domenica 21 dicembre 2014

Non il solito Vajo dei Colori

Bomba di freddo in arrivo! Controllando l'andamento dello zero termico sembra proprio che nella notte tra sabato e domenica questo scenda parecchio, la giornata è data come di sole terso, la voglia di sfoderare le armi di acciaio appuntito è tanta, di che stuzzicarsi l'appetito!
Unica pecca, la neve, non c'è.. O si va in alto ma ce ne è troppa, e io poi non vorrei fare tanta macchina, oppure.. Idea, Vajo dei Colori! Già fatto almeno due volte (qui), ma è a nord, ci sono tratti attrezzati, e poi d'estate è un sentiero, quindi mal che vada faremo sentiero. E invece..
Della partita, in bilico fino all'ultimo minuto, io, Cristian, Giorgio e Riccardo (un altro Riccardo, amico di Cristian): partenza alle 4 da Modena Sud, non per me che sarò qualche casello più a nord. Beh orario tardo, ma meglio non rompere i coconet se no mi danno il due di picche! Alla fine tra una torta che esplode sull'auto di Cristian e il mettere le scarpe, ci mettiamo in cammino alle 7e30 da Campogrosso..
Osservo gli imbraghi dei miei amici: ma quanto sono armati?! Io che venerdì sera non ho nemmeno caricato la seconda picca, ho dolo l'alpenstock classico (più una picca di riserva portata da Cristian. Ma ragazzi, è solo il Vajo dei Colori. Eh, solo una fava.
Solito sentiero, ma che desolazione di neve: solo chiazze all'inizo, bella dura per i ripetuti passaggi, ma che desolazione, anche guardandosi intorno. Partiamo che la frontale non serve più, e quando arriviamo di fronte alla Guglia GEI la troviamo infiammata da un sole che sta giusto sorgendo, infiammando anche le altre montagne. Proseguiamo il nostro cammino traversando verso ovest.
Giungiamo al sole alla Sella dei Cotorni, stiamo seguendo le orme di qualcuno che è già passato, quindi ci tranquillizziamo sulla fattibilità del Vajo, oltre che sul fatto che la strada sia giusta. Solo un po' titubanti sul fatto che ci sia da scendere così tanto, ma sì, è giusto così. Traversino da brivido per immetterci nel Vajo, ed eccoci.
Ma quanto è secco, non credevo così tanto. Ci vestiamo di imbrago e ramponi, ma cosa vedo.. Manca una punta! Cristian coi suoi ramponi super fighi ma in configurazione monopunta classica (classica, non quella da cascata) causa errato ordine via web: sarà lo sfotto' della giornata, e anche delle prossime giornate..
Alle 8e45 iniziano le danze, picche e ramponi, non li usavo da una vita, e in effetti anche oggi è un po' una voglia di cioccolato: il clima di quest'anno non permette di sfogarci come si dovrebbe, ma di accontentarci di briciole, a volte scadute o mal cucinate.. Chi si accontenta gode. Così così.
Si parte aggirando un nevaio di neve del passato inverno, duro come il marmo, e con Cristian che va subito a complicarsi la vita. Si sta sul nevaio, di cui è impossibile sapere quale sia il reale spessore per le sicure cavità che si sono formate sotto: camminiamo su ponti di neve, meglio stare distanti!
E dopo una breve camminata su sassi, altro vasto nevaio di cui invece la cavità sotto si vede bene. Meglio non vedere e spicciarsi a salire, anche se momenti di contemplazione su ciò che gira intorno a noi sono inevitabili. Il Carega ha sempre il suo fascino, sa essere dolce e aspro, antropizzato e selvaggio, facile e duro, ma sopratutto imprevedibile.
Ci si inerpica per strettoie, in effetti me lo ricordavo più ampio questo vajo, ma va bene, finora siamo saliti senza troppi problemi, ora invece qualche masso un po' più alto obbliga passagini di II grado ma sono davvero uno o due passi. Di certo è più divertente, anche se le punte che si consumano mi fanno pentire di aver preso il paio “buono”.
Ed eccoci in prossimità del primo tratto attezzato, strettoia con sperone in mezzo, che quando il vaio è bello carico si può superare a sinistra o a destra (più ripido), entrambi oggi piuttosto hard visto che sono salti di roccia strapiombante o cava di altezza circa 4m. Meglio stare in mezzo sul tratto attrezzato. Ma anche per raggiungere la catena un buon III grado c'è tutto.
Beh io una longina coi rinvii per la ferratina me la faccio, e verrò imitato quando vedranno come i piedi stanno su poco e quel poco è pure nascosto da un debole e inconsistente filo di neve! Oh issa, e son fuori, un traverso di neve riporta ben dentro il canale, giusto sopra il salto che stava a sinistra.
Mah, andiamo avanti, mi pare sia ben più ostica di quello che dovrebbe essere, ma siamo qui, proviamo, poi in alto ci sarà ben più neve! E arriviamo così, sempre con ramponi che spesso e volentieri fanno crrr sulla roccia, al passo più duro della giornata, un masso incastrato dentro una sorta di camino bello liscio e aperto.
Sono davanti, provo ad andare. Tirò su i piedi con diffidenza e circospezione, cerco per la picca ma non c'è una mazza, si vede che della gente è già passata, ha ripulito bene a modo quella poca neve dura che stava sulla roccia di destra e poteva dare qualche conforto al superamento! Eh, ci resto un pochino a ghisarmi il braccio che regge l'unica picca che ho,ma non posso tornare indietro ormai. Me ne faccio passare un'altra, fiducia nella roccia marcia del Carega, eh hop, sono fuori, urca!

