci!” desisto e anche la mia gola ringrazia. Ecco la mia amica che sale, traversa, e poi nella zona clou. Non tentenna più del “solito”, qualche passo da correggere, io ben attento, e lei che sale. Sale. Sale. Sale. Sosta. Giornata di successo! Scogli che si superano, e invidia personale (il mio scoglio..chissà quando verrà).
Raggiungo Stefania in sosta mentre Davide continua a dirmi “beh Andrea perché non canti ora?!” e preso dalla sfida inizio col mio repertorio migliore. Peggiore per chi mi ascolta. Ora la via è tutta in discesa, nonostante sulla carta non lo sia. Su L5 un bel fessurone dopo una blanda passeggiata, almeno siamo riusciti a “seminare” chi ci stà dietro.
Per Stefania ultimo tiro, con un sole accecante e un bel traverso in leggera salita a raggiungere i nostri amici in sosta. Ora lei viaggia in sicurezza, col sorriso e con tensioni ben più basse della partenza: oddio, in realtà in macchina all’andata se l’è dormita tutto il tempo..non pareva così tesa!
Ultimo tiro per me, una partenza da mettersi bene se no sbandieri e ti butti in fuori come uno sciocco, poi si sale bene fino a una sosta che non si vede: da essa, vedrò spuntare la mia amica all’improvviso come se “ma da dove arrivi?!”.
Eccoci fuori, relativamente presto pure, ma meglio così. Il Mars oggi è meritatissimo, e ce lo dividiamo di gusto mentre ormai si scherza e ride, nervi stesi e sonno che ancora è soppresso dall’adrenalina. Una discesa a parlare delle sensazioni provate, complimenti a Stefania. Complimenti che poi devo ritrattare quando sbaglia sentiero di discesa, finendo in direzione Dro invece che parcheggio..

Sistemata la mia piccola casa ambulante, tentiamo l’attesa di Dario e Eros, ma fatta una certa ora io e la mia amica partiamo per birra e panino e insalata al bar Placche Zebrate. Un gelato e un caffe (ma ne servirebbero 10), e si torna in pianura con la voglia di ritornare già ad arrampica il prossimo weekend.

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sabato 8 ottobre 2016

Libertà burrascosa sul percorso della Cima Tauffi Trail Light

Meteo, impegni, orari notturni imprevedibili, non permettono di pianificarsi un weekend “tecnicamente” accattivante: ma possono portare a giornate di libertà senza pensieri. Sulla scia della scorsa domenica, opto di nuovo per un trail in solitaria: gambe in moto e testa spenta.
Autostrada no grazie, Appennino Reggiano già stato, vediamo nel modenese che si può fare: e così mi viene in mente la Cima Tauffi Trail, troppo lunga la “completa”, ma la light va benone! Km, dislivello, salita al Cimone, cresta al Libro Aperto, c’è tutto! Solo speriamo il meteo regga un pochino, almeno finchè arrivo sul Libro Aperto, altrimenti lassù c’è da star male tra freddo e evento, e da perdersi in mezzo alle nuvole.
Parto già in ritardo, fatico a trovare il sentiero di partenza, e il cielo verso il crinale est è già pessimo, ma sopra di me no. Riesco a salire nel primo tratto con temperatura discreta, corricchiando parecchi tratti grazie alle pendenze piatte o blande, ma a Passo Serre inizia a piovere e non promette nulla di buono.
E niente, arrivo in cima e torno giù, pace: troppo pericoloso perdersi o prendere troppo freddo proseguendo oltre. Intanto incappucciato e coperto con l’impermeabile, continuo la salita, da solo, nei boschi, pochi rumori di civiltà e tantissimo rumore di silenzio. Sbuco sulle piste, roccette per arrivare al Sasso della Capra, e sorpresa: pare non piovere più! Ma dai 2000m in su è tutto avvolto nella nebbia.
Salita rapida verso una vetta che conosco già, luci strane e grigio che sfuma sotto le orde del vento, che qui sono ancora gridolini strozzati, sopra saranno urla discrete. Memore della fatica fatta alla MOHL, non guardo in su (va beh che vedrei poco) ma solo giù, anche per non scivolare. E infine, eccoci alle costruzioni dell’osservatorio, e quindi al monumento di vetta.
Eddai, provo a continuare! Non piove, non nevica, freddo sì e nubi pure con visibilità spesso a 10m, ma si può provare: anche come tempi sono messo bene direi. E per fortuna che vado, perché ora inizia la parte divertente, la libertà di correre senza (apparenti) confini, senza (apparente) meta, solo io, le mie gambe e la natura che mi avvolge (mi stringe quasi, tra vento e nuvole).
I tempi dei cartelli vengono ovviamente (e per fortuna) polverizzati, ma la cresta è più lunga di quello che pensassi, e mi capita pure di perderci tempo perché un tratto è sprovvisto di indicazioni. O meglio, sono distanti 30m le une dalle altre, il terreno è uniforme in tutto il campo da calcio che mi circonda, e non si vede a 15m.
Incrocio le prime due persone, tutte imbacuccate e io in modalità leggera. Sassi e pietre, poi finalmente al bivio dove dovrei iniziare a scendere verso valle, lasciando questa nuvolaglia, ma..no dai, saliamo anche al Libro Aperto! Già che son qui, si fa.
Giù a crepacollo in mezzo a praterie rosso fuoco per i mirtilli autunnali, il sole che ogni tanto mi fa visita, le nuvole minacciose sul crinale che ogni tanto lasciano intravedere qualcosa (ma non potevate farlo un’ora fa?!). Dal Gran Mogol in poi l’umanità torna a farsi vedere, ma il mio passo mi permette di non lasciare più che un “buongiorno” nell’aria, potendo poi tornare a stretto e solitario contatto con la montagna.
Risalita, la stanchezza inizia a farsi sentire, ma soprattutto la voglia di “finire”, almeno per oggi. Tratto in piano verso est, e finalmente al Passo della Mirandola si ricomincia con la discesa. Nervosa, tecnica, pietre smosse e fango scivoloso: non che non ci fossero già stati tratti così, ma prima ero più lucido. Un salto tra pedoni che pensano che il sentiero sia tutto loro (sono educato, chiedo “permesso”, ma se non vogliono sentire..io devo passare), ormai il paese è vicino.
Ed eccoci a Fanano, di nuovo, dovendo poi risalire all’auto (parcheggi a pagamento in tutto il centro, tutto l’anno!). Cielo scuro, sempre di più, ma a me ora non interessa: la mia nuova meta si chiama “panino al formaggio, birra media, doppia razione di torta” e che piova o non piova..la raggiungo lo stesso! Qualche numero: 34km, 2200m D+ e altrettanti D-, 5h40min.

