giovedì 14 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 8: perlustrazione di Falzarego

Prologo e Epilogo.

Ieri siamo a Cortina, al Camping Dolomiti, installati, mangiato e brigato in attesa che il meteo migliori. Ma anche per oggi le previsioni non sono incoraggianti, mentre per domani e sabato danno possibilità alla grande di sole. Sai che famo allora? Esploriamo la zona dove pensiamo andare ad arrampicare, così almeno cerchiamo già gli attacchi e simili e non perdiamo tempo in futuro..
Sveglia con calma, e la sorpresa di un cielo mica troppo minaccioso: ci girano già le balle. Diretti a passo Falzarego, fa bello freschino laggiù! Caffettino e poi in cammino, vestiti da turisti e con guide e macchine fotografiche in mano, ci mancano solo gli occhi a mandorla! Ah, e a me mancano le batterie della macchina fotografica, porca pupazza, oggi fotografa solo Riccardo.
Si sale sul sentiero verso la base del Piccolo Lagazuoi, dove corre la via Cengia Martini. Scorgiamo una cordata, e sia a sinistra che a destra gente che arrampica a monotiri: ma c’è una sorta di falesia! Porca miseria, potevamo fare qualcosa.. Va beh, teniamoci per domani.
Alla base vediamo una roccia bellissima, due chiacchiere con chi è più fortunato di noi e arrampica, e poi continuiamo il nostro giro rimanendo alla base della parete e camminando verso ovest, alla scoperta di altre vie, monotiri, gallerie, ecc. Finché non finiamo in un canalone dal quale scendiamo verso la macchina. Insomma, il meteo regge più di quello che doveva, ma a ben pensarci è un bene visto che non abbiamo nulla con noi per coprirci nel caso venga giù dell’acqua..
In macchina e via al Risotrante da Strobel, parcheggio per visionare le vie che corrono sulle Torri di Falzarego e Col dei Bos. Saliamo lungo il sentiero come se fossimo due escursionisti della domenica, vestiti quasi bene e con scarpe non proprio adatte a terreni resi infidi dalla pioggia incessante di questa stagione balorda, ma tant’è. Almeno Riccardo fa incontri e foto interessanti..
Si sbuca sul sentierone che poi diventa quasi piano, e il cielo inizia a farsi minaccioso.. Ci si dirige verso l’ospedale militare, per poi piazzarsi su una roccia e alzare lo sguardo alle pareti rocciose e abbassarlo sulla guida del Bernard. Si sogna e ci si maledice per la giornata che doveva essere peggiore, e invece qualcosa si poteva fare.. Amen.

Qui foto della giornata.

mercoledì 13 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 5,6,7: Ammazziamo il tempo (anche il meteo se si potesse)

Prologo e Epilogo.

Abbandonata definitivamente l’idea di spostarci in Svizzera a caccia di 4mila (il meteo continua a rimanere troppo instabile per i nostri gusti), siamo ancora qui, in Val di Fassa a cercare di ammazzare il tempo nella speranza che troni un po’ di sole e cacci via i temporali. Già, perché ora entriamo nella fase più grigia della vacanza.
Questa situazione è complice di un bruttissimo retroscena: si gira per negozi. E come le ragazze perdono la testa in un negozio di scarpe, noi perdiamo ogni ritegno al negozio della Sportiva, in vari negozi di Canazei (di articoli da montagna e guide alpinistiche) e di Predazzo (beh qui la qualità e quantità è nettamente inferiore). Diciamo che l’armadio di casa troverà nuovi inquilini ad abitarlo, e nella biblioteca personale dovrò fare un po’ di spazio.
A volte quando giriamo in paese buttiamo un occhio alle cime più alte: qui a valle c’è il sole o timido sole, lassù tutto ben avvolto dalle guastafeste nubi. Beh, poi capita anche di doversi rifugiare sotto il tendone dello Scazza di Canazei perché imperversa un acquazzone.
Per ammazzare il tempo, dedichiamo il pomeriggio del 12 al rafting. Memori di due anni fa (sigh, quella volta era un intermesso tra tre giorni sul Rosa, qui, qui e qui, e poi salita al GranParadiso), perché no? Ci eravamo divertiti.. Ci affidiamo a Avisio Rafting, il nostro gommone sarà guidato dal professionista Andrea.
Sarà un po’ diverso però qui, a metà percorso si trova un intermezzo di canyonig: visita a una cascata dove dopo aver guadato il ruscello, si passa sotto il possente getto d’acqua (manca il fiato!) e ci si rifugia dentro una grotta, dopo la quale si prosegue, si sale un pochino e ci si tuffa da 4m (io che ho paura di tuffarmi da 1m di altezza in piscina..). Ovviamente solo chi vuole farlo! E io e Riccardo siamo in prima fila!
Un breve esame ci porta alla voglia di spostarci da qui. Vie belle e interessante ne restano, ma o sono in alto, o non sono esposte a est o sud, o sono troppo lunghe: tutte caratteristiche determinanti per questa anomala estate fredda e instabile. Solo che Ricky ha lasciato a casa tutte le sue guide delle Dolomiti, certo che saremmo finiti a pestare neve. Complice la presenza di Claudio in un campeggio di Cortina (e la quantità di roba a Falzarego che rispetta i criteri di cui sopra), lasciamo il Camping Soal diretti al Camping Dolomiti.
Il viaggio sarà tutto sotto la pioggia, come c’era da aspettarsi. Speriamo migliori nei prossimi giorni.

