domenica 11 dicembre 2016

Altro giro altro regalo: Teobaldo al Monte Foppa

Non fai in tempo a rientrare a casa da ieri, e c’è già da ripartire: bella vita! Non c’è che dire, un mesetto lontano dai monti, ma questi quattro giorni ho recuperato parte del tempo perduto.
Dopo le rassicuranti news di Giampa, confermo la mia scelta di ritentare questo canale che ci cacciò (ma divertì come bimbi) qualche anno fa. Quella volta tutto era pure più complicato: parcheggio a km di distanza da Malga Lincino e salita in messo alla neve a cercare il sentiero. Oggi invece arriviamo comodamente in auto (che tornanti stretti!) fino a 1600m.
Altro cielo stellato, altro arrivo a buio, ma oggi siamo soli. Magari c’è l’orso in giro che vuole farci compagnia, ma di ominidi nemmeno una traccia. Con calma si mangia qualcosa, ci si prepara, e poi in cammino con Stefania che dopo poco esclama “Ma è quello la?!” indicando il profilo del Monte Foppa contro il cielo.
La salita al Rifugio Lissone è un bel vertical, e come avevo letto su un report occorre stare molto attenti al ghiaccio che in numerosi tratti invade il sentiero. Un’occhiata giù ogni tanto mi fa scorgere parecchie auto che arrivano, ma solo due persone verranno a fare il canale, le altre probabilmente vanno in giro per cascate.
Albeggia quando mettiamo piede alla quota del rifugio, quando scorriamo alla “base” dell’infinita Val Adamè che laggiù in fondo termina con quel ciccione del Monte Fumo. Siamo saliti con relativa calma, ma ancora nessuno ci ha raggiunto: meglio, perché eviterei di avere gente sopra la testa nel canale.
Il versante del Monte Foppa di fronte a noi è un groviglio labirintico di salite verso l’alto, interrotte da placche lisce o solcate da profondi spaccature: il Teobaldo invece è evidente, dritto, leggermente incassato e nascosto se non lo si guarda da davanti. Esteticissimo.
Mari di ghiaccio sullo “stradone” che ci porta verso il “cono” alla base della montagna, le prime difficoltà serie da superare siccome i ramponi dormono ancora in fondo allo zaino. La neve fin qui scarseggia, e osservarsi intorno e vedere più terra e roccia che bianco è deprimente. Imbocchiamo il sentiero allegri, la mia amica super carica di entusiasmo.
Per una progressione più sicura e veloce, vai di ramponi. Si risale con la costante vista della nostra meta, del nostro desiderio. Ma quanto è lontano?! Non è tanto la fatica che ci rende lungo questo tratto, quanto l’impazienza di tirare fuori le picche e infilarsi nelle viscere della parete.
Finalmente arrivo alle rocce all’imbocco del canale, via i bastoncini e fuori le picche! Un leggero e continuo spindrift dentro il canale mi suscita un po’ di brividi lungo la schiena, ma è poca roba mi dico. Un po’ troppo fifone a volte, ma siccome delle vite me le sono già giocate.. conserviamone il più possibile.
Attack fase! Canale facile, ma molto estetico.
La neve di ieri era decisamente migliore, tutta da punte, oggi invece si gradina. Le tracce di ieri non ci sono sempre, e quindi un po’ di tracciatura è necessaria: ma questo è godimento, non fatica per me. Qualche pausetta al riparo da eventuali scariche per aspettare la mia amica, poi si riparte.
Un bel passaggio in una strettoia che cerco di affrontare rapido per evitare di trovarmi troppo tempo dentro un imbuto. Pareti lisce alla destra incrostate di neve e ghiaccio, con la polverina che scende spinta dal vento che soffia in alto.
Sempre più, e man mano un po’ più stretti. L’uscita lassù inizia a già a farsi vedere, e noto che alla base altri due alpinisti si apprestano ad attaccare il Teobaldo. Noi continuiamo per la nostra strada, entrambi felici ed estasiati: nonostante la fatica, Stefania ripeterà spesso “che figata!”.
