sabato 18 marzo 2017

Dall'esser Orco a diventare Giullare: Canale dei Bolognesi, "rivincita"

Tutti abbiamo delle paure, dei brutti ricordi, delle esperienza che ci hanno segnato nel profondo: per quanto riguarda il mondo dell'Alpinismo, una di queste è per me il Canale dei Bolognesi al Corno alle Scale. Era una di queste..

Lontano 26 febbraio 2011: fresco allievo uscente dal Corso di Alpinismo A1 del 2010 del CAI di Carpi, col mio (nostro) maestro Nicola e l'amico Marco (anche lui fresco allievo uscente) ci infiliamo in questo budello di cui io e Marco (che saliamo solo da secondi) resteremo traumatizzati (chiedere a Marco!). Ore e ore in parete, scariche, passaggi delicati, soste precarie, mutande marroni. Ricordo all'uscita degli abbracci stile "oddio che bello siamo vivi!", ricordo la frase "Canale dei Bolognesi, fatto una volta è già troppo!". Il nostro piccolo Eiger, il nostro piccolo grande Orco.

Ricordo i messaggi scambiati col custode della Est del Corno, Alberto Caprara: mai conosciuto di persona, ma la cui gentilezza, la reputazione, il mito di questo alpinista romantico affezionato alle montagne di casa, lo rendevano "uno di noi". Uno di noi perito su quella montagna qualche anno dopo. Leggo la dedica sulla nuova guida Appennino di Ghiaccio Vol.2 degli Alpinisti delLambrusco, che riporta anche un trafiletto della nostra relazione: brividi. Già, un Orco. Un brutto Orco.

Più di 6 anni sono passati, un po' d'esperienza in più me la sono fatta, sono "evoluto" (o "involuto", dipende dai punti vista), sono "maturato". Forse l'armatura per affrontare l'orco è un po' più robusta, e la spada-piccozza più affilata. Da qualche tempo ho iniziato a pensare che "Ma sì dai, se sapessi che è in buone condizioni stavolta, tornerei a salirlo".

Il Barba sabato 11 ha avuto la genialata di approfittare della Luna Piena e salirlo quasi tutto di notte, riportando ottime condizioni. Ma quella è una parete est, ha fatto caldo, mi sa che ho perso il treno per quest'anno. Invece, venerdì pomeriggio alle 16 arriva il messaggio "Ho sentito il mio amico che ci è stato ieri, VAI!!!!" e non sto più nella pelle.

Ormai già "rassegnato" a una nuova nottata in solitaria, complice un pranzo con parenti al sabato a cui non voglio mancare, scrivo a Giorgio che sapevo interessato a questo itinerario, e il solo che con così poco anticipo credo possa riuscire a esserci: "Giorgio, prepara il caffè". Poche decine di minuti e la sua risposta arriva "il mio capo ha concesso il nulla osta". Orco, arrivo.

Venerdì sera a letto alle 20:30, sveglia alle 23e00, il motore dell'auto si accende dopo mezz'ora, e dopo un'altra mezz'ora passo a prendere il mio amico. Follia, pazzia, passione: "la normalità è relativa". La parete è esposta a est, a pranzo devo essere a casa, la luna c'è. L'orario apre folle, ma è ragionevole sulla base di questi aspetti. Allora per la proprietà transitiva, potrebbero essere questi aspetti a esser folli..

Alle 2 siamo al parcheggio del Rifugio Cavone. 12 gradi segnati dal termometro dell'auto del Capo di Giorgio. 12 gradi. Oh mio Dio che caldo. E che vento che soffia già qui. Va beh, siamo qui, andiamo. Una precisa mail di gestione del materiale per minimizzare le perdite di tempo: armati di tutto, protezioni da roccia, da neve, da ghiaccio. L'orco ha mille facce, occorre essere pronti per ognuna di esse.

Ci incamminiamo meno carichi di quando siamo partiti. Mettiamo piede nel Vallone del Silenzio, appena fuori dal bosco, con la luna appena scesa dietro la gigante croce di Punta Sofia. Uno spettacolo unico, che rende la croce quel miraggio che 6 anni fa abbiamo bramato per ore e ore. Che oggi spero invece raggiungere non dico senza difficoltà, ma in tempi e modi dignitosi. Divertendosi.
Seguiamo tracce in direzione del Passo del Vallone, ricordo che c'era da entrare nel bosco ma non lo facciamo, ne stiamo fuori. E infatti sbagliamo: raggiungiamo la cresta dei Balzi dell'Ora a quota 1750, tocca tornare più giù verso il passo, da cui vogliamo scendere per passare sul versante est. Tira già un vento forte che, complice il ghiaccio (raro ma possente), ci fa perdere l'equilibrio un paio di volte.
Al Passo del Vallone, un'occhiata a est e "ma dobbiamo scendere di qua?!": discesa faccia a monte a lume di frontale, finché la pendenza non cala e si può iniziare a traversare. Ricordavo un avvicinamento ostico, ma quella volta lo percorremmo con la luce del sole e con innevamento maggiore, un'altra cosa. Oggi occorre fidarsi delle sagome lontane disegnate dalla luna, e seguire il ricordo di "stare al limite del bosco". Tracce non se ne vedono..
Tarzaning tra i faggi, nuvole lontane che scavalcano il crinale, timori di insuccesso che avanzano. Ravanamento selvaggio appenninico, ogni tanto della neve dura, spesso della neve molle, e tra poco rimpiangeremo anche questa. Zero foto, che al buio non sarebbero venute.