“Ragazzi preparo la corda che un minimo di sicura ve la faccio”, Giorgio invece inizia a salire subito, e sale anche bene, lui opta per mani libere, e arriva sul pavimento di ghiaccio che ho trovato. Ci prepariamo per fare sicura agli altri due, mentre osserviamo la zona alla nostra destra, dove probabilmente si sta formando la Cascata Arcobaleno.
Mentre sistemiamo la corda, Cristian e Riccardo passano avanti, oh, speriamo che tratti simili siano finiti, o la giornata diventa lunga. Un traverso di neve verso destra, poi sinistra, si cerca il salibile, il dritto per dritto non si può con questa secchezza. Altro tratto attrezzato scoperto dalla neve che sfruttiamo completamente, e poi si inizia a vedere l'uscita.
Uscita sopra la quale sembra di scorgere qualcuno, ma d'altronde quello è il raccordo, la porta, tra il mondo dell'alpinismo nel vaio e dell'escursionismo sui sentieri innevati dall'altro versante. Raccordo che speriamo raggiungere presto, che inizio ad avere una fame..
 I tratti scoperti sono finiti, e possiamo salire su neve discreta verso il sole, verso la luce. Un ultimo crr sulle rocce sotto la neve ed eccoci fuori, eccoci al sole! Poco meno di 2h per salire, pensavo peggio viste le condizioni trovate..
Quanto mi mancava questa sensazione, uscire da un freddo budello del diavolo nel quale mi sono infilato consciamente, per poi ritrovarmi un paradiso di bianco, sole e tepore. Beh, di bianco poi non ce ne è molto.. Chi ci aspettava all'uscita erano altri due vajisti, che han salito il Vajo dei Camosci.
Mentre ci si rifocilla a dovere, valutiamo la salita a Cima Carega, c'è chi non c'è mai stato, la giornata tersa merita di godere d quel panorama, quindi forza con quei polpacci che si sale! Ora tecnicamente la salita è da pensionati, ma godereccia per i panorami che fornisce, lo scavallare da un altra valle, e poi gli ultimi 30m che si fanno un po' più ripidi.
 11e45 e siamo in cima, un altro piccolo spuntino per allungare il tempo per godersi il panorama a 360°. Ma non cincischiamo troppo, meglio tenersi del margine per una birra al sole al rifugio.
 Scendiamo per dove siamo saliti, o quasi visto che Cristian tira troppo dritto fino a quella che è la selletta da cui devono essere usciti i ragazzi del Vajo dei Camosci, poi ci si raccorda e scende alla Bocchetta Mosca. Prendiamo la traccia intermedia, quella che “sale poco”, ritrovandoci ben presto a traversi non difficili ma belli esposti, un altro po' di pepe a questa uscita che doveva essere più rilassante e che invece è diventata più divertente.
Dalla Bocchetta dei Fondi non resta che lasciarsi prendere dalla pendenza, ma la poca neve fa ogni tanto incontrare dei sassi sotto le punte che sono sempre d'invito al cappottamento, meglio scendere col freno a mano. Punte che verso la fine del boale iniziano a sentirsi troppo a contatto con la roccia, appena giungiamo al sentiero di stamattina caviamo subito gli arnesi.
Tra due chiacchiere sul perchè vai in montagna e come ti sia nata questa passione, alle 14 siamo all'auto, e ben presto davanti a una fresca birra al tepore del sole del Rifugio Campogrosso. Ora però freddo polare e neve siberiane, venite da noi!

