martedì 14 agosto 2018

Vacanza Vagabonda 4/9: ogni tanto si riposa

La sveglia la punto, ma quanto si sta bene nel sacco a pelo.. Guarda fuori e mi pare che nel buio prima dell'alba, non si vedano stelle.. Dormiamo ancora un po' poi vediamo. Altra sveglia e vedo bene le nuvole. Gocce di pioggia. Meno male non sono partito! Poi ne verrà giù tanta..

E allora riposo! O meglio, nuovo trasferimento destinazione Val di Fassa. Dopo aver sentito Giorgio e concordato per mete arrampicatorie in quella valle, mi fiondo per strada per poter arrivare in tempo per concedermi anche un po' di relax in sauna: Dolaondes arrivo! E ci sta.

lunedì 13 agosto 2018

Vacanza Vagabonda 3/9: Monte Vioz da Peio

"Quando trovi un altro matto come te che..". In Val di Sole passo sempre volentieri: la conosco, ci trovo amici, so dove andare. E guarda caso c'è anche un mio omonimo che pure lui fa trail (lui li fa, io ci provo a farli), e anche se ci sono salito l'anno scorso, tornerei volentieri sul Monte Vioz a fare fiato e gamba. Un messaggio ad Andrea ed è fatta. 

Solo che lui è qua con la famiglia, e per non abbandonarli troppe ore, vuole fare una partenza un po' assassina. Si parte dal campo sportivo di Pejo con le frontali.. Questo ci permette anche di goderci una bell'alba: il Brenta che si delinea nel cielo, la Presanella che si illumina man mano.. 

Si chiacchiera e scherza, non è male essere in compagni dopo due giorni solitari. E da questo personaggio ho pure tanto da imparare, perciò ben venga! Arriviamo alla parte rocciosa che gli impianti sono lungi dall'essere aperti, e ciò ci consentirà di salire senza incrociare quasi nessuno ne farci superare da nessuno. La montagna tutta per noi. 

Ritmo non frenetico, ma nemmeno blando. Arrivare al sole da sollievo, anche se mi sa che durerà poco: le previsioni davano un peggioramento nella tarda mattinata, ma in tutte le valli è già presente il tappeto di nubi. Dopo poco più di 3h siamo al Rifugio Vioz Mantova a stringere amicizia con un coso peloso bianco, poi dritti in vetta. 

Spettacolare arrivare a 3645m in scarpe da trail (senza correre il rischio di morire su neve in crepacci) è spettacolare. E il paesaggio ancor di più. Non fosse la gran sofferenza dei ghiacciai.. Un po' di foto e giù al rifugio per una fetta di sacher. 

Il coprifuoco di Andrea sta per scadere, ci fiondiamo giù. E riusciamo a esser davvero svelti, in poco più di un'ora e mezza risiamo alle auto, così anche lui è in ritardo solo di 40minuti. Saluti e alla prossima! Io mi faccio un giretto alla Riserva faunistica di Pejo e poi..altra piscina, altra doccia.

Qui altre foto.

domenica 12 agosto 2018

Vacanza Vagabonda 2/9: Alta Via Adamello, dal Rifugio Città di Lissone al Prudenzini e poi fuga in autostop

Il gestore del  Rifugio Città di Lissone è gentilissimo, si sveglia anche lui a farmi la colazione. Non ho molta voglia, e infatti sono lento a prepararmi: finisce che non mi serve più nemmeno la frontale. Mi avvio con poche speranze di concludere l'Alta Via dell' Adamello, ma con la promesso di tornarci. Mi addentro nella Valle Adamè col classico vento sferzante.. 

E dopo poco mi raggiunge Giuseppe esordendo con un "data la tua età dovresti volare!", e già si presenta male. E invece è un altro esempio di vita. Stamattina è salito al Lissone, e ora prosegue un po': è sotto un (altro) ciclo di chemio, ma prima dei prossimi esami che lo terranno a digiuno per 4 giorni vuole continuare a fare ciò che gli piace. Solo che arrivato alla Baita Adamè dovrà tornare indietro perchè deve andare ad assistere sua madre anziana. Ah, dimenticavo, ha quasi 70 anni. Quando pensate che la vostra vita sia una merda, pensate a persone come questa. 