Finalmente delle tracce di passaggio umano, che pare salgano addirittura dal Rifugio Segavecchia. Tracce che diventano dure sa seguire quando la neve lascia posto a erba, paleo, cespugli di strane forme di pino nano. Lassu proseguono, ma il canale pare essere quello alla nostra sinistra. Boh.

Giorgio prova a traversare per buttarsi dentro a esso, ma il traverso sul secco, su erba e arbusti misto terra, senza capire se il piede poggi su qualcosa di solido o meno, con le mani che trazionano vegetazione dalla dubbia radice..piace poco. "oh, proviamo a seguire le tracce che salgono, magari traversano più su".

30m di salita su terra, erba, arbusti. Radici e fusti difficili da afferrare data la circonferenza minuta. Ramponi che mordono una terra piuttosto friabile per potersi dire un "buon appiglio": "speriamo sia la strada giusta, perchè da qui non ci scendiamo mica! E doppie non vedo la possibilità di trovare ancoraggi degni di questo nome".

Torniamo su neve, le tracce sono anche fresche, di evidente salita visto dove sono le punte dei ramponi. Ma lassù zigzagano: il cuore spera che sia la salita giusta, la mente già capisce che sono tracce di discesa che qualcuno ha anche risalito. Risbuchiamo sui Balzi dell'Ora, stavolta a quota 1800. Il vento schiaffeggia. "Gio, ziocca, siamo su Balzi!"

Che fare che non fare. Visto l'orario, è presto, possiamo riscendere, tornare a vedere dove si possa passare, evidentemente il canale era quello dalla discesa ostica. Ma quei 30m di terra erbosa.. Va beh, andiamo. Guarda te sto cavolo di Orco che si è preso pure degli aiutanti per renderci la vita difficile.

A chiappe strette si scendono quei metri disarrampicando. Un po' di neve, e poi di nuovo del secco per infilarsi nel budello: un bel traverso su cengia fantasma (vedila una cengia in mezzo alla vegetazione alta) ed eccoci sulla neve. Eccoci nel canale. Non lo ricordavo certo così l'avvicinamento! Oggi direi che sia anche lui uno dei tiri chiave della via. Ed è tutto ancora avvolto nel buio della notte. 

Risaliamo della neve ripida e marciotta, un piede di Giorgio fa crollare inevitabilmente un piccolo ponte di neve: si vedeva lontano un miglio che non avrebbe retto. Provo a spostarmi sulla roccia marcia a destra ma è peggio: un bel passo lungo e via. Seguiamo le tracce marcate ma nelle quali sprofondiamo lo stesso. Il cielo verso est comincia a infiammarsi, ma non è per nulla sereno: cosa buona per il dopo (il sole rovinerà meno il nostro intento) ma cattiva per il prima (la neve senza cielo sereno fatica a indurirsi). L'orco ti da un aiuto con una mano e uno schiaffo con l'altra.
Si sale alla ricerca del chiodo di sosta, confidando nel report di Marco di sabato: c'è solo da trovare una roccia con chiodo e che ospiti un friend medio. Saliamo su pendenze ancora tranquille, 50°, incanalandoci man mano dentro un canale contornato da rocce e pareti aggettanti, poco stabili, e delle quali alcuni pezzi sono già rovinati sotto il peso della gravità. Che ambientino ospitale!

Oh ecco il chiodo, su questo roccione proprio in mezzo al canale (standoci ben sotto, ci si ritrova riparati a dire il vero, ma sotto sotto..non ci puoi stare). Un bel chiodo color ruggine, ma che va benissimo: non siamo in falesia. Cultore dei nuts, prediligo questi ai friends, ed eccone due controventati come da manuale. Pronti a partire. Pronto Giorgio, parte lui come usanza (e anche perchè ricordo che l'ultimo nonché oggi secondo tiro, dovrebbe essere il più bello).

Sia a destra che sinistra, ghiaccio. Ghiaccio non da cascata ovviamente, piuttosto neve sciolta trasformata. Mica una roba solida, ma qualcosa di delicato: niente forza bruta, delicatezza. Poi qualche zona dove sbattere le nostre propaggini metalliche con potenza rassicurante e inaudita c'è, ma poca. Le tracce vanno a sinistra, e in effetti lì sembra meno sottile. 

Arriva la luce, arrivano le foto. Faccia a faccia con l'Orco. Sono le 6.

Parte il mio amico, non lo vedo però: solo qualche metro sarà alla mia vista. Non lo vedo, ma presto lo sento borbottare. Siamo già in ritardo, abbiamo perso tempo a gironzolare sui Balzi dell'Ora, ci manca solo che diventi un'epopea come 6 anni fa. Su ghiaccio ci si protegge con viti da ghiaccio: meno male le abbiamo prese in buon numero.

In effetti i primi metri non sono mica tanto appoggiati, e la sostanza su cui poggiano piedi e trazionano piccozze non la vorresti trovare su queste pendenze. Ho freddo nonostante le temperature, ma in sosta fermo e sudato si sente tutta. Dai Giorgio va su. Dai che scendere non lo vedo molto possibile, e a 110m dall'uscita lo vedo anche..che palle. 

Pezzi di ghiaccio che rovinano giù, sul mio casco anche, mi riparo. Il sole non esce, imbrigliato dalle nuvole, meglio per la neve, male per la mia temperatura corporea. Il mio amico sale lentamente, probabilmente si protegge, "Giorgio vacci piano a scalciare, tanto non serve, usa le carezze", facile parlare per me che sono qui. 