All’uscita non manca molto, ma i due sotto ci stanno recuperando (beh, trovano anche tutto ben pestato..): non ho intenzione di farmi soffiare l’uscita però! Non si tratta di competizione o di testosterone, tanto ci sarà sempre qualcuno più bravo e forte di me, anzi qualcuni. Però poter esser il primo a vedere cosa c’è di la, sbucare al sole, apprezzare quel terrazzo in solitudine e intimità. Avere la ricompensa della battitura della traccia!
Mi metto a passo costante senza aspettare nessuno, non esiste più freddo, il sudore inizia a dover essere asciugato dalle moffole. Un po’ di foto, qualche sguardo verso l’alto, e le rocce che si avvicinano: è mia. Esco, la Val Daone sta dall’altra parte, il Care Alto, ora posso voltarmi e scorgere l’Adamello. Ripenso a Messner quando mi firmò l’autografo sulla cartina “Sempre bello l’Adamello!”.
I due ragazzi che ci seguivano non tardano ad arrivare, Stefania se la gode sotto ed infine esce anche lei dal budello del Foppa. Non può insultarmi e percularmi come vorrebbe perché c’è gente: oddio, strano questo suo contenimento, di solito non ce l’ha (vedasi Torre Cartuccia). Ma niente Mars ancora, la vetta è lontana, c’è la cresta da percorrere!
Faccio passare avanti “una”, la cresta è tutta tua. Bella aerea, esposta, qualche cornice e quasi tutta di misto neve erba rocce. Ma ben più facile del Feechopf. “Ma è quella la cima?!” “Ste non credo, quando ci arrivi ti guardi intorno e vedi se nell’arco di 100m ci sono punti più alti e se c’è una traccia che prosegue”: almeno tre volte questo dialogo, lungo questo bello e panoramico tratto. Fortuna il vento non tira e ci risparmia ancora. Quante belle foto.
Eccola la vetta! Le tracce finiscono, intorno non ci sono più alti, ci siamo! Possiamo abbuffarci per placare la fame, rilassarci al sole, ammirare il panorama. Da soli. Completamente soli. Momenti per i quali valgono le ore di fatica. Soddisfazioni.
Dopo esserci gustati la cima, a ritroso lungo la cresta, con uno sguardo giù ad altre possibilità di salita (ma ben più difficili) e la voglia di arrivare presto all’auto, alla birra, a un pasto di sostanza. Ma si sa che una cresta del genere è più lunga da scendere che da salire.
Si oltrepassa l’uscita del canale per dirigersi verso un canalone più a nord per scendere, e proprio quando dobbiamo affrontare un infido traverso..sbadam! Il vento inizia con delle folate che ti sparano mitragliate di ghiaccio negli occhi! Tratto delicato e poi fine del sole, si torna nell’ombra.
La differente esperienza di certi terreni diventa ora più marcata: io me ne scendo veloce e rapido, la mia amica.. un po’ meno. Vabbeh dai, posso farmi delle lunghe pause a contemplare la Val Adamè e pensare al senso della vita, perché esistiamo, cosa facciamo, dove andiamo, un fiorino.
Detonata, ma “ce la farò anche st(r)avolta”: Stefania però si è troppo divertita, le è troppo piaciuto per passare dal “grazie” al “#pellegrinimiucciderai, accidenti a te e queste fatiche”, anche se meglio non svegliare can che dorme, o che non abbaia.
Quando ormai risiamo al punto dove abbiam calzato i ramponi stamane, scoppia la risata isterica della mia amica: non ce ne è più per nessuno! Ma essendoci solo io qui, non ce ne è più per me e basta.
Adesso però i ramponi me li tengo quasi fino al rifugio, che quelle due lastre maledette le voglio pestare con arroganza invece che scapparci ai lati rischiando di cadere malamente nel burrone sotto, e che è! Finalmente al Rifugio Lissone possiamo spogliarci dell’attrezzatura e ripristinare l’assetto più comodo (ma con la schiena più pesante).
Ancora uno sguardo alla nostra salita, “Ma te guarda quanto era lontano, ma quanti km abbiamo fatto oggi?!” ”Ste ma va la, ci aspettano cose ben più dure in futuro, tranquilla!” “Ci vai poi da solo”.
Il ghiaccio sul sentiero è ancora lì, la discesa non può esser veloce come dovrebbe, ma è resa più interessante da un’interrogazione che poi continuerà (ahimè) in auto. Prima però pensiamo a come riempirci lo stomaco, che la mente e il cuore il pieno lo han già fatto lassù.