Qui la guida del guru del Carega.
Qui la relazione della scorsa ripetizione.
Qui altre foto.
Qui report.

sabato 20 dicembre 2014

Un sabato plaisir: Via Sabina

Ci si trova senza ancora saper bene dove andare: non è il migliore degli inizi, ma ne verrà fuori lo stesso una spensierata giornata, una via plaisir e finalmente le corde nuove! Siamo io, Fiorella, Paolo e Ivan, destinazione Arco, il regno dalle migliaia di vie, dove io ne conosco due o tre, ma gli altri ben di più per fortuna. Parete di San Paolo, ma prima colazione aspettando il sole inizi a scaldare.
En marche, ma in auto alla ricerca visiva di dove sia la via sulla parete, è qui, è li, è la, una semi peripezia per parcheggiare e finally, alle 9 ci mettiamo in cammino, dopo che Fiorella ha fatto dodici giri andata ritorno all'auto per cose dimenticate.. Sembra non iniziare mai questa salita.
Parte Paolo che come al solito sgomita per il parto io parti tu, vai te così non ci rompi l'anima, e dopo Ivan salgo io con Fiorella che mi fa sicura. Primo tiro facile con buoni appigli, e che regala un po' di sole che scalda bene, alla sosta sotto non si stava così tiepidini.. Mentre osservo Ivan che sale sul secondo tiro mi rendo conto che la relazione del libro e quella su web sono un po' diverse.
Arriva Fiorella, che si appresta a seguire le orme della cordata che ci precede, su un primo tratto leggermente di forza e su un secondo un po' più di equilibrio, sempre ben ammanigliato e piacevolmente al sole. La chiodatura scarsa (ma sufficiente) permette di non rendere obbligata la salita, e così ognuno segue un po' la via che crede, che
Alla seconda sosta ci permettiamo due risate, ora che carburo la consueta allegria che mi porta questo sport si inizia a far strada a mo di ariete nelle preoccupazioni della vita quotidiana che pian piano scemano lontane dalla mia testa: si scrive “alpinismo”, si legge “voglia di evadere”.
Sul terzo tiro si trova un passaggio un po' da impegnarsi, di fiducia, e infatti ci resto un pochino a riflettere sul come farsi: ma sono io che sono scarso e timoroso, si fa si fa! Arrivo dopo una placchettina sotto un bel tetto, che mi invoglia a provare: tasto un pochino ma non trovo belle manette, forse non cerco abbastanza, tuttavia mi pare chiaro che in realtà la via traversa verso destra, c'è un cordone, lo seguo e sbuco su una rampa terrosa in vista di Paolo. Lui è salito dritto sul tetto, una variante di VI.
Recupero Fiorella con sforzo immane visti i giri che fa la corda, con Paolo che impreca a Ivan che sta concatenando i prossimi due tiri. Paolo che dimenticherà un cordino sull'albero che io crederò della via e che quindi resterà lì per i prossimi passaggi. Fiorella segue le orme di Ivan concatenando anche lei, io seguo cercando pure di complicarmi la vita su questi balzelli rocciosi che intervallano una salita poco gratificante e vegetativa. Poi vicino alla sosta il terreno si fa infido, alla faccia dei blocchi instabili, un appoggio cede e rimedio qualche graffio, ma fossi stato da primo..
Meno male Fiorella ha concatenato, così mi becco il tiro più bello della via, prrr! (dai Fiorella scherzo..). Si parte con uno strapiombo un po' da cercare, la prima parte è una formazione rocciosa a blocchi che spuntano dalla montagna come a voler scappare da essa. Poi la verticalità si appiattisce, ma anche i blocchi che lasciano a una parete esposta e aerea, ma sempre ben ammanigliata. Davvero carino.
Arrivo in sosta, da qui si potrebbe uscire verso destra, ma esiste anche l'uscita diretta, che infatti Ivan sta affrontando mentre recupero Fiorella. Ma che fatica che fa.. Mi concentro sulla mia seconda e sul farle qualche foto quando sbuca dalla parte verticale. Poi vedo che parte Paolo, il suo primo aveva già munto a dovere, ma quando vedo che anche lui usa i rinvii per issarsi capisco che deve essere davvero duro quel diedro strapiombante.
Arriva Fiorella, io non c' ho voglia di salire da primo quel tiro, se vuoi farlo tu avanti. Ci pensa un pochino, poi “dai, so che me ne pentirò ma ci provo”. Intanto arrivano Paolo e Ivan a osservarla. Resting, azzero, lancio con rinvio in mano a prendere lo spit al volo, ecc, ma supera quel tratto che Paolo definirà un buon 6b, altro che VI (spittato comunque). Brava Fiorella.
Eh, me tocca anche a me, dopo il freddo patito in sosta (il sole era ben oscurato da un albero, accidenti). Andiamo, al massimo azzero pure io, e infatti azzero a volontà, troppo duro per le mie scarse capacità e per il freddo che mi è venuto addosso. Mi appendo anche un attimo per fare qualche bella foto però.
Eccoci fuori dalla via, tutti e quattro, si beve e mangia qualcosa di veloce e poi giù. Ma verso sud o verso nord? Discesa alpinistica o facile ma lunga? Alpinistica of course, e tra cengie un po esposte, passaggi in mezzo a massi a mo di camino, corde fisse su placche scivolose, si torna alla macchina per terminare con un po' di shopping natalizio ad arco, due mezze corde nuove ci volevano.