Finalmente lo vedo. Guardingo, attento, sbilanciato, lungo. Supera quello che sembra un muretto, poi scompare alla mia vista salendo con una verve ben più brillante che prima.

"Gio metà" corda. "Gio 10m" di corda rimasti. "Ok, faccio sosta, direi che sia ovvio che sia qui". La sosta dovrebbe essere su chiodi, da piantare noi. Sento smartellare, ma..non sento i chiodi cantare: speriamo sia solo questione che non mi arriva questo suono e la sosta sia buona. Posso partire, finalmente. Con la mia tenuta da Appennino: picca classica, picca tecnica con punta ben consumata, ramponi a punta dritta "smussata" dall'uso. 

E dopo pochi metri, un bel muro di ghiaccio. 10-12m con passi a 75° o forse più: ottimo! Insomma, l'orco affila le unghie, ma allo stesso tempo vedo che si sta mettendo un cappello: quel cappello con varie punte, coi sonaglietti alle estremità. Punte colorate. Che trasformazione sta subendo? 

Picche che si piantano bene, a volte cotto colpi violenti, a volte sotto colpi opportunamente delicati. Momenti di concitazione, momenti di gioia. Chi l'avrebbe mai detto di trovare questo e tanto (tanto per esser l'Appennino) ghiaccio? Uno sguardo giù ad assaporare la pendenza, poi supero il cambio di pendenza dal quasi verticale al meno verticale, e vedo lassù il mio amico. E vedo lassù un secondo tiro che non assomiglia per nulla a quello che mi aspettavo. 

Salgo di gusto, non più muovendo un arto alla volta, ma un piede e un braccio insieme data la migliore consistenza e pendenza del proseguo. Arrivo dal mio amico con un piccolo traverso: la sosta deve esser lei, solo sono preoccupato dalla prossima lunghezza. "L2 60m con sosta su neve" dice Marco, come a dire "con la corda ci arrivi per un pelo a uscire, prima non riesci a fare sosta, e lassù..ti arrangi con la neve!". 

Scambio materiale, due chiacchiere due, il vento che si sente urlare lassù dove sto per dirigermi: "Gio, non ci sentiremo di sicuro, rimaniamo coi tre strattoni come segnale, e speriamo la corda basti". Abbandono il luogo sicuro, una tasca comoda nella giacca sbrindellata dell'Orco: o no? O è una tasca colorata di un altro tipo di giacca? Di quelle che al loro interno nascondono scherzi e giochi? 

Traverso per riportarmi sotto la linea di salita, sotto l'uscita che pare essere lassù. No vabbeh, ma che bello è?! Ghiaccio e ghiaccio (ghiaccio appenninico eh), con terra e erba affiorante ma non in eccesso. Rocce ai lati, rocce sopra. Qui c'è da divertirsi altro che! Sto meditando una considerazione, sto capendo qualcosa.
Era il cappello da giullare quello coi sonaglietti alle estremità, solo ora lo riconosco. Basta paura, vai di divertimento. Ma aspettiamo a cantar vittoria. 

Metri appoggiati (60°?) su terreno discreto, con la picca che magari non trova al primo colpo quei 7-10cm minimi di ghiaccio che ti assicurano un minimo di tranquillità: a volte il primo colpo si pianta solo per 3cm prima di suonare, oppure rimbalza direttamente. Me ne sto leggermente a sinistra a sperare di trovare roccia buona per qualche protezione. No, vai con una vite: la carota esce, ma entra troppo facilmente l'arnese.. Basta non volare. 

Vedo lassù la placca dove 6 anni fa andammo fuori via: stammi lontano! Prevedo invece un bel traverso per tornare sulla linea di salita. Un traverso perverso, con le picche che devono cercare parecchio prima di trovare qualcosa di buono, sempre ad altezze sbagliate (o troppo su o troppo giù) e a larghezze scomode per un traverso. I piedi che cercano di evitare l'erba, e quello sguardo che mentre li osserva, realizza quanto sia verticale il traverso e quanto sotto sia quasi strapiombante. Cappello da giullare, ma con humor inglese! 

Fiuu, posso riprendere a salire dritto, ben più naturale e quindi "amichevole" che traversare. Fantastico. Occorre una gran fiducia in ciò in cui affondano i ramponi, un certo fiuto nel trovare materiale buono sotto le lame delle picche, ma presa confidenza con questo tipo di alpinismo, ovvero nell'Appenninismo, è fatta. Ma che ne sanno gli ALPInisti!
Corro famelico verso l'uscita, nessuna traccia di quello scivolo nevoso che ricordavo e che credevo avrei risolcato oggi. Varie chiazze di roccia e erba e terra da sfruttare tutte: e la corda basterà? Speriamo. Intanto il vento urla sempre più, ho il timore che una volta messa la faccia oltre l'uscita verrò spazzato via con forza di nuovo giù nel budello. Il cielo che prima era velato, ora è proprio nuvoloso.

Nessuna cornice, ma accumulo di neve non trasformata in cui gioisco ad avere la picca classica (prima su ghiaccio invece, due tecniche le avrei gradite), ma senza esagerare che su questi 75° c'è da andarci piano e delicati. Vento che mi prende a schiaffi, cambio di pendenza repentino ed eccomi fuori. Non urlo di gioia perchè il vento ributterebbe violentemente tutto il mio fiato nella mia gola.