Qui qualche foto della giornata di Rafting.

domenica 10 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 4: Dociuril, via Donatella (Spigolo delle Bregostane)

Prologo e Epilogo.

Stanchi del bus del Gardeccia (dei suoi 10 euro a persona anche), consapevoli che le vie rimaste a disposizione sono ormai solo quelle della Guglia del Rifugio, a me resta solo un’idea: Palacia del Dociuril, via Donatella, meglio nota come Spigolo delle Bregostane, oggetto di vari dibattiti con Nicola, e di orecchie fatte e tolte dalla guida del Bernard. Nicola non ce ne vorrà se saliamo (ci proviamo) questo suo oggetto del desiderio, capirà che non avevamo altre scelte. O no?
Col senno di poi, questa sarà anche la giornata meteorologicamente migliore della vacanza nella sua interezza, e forse anche la più bella via salita: vuoi per difficoltà (ma gli spit addomesticano e tranquillizzano), esposizione, ambiente, solitudine, avvicinamento e rientro. Scelta giusta quindi.
Mazzin o Muncion? La prima sembra più breve ma faticosa, la seconda viceversa. Ma la seconda sappiamo già che si fa fatica a parcheggiare, andiamo alla prima. Ma anche qui i parcheggi sono un’utopia, quindi tocca parcheggiare nel parcheggio sulla strada principale, allungando un pochino l’avvicinamento. Caffe al bar hotel, e si va. Alle 7e15 ci immettiamo sulla forestale che funge anche da sentiero.
Ieri ha piovuto, tutto è un po’ umidiccio, e ci sono nebbie e nuvole di vapore che attanagliano pezzi di bosco. Il sole si fa strada tra le nuvole basse illumina le pareti lontane, belle gialle, e i pratoni che ne stanno ai fianchi o alla base, belli verdi. L’avvicinamento si rivelerà un trekking appagante sotto questo punto di vista. Man mano che si sale il sole fa sempre più capolino, e così il bosco sbuffa vapore sempre più. Ecco il nostro spigolo, lo vediamo.
Ma a separarci da lui c’è la gola del ruscello, occorre quindi arrivare fino quasi a sotto le cascate e poi tagliare verso destra, dopo che il sentiero diventa non più carrabile. E ancora qui, di strada ce ne è. Almeno quelle che secondo la relazione dovrebbero essere tracce di sentiero, sono una trincea piuttosto evidente, che sale spedita. L’umidità nell’aria rende la sudata assicurata!
Troviamo un canale detritico e ne iniziamo la risalita, anche dopo aver scorto la nostra meta tra gli alberi, ma dall’alto vedremo che probabilmente era il successivo da risalire. Già perché questo sembra la grondaia naturale delle piogge (gli arriva anche tutta l’acqua che scende dalla fessura che crea il nostro spigolo), tutta la vegetazione è bella bagnata e non facilmente evitabile. E trovo pure uno scheletro semi sepolto dalla ghiaia con ancora un po’ di pelle sulla zampa: cattivo auspicio?
Dopo un’ora e mezza siamo ai piedi dello spigolo, che si staglia erto verso il cielo. Cielo che finalmente vediamo azzurro, sole che rende giustizia ai colori delle pareti rocciose e dei prati che ci stanno intorno. Non alla nostra parete, ancora all’ombra, bella ghiacciata: sui primi tiri la sensibilità alle mani sarà un lusso che non possiamo ancora permetterci.