Qui la relazione seguita (quella sul libro delle vie ad Arco è diversa).
Qui altre foto.
Qui report.

lunedì 8 dicembre 2014

Recuperando in Val Senales: Passo di Fossalunga

Qui l’altro ieri e qui ieri.

Finita una giornata, si pensa all’altra. Si pensa senza troppo entusiasmo date le previsioni, siamo già ben contenti della sciata di oggi tutto sommato! Dopo una cena “rustica” all'hotel california si va a letto, io con un mal di schiena preoccupante.. Stanotte almeno il furgone non sarà ondeggiato dal vento come ieri..
La sveglia voleva suonare presto, ma visto le mete poco prestigiose e il meteo incerto, la pigrizia ha vinto sulla frenesia di sciare. E così anche oggi mettiamo gli sci piuttosto tardi per i nostri standard, ovvero alle 9. Sempre sulla pista da slittino, ma oggi volendo salire al Passo di Fossalunga, cosa che avremmo voluto fare ieri ma che abbiamo toppato.. Luca e Karen proveranno lo Stotz invece.
Il meteo non è amico, ben presto ci troviamo sotto una debole nevicata che poi più su aumenterà: non certo una bufera, ma vento, neve, insomma non certo l'ideale. Ma la neve..che bella! Poco dopo il primo tornante prendiamo una traccia che si inerpica sula destra, e già rifletto sul fatto che non mi pare buona idea scendere da qui dopo: ripido e con poca neve, massi e alberi e tronchi scoperti.. Dopo cerchiamo la pista da slittino più in alto.
Il pendio poi spiana, sulla destra si stacca la traccia che sale a Punta Oberettes, sulla sinistra vediamo tracce di discesa che probabilmente puntano a prendere la pista da slittino più in alto appunto, molto bene. Intanto ci immergiamo nel pacifico mondo del bianco della neve. Un mondo incantato, dove il tempo si ferma quasi.
Già, la neve, quando copiosa, ha il potere di smussare tutti gli spigoli, riempire i buchi, raccordare le discontinuità, addolcire i pendii. E un po' lo fa anche con l'animo umano, dando un senso di pace interiore e di immersione in qualcosa che va al di la delle nostre vite. O almeno, per me vale così..
Continuando la salita, ancora dolce, la civiltà si allontana sempre più, ce la si lascia alle spalle come qualcosa di pesante che si abbandona per la responsabilità di averselo appresso, una responsabilità cercata e che ora ci si dimostra abbandonabile. Ma torneremo a prenderla scendendo..
La salita si fa più seria, e Riccardo inizia ad accusare il colpo dei tre giorni di sci: io lo accuserò in discesa, come al solito. Ma intanto osserviamo alcuni che scendono sulla nostra destra, quanta neve soffice, si divertono come matti, ho già voglia di fare dietrofront, ma decidiamo si salire ancora un pochino.
Ormai abbiamo deciso che il passo non lo raggiungiamo, d'altronde il panorama sarebbe pari a nuvole a distanza di 50m, non ne vale la pena. E così, a 100m sotto il passo ci fermiamo, mettiamo via le pelli e ripetiamo quell'operazione che è da antipasto alla surfata. Ready.
Via giù verso il vallone da dove abbiamo visto scendere quei tre! Inizialmente non troppo ripido, ma poi il gioco si fa più serio: ok che i 40cm in cui si “affonda ma galleggia” perdonano, ma porca miseria, con la mano a monte tocco la neve! Che libidine però riuscire a scendere di qua con questa neve..
Poi il gioco cala, si ritorna sulla pendenza dolce dove meglio non far curve per non frenare troppo, e scendendo la luce migliora pure, ora si riescono a distinguere meglio le forme dei pendii e dei cumuli di neve. Deviamo verso destra, il taglione è più lungo di quello che si pensava, ma è frequentato e anche in salita.
È un peccato lasciarsi alle spalle la valle di Fossalunga, si chiude la porta del weekend spassoso e in ottima compagnia per tornare alla routine del lavoro di pianura. Si cerca quindi di godersi anche gli ultimi metri di neve, con nuovo saltino per i sassi sopra la staccionata..
Ed eccoci alla pista da slittino, ma si può ancora approfittare di un paio di tagli in neve sufficiente o quasi (tac il sasso sotto l'asta!), poi tocca scendere di qui e ben presto arrivare al ponte di legno che vediamo per la quarta volta in due giorni.. Game over.
Il ritorno in auto sarà un incubo. Forst piena ma ripieghiamo su un altro locale, poi code per entrare in A22, che evitiamo per code segnalate fino ad affi, vai per strada normale, ma anche li il caos a Trento e Sopratutto a Rovereto (che tocca attraversare per il centro). Mercatini di Natale maledetti, e io che avevo pensato fosse una partenza intelligente ripartire da Maso Corto alle 12e30!
Alpinisticamente scarso, sciisticamente sufficiente, meteorologicamente scarso, ma risate e compagnia ottime! Insomma un'ottimo modo per cominciare la stagione skialp, sperando venga la neve adesso!

Qui altre foto.
Qui relazione on-ice.
Qui relazione OTT.

domenica 7 dicembre 2014

Errando in Val Senales: salita verso Punta Saldura

Qui ieri.