Chissà quanti metri di corda sono rimasti: tanto sentire la voce di Giorgio è al momento una delle cose più utopiche che possa concepire. Lassù la croce, ad almeno 50m, ma prima c'è un bel cavo d'acciaio con anello alla fine. Provo ad arrivarci, non voglio fa sosta su fittoni. E intanto il vento fischia, soffia, urla.

Qualche passo e la corda non viene più, c'era da aspettarselo. Che fare? Alpinismo è anche fantasia: mi slego una corda e la rilego con moschettone in vita, poi idem con l'altra. Guai perderne una! Non vorrei vedere la faccia del mio amico nel caso. Altro moschettone all'imbraco, con cordino infilato dentro: inserisci l'altro capo del cordino nel moschettone delle corde, e sfila questo dall'imbraco. 

E così a seguire per quasi tutti i cordini che ho per poter arrivare con questa catena di nylon colorata fino al cavo di ferro. Oh, ora sono tranquillo, torno alle corde per fare sicura al mio amico. Intanto prego solo che salga in fretta per poter mettere la giacca: il vento non mi schiaffeggia, mi tira direttamente dei ganci di destro e sinistro a non finire. 

Me ne sto qui, isolato dal mondo: sono da solo, non sento nulla a parte Eolo, non vedo nessuno grazie alle nuvole. Assorto nei miei pensieri, nella gioia di aver sconfitto un Orco: o meglio, di aver visto che l'Orco ha assunto le sembianze di un Giullare che mi ha fatto divertire (pur con strizza). 

La marcatura a metà corda mi raggiunge, poi quella dei 10m, e ben presto esce pure il mio amico. Ora sì che posso dire sia fatta! Felici, non stanchi, ma affamati e assetati. Io infreddolito, ora a due mani (una per cercare la giacca, una per evitare che tutto il resto voli via) posso vestirmi e bardarmi. Fortuna non c'è freddo, se no la temperatura percepita sarebbe da congelamento! 

Fatte su in fretta le corde, in fretta e male con le asole spinte verso est dal vento, sgattaioliamo in fretta alla croce di Punta Sofia, quello che era il miraggio di 5 ore fa. Sono le 8e30, secondo i miei calcoli dobbiamo sbrigarci a scendere se vogliamo berci una meritata birra e non rientrare a casa tardi. Queste considerazioni non sono certo il motivo principale che ci invoglia a scendere di corsa, quanto piuttosto il vento, il vento, il vento. 

Finalmente al Passo della Particciola non siamo più in sua balia, ora possiamo anche parlare senza interromperci ogni due parole con un "Cosa? Non ti sento!", rallegrarci della salita ed esprimere la nostra gratitudine a chi ci ha dato le dritte per realizzarla, all'Appennino che ci ha regalato un'altra indimenticabile giornata, e a complimentarci a vicenda coi classici "Ma il tuo tiro era più bello" "Ma il tuo tiro era più duro".
A distanza di 6 anni, con un bagaglio di esperienza maggiore, qualche salita in più effettuata, con una consapevolezza maggiore dei propri limiti e non, l'Orco mi ha fatto la giusta paura, e il Giullare mi ha fatto divertire come un bimbo. no, a ben pensarci non è uno che si è trasformato nell'altro, ma sono due facce della stessa medaglia. La medaglia della Montagna.

Resta ancora un Orco però nel mio armadio, di cui vorrei vedere la faccia dietro, quella del Giullare. Un Orco? Altro che Orco, un Drago Sputafuoco di quelli a tre teste! E questo sarà ben più duro da domare: ma chissà, un giorno.. un giorno vicino spero..

Qui altre foto.
Qui e qui report.
Qui la guida.
Quirelazione vecchia.