La lunga valle Adamè, acquitrinosa, e danzando sulle pietre un piede finisce in fallo e dentro nel fango fino alla caviglia. Partiamo bene. Cartello, bivio per la salita al Passo Poia. Salitona, tipico passo adamellico per passare da una valle all'altra, e ce ne sono tante di valli da passare. Pietroni, tratti attrezzati, esposti. Uno stambecco che mi guarda interrogativo: e che resta a guardarmi per minuti! 

Il sole arriva a scaldarmi, ma c'è poco da sedersi sugli allori. Discesa tecnica, col ginocchio che duole (in salita vado a gonfie vele invece) e la mente che si sta decidendo che sia meglio evitare di proseguire oltre: magari arrivo al Rifugio Gnutti, ma poi meglio scendere che tanto visto il meteo e il ginocchio il giro non riesco a chiuderlo tutto, e comunque ho ancora 7 giorni davanti, giorni che non vorrei passare a "letto" dolorante e stanco. 

Scendo svelto vero il Rifugio Prudenzini, dentro la Val Salarno: altra bella valle, erbosa e acquosa ma che poi si chiude su giganti di granito. Giganti solleticati dal sole ma anche da qualche nuvola. A valle invece la coltre è uniformemente grigia, e mentre divoro una fetta di torta al rifugio questa coltre si avvicina. 

Bon deciso, ciaone alta via, scendo. Sono al Rifugio Prudenzini, devo essere prudente. Zero voglia di rischiare un temporale o la pioggia a 2800-2900m, rocce scivolose, farmi male, bagnarmi, giocarmi i restanti giorni di ferie. Scendo cercando di spicciarmi il più possibile: sembra che corrò incontro al maltempo, che pirla. Gente che sale e mi chiede come mai scendo già: "guardati intorno..". 

All'Albergo Stella Alpina metto piede sull'asfalto senza aver preso una goccia d'acqua, ottimo. E ora? 17km mi separano dalla stazione di Cedegolo. 4 me li faccio a piedi, ma giunto a Saviore all'Adamello giunge il tempo del pollice alto: autostop! Trovo un primo passaggio fino a Cevo, poi ricomincio, e dopo un paio di km mi da un passaggio un ragazzo addirittura fino a Capo di Ponte.

Qui il sole splende, ma lassù molto meno. Ho fatto bene. Avviso chi di dovere, e mi preparo alla fase logistica di: prendere il treno, tornare all'auto, cambiarmi, andare in piscina a Edolo per nuotare un pochetto e far la doccia, lavanderia self service, acquisti vari, asciugatura vestiti lavati, e via verso la Val di Sole!

Qui altre foto.

sabato 11 agosto 2018

Vacanza Vagabonda 1/9: Alta Via Adamello, da Breno al Rifugio Città di Lissone

Ritrovandomi da solo senza possibilità di alta quota o di arrampicate, aprendo la cartella delle cose da fare se ne esce l'Alta Via dell' Adamello: gran bei posti e l'occasione per un bel allenamento. Pecco di presunzione a pensare che sia quasi una passeggiata però..

Parto da Breno, in modo da avere la macchina comoda per quando tornerò in treno. Sarò assonnato io e quindi in preda a una cecità spot, ma il sentiero di salita non è ben segnato e ben presto mi perdo (devo essermi perso un bivio). Pessimo inizio considerando quanta strada ho davanti, e che voglio finire l'alta via in due giorni (ovvero finchè il meteo regge). 

In assetto da trail vado svelto, ma mica volo. E percorrere gli spazi chiusi della salita a Bazena non aiuta: ma giunto lì, i prati verdi mi accolgono in modo caloroso. Colazione al Rifugio Tassara. Ora bisogna carburare e arrivare più in la possibile! Quanto? Lo scoprirò solo trottando, ma meno di quello che speravo: ho sottovalutato la difficoltà tecnica di certi tratti, salite difficili e discese non corribili.