Qui altre foto.
Qui e qui  report.

sabato 10 dicembre 2016

The sound of happyness: Cima Mengol, Canalone Ovest

Noi si dice “mi ride anche il culo”. Non trovo parole migliori per rendere la gioia con cui finalmente rimetto i ramponi ai piedi. E per una destinazione che fa parte (anche se in modo leggermente defilato) di un gruppo montuoso che i miei amici di montagna denigrano: le Orobie. E oggi manco son stato io a scegliere la meta!

Anche la compagnia è piuttosto insolita: io, Cristian, Mattia e Roberta. Sveglia di buon ora, si buca la nebbia che opprime la pianura, e intorno alle 6e30 arriviamo sotto al Rifugio Cimone della Bagozza: la penuria di neve tiene aperta una strada di cui altrimenti avremmo dovuto percorrere km a piedi. Una gran folla ci accoglie, mentre lentissimamente ci prepariamo.
In cammino, con l’aria frizzante e il morale alle stelle, sia per noi “veterani” che per le due “reclute”. Il profilo del Cimon della Bagozza è inconfondibile e stagliato verso un cielo limpido ma già troppo chiaro: l’alba arriverà troppo presto! Ma seguendo il sentiero il profilo si allontana invece che avvicinarsi.. Tentenno, saremo sulla strada giusta? La cartina 1:50000 non aiuta.. Ma fiducioso..ecco il bivio!
Si passa dalla forestale, ai prati, a un laghetto, alla sassaia che vuole famelica le nostre caviglie. La nostra meta ancora non si vede, mentre un gruppo di alpinisti ci supera avendo preso una scorciatoia. La Bagozza è evidente, la prima cima orobica che tentai anni fa con Marco ma che ci respinse per la poca neve (poi rimediammo il giorno dopo col canalone del Redorta).
Una volta sul ghiaione a grana grossa, dove le prime strisce di neve ci ricordano che presto inizia il divertimento, osserviamo almeno 15 persone verso la Mengol Surprise: troppo ottimisti l’avevamo messa come prima scelta, ma questa folla ci rende maggiormente corretto optare per il più facile canalone ovest, che invece saliremo da soli. Poco oltre, si calzano i ramponi.
Quick quick, la neve è ottimamente dura, solo le punte degli artigli si conficcano nella neve: fortuna le pendenze sono modeste, o i polpacci griderebbero.. di una gioia latticosa. Questo suono, par quasi metallico, ma non così duro. Nemmeno morbido come la neve dolce che si assesta sotto i tuoi piedi quando la pesti. È un suono diverso, the sound of happyness. Mi mancavi.
Il canalone è bello largo, si zigzaga oppure lo si prende di petto. Pareti rocciose alla nostra sinistra, alla destra ancora per un po il nasone della Bagozza. Poi pian piano ci si restringe, lontani dal mondo, dentro la montagna, che ci accoglie silenziosa e senza ostacolarci.
Mattia e Roberta alla loro prima volta non paiono per nulla intimoriti, anzi. Mattia esuberante come un bimbo al parco giochi, Roberta sale e contempla. Mi fermo ogni tanto al riparo di un masso o in una nicchia laterale (ok rischio basso, ma non si sa mai) ad osservare la ciurma che sale. Il panorama “chiuso”. L’ambiente. La libertà.
Noi sempre all’ombra, le cime intorno o lontane belle al sole. Il cielo blu. Ottimo meteo. Il canale si restringe, le rocce si avvicinano: la montagna non ci sta intrappolando, vuole solo abbracciarci più stretta. Basta che non ci stritoli. Nuove linee di salita più ardue per raggiungere la cresta, ma meglio lasciare stare oggi e cercare il facile.
Sbuco fuori dal canale, il sole mi colpisce, mi scalda, mi rinvigorisce e mi fa rinascere: partorito dalla montagna. E la macchina fotografica non va più, porco cane! I miei amici seguono dietro, io iniziavo a d aver voglia e smania di vedere cosa c’era fuori e ho preso un po’ di largo. Panorama ampio, ma non ancora a 360° visto che non siamo in cima.
Trotterello allegro sulla cresta, mi sposto su un promontorio (sotto vedo bene esserci la roccia, non è una cornice!) per vedere meglio gli altri e fare qualche foto col telefonino. Arrivano anche loro, siamo ancora soli anche se da basso si vede arrivare altra gente: la montagna è tutta per noi.
Tutti fuori, tutti felici, tutti affamati! Una sosta ristoratrice che anticipa il picnic di vetta, due chiacchiere e quattro risate.
Si riparte su neve molliccia e rada, un traverso e poi erba e roccette verso l’alto, alla ricerca del percorso migliore e meno scivoloso. Si sentono delle voci: altri già in cima, dove infatti troveremo un buon numero di persone salite dalla Mengol Surprise.