Tra rifocillamento, ricerca dell’attacco originale (quello proprio di spigolo), vestizione, attacchiamo alle 9, parte Riccardo. Fa davvero fresco maledizione, lui parte con la giacca, io sono sotto che mi gelo le dita osservando lui e cercando la metà della corda per capire quando essa arriva a metà, ovvero la lunghezza del primo tiro. Quando poi tocca me mi scaldo bene su questo tiro che presenta già passaggio di V, ma ahimè solo a livello “spirituale”, le mani no!
Arrivo in sosta, un’occhiata alla relazione e parto. Accidenti ma quanto gira e traversa, speriamo non perdere la via. La placchetta mi crea già una certa emozione, ma quello che mi aspetta è ancor più..adrenalinico! Bel tiro, non ci molla, e finisce con una sosta bella incassata e scomoda, ma di cosa mi lamento, meglio lei che rimanere bloccato sul tiro!
Col secondo tiro ci siamo allontanati vistosamente dallo spigolo, e c’è ancora da aspettare un po’ prima di tornare a essere aerei come piace a me. Intanto il mio amico si gode anche lui un po’ questa fessura di V che prosegue sulla terza lunghezza, prima di lasciare posto a terreno più facile. Urca che fessura. La via presenta già passaggi strapiombanti, ma come fa a piacere a Nicola?!
Con nostra sorpresa siamo ben contenti che non si scorgano altri arrampicatori, la parete è tutta per noi, e sembra anche la valle. E anche la roccia non presenta passaggi levigati, la roccia è sempre buona. Goduria. E stiamo anche per essere deliziati dal calore dei raggi solari. Doppia goduria!
La via prosegue sempre bella verticale, grazie al quarto tiro ci riportiamo sullo spigolo, un po’ di vento ma il sole ora ci bacia appassionatamente, e non vogliamo certo lasciarlo. Certo, sperando che non siano nuvole o temporali a portarcelo via: dai meteo, resisti oggi! Qualche bel passaggio e roccia lavorata, scarpette in aderenza e via andare. Bella questa via, non ci molla come difficoltà, appagante.
Ora Riccardo può godersi il ritorno sullo spigolo, quinta lunghezza, e riusciamo a essere quasi sempre a vista su questa. Cominciamo anche a prendere il vizio di mettere poche protezioni: ma questa scelta è figlia di diverse fattori, qualche spit già in loco, difficoltà a metter giù altro, fretta. Fretta dettata come al solito dall’instabilità meteo, che preghiamo silenziosamente entrambi di resistere fino alla cima; poi faccia quel che vuole!
E mi tocca il tiro più brutto della via, che parte bene riportandosi in spigolo su roccia buona, ma poi finisce su roccia marcia, ghiaia e terra appoggiata, ma su un affilato tratto! Dove tra l’altro metter giù qualcosa pare impossibile (servirebbero fittoni), e si gattona con l’ansia di arrivare alla sosta. Che anche lei, uhm, clessidre su roccia gialla a scaglie.. Non mi ci appendo.
Però c’è il libro di via! Una dedica la nostro maestro pare doverosa, ma la pressione con la quale vogliamo chiudere la via ci porta a essere sintetici.
La ripartenza non è troppo agevole, tocca districarsi in questo groviglio di strapiombi gialli a scaglie per uscire di lato, alè Ricky. Lo sento che mi avvisa di appigli traballanti, porca l’oca. Poi proprio non lo sento più, il giro che ha fatto la via e il vento impediscono la comunicazione, con strattoni alla corda sopperiamo alla voce. Speriamo solo che si ricordi che ora devo traversare e mi tiri poco. Mamma che vista se guardo giù!