Finchè passo su massi grossi posso adottare il passo che mi piace di più, il "dancing on the rocks". Concentrato sempre, una caduta sarebbe rovinosa siccome non finirei su dolci materassi. E intanto imparo una lezione che continuerà anche dopo: madonna quante curve, e la tua meta è sempre dietro la prossima curva o passo! 

Arrivo al Rifugio Tita Secchi con le nuvole che già volteggiano sulle cime intorno, vicine e lontane. Dal Passo di Blumone fuggo per l'incombenza di un bello scuro sulla cima omonima (Cornone del Blumone, spero ci rivedremo presto in sede invernale..). Sembra vicina la prossima meta..e invece no.

Tutto particolarmente stressante, un itinerario dove serve tanta testa (sopratutto se vuoi percorrere ciò che la gente fa in 7-8 giorni in..2): sali un passo, arrivi dentro una valle e dovrai salire a un altro passo. Traversi e valloni sterminati. Terreni infidi. Tratti esposti e alcuni attrezzati.

Come adesso. Raggiungere Bocchetta Brescia pare interminabile, non si capisce dove e quando il sentiero bucherà questa frastagliata cresta, quando e dove inizierà a salire. Almeno l'ambiente è da favola, anche se ti "schiaccia". Poi ecco la salita, si passerà la in mezzo! E invece no, cavi metallici portano altrove, nuvole sempre più minacciose intorno. 

A Bocchetta Brescia prendo un attimo di fiato, il Rifugio Maria e Franco è ormai a vista. Ma tra me e lui ci sono altre rocce e discesa da stare attenti: un panino e una coca cola però non me li toglie nessuno. Leggo la relazione, e scopro (io sì che studio a casa!) che per arrivare al Rifugio Città di Lissone mi aspetta il tratto più tecnico e impegnativo. Le nuvole.. Ok che sono solo le 13, ma già mi fan paura.

Titubante se chiedere qui un posto per la notte, chiedo info al gestore "Ma com'è il tratto per arrivare al Lissone?" "Il più bello di tutta l'alta via!" "Eh, ho capito, ma non vorrei prenderci un temporale in cresta.." "Tranquillo, io sono all'asciutto!". Simpatico il John Lennon di Passo Dernal.

Mi rimbocco le maniche e parto, ora però devo cercare di essere svelto e in discesa sfruttare la gravità: poche centinaia di metri e volo per terra a tuffo d'angelo. Ginocchio, gomito, e pure una bottarella alla testa (che per fortuna ritraggo d'istinto limitando i danni). Una leggera nausea, poi mi riprendo e cammino dolcemente dato il dolore. Che palle, ci mancava questa. 

Un po' di moto giova alla zampa, e riprendo il mio passo. Arrivare al Passo di Campo è una bazzecola, il bello viene dopo. Sentiero stretto, esposto, non si può correre. Poi risalita di rocce misto terra attrezzate e con annessa cascata a lato. Supero delle persone (vederle mi rincuora, mi schiaccia pure la solitudine). Ma dietro una pendenza, ce ne è un'altra. 

E sali ancora, per poi approdare sulla Cresta di Ignaga. E ben presto il mio pensiero vola a quanto fa schifo la guerra, a cosa i soldati hanno dovuto sopportare. La tratta è bella, panoramica, suggestiva, ma esposta. Molto esposta. Tanto esposta che ci sono km di tronchi piantati a fare da passerella. Non fosse per le nuvole e la paura, ci sarebbe da godersela a pieno. Non finisce mai.. 

Intravedo Malga Lincino, e intuisco quanto ripida deve essere la discesa. Fa caldo al sole, faceva freddo al vento. Mi sa che al rifugio mi fermo e ci passo la notte, non avrei il tempo per arrivare la prossimo e comunque meglio che riposo un po' il ginocchio. Con calma e attenzione scendo, ma non riesco a evitare una nuova caduta che va a impattare sugli stessi punti precedenti. 