domenica 12 marzo 2017

Plaisir di tentazioni: Canale Destro del Triangolo

Dopo la giornata di ieri, oggi è opportuno stare rilassati. Parecchio rilassati. Con una rocambolesca sequenza di avvenimenti mi ritrovo con Alessia, Mattia e Roberta in destinazioni Monte Giovo. Colazione a Pavullo insieme a Stefania, Carlo e Cecilia, tutto molto con calma, ma molto.
L'alba la vediamo dalla macchina mentre ancora dobbiamo arrivare a Pievepelago; quando è ora di prendere l'attrezzatura, lascio tutta la ferramenta e cordame vario in auto. Cavolo, ho lo zaino vuoto, mi sento nudo. Va beh, relax, plaisir.
In cammino sul sentiero, si arriva sul Lago Baccio senza far caso all'orario: la cosa bella è che ci siamo solo noi. Ma come? Con le condizioni che ci sono, dove sono gli alpinisti? Denigratori dell'Appennino.. Attraversiamo il lago, mi raccomando di stare distanti: mi giro e i piccioncini sono uno di fianco all'altro.
Si scorre sotto le pareti, scruto che belle linee da esplorare ci sarebbero, ma oggi sono alla mercè dei miei amici, non decido nulla. Ma guarda quel caminetto, il primo tiro del Canale della Serra: mmm che tentazione! va beh, seguo gli altri, decidono per il Canale Destro. Però devono ancora prepararsi loro..aspetta che cedo alla tentazione..
Sgattaiolo verso destro, scompaio alla loro vista, appare alla mia vista il budellino di misto: dai ci provo! Divertente, tecnico, con qualche passo di arrampicata e di dry, uno scivolo di ghiaccio e neve che nella parte alta suona vuoto, e che alla fine si restringe a tal punto da non permettere di avere gli arti appaiati!
Esco, traversa verso sinistra per riportarmi dai miei amici, che stanno ultimando le operazioni di preparazione. Li lascio scorrere davanti a me mentre scaviglio sui lati del "tubo": oggi sto dietro. Sto dietro e mi osservo intorno, dietro, davanti, ai lati. Dall'infinito al finito. E nel finito, altre tentazioni.
La salita è facile, ma sul lato sinistro trovo un paio di occasioni per complicarmi la vita. Per renderla più frizzante. Due paretine di 15m ben più ripide, in piolet, con ghiaccio e neve dura, erbetta e roccette. Che figata! Non resisto a queste tentazioni, e mie amici scorrono su..
Ormai prossimi all'uscita loro: appagati chi dal loro primo (primo? o già forse no?) canale in autonomia, chi da una forma fisica "guarita". Mi guardo intorno, un bambino al parco giochi: un bambino che ha ancora dei sogni e della fantasia. Lassù, a sinistra, un'uscita più ripida, di misto, appenninica. Tentazioni..
E andiamo allora, nuovi metri spettacolari, a tratti delicati a tratti cementati. Ho tra le mani uno dei lecca lecca più gustosi che potevo sperare oggi! 20-30m e il lecca lecca è prosciugato: va beh, il gusto nel palato della memoria mi rimarrà! E speriamo anche in qualche foto scattata dagli amici..
Amici che raggiungo scendendo corricchiando. Si pasteggia all'uscita mentre aspettiamo Carlo e Cecilia, si esplora il pianoro su cui giaciamo, si mangia. Panorama, sole, cielo un po' velato ma piacevole. Arrivano anche i due scialpinisti, e pasteggiato un altro po', possiamo salire verso la cresta e poi in cima.
E di nuovo, schiavo delle tentazioni e dei peccati, mi sposto a salire più a sinistra, un pelo più ripido. In cresta pure io, contemplo la parete nord est del Giovo: la Direttissima, altri sogni. Ben presto in cima, altre chiacchiere: l'assenza di vento e le temperature gradevoli aiutano a far sì che sia più il tempo che siamo fermi che in movimento. Ma ci sta.
Carlo e Cecilia tornano indietro per sciare, noi proseguiamo sulla cresta in direzioni nord per scendere dal Lago Santo. Sempre bella una cresta: panoramica, spaziosa, aerea, e..in testa non può caderti nulla! Incrociamo qualche persona, ne vediamo altre uscire dai canali del Giovo, ma noi ormai abbiamo in mente una cosa sola: bere e mangiare.
Piccolo ostacolo su questa missione, un traverso ghiacciato sotto alcune rocce, passato il quale scopro una placca di ghiaccio che torna in cresta: tentato! Trafitto, dai che torno su, e a criceto sulla ruota salgo questa decina di metri, finisco dietro alle mie amiche e "cucu, son di nuovo qui!".
Grande ostacolo alla missione: la discesa in neve cotta verso il Lago Santo. Un'agonia per l'amica che ha ancora qualche postume di dolore al ginocchio, poverella. Stringiamo i denti con lei, e faticando più a scendere che salire, tra una madonna masticata e l'altra, siamo sul Lago Santo ghiacciato.
Lo si attraversa di corsa (oh, io c'ho paura), ma non senza fermarsi per suggellare una scommessa su dove si trovi un canale su questa parete: scommesse importanti con premi ghiotti. Arriviamo al Rifugio Vittoria. Io, Roberta e Stefania a cercare Alessia e Mattia che non ci sono: scopriremo esser già all'auto. Ma nemmeno Carlo e Cecilia: pure loro davanti a noi. 
Il tempo di una birra al sole, gli altri amici che tornano su, e poi via all'auto e a portare a termine la missione: strafogarci di cibo, bevande, e risate. una sana giornata di plaisir e..di tentazioni!

Qui altre foto.
Qui guida.

sabato 11 marzo 2017

"E balla finche ce n'è": sbornia di Alpinismo Invernale in Appennino Reggiano

E ti arrivano quelle giornate (e nottate) così: unisci i puntini, traccia una sequenza di avvenimenti, sfoderà qualche vecchio sogno, mettici la voglia di ammazzarsi di fatica, l'ingordigia di Alpinismo, la Luna Piena, una bella giornata. Oggettivo e Soggetivo, stati d'animo interni e condizioni esterne si combinano in un cocktail esplosivo: e allora esplodiamo, e allora balla finchè ce n'è!
L'idea nasce. Si insinua. Si realizza. un'oretta di sonno dopo lavoro, preparazione zaino, cena leggera, un paio di commissioni, e si parte. Arrivo a Febbio (non salgo a Pian Vallese, purista dell'inutile), teatro di tante girate in solitaria, in tempo per infilarmi nel sacco a pelo (da quanto tempo non capitava!), dormire un'oretta e mettermi in cammino: sono le 2, di notte.
La Luna, compagna di tante avventure, sorella notturna che quando è Piena mi (ci) accompagna nella ricerca dell'itinerario, illuminando quel buio tenebroso che incute un timore che si acuisce quando strani suoni lo riempiono. Suoni, versi, fruscii.