Ok ci siamo dai! Ormai è fatta, Bregostane nel sacco, invidia di Nicola palpabile. No ferma tutto, ma adesso dove cazzo devo salire io? Mica su di li, dai, guarda te! E invece è proprio di li.. E V- mi pare generoso, sotto ho fatto meno fatica: qui c’è un passaggio dove tocca stare tutto rannicchiato, poi aprirsi per passare dall’alta parte dello spigolo senza manetta degne di questo appellativo. Ci resto un po’ a pensare, poi basta, è da fare! E si fa.
Risalgo ora il facile alla ricerca di due incoraggianti spit su cui sostare, ovviamente mi complico la vita nella scelta di qualche canale detritico risalire, ma poi eccoci, cima! No, cima ancora no, ma siamo fuori. Cioè lo sono io, ma per Riccardo sarà un gioco da ragazzi salire. In 5 ore siamo fuori.
Spettacolare panorama verso il nasone della Marmolada, le Pale, Lagorai, e il retro di quei Dirupi di Larsech dove abbiamo giocato nei gironi scorsi. Ora c’è solo da arrivare sui partoni sommitali e cercare la discesa, che non sembra difficile, ma dal dubbio orientamento.
Si scende dal alto opposto da cui siamo saliti e poi si risale, toccando un po’ di roccia ma nulla di che (slegati e con le scarpe da ginnastica), poi risaliamo sui pratoni per una sosta ristoratrice e fotografica. E anche per spedire un messaggio audio a chi ci tirerà degli accidenti dopo averlo ascoltato.
Ce la prendiamo comoda, come al solito ormai sfamo il mio compagno d’avventura, e visto il rientro camminatorio ci togliamo tutto l’ambaradam per essere più liberi, anche se più appesantiti di schiena. Tutto giù per terra, qualche passo per scorgere meglio dove andare e cosa vedere, e poi il sole splende (anche se il cielo non è completamente sgombro) godiamocelo! Anche perché le previsioni per i prossimi giorni non sono amiche..
Leggiamo la relazione per capire la discesa, chissà come mai solo adesso rileggendola e cartina alla mano capisco che era un’altra. Ma va bene, noi abbiamo seguito il crinale che fa delimitatore tra l’est e l’ovest, puntando quindi verso nord, panoramico sul Sassolungo e sul Sella. Poi arrivati in vista della Val di Dona, scesi verso di lei tagliando il pendio verso ovest proseguendo a scendere. Ci sono evidenti tracce di sentiero, ma occhio al filo spinato pronto a far inciampare!
Torniamo così all’umanità, quasi, giungendo all’incrocio tra il sentiero 580 e il 577. E scendiamo sul 580, bello intriso d’acqua, quasi da guadare in certe tratti! Passiamo di fianco a quella che sembra una falesia di dry tooling (comodo venir qui) e scorgiamo senza troppa meraviglia un bel ponte di neve ancora massiccio: quanto ha nevicato qui? Spettacolo.
Come turisti della domenica restiamo qualche minuto a contemplare le cascate di Soscorza, e scendendo superiamo un gruppetto dove scopriamo essere della squadra una donna, che all’epoca fece la prima ripetizione dello Spigolo delle Bregostane (che scopriamo essere delle streghe, le Bregostane).
Alle 16e30 risiamo all’auto, io personalmente molto soddisfatto della salita compiuta. Tutta l’arrampicata in solitaria, ambiente magnifico, calmo, pacifico, oggi soleggiato finalmente, via bella, abbastanza continua, con tratti esposti. E dopo queste soddisfazioni, ci aspettano giorni a digiuno di montagna, sigh.