No no, al rifugio mi fermo e mi bevo la mia birra! Ma non ci molla il sentiero, anche in piano delle sorprese ci sono: tratti franati ripristinati, catene, acqua. Eccomi al Rifugio Città di Lissone, dopo 11h, 46km e quasi 4000m di dislivello. E due cadute. Mi voglio fare pure una doccia, il cambio ce l'ho (anche se come asciugamano ho una salvietta di 100x20cm: comodissima e asciuga un sacco, eh). 

Stanco, malandato, e col meteo che non promette bene. Domani vediamo che fare, intanto chiedo la colazione presto. E mi godo un bel tramonto, anche sul Monte Foppa.

Qui altre foto.

domenica 29 luglio 2018

Un faticoso parto: Tiefenmatten alla Dent d'Herens

Due anni fa non ci provammo nemmeno. Col Corso A1 2016 del CAI di Carpi eravamo lì a metà giugno, ancora tanta neve e la domenica maltempo: impossibile pensare al lunedì di cavalcare questa cresta e cima. Però possibile di vedere già quello che l'avvicinamento al Rifugio Aosta: ore che ti fanno dire "la prossima tra molti anni!".
E invece, siamo qui dopo soli 25 mesi. Smemorati, colmi degli "ormoni del parto", quelli che ti fanno dimenticare subito le sofferenze e i drammi. Oppure semplicemente famelici di alta quota, vogliosi di creste, siccome tre giorni per fare robette più succulente non li abbiamo questo, questo cassetto c'è e si può aprire.
Partiamo male però. Passo a prendere Giorgio e dopo la colazione occorre tornare a casa sua perchè si è dimenticato l'ombrellino (che servirà!). In auto ci diamo il cambio alla guida, mi addormento e mi risveglio al Decathlon di Alessandria: "Mi sono dimenticato gli occhiali da sole, ne compro un paio". Ad Aosta sbagliamo lo svincolo e non prendiamo il tunnel ma ci spariamo città e tornanti nei paesini. Arrivati alla Diga di Place Moulin, a metà preparazione scoppia il temporale.
Finito il temporale, ci avviamo carichi, per arrivare al Rifugio Prayayer che ha ricominciato a piovere: ci fermiamo a prendere un caffe. Lo si sapeva certo, o meglio si sapeva di schiarite e acquazzoni, mentre qui pare pioggia costante. E forte. Temporeggiamo. "Ma metti che verglassi tutto in quota, c'è da spararsi. Weekend a vuoto". Temporeggiamo, ripartiamo che ancora pioviggina un po', ma non possiamo rischiare di arrivare oltre l'orario di cena al Rifugio Aosta.
L'ombrello dura poco per fortuna, smette, ma le nuvole ci "permettono" di non guardare sù e patire meno l'avvicinamento. In pratica non ci servono gli ormoni del parto, riusciamo a fare un cesareo. Ma la schiena pesa, e le gambe risentono del forse eccessivo allenamento dei giorni passati (e di ieri sera: sono un' insaziabile che poi fa indigestione).
Al rifugio troviamo Claudio (ex-corsista) con un amico, che ci informano che domani saremo quasi 10 cordate, e io che temevo fossimo i soli ad aver pensato di salirla. Invece il rifugio è pieno, talmente pieno che io e Giorgio dormiamo separati, uno nel sottotetto con altri quattro, e io nel ripostiglio a fianco cucina: la suite solitaria con tutti i rumori del secondo turno della cena e di quelli che tanto domani non si svegliano alle..