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domenica 2 ottobre 2016

Libertà è..correre in ampi spazi: Appenino Reggiano Trail

E dopo la via di ieri, la sera si è fatta baracca, quindi la domenica meglio lasciare stare cose “serie”, che poi anche il meteo non è per la quale. Ma siccome “se mi rilasso, collasso", scarpette, zainetto, bastoncini, e trail o skyrace sia! Che poi, ci sarà differenza?
Alla partenza da Febbio mi accoglie un vecchio con la barba bianca che mi rivolge parola: siccome per me la barba è sinonimo di saggezza (tranne la mia) lo ascolto: “non andare lassu, c’è nebbia, c’è freddo, c’è vento!”, e sticazzi no?
Subito vertical per la vetta del Cusna, caldo sotto le nuvole, freddo umido in mezzo a esse e al vento. Ma la zona la conosco come le mie tasche, io non ho paura (ehhhhh). Giù verso Presa Alta, sbaglio pure il bivio visto che 10 persone stazionano sul sentiero senza aver pensato che fermarsi a picnicare così in mezzo..sei in mezzo alle palle.
Si risale verso Passo Romecchio, nei pressi del quale si respira atmosfera autunnale tra vecchi faggi e nuove nebbie. Crinale (amato crinale!) verso il Monte Prado, tra gli ultimi sforzi e la fatica, beata lei, che avanza. E mo? Almeno due volte ho già fatto lo stesso o simile giro fino qui, senza attentarmi a continuare sullo 00, ma oggi..
Giù in mezzo alle nebbie spazzato dal vento, poi ne sono fuori (sono più basso) e con un bellissimo single track che taglia il versante mi pare di essere leggero. Libertà, spazi aperti, nessuno in giro, un orizzonte lontano e sopra le nuvole, quasi a toccarle.

Dal Passo delle Forbici scendo al Rifugio Segheria, ma speravo fosse più ripida la discesa, in modo da potersi “lasciare andare”: invece tocca correre seriamente, e intervallare con del cammino. Dal rifugio ultima salita verso Passo di Lama Lite e poi Passone, dove i flauti ovviamente fischiano.

Salita finita, si viaggia in discesa. Quante pecore! Arrivo alle spalle di un signore che quando si accorge di me si spaventa come avesse visto un fantasma: ok che sono brutto e puzzo, ma un po’ di contegno! Come quella che per farmi passare si lancia sulla destra come per evitare un tir: ok che son grosso, ma educato!

Dopo 34km, 2350m D+ (e D-), percorsi in 6h, almeno una birra piccola me la merito da Dona. Piccola però, perché va bene abbinarla a un panino, ma se la bevo media, con le sole 4h di dormita di stanotte (e 4 di ieri, e le poche degli ormai due-tre mesi a questa parte).. non arrivo a casa.

W lo skyrace!