Qui altre foto.
Qui report.

sabato 9 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 3: Becco d’Aquila, via Siloga

Prologo e Epilogo.

Le cartucce iniziano a esaurirsi. Anche oggi riprendiamo il bus verso il Gardeccia, tantoché la commessa ci chiede scherzosamente se abbiamo fatto lì’abbonamento. Eh certo, l’abbonamento a vie corte e pioggia sempre in agguato! E oggi alla faccia dell’agguato..
Come “stessa spiaggia stesso mare”, solita ora solito posto solito avvicinamento, si risale il ghiaione. Oggi però abbiamo due fatti nuovi: più gente in giro (e infatti all’attacco una cordata ci chiederà e ci passerà davanti) e un meteo incerto fin dall’inizio: oh, anche da questa via ci si dovrebbe calare senza problemi mal che vada.
Risaliamo il facile zoccolo e alla base di prepariamo. Parto io, il tiro da sotto sembrava anche più facile, ma la roccia è buona, sembrano tanti blocchi compatti incastrati uno all’altro, ci si può complicare la vita a cercare varianti più difficili, e mi sa che, come al solito, senza volerlo lo faccio..
Scrutando dove va l’altra cordata, che ci ha detto aver già percorso questa via, Ricky traversa verso destra e poi lo perdo quasi di vista. Si becca il tiro chiave della via, per nulla banale visto che è poco ammanigliato e su una parete pressoché uniforme, ma cercando si trova qualcosa..
Il terzo tiro presenta un passaggio in diedro strapiobante che mmm! Infatti già dalla sosta mi pongo delle perplessità su dove passare, ma col chiodo li la via è “scritta”, bah, andiamo.. Ma ci resto un pochino a pensare, superato poi questo passaggio le difficoltà di grado calano, ma la roccia peggiora e occorre prestare attenzione.. Intanto il cielo si annuvola, e si sentono rocce cadere probabilmente dall’altra cordata (che svelta!).
Scegliendo quale canale diedro rimontare, Riccardo sguscia in mezzo dalla roccia giallo rossa grigia. È bello addentrarsi in mezzo a queste guglie, la civiltà così vicina la sotto, ma così lontana qua sopra, noi che puntiamo a salire sempre di più e che poi dobbiamo scendere divincolandoci in mezzo ai Dirupi del Larsech. Il tutto col panorama delle Dolomiti che ci circonda.
 Nel canale di discesa si sentono delle belle frane dei due che scendono, ci sarà da ridere dopo! Ah eccoli, li vedo anche.. Arrivo in sosta, ma qualcosa non mi torna se ripenso alla cordata che saliva ieri, mentre noi eravamo sul Campanile Gardeccia. Però guardando la relazione tutto torna, perciò.. Avanti nel camino! Ma in realtà è poi una profonda spaccatura nella roccia, ci si passa dentro per poi.. oh mio Dio che giro che c’è da fare!
Il caratteristico Becco d’Aquila scopriamo essere formato da tre blocchi di roccia che sembrano appoggiati uno sopra l’altro a formare un torrione, torrione dove la via gira intorno avvitandosi compiendo un giro quasi intero, infatti ben presto torno a vedere il mio amico, ma già mi tiro su la corda a forza, vedremo dopo.
Vedo gli spit, vedo la parte interessante del tiro, ma sono già qui che isso la corda a forza. Arrivo al punto di disarrampicare, tornare indietro, tirarmi su una decina di metri di corda e ripartire con questo “piccolo” lasco. Aggiungo pepe alla via! Ma consiglio vivamente una sosta intermedia, allunga i rinvii quanto vuoi, ma se ti avviti su una torre non c’è cazzo che tenga. Arrivo su, e nemmeno la sosta è comoda! Un anello sul..pavimento.
Recupero Ricky, lo saluto dall’alto mentre attraversa il camino, e intanto mi sfondo le braccia a recuperare la corda: poi lui si gode l’ultimo tiro. Entrambi in cima alle 12e30, un po di foto e poi alla ricerca della discesa che anche oggi non è banale, e con tratti di conserva e di arrampicata.
Seguiamo la descrizione, scendiamo il pratino in mezzo ai pini in modo da aggrapparli quando serve, e poi scendiamo a lato dell’albero secco, ecco il primo ancoraggio (che in realtà è forse uno supplementare al primo, un po’ più in alto per evitare un po’ di disarrampicata). Iniziamo le doppie e tac, inizia a piovere.
Giù in fretta, ma occhio ai sassi che si tirano giù in doppia che il mio casco ha già subito ieri! Finite le doppie copriamo zaini, corde, facce, tutto, se bagniamo la roba poi domani si rischia di poter far nulla! Mentre copro tutto sono di fianco a un sasso squarciato che al suo interno rivela del quarzo (la foto non viene bene, ma era davvero bello!).
Una volta messo via tutte le corde e imbraco, si scende un po’ e troviamo un'altra doppia, breve ma intensa, su del marmo, ritira fuori tutto.. Corriamo giù dal canale, il cielo peggiora sempre più e sul Catinaccio c’è un bel cappello, un basco direi, tutto nero nerissimo. Ormai sul sentiero ci rendiamo conto che stiamo correndo incontro al temporale. I tuoni accendono le orecchie.
Un muro d’acqua, ma un muro davvero, è impressionante, ci mettiamo a correre e iniziamo a prendere i gocciolini formato maxi a 20m dalla tettoia del bus, poi l’inferno. Pioggia, vento, lampi, il parcheggio è un fiumicciatolo, ma la cosa più impressionante sono le cascate d’acqua che scendono dai bacini del Catinaccio: trovarsi sulle vie che percorrono la sua parete in queste condizioni deve essere apocalittico.
Poi si calma, ma tanto ormai scendiamo. Al Camping Soal nasce il tormentone Tom Ballard: Riccardo sapeva che era in giro in Val di Fassa, affezionato com’è al Catinaccio, e vedevamo in campeggio questo giovane che girava, con due tende della ferrino della madonna, e stasera il padre ci appezza parlando inglese mentre noi sorseggiamo un ottimo vino tipicamente trentino: Nero d’Avola. Scopriamo che Tom dorme di fianco a noi.