Ed eccoci anche noi! Giornata da favola, meteo strepitoso, condizioni ottime. La cordialità delle persone che troviamo in cima è disarmante: si chiacchiera con tutti, si scherza e si ride, ci si fa foto a vicenda. Un ragazzo mi elenca le cime che si vedono da qua finchè non esordisco con un “e quello là è il Cusna!”. Un altro che dopo un po’ che si parla “ma tu qualche anno fa non eri con un tuo amico sul Re Castello? Ci siamo già visti la”, è vero!
Una bella mangiata, una ragazza che arriva in reggiseno sportivo e semina lo scompiglio nei nostri deboli cuori (non in quello di Roberta) e poi meglio scendere prima che ci sia la calca nel canalone. Lasciamo questo pezzo di libertà e iniziamo una discesa (stavolta armati di picca che meglio non rischiare lo scivolone) che sa di..a quando la prossima?
Arrivati all’imbocco (uscita) del canalone, pronti a rituffarcisi dentro, noto tre alpinisti sulla cresta “verso” il CImon della Bagozza, che avevo addocchiato appena mi è comparsa davanti agli occhi un’oretta fa. Ma rimandiamo alla prossima volta. Scendiamo sempre all’ombra, con gente che sale, gente che scende, e Mattia che mi fa prendere un colpo quando mi giro e lo vedo culo a terra che cerca di arrestare lo scivolamento!
Le caviglie chiedono pietà, e la trovano appena finisce la neve: via i ramponi e fine delle pendenze cui adattare la propria andatura. Due chiacchiere con un altro alpinista, e poi con Montagnatore con cui scambiamo un po’ di informazioni e pareri vari. Ora posso fare i complimenti ai compagni di avventura di oggi.
Cerchiamo di prendere la scorciatoia ed evitare di passare di fianco al laghetto di stamani, ma non credo guadagniamo molto. Almeno possiamo ammirare dei bellissimi cristalli di neve e ghiaccio, l’esaltazione della natura geometrica, della regolarità microscopica che diventa macroscopica. Piccole grandi magie.
Superaccaldati sulla forestale, e poi alla macchina. Ci si cambia, e poi dritti coi piedi sotto al tavolo al Rifugio Cimone della Bagozza. Ci si sazia, e si progetta già la prossima. Insaziabili.