In cammino con lo zaino pesante per i 3 litri d'acqua (la giornata sarà lunga, ho il sospetto), sulla noiosa strada che costeggia piste da sci morte, che si trasforma in sentiero insinuandosi nel bosco. Pietraia e fogliaia maledetta dai mille scivoloni: passati, presenti e futuri. Ma oggi non c'è neve qui, ne ghiaccio, e il presente è più roseo.

Lasciatomi anche Pian Vallese alle spalle, le tracce marcate mi portano dove mi ero già prefissato di non andare. Sì, vorrei salire il Fosso della Piella, o Canale del Ghiacciaio della Piella, che manca nel mio mediocre palmares, ma ho già assunto di attaccarlo nella parte alta, seguendo il sentiero fino alla Conca del Passone e traversando da lì. Reputo improbabile a buio e senza tracce attaccarlo dal basso.

E invece dopo minuti di testa china, mi ritrovo alla presa d'acqua di cui parla la guida. Beh, ormai sono qui, sono fuori sentiero, proviamo. Deboli tracce sparse tra fogliame, poca neve, cataste di legna. mi allontano sempre più dal sentiero, e va bene, ma son sempre più timoroso del "ma dove diavolo sto andando? Mo mi perdo, e a quest'ora non sarebbe il caso".

Eccomi dentro un fosso, dentro un canalone, ma senza più tracce. Lo seguo, mi inerpico, ma in alto non vedo nulla, sono ancora nel bosco. Buio e sinuosità del canale fanno il resto, nel dubbio torno indietro, se no rischio di mandare la giornata in vacca. Mezz'ora persa così, per poi scoprire a casa con la traccia GPS che (come poi sospettavo) ero nel posto giusto: bastava crederci e continuare a salire nel buio.
Oggi il sentiero sembra più corto del solito: meglio, che sia che la testa abbia già iniziato a capire quale sarà l'antifona? Fuori dal bosco, nella Conca del Passone mezza illuminata da una possente Luna. Traverso tutto a destra, voglio salirlo quel fosso: voglio godermi un paesaggio e uno spettacolo indescrivibile, e difficilmente fotografabile. Ma ci provo a fotografarlo, tre piedi, modalità "cielo stellato", e vento che mi raffredda.

Più difficile portarsi dentro il canale che risalirlo: un pendio ghiacciato a 55° abbondanti, e poi eccomi dentro un dolce pendio. Mi osservo intorno, pesto neve, ma i lati spelacchiati mostrano un inverno debole che già se ne va. Le pause non mancano, meglio prendere fiato che l'antifona è quella la e bisogna giocare al risparmio. Sopratutto quando inizio a esser timoroso che salire tutta la roba che ho in testa a buio..potrebbe farmi più paura di quello che credevo.
In cima a La Piella, o almeno credo. Sì sì, è lei. Altre foto per rendere la bellezza collegata a questa follia: salire a certi orari, in certe condizioni, per cosa? Per questo: il silenzio, l'ombra creata dalla luna, le luci della civiltà, una civiltà spesso caotica con la quale occorre convivere, ma dalla quale serve disintossicarsi ogni tanto.
Guardo l'orario, andiamo bene. Direzione Passo di Lama Lite, conosco la zona e posso puntare le direzioni corrette anche senza una traccia marcata per terra. La Luna che al suo tramonto si specchia sui pendii di neve ghiacciata assomiglia al Sole al suo di tramonto che si specchia nel mare. Mare di ghiaccio e mare di acqua: stessa sostanza, stato di fase diverso.
Svarioni. Il sonno mancato si fa sentire con forza: mi ricorda la traversata del crinale dell'Appennino. Quella volta, poco prima del Sillano, fui costretto a sdraiarmi lì dov'ero senza pensarci, prima di carambolare a terra per un colpo di sonno. Oggi non posso, morirei di freddo. La redbull che ho nello zaino è provvidenziale.
Giunto al Passo di Lama Lite le prime luci rendono già la frontale inutile. Le paure si placano, posso proseguire senza scuse. Devo. Le sagome di Vallestrina e Ravino diventano più nitide, più colorate. La Cresta Nord del Monte Cipolla è tinta di un blu tenue che ne armonizza ancor di più le curve. La attacco, famelico di giungere in vetta prima del sole.
Uno sguardo al Giovo dove probabilmente stanno per iniziare la loro salita gli amici Cristian e Stefania. Oggi sono solo, come altre volte, come altre volte in cui mi vengono schizzi di follia in cui non vorrei esser seguito da nessuno: non voglio così male agli amici.
Le roccette finali scoperte rendono più frizzante la salita (ancor più frizzante sarà scenderci!), salita tutta da tracciare tra l'altro. Tutto sarà da tracciare oggi, tutto sarà da decidere, insomma oggi è la giornata del tutto in autonomia. Rischi maggiori, probabilità di successo minori, soddisfazioni maggiori. Ed eccomi in cima, il panettone del Cipolla.
Naturale prosecuzione è la Cresta Nord del Monte Prado, e a me la natura piace. Avvicinandosi a essa, la poesia dell'alba va a tingere di rosa la prete nord est del Prado: una pannosità dolce ma ripida, un colore tenue ma che nasconde del brusco. Un onore assistere a un tale spettacolo, quasi come svegliarsi al fianco al viso di una bella ragazza. NB: quasi.
Cresta affilata, e col vento che c'è (che già quella precedente mi ha fatto perdere l'equilibrio un paio di volte) va percorsa con attenzione. D'estate la si abbandona sgusciando sul alto ovest, d'inverno la si segue integrale, superando un paio di risalti a 70° e sfruttando la mica tanto sana roccia che c'è. Ma tutto fila liscio come l'olio, testa e fisico reggono bene.
In vetta al Monte Prado, il sole ormai la fa da padrone, ma anche il vento: meglio abbassarsi per sperare di essere un po' riparati da esso. Colazione sul mare di ghiaccio, la foto dei piedi alpinistica, la pace dei sensi, la mente libera.