Domani che si fa? Caro Nicola, con queste condizioni conosciamo solo una via da poter fare domani. Ci spiace.

Qui altre foto.
Qui report.

venerdì 8 agosto 2014

Vacanza dolomitica, day 2: Campanile Gardeccia, via Hendrina

Prologo e Epilogo.

Al nostro risveglio il Sella è tra le nuvole, e quel poco che si intravede sembra umidiccio, la scelta ricade automatica sul tornare in zona Gardeccia, ci sono ancora Campanile Gardeccia e Guglia del Rifugio che possono darci qualcosa. In realtà di roccia e vie ce ne sono molte di più, ma oltre al fatto che bisogna conoscerle, occorre trovarne esposte al sole (asciuga la pioggia della notte e scalda il corpo), con vie di fuga (temporali), e brevi, sia per avvicinamento che discesa che via (per il meteo).
Pochi giorni fa io e Giorgio rinunciammo alla Via Hendrina appena giunti all’attacco: oggi si potrebbe tentare.. Ho pensato a come mai l’altra volta no e oggi sì: di certo essere con Riccardo, che reputo essere molto più bravo di me e Giorgio (quest’ultimo non me ne voglia) , mi da la supponenza di poterne uscire anche se avessi problemi. Ma in realtà so che questa è solo una supponenza, in realtà ho alle spalle due arrampicate in zona, e mi sento quindi più tranquillo delle mie capacità! Poi ovvio, faccio partire prima Ricky..
La giornata pare buona ancora, il sole illumina le pareti, e l’avvicinamento lo conosco bene, almeno su questo aspetto non perderemo tempo. Saliamo però senza correre come matti, non c’è caldo ma il movimento fa sudare, e in poco più di mezzora siamo all’attacco. Anche oggi, come ieri, saremo soli in parete, segno che il meteo scoraggio molti. Ma su questo è un lato positivo!
All’attacco la via intimorisce, non si vedono chiodi sul tratto di partenza, la roccia ha un bellissimo colore che sfuma tra il rosso, il grigio e il nero, sembra buona, bella compatta, e la parete è vertiginosa. Siam già carichi. Ricky, tocca a te! Ma il tiro non è per nulla banale, e il mio amico ci pensa un po’ sui movimenti da fare e dove e come muoversi, visto che nella parte mediana di possibilità se ne aprono parecchie.
Poi salgo io e capisco le difficoltà trovate. Non che sul secondo tiro mi aspetti qualcosa di molto più facile, anzi, gli sbuffi non saranno pochi, e la soddisfazione tanta nel superare quei tratti in lieve strapiombo senza mani eccellenti. Ci resto un pochino a pensare a come muovermi e dove piazzare le mie Mythos. Ma l’arrampicata è davvero divertente e varia, equilibrio e passi atletici, diedro, fessure, placca. What else?
Riccardo va per il terzo tiro, le difficoltà non mollano, ma il tratto chiave del primo tiro lo abbiamo superato, perciò non dovremmo temere. Intanto l’azzurro del cielo sta lasciando posto al grigio e bianco delle nuvole. Ma siamo ancora tranquilli, da qui puoi ancora calarti in doppia e fuggire.
Ci ricongiungiamo, è il mio turno, l’asprezza della parete sta per abbandonarci. Momentaneamente però, la mia scalata inizia su roccia, poi intervallata da qualche alberello su cui piazzare un bel cordino, fino a uscire su una forcella comoda dalla quale osservare il panorama attorno senza essere appeso come un salame. Al nostro fianco osservo una cordata sul Becco d’Aquila.
Bene, siamo a metà, proseguiamo, ma questo poi obbliga a finire. Già, perché ora Riccardo sale qualche metro, ma poi taglia decisamente a sinistra alla ricerca dello spuntone di sosta. Facile traverso.