Finita la scialpinisica di ieri, quale miglior momento per affinare i piani per i prossimi due giorni che una birra e panino al bar. Solo che le previsioni sono drasticamente cambiate per i prossimi giorni: ieri davano due giornate di quasi sole, ora danno due giornate di nuvoloso. Aspettiamo Luca e Karen per decidere il da farsi.
Dopo varie valutazioni, confermiamo la nostra meta, si va in Val Senales. Un po’ di spesa e mentre saliamo al Passo di Costalunga telefoniamo per prenotare alla Forst di Lagundo: piena. Di Merano: piena. Di Bolzano: libera. E così, annebbiati da una cena in locale tipico, finiamo nella trappola dei mercatini, accidenti a loro, me ne ero dimenticato.
Arriviamo alla Forst che invece è piena, allo si rimedia alla Paulaner. E almeno la pancia è contenta. Proseguiamo il nostro viaggio per arrivare a Maso Corto, dove c’è meno neve di quello che pensassi, e dove le piste sono illuminate a giorno dalla luce dei cannoni che sparano imperterriti. Su il soffietto dell’Hotel California e a letto, col vento che scuote il furgone e col timore di non fare una mazza domani.
Date le previsioni, la sveglia è con calma, e lo scarso entusiasmo spinge a una colazione lenta e calma. Solo alle 9e30 mettiamo gli sci ai piedi dopo aver deciso di provare comunque a far qualcosa: si tenta di raggiungere il Passo di Fossalunga.
Questi metri io e Riccardo li abbiamo già solcati quella volta che salimmo Punta Oberettes con le ciaspole: una delle volte in cui fummo derisi dagli sci alpinisti. La cima è la, ma il meteo non incoraggia a salirla, tanto più che non è mica un MS! Ci concediamo una tranquilla partenza sulle piste da slittino, coi cannoni che ci fanno il bagno e il vento che ci spazza la faccia.
Saltiamo il primo tornante della pista da slittino, si curva verso sinistra e il cielo lattiginoso, la luce debole del sole e la neve candida creano un’atmosfera che mi mancava davvero.. Aspettiamo Luca e Karen che sono rimasti un pochino indietro, e una volta che ci raggiungono ripartiamo insieme, mentre osserviamo i dolci pendii di neve soffice che speriamo di solcare prima che l’orda dei concorrenti l’abbia arata.
Io e Riccardo seguiamo una marcata traccia che risale un pendio a bordo pista, mentre i nostri due amici ci lasciano e continuano verso il Rifugio Lazaun a monte dell’impianto. La pendenza si fa ben più marcata su questo tratto, ora si fa sul serio, e una volta giunti alla “sommità”, si apre davanti a noi una vallata invernale da pace dei sensi.
Il rifugio è lontano alla nostra sinistra, mentre la vallata prosegue davanti a noi. Riccardo mi fa “oh, dopo devo dirti una cosa” “dimmi ora” “no no dopo”. Fantastico il paesaggio, peccato per il meteo nuvoloso, il vento che ora si è ridotto ma si sente, e la luce che non permette di distinguere bene le pendenze. Devo farci l’abitudine.