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sabato 1 ottobre 2016

Piccole ma dispettose: Spigolo Scorzato

Vogliamo il sole e il calduccio! Dopo il vione dello scorso weekend, ci accontentiamo di qualcosa di più corto ma magari più difficile. Ecco, diciamo che giunti alla base e rivista la relazione, non credevo così corta ma nemmeno così difficile. In rete avevo trovato questa, ma su questo libro il grado è superiore di quasi un’unità e i tiri quasi la metà..
Al parcheggio il sole c’è, e fa pure caldo, ma sotto di noi dorme un tappeto di nuvole che sarà bastardello. Intanto quasi piantiamo la macchina che scivola nell’erba bagnata.. Ci pensiamo al ritorno, adesso sta qua. Passeggiata sull’asfalto e in seguito sul ben più “impegnativo” sentiero della Loffa, dove la mia amica Stefania quasi perde la vita scivolando dove l’erba nasconde il vuoto..”aho, ma che fai?!”.
In lontananza vediamo al nostra torre, seguiamo la relazione trovata su web che però ci fa sbagliare e quindi perdere tempo: non arrivate al sentiero della Sella dell’Emmele! Sempre sul sentiero della Loffa, si risale il Boale dell Emmele (credo sia lui, in ogni caso su un masso in rosso c’è scritto “Torre dell’Emmele”, ma all’andata non l’abbiamo visto).
Inizia la risalita sudata alpinistica, tra massi, ghiaie, erba, arbusti, e le nuvole che iniziano a salire, maledette. Bolli rossi è vero, ma ce ne sono in varie direzioni a volte. Un’altra cordata ci conferma la direzione e la zona d’attacco, oltre che dirci che sì, la relazione di Casarotto è più corretta. Va bene..
Parto io, così mi becco il tiro chiave. Orami siamo nella nebbia, al freddo, con a volte pure del vento: spigolo solare, ma Piccole dispettose! Il III non lo vedo, qualche passo mi pare ben più duro, ma i 15m finiscono ben presto..
Stefania su L2 trova qualche difficoltà, e ciò combinato al fatto che non abbiamo particolare fretta (via corta, nessun appuntamento stasera, meteo stabile) ci culla in un senso di “tola dolsa” (prendila comoda). Solo mi dispiace che io in sosta sento le dita che pian piano si congelano. Due arrampicatori di fianco a noi confermano alla mia amica che ha raggiunto la sosta giusta.
Cavoli, ora mi tocca il tiro che Casarotto grada fino al V+: vediamo se ci riesco, perché sono parecchio dubbioso. Beh, di certo non è banale, però non mi pare nemmeno così estremo: sarò che sono in giornata buona, sarà la massiccia presenza di chiodi che conforta lo spirito (ma io in genere mi cago a dosso sia in slego sia con i fix, perciò..), salgo guardingo ma abbastanza sciolto. 45m di godimento comunque, con una roccia ottima per quello di solito sono le Piccole Dolomiti.
Ritocca a Stefania, quello che potrebbe essere l’ultimo tiro, e invece no. Parte disinvolta, un tiro molto estetico che lascia lo spigolo per un massiccio spuntone simil piedistallo, e poi ritorno verso uno spigolo che poi scema. Le nebbie si muovono e ogni tanto regalano qualche squarcio in mezzo a loro: si intravede il Cornetto, si intravede la base della via, ma il tutto è molto fugace.
La mia amica ha osservato i due ragazzi uscire a destra, e tra me e me penso “di certo non è la nostra uscita, però..quasi quasi..”. Pesto i mughi che toccavano a lei, ed eccoci, una parete che non sembra di certo di III, ma sono pochi metri. Mi ci lancio, e sorpresa: la roccia non è più ottima, anzi! Guardingo e delicato si superano gli ultimi metri, per poi finire sul pendio di ghiaia, erba, massi, roccia, terra, destinazione il mugo di sosta.
Con un panorama tipicamente del luogo (nebbie), ci cambiamo e scherziamo, con calma, che tanto un’altra via di certo non si concatena, e la caduta fatta inizialmente sul sentiero della Loffa ha lasciato qualche dolore a Stefania: anche per questo non prendiamo il Sentiero dell Arroccamento, ma scendiamo verso il sentiero della Loffa.
E in questo bosco che prima era buio ma soleggiato almeno fuori, ora si respira un’atmosfera da film horror: nebbie, visibilità scarsa, foto che vengono smosse. Che suggestione! Ormai vicini alla strada, dopo aver saluto il dirupo che ha attentato all’incolumità della mia amica, comincio a fare qualche ululato giusto per vedere se qualcuno si spaventa: ma siccome ognuno è seguito da una risata..serve a nulla!

Qui altre foto.
Qui report ricco di info.
Qui una relazione, ma consiglio questa guida.