Ora invece sono per me cazzi! Traverso verso sinistra su robaccia marcia, improteggibile, non vedo l’ora di salire e finire l’aggiramento di questo gendarme friabile, alla ricerca dei due chiodi nascosti nella roccia. Ma prima, dopo aver tirato un sospiro di sollievo con qualche friend e un cordino su spuntone, aver risalito un canale facile ma di roccia scarsa, mannaggia, tocca scendere una crestina infida! Su cui anche il mio amico proseguirà con una calma guardinga.
Prime gocce, eccoci, cazzo, tocca sbrigarsi. Dai chiodi non si sale dritto, dopo averci pensato un po’ capiamo che bisogna prima traversare ancora qualche metro a sinistra, e poi rampa. Vai Riccardo, che se troviamo la roccia bagnata sono dolori, e da qui in doppia non si scende, e mi viene il terrore a pensare di tornare indietro su quei due traversi.
Anche oggi l’ultimo tiro è mio, ma le gocce d’acqua che cadono sempre più insistentemente e le nubi pesanti che vediamo intorno non ci fanno godere gli ultimi due tiri, che saliamo a velocità sostenuta, peccato. Poi come per magia, arrivati in cima rischiara. Ma le fatiche non sono finite, perché la corda anche oggi gira in modo tale che faccio più fatica di ieri a recuperare. E dire che di protezioni ne ho messe pure poche! Niente foto di via, per ora, il meteo incombe.

Rischiara ma poco, il Larsech fuma grigio, e anche il Catinaccio non scherza, sbrighiamo a cercare la discesa che visto quanto è lunga in formato testuale, non deve essere mica semplice nella realtà! Riccardo parte in conserva lunga a risalire la crestina erbosa, che ghiaia infida, si trova una sosta, ma dalla descrizione sembra ci sia da continuare. Vado io, salgo su una cimetta, ma non è qui, mi sa che mi sono fatto un “tiro” per nulla: disarrampica su ghiaia.
Torno indietro e scegliamo la sosta più in alto per calarci fino al masso incastrato che si vede fin da valle. Ma all’atto del recuperare la corda (una sola, sono 20m di calata) nell’uscire dalla maglia rapida cade e si annoda tra sassi. Mentre attrezzo l’altra doppia, Riccardo recupera, tira, e bam! Un bambino di roccia vola verso di noi, si frantuma, Riccardo (io son girato) in qualche modo scansa il pezzettone che mi centra in pieno sul casco (invece che su una spalla magari).
Oh che botta, un po rintronato, parecchio spaventato, e col casco che presenta un bell’avvallamento sulla sommità. Via di corsa da qui, che riprende pure a piovere. Ma con calma cazzo! Niente corde incastrate! Via nel canalone.
Ormai all’altezza dell’attacco siamo tranquilli, scendiamo ai 200 all’ora sulla ghiaia, ricordando la discesa dal canalone del Cristallo: anche oggi dobbiamo spesso fermarci a togliere i sassolini dalle scarpe. Alle 18 foto di via nei pressi del parcheggio, ora che l’attrezzatura è salva dal bagnato del cielo!
Veramente soddisfatto per la bella e sostenuta via, andiamo a far spesa, stasera al Camping Soal cena un po’ meno porca, i panini di Riccardo di due giorni (anche oggi dimenticati in macchina, ma per fortuna io qualcosa ce l’ho sempre da mangiare, “Grazie Pelle che mi sfami”), pomodori e birra, lei non manca mai.

Qui altre foto.
Qui report.