Bene, e tutto ciò per cosa? Per andare finalmente ad esplorare il Sassofratto! Uno strano modo di fare l'avvicinamento alle sue pareti, ai suoi canali, ma di certo molto estetico nella sua originalità! Scendo verso la Valle dei Porci, neve dura alternata ad accumuli per fortuna esigui (se no ci sarebbe da preoccuparsi). Sbircio la est del Prado, ma oggi ho intenzione di lasciarla stare. Intenzione che sarà abbandonata.
Finita la discesa, occorre traversare per portarsi all'attacco dei percorsi possibili. Ma traverso troppo presto, tocca tornare indietro e scendere ancora di più. Intanto già ho buttato l'occhio ai canali nord ovest: belli, ma forse troppo duri per salirli in solitaria. Forse. Di nuovo al sole, e col foglietto in mano per capire sotto cosa sono.
Voglio (provare a) salire il Canale NordEst del Sassofratto, devo quindi traversare ancora e portarmi nel budellino che nasce fin da dentro il boschetto. Eccomi sotto, anche se sono già rimasto stregato da un altro paio di salite possibili che ho visto da basso.. La neve è ottima, il vento mi lascia in pace, ma più su avrà una spinta maggiore dovuta alla conformazione del canale. Saliamo.
Itinerario in mezzo a costole rocciose che tagliano questo versante in modo a volte regolare, a volte no. Il bello dell'Appennino è che si può lavorare di fantasia, salire dove più ti piace, variare salite classiche: un po' come in cucina (o almeno per come piace cucinare a me).
Il sole torna a baciarmi, il vento a spazzarmi. Sono fuori dal canale. Contemplo una vallata calma e tranquilla (quella sotto le pendici nord di Monte Vecchio), troppo isolata per esser presa in considerazioni dalla maggior parte delle persone. I polpacci godono, i quadricipiti son caldi. L'orario concede un altro giro in giostra. "Balla finchè ce n'è!"
Riscendo nel Vallone dei Porci, ritraverso sotto le pendici del Sassofratto, risbaglio a traversare troppo presto e riritorno sui miei passi. Riarrivo sotto il Canalone Nord (o Paretina?) del Sassofratto e..via su di qua: dall'alto l'ho visto meglio e pare bello anche lui, anche se l'uscita è ben più dritta di quella che ho da poco lasciato.
Giunto al risalto roccioso in mezzo al canale, la confidenza raggiunta tra le mie propaggini metalliche e la consistenza ottima della neve che a volte è pure ghiaccio, mi accendono la folle-fantasia. Proviamo a salire questa parete rocciosa coperta da ghiaccio sottile e solcata da rigole di neve. Ma dopo qualche metro demordo: non rischiamo troppo dai.
Demordo qui, riprovo su. Una paretina di ghiaccio misto erba sulla sinistra, ciò che di più Appenninico ci possa essere: delicato a tratti, godurioso ad altri. Traverso verso destra per riportarmi dentro il più comodo pendio di neve, zigzago e perdo tempo. Perdo tempo, guadagno spasso.
E in vista dell'uscita, vedo una bella goulottina sulla sinistra. Roccia, erba, neve, ghiaccio, mancano solo i mughi (li troverò tra qualche ora) a completare la NdA. E come non resistere? Mi ci infilo dentro, me la godo, me la salgo, me la fotografo. Sassofratto, ne valeva la pena di venirti a trovare!
Di nuovo in cima. Di nuovo al sole, di nuovo al vento, di nuovo "e ora?". Ce n'è ancora? Vacca boia se ce n'è! Altra discesa come prima, verso il Vallone dei Porci. Mi guardo a sinistra: la est del Prado. Mi guardo a destra: la nord ovest del Sassofratto. AD/AD+, forse troppo. O forse no? Andiamo a dare un'occhiata da vicino.
Ottima scelta, la salita più bella della giornata: Canale Centrale alla Parete NordOvest del Sassofratto. E in cuor mio ballo pure! Saranno meno di 100m di dislivello, ma che classe: una neve ottima che la picca fa fatica a estrarsi, tutta sulle punte (dati anche i 60° continui, a volte di più), tratti di misto roccia, di misto erba, di misto terra. SPETTACOLARE! La commozione quando le becche sfondano il ghiaccio.
E come prima esplorazione al Sassofratto, averne salito ben tre itinerari..beh niente male! Dai ora però mi accontento. Guardo l'ora, penso che sarebbe meglio arrivare alla macchina presto per dormire quello che non ho dormito stanotte. Penso che per oggi ne ho fatto già abbastanza. Penso che però come mi riporto al Passo di Lama Lite in modo elegante? Come se fossi due persone, mi frego, torno giù per la Valle dei Porci, sapendo che non la scenderò tutta. Penso che.. "balla finchè ce n'è!"
Sotto la nord est del Prado apro la guida, cosa ho davanti a me? Via dell'Ottantadue al Monte Prado, why not? Ad anche questa, ma vabbeh dai, vediamo la neve basale com'è: se è buona si può andare, lassù già vedo che pullula di erba e mughi ma piana (i maroni).
Neve discreta nonostante il sole, salita comoda e invitanti varianti a sinistra che però lascio stare: accontentiamoci dai. Tanto sta per pensarci l'Appennino a "rassodarmi i glutei" con un po' di sana strizza. Già, perchè dietro quel masso mi aspettano 30-40m di misto NGEMTR: neve, ghiaccio, erba, terra, roccia. Adrenalina e paura escono dai pori insieme al sudore.
Uff, è fatta, però cavolo che caga! Davanti a me solo il bianco della neve e l'azzurro del cielo: what else? Che giornata che sta venendo fuori oggi, che morale che torna su! Torno in vetta al Prado: con lo stesso sdoppiamento di personalità di prima mi sto per rifregare.. Una sosta maggiore, a decidere il da farsi: a confermare al cervello ciò che il cuore ha già coniato.
Scendo per il Canalone NordOvest del Prado, proprio sotto la cima a costeggiare la cresta nord, in mezzo a piccoli accumuli che se fossero grandi (tipo quelli che vedrò dopo sotto al crinale) sarebbero da cacarsi sotto. Scendo appagato, felice, assolato, stanchino anche. Sono le 10e30, son solo 8 ore e mezza che sono a zonzo a spicozzare.