Alle 2. La Colazione per chi fa la Tiefenmatten è alle 2: eh la madonna, non credevo così presto di regola, ma tanto meglio. Grande onore al gestore che si sveglia per farci la colazione, e non come altri che lasciano tutto sul tavolo. Per aspettare che il the si raffreddi, e volendosela prendere con calma, partiamo quasi per ultimi.
Durante la colazione, dalle finestre, il cielo era funestato da nubi: per fortuna quando usciamo è tutto sereno e rimarrà incredibilmente sereno tutto il giorno, nemmeno temporali pomeridiani. E meno male.. Si torna un po' indietro per il sentiero di avvicinamento, si risale la morena, e finalmente si calzano i ramponi e ci si prepara ad affrontare il ghiacciaio.
Cerchiamo di non forzare il passo che sappiamo la giornata sarà lunga, e su questo tipo di itinerari non abbiamo nemmeno una grande esperienza. Fatto sta che poco dopo le 5 siamo all'attacco delle catene del malefico canale detritico, con cordate davanti a noi che salgono o che si apprestano a farlo. "Sasso!", ok, facciamo che aspettiamo di salire senza nessuno sopra di noi.
Bella la catena, nella quale o nelle cui maglie infiliamo un moschettone con un minimo di longe, ma un passaggio in strapiombo e un traverso delicato ci fanno un po' pensare. Però..sbucare al Colle Tiefenmatten Est con la vista della Dent Blanche e Weisshorn alla prime luci.. beh, senza parole.
Ed ecco la cresta davanti a noi. Roccia merdosa come tutta quella che abbiamo visto finora in valle, sulle pareti, sul ghiacciaio (quella scesa..), ma si immaginava. Però dai, se si sale e se salgono così in tanti. Che poi dire merdosa è esagerato, ma infida sì, eccome se è infida.
Cambio e lascio passare avanti Giorgio, mentre dedico ancora qualche minuto di ammirazione al paesaggio glaciale che si sta svegliando intorno a noi. La prima parte della cresta non presenta difficoltà eccessive, molti tratti si cammina e nemmeno su sezioni affilate (certo che se uno cade, non c'è mica tanto scampo se l'altro non riesce a fermarlo).
Qualche passaggio da pensarci un po', ma confido che il mio amico abbia messo qualche protezione. Certo, non che confidi che possa reggere la caduta di uno dei due con conseguente caduta anche dell'altro strattonato, ma almeno psicologicamente aiuta. La vista di Monte Bianco, Grand Combin e Gran Paradiso e tantissimi altri 4mila illuminati dai raggi del sole, scaldano insieme al sole stesso.
Poi i passaggi iniziano a essere più numerosi, anche qualche tiro di corda e sezioni molto più affilate. Della serie che se vuoi provare a camminare sulla striscia bianca della strada vai, perdi l'equilibrio e non ti succede nulla: qui.. Il primo gendarme lo superiamo stando a sinistra, ma già pensiamo che "mommerda, scendere da qui disarrampicando dopo sarà mica facile!".
Proseguiamo con una cordata davanti, mentre scorgiamo le prime esser già verso la fine del pendio nevoso successivo. Pace, ci mettiamo il tempo che ci vuole, speriamo solo essere al riparo dai temporali previsti al pomeriggio. La roccia non è sempre solidissima, ma le mani servono e devono aggrapparsi coi guanti a ciò che si trova.
Una camminata sui detriti segna la fine della parte rocciosa, anche se lassù si vede bene che ce ne sarà ancora. Cambio assetto: si rimettono i ramponi, ci si arma di piccozza, lasciamo la mezza corda doppiata ma con Giorgio che si fa un po' di bambola, e ripasso davanti io per risalire quello che dalle relazioni pareva un tranquillo pendio nevoso.
Ah le aspettative. Siamo stancucci, e le pause a riprendere fiato sono numerose. La neve è piuttosto dura e la pendenza necessita di scavigliare bene a modo. Per fortuna il panorama sprona a salire per vedere quanto ancora ben di Dio possiamo ammirare da lassù. Lassù, ma quanto ancora sù?