Il falso piano dura un po’, al ritorno sarà uno strazio, ma forse vale la pena tagliare verso il rifugio e scendere per la pista che stanno innevando ed è chiusa. Davanti a me, oltre che un buon numero di scialpinistiisti, non vedo però un passo, ma semmai una montagna, e mi pare sia Punta Saldura. Non ricordo bene la cartina, ma mi sembra che siamo un po’ fuori mano.
Riccardo: “ok, ora te lo posso dire. Abbiamo sbagliato, la nostra valle era molto più a destra, stiamo salendo verso Punta Saldura”, e mi sembrava. Decidiamo di continuare, tanto in cima non ci saliamo di sicuro, alpinisticamente non siamo equipaggiati, la cima è bella coperta, e poi la parte alta da scendere sarebbe un OS.
Continuiamo ancora un po’, risalendo un pendio che comunque non mi pare tanto dolce, ma lassù scorgo già quello che sembra essere il muretto del ghiacciaio: no no, a quota 3000 ci fermiamo, che siamo già contenti di avere messo gli sci ai piedi visto quelle che erano le previsioni e l’entusiasmo che avevano suscitato!
Cambio abito e ci prepariamo a scendere, la luce non aiuta, ma la neve si, farina morbida che tutto perdona, o quasi. Bisogna stare attenti ai dossi e a certi “dirupi”, solo che un dosso non lo vedo e mi ci capitombolo dentro come un ariete, bom, tuffo nella neve e ricerca dello sci scomparso sotto la coltre. Poi la discesa continua giocosa e gioiosa, che spasso. Sarebbe ancora più spasso a esser bravi.
Stiamo per arrivare sul pianoro di prima, decidiamo di puntare al rifugio che sembra anche quello che assicura una minore richiesta di spinta. Per evitarne il più possibile tocca prendere velocità, via spediti, e trappola! Mentre sono sul piano, a velocità pure ridotta ormai, un fosso davanti a me, profondo mezzo metro e largo anche di più: non devo frenare, anzi cerco pure di evitare la disfatta “saltando”..
È andata, goccia di sudore freddo e leggero dolore da strappo muscolare all’inguine. Ok, ora c’è da spingere faticosamente per riguadagnare quota, e arriviamo così al rifugio, dove stendiamo gli sci sulla staccionata, mangiamo, e osserviamo un aquila sulla nostra testa.
Via giù per la pista ora, ma è una tragedia. La polvere è un lontano ricordo, crosta ghiacciata, irregolare, arata dal gatto delle nevi che incrociamo due volte durante la discesa. Da dimenticare. Lo spazzaneve trema per seguire l’irregolarità del fondo, finalmente dopo tempo immemore arrivo sulla pista da slittino, mannaggia.

Qui il proseguo.

Qui altre foto.
Qui relazione on-ice.
Qui relazione OTT.