E dal Canalone Ovest del Cipolla vedo scendere qualcuno, la prima anima viva oggi: mi avvicino, le nostre strade si incroceranno per forza. "Buongiorno", poi noto il casco, sento la voce della risposta, lo vedo che trotterella verso di me: è Roberto! Due chiacchiere e due risate, ma pensa te chi trovo. Mi dice cosa ha salito, e così il mio cuore chiama il cervello e gli dice "Visto? Quindi non rompere e andiamo anche li!".
Scendiamo, in lontananza tre scialpinisti, dai colori sgargianti, una stazza che mi pare lui, il sesto senso non mente: Andrea, Federico e Stefania. Ci fossimo dati appuntamento, non ci saremmo riusciti così bene! Il tempo si dilata, le chiacchiere, i saluti, poi il passo che si placa per continuare a parlottare con Roberto.
Alla base del Canalone Nord del Monte Cipolla saluto il mio amico e riparto per l'ultima salita della giornata: mi prometto che sia l'ultima. Seguo le tracce di Roberto che lìha percorso poco fa, poi però verso metà noto che lassù potrebbe essere interessante: rocce, neve scura, sento odore di quick quick. Lascio la traccia dell'amico che ha traversato verso sinistra, e su dritto per la mia variante.
Goduriosa, di nuovo. Tutte belle salite oggi, con condizioni buone o ottime (giudizio relativo a quelle che possono essere le condizioni in Appennino: permalose). Anche qui pendenze accentuate ma (relativa) sicurezza per la qualità della materia prima: lame che entrano e faticano a uscire, progressione ambia piccoza dx + rampone sx e viceversa. Manca solo una colonna sonora rockeggiante.
Di nuovo al sole, di nuovo in cima al Monte Cipolla. Pausa pranzo sul panettone, contemplazione della bellezza del luogo, della pienezza di questa passione (ognuno ha poi la usa), dell'amore per la vita vissuta intensamente. Pensieri sui rischi che ci si può prendere quando pensi ne valga la pena, quando pensi che ti porterà a qualcosa.

Più che pensare, è uno scommettere. Ma se la vita non fosse un rischiare, un mettersi in gioco, un "va beh dai, proviamo", che gusto ci sarebbe? Non siam fatti per esser piatti, ma piuttosto spigolosi, incassati, aerei come creste e canali. La stanchezza inizia a farmi delirare. O a farmi ragionare, chissà. Nella vita, "balla finchè ce n'è", che a non essercene più si fa sempre in tempo.
Ora di scendere, di rientrare, di dire stop per oggi. Pensare di scendere per il canalone ovest del Cipolla mi viene male; idem per l'est. Resta solo la Cresta Nord del Monte Cipolla, da poco percorsa in salita, perciò fattibile direi. E sticazzi invece, imbocco troppo a ovest le roccette e mi ritrovo faccia a monte a disarrampicare dei buoni 60°-65°: facevo prima a girare intorno al panettone!
Al Passo di Lama Lite posso tirare i remi in barca, o meglio metter le picche a posto. Oggi che volevo stare da solo, e ci sono stato parecchie ore, ma ora il traffico in zona Rifugio Battisti inizia a farsi largo. Riguardo il Sassofratto con tutte le gioie che mi ha dato oggi, mi giro verso l'agonia della risalita al Passone: tutto regolare.
Sole forte, faccia cotta da vento e caldo, fame e sete (dei tre litri non è rimasto nulla), strette di mano interiori. Giornata di Appennino Invernale da incorniciare: qualità e quantità. Concatenamenti logici e numerosi: nulla di eccezionale o di cui vantarsi con nessuno. Sono un umile amante dell'Alpinismo spinto da questa passione. Null'altro.
Discesa diretta dal Canalone Nord del Passone, e a ritroso il sentiero dell'andata, che pare pure corto oggi: misteri della mente. Ritrovo Roberto a Pian Vallese, altre due chiacchiere e poi giù, all'auto, alla birra e al panino, e pure al tiramisù, che oggi me lo son meritato. Oggi che mi sono tirato sù.

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