Fine neve, riparte la roccia. Cordate già si stanno calando (e ci han pure bombardato mentre finivamo il pendio bianco), e la guida con la sua cliente è già pronta a scendere la parte nevosa: le chiedo se servono ramponi per questa ultima parte e mi dice di no, ma per gli ultimi 10m alla vetta si.
Altro cambio assetto per tornare alla modalità roccia, e parto. Comodi i fittoni a U rovesciata che si trovano ogni 20-25m, consentono di mettere un comodo rinvio senza preoccuparsi di proteggersi ulteriormente. In fondo siamo su del I, II: ciò che mi preoccupa sono le scariche che possono provocare chi sta sopra di noi e io stesso verso Giorgio. Mi sbrigo per arrivare alla cresta finale.
Si esce dal caminetto che dalla parete deposita in cresta, e sbam: il cervino, Maestoso, isolato, impervio. Ma oggi già questi molti meno metri di roccia ci stanno dando del filo da torcere, lasciamo perdere quel montarozzo cupo.
Proseguo in cresta, affilata, a cercare la via data dai segni dei ramponi. ma sbaglio un tratto, finisco troppo a sinistra sotto il filo di cresta, pare di essere quasi in piena parete nord (e all'incirca..). Ti guardi giù e ti caghi sotto. Afferri la roccia che vorresti stringere e ti caghi sotto. Il piede su questa lastra, sol che regga. Finalmente ne esco, porco cane era lì la via facile!
Recupero Giorgio con una sosta improvvisata e riparto. ma quanto è lunga! Ho paura di guardare che ore sono.. Altra cresta, affilata, tratti da scendere, meglio non guardare giù. Ma un'occhiatina suddai.. Finalmente anche questa sezione finisce, ecco l'ultima neve! 35m dove è meglio rimettere i ramponi, ed è vetta.
Dopo tanto tempo un nuovo 4mila si aggiunge al mio CV, e che 4mila. Guardo l'ora e mi rendo conto che ci abbiamo messo 7,5 ore: un po' tante. Ma d'altronde non è che siamo proprio avvezzi a questo genere di salite, e non siamo in formissima. Beh, ora godiamoci il panorama e poi scendiamo. Tornare a ritroso sui nostri passi sarà un altro parto.
Un godimenti di giusto il tempo di qualche foto: torniamo alla roccia e mentre ci ricambiamo assetto mangiamo e beviamo. Occorre razionar e il tempo, che è poco e scendere non sarà facile. Occorre anche razionare l'acqua: nonostante i 4l complessivi, l'abbiamo quasi finita e abbiamo una sete della madonna.
La discesa della cresta non è nemmeno malaccio, fila più liscio di quello che temevo (niente variante in parete nord!), e arrivo alla catena sopra la serie di fittoni a U rovesciata. Da qui meglio andare giù in doppia che secondo me facciamo prima e rischiamo meno. E così parte il valzer: male all'inizio per una manovra che invece che far risparmiare tempo ne fa spendere di più.
Si migliora, ma ora che sulla nostra testa ci sono gli altri 5 ho paura della loro poca delicatezza. Quando poi vedo che invece che fare doppie corte le fanno con due mezze corde, mi salgono i cinque minuti. Senza voler fare il professore che non sono: doppia lunga vuol dire nodo, nodo che si incastra e che tirando poi per scastrarlo rischi di buttar giù rocce. Ma anche senza incastro, 60m invece che 30 vuol dire il doppio della corda che recuperandola può aggrovigliarsi a massi, strisciare su ghiaia, e di nuovo far scendere massi. Ziocanta.
Ci sbrighiamo per scappare da questa situazione, rieccoci sul pendio, ramponi e picca e via andare. La caduta sassi è ancora un rischio. Non fosse per il maledetto blade runner e il suo antizoccolo che non funziona una fava, si potrebbe quasi correre ed esser rapidissimi. Invece non posso, ogni passo devo picchiare con la picca il rampone per togliere l'insidia della palla di neve sotto il piede che mi fa scivolare. E se scivolo qui, ci ripescano 600m più sotto dopo qualche bel salto veritcale.