Qui altre foto.
Qui report.
Qui la guida.

venerdì 9 dicembre 2016

Ritorno sulla roccia: Placche Zebrate, Via Trento

Pare un secolo che non arrampico. Non un secolo ma più di un mese. E mi manca. E temo che, già essendo scarso, questo mese di lontananza anche dalle palestre indoor si farà sentire. Meglio andare alla ricerca di una via facile, o meglio abbordabile, e non aspettare oltre prima di rimettere le scarpette e le mani sulla roccia!
Con Stefania si decide di andare ad Arco, lontano dalle nebbie della pianura padana e alla ricerca di versanti al sole viste le temperature frizzanti. Una nuova pausa colazione all’arrivo diventa forzata nell’attesa che il sole superi la mole dello Stivo e delle sue propaggini per poter illuminare la valle del Sarca.
L’arrivo al parcheggio della meta designata è però una botta nei denti: freddissimo! Siamo all’ombra, e non pare che il sole qui arriverà mai: eppure la via è data a est.. Confidiamo nell’avvicinamento, che ci faccia svoltare in modo opportuno: nulla da fare, forse la parte alta è anche al sole, ma il primo tiro è decisamente di sofferenza! Dietrofront.
Le care vecchie amate odiate unte Placche Zebrate possono salvare la giornata? Ci dirigiamo verso di loro con tre vie papabili, ma solo una nessuno dei due l’ha mai fatta: speriamo sia libera dalla folla che di solito affolla questa parete. Nel tepore del sole si sta già meglio, e questo è già qualcosa.
Scorgiamo l’attacco e pure almeno due cordate, porcaccia la miseria! Ma giunti a pochi metri e scambiate due parole, tutti quelli che sono lì vogliono salire 46° parallelo che corre giusto a fianco: bene, possiamo salire la via Trento. Attacchiamo che sono le 10:45, follia!
Il primo tiro è un buon impatto con una materia che latito da un po’. Mettici il fatto che questa via (come quasi tutte quelle delle Placche Zebrate) è talmente unta che si scivola sul pari, e viene fuori un bel cocktail alcolico per uno che non beve da un mesetto.
La mia amica riparte per il secondo tiro, dopo una sosta affollata in quanto in comune alla via a lato. La ressa inizia a farsi sentire, anche perché una cordata sbaglia e finisce quasi sulla nostra via, dopo averci tirato un sasso in testa..
Il terzo tiro dovrebbe essere il più duro. Evvabbeh, un 5b, che sarà mai! Per me fa già abbastanza: fidarsi dei piedi mi riesce poco sulla roccia nuova, figurati su quella usurata! Giochi di equilibrio, braccia lunghe, spostamenti leggeri e lenti, sono ben felice di superare il tutto senza troppo annaspare!
Sul quarto tiro qualche attimo di pensiero per Stefania, anche lei a digiuno di roccia da un pochetto, ma sale anche lei. Verso la fine di questo tiro si trova un passaggio un pochino più ostico di quello che ci aspetterebbe, ma ormai manca poco.
Ultimo tiro per terminare la via, che finisce in comune con 46° parallelo: tra noi, un’altra cordata sulla nostra via e 4-5 su quella a fianco, il numero di persone ha raggiunto un discreto valore numerico. Salto la sosta ed esco fino alla pianta che sta sul sentiero di discesa per evitare sassaiole sulla testa (una già presa).
Dopo 2,5 ore oneste, siamo fuori. Salvata la giornata, che non può che finire qui anche se sono le 13:15: scendere e iniziare un’altra via vorrebbe dire rifinire all’ombra presto, e non abbiamo voglia di riprovare questa emozione! Un mars di via che non mangiavo da tempo, e via verso il ristoro serio all Bar dellePlacche Zebrate.

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Qui report.
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giovedì 8 dicembre 2016

Risvegliando la propria natura: Cusna e Prado, my friends

La “prigionia” di quest’ultimo mese è stata opprimente. Ma contro i malanni di stagione (prolungati dal “non starmi dietro”), un po’ di brutto tempo, un bel po’ di impegni della vita “ufficiale”, non ci si può far nulla. Ora però basta, voglio qualche giorno per dedicarmi alla mia salute mentale. Salute. Inzomma..
Nonostante una cena ieri sera, un rientro a casa a un orario che non mi permetterebbe di dormire un numero di ore che si contano sulle dita della mano di un operaio che e ha perse 3, ho assolutamente voglia di un bel trekking nel mio Appennino Reggiano: la mia solita palestra, ma si sa che in montagna nulla è mai uguale.
Tre soste per dei microsonni lungo la strada, i nuovi scarponi ai piedi (quelli vecchi sono usciti malconci dall’Alta Via N 1 Dolomiti di quest’estate), e parto verso Pescheria Zamboni, deciso a salire il sentiero che poi sale al Cusna e vedere l’alba in cima. Ma è già chiaro che sono troppo in ritardo per farcela. Intanto una bella brina luccica in mille sfaccettature riflettendo la mia frontale.
E infatti esco dal bosco che i primi raggi già illuminano quella poca neve che ha resistito sulla schiena del gigante. Bei colori e sfumature di arancione, e poi il sole che mi prende in pieno, per poi abbandonarmi nella valle ombreggiata che giace ai piedi della “nord” del Cusna.
I polmoni respirano già ampi spazi, libertà, serenità e pace.
La cena di ieri sera mi ha davvero riempito, zero fame e buone energie per continuare la salita. Lingue di ghiaccio in formazione che mi rendono voglioso di spicozzare: arriverà anche questo momento. Le nebbie a valle mi fan riflettere su che brutta aria respiriamo tutti i giorni, mi sento un privilegiato a esser qui.
La (poca) neve dona quel tocco di purezza all’ambiente che fa bene all’anima. Il sole scalda una giornata che comunque non è fredda. Ormai la cima è vicina, e l’assenza di vento è quantomeno insolita per questi luoghi tendenzialmente patagonici: “L’Appennino senza vento è come una bella donna senza mutande, semplificato! Ma mica sempre dobbiamo averle difficili le sfide”.
Cima. Gli occhi spaziano verso vedute distanti km, verso sogni lontani e alti, nutrendo una mente sempre affamata di nuove gioie.
Una sosta non breve grazie all’aria ferma e non ghiacciata, poi trotterello giù per le roccette e proseguo sul crinale verso il Passone, col sole in faccia: non a caso ho scelto questo giro, per poter percorrere questo tratto in direzione est. Saluto due Federico incontrati in cima e tempo fa negli stessi luoghi, e mi dileguo verso il prossimo obiettivo.
Oggi voglio far gamba, macinare strada per piallare i pensieri. Vedere, solcare, pestare i “soliti luoghi” per tornare un po’ stesso, alla mia natura. Risalita della cresta nord del Cipolla, tra sole a est e ombra a ovest, due bei contrasti di temperatura e di neve per terra.
Il tratto arrampicatorio della cresta nord del Prado, dove mi ricorderò sempre l’issata della palla di pelo, è sempre quel pizzico di pepe in un bel piatto di pasta. Dopodichè non resta che continuare a camminare verso la vetta. E di nuovo vedere panorami. La giornata è limpida, hastang “oggi si vede anche il Tibet”.
Discesa verso un ghiacciato Lago Bargetana, e rientro classico verso il Passone e discesa a Pian Vallese e all’auto. Incontrando altre lingue ghiacciate, altra brina. Tornando alla vita “ufficiale”, tornando coi piedi per terra, destinazione un altro pomeriggio di “passione” nel senso negativo del detto: la “passione”, quella positiva, quella che arde senza dolore, è rimasta su quei monti. È sui monti.

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