Veloci anche su questo tratto, molto bene, ora resta da scendere la cresta rocciosa principale. "Giorgio, te la senti di tornare avanti?" "Sì dai ok", bene. Ero molto preoccupato di questo tratto da scendere: a salire non è stato banale, scendere è sempre più difficile che salire. E invece fila abbastanza bene: qualche palpitazione certo.
Vedo la corda che a volte non avanza, aspetto e cerco uno spuntone dove fare una protezione veloce. Giorgio si protegge, ma di nuovo non è che faccia molto affidamento a questi friends e cordini sparsi. Qualche tiro, e poi di nuovo siamo al primo gendarme. Che facciamo? "Io non sarei tanto tranquillo di scendere da dove sono salito" "Beh dai, allora passo avanti io, saliamo sopra il gendarme e facciamo una doppia".
Passettone atletico ed eccomi in cima al gendarme. Doppia predisposta con un vecchio chiodo e alcuni cordini intorno a massi, speriamo bene. Va benone, scendo in doppia disarrampicata ed eccoci sulla cengia comoda. Dai che le difficoltà sono finite o quasi!
Ripassa davanti il mio amico. Pochi passi da disarrampicare, per la maggiori parte ora si può quasi camminare (anche se spesso sul filo di cresta): ma non caliamo l'attenzione, qui non si può sbagliare. Laggiù scorgo le catene. Giorgio è quasi vicino a esse. Si mette in sicura su esse. Fatta!
Sospirone di sollievo. Mi godo il panorama ora più che in cima. La corona imperiale dei 4mila svizzeri, la Dent Blanche ora bella illuminata. Il Gran Paradiso con qualche nuvola (mentre da noi un cielo ancora limpidissimo, meno male!), il Monte Bianco e la Verte. Il ciccioso e tormentato Glacires des Grand Murailles. Qualche doppia e siamo su ghiacciaio. Rifugio e bere..
Raggiungo il mio amico, siamo all'ombra e col vento, mii che freddo adesso! Predisponiamo la doppia (di maglie rapide nelle catene ce ne sono parecchie) che scendere in questo troiaio sarebbe rischioso e faticoso. Prima doppia porta sotto il traverso infido, al riparo pure da ciò che scarica chi sta su. E che scarica anche la corda recuperata: madonna che polverone..ricco di sostanza solida!
Un'altra doppia e siamo sulla neve! Sììììì! Ora c'è solo da sperare che reggano i ponti di neve sui crepi: sono quasi le 16.. Cambio assetto, l'ultimo di oggi: ramponi, piccozza, cordata, bambola, nodi a bambola, cordino da ghiacciaio. Ripasso avanti io, che con questa neve, questi ramponi, questi zoccoli, scivolo di sicuro!
Estenuante discesa a battere la picca quasi ogni passo i ramponi per togliere il pericoloso zoccolo. Qualche scivolata che si arresta presto per fortuna. Un caldo atomico. Una morena che non arriva mai, dopo il muretto ce ne è ancora, dietro quel cambio di pendenza, pure. Ma arriva!
Il piano ora è che: Giorgio fa la cacca, si tiene la corda, io scendo, lascio lo zaino all'incrocio col sentiero e poi me ne vado al Rifugio Aosta a riprendere le cose lasciati lì, prendere dell'acqua e chiamare a casa per avvisare che non torniamo a cena. Senza zaino volo..
Fatto tutto e bevuto un buon litro di acqua (e il genepy offerto dal gestore "Hai salito la cima? E allora genepy homemade!), ritorno all'incrocio dove Giorgio mi aspetta. Sono le 17, prendiamola comoda che tanto tardi facciamo tardi. Rientrare all'1 o alle 3 ormai cambia nulla.
Riappesantito lo zaino, si scende. Si scende e si sale ogni tanto. Quanto è tardi: percorriamo la valle all'ombra per il sole che si è coricato dietro i monti alla nostra destra. Qualche sguardo indietro per salutare le asperità del territorio vissuto, e pochi avanti per non vedere quanto manca. "ma quanto è lunga questa discesa!" "Eh caro Giorgio, il bello è che lo sapevamo! io comunque con la Valpelline ho chiuso, prossima vita!".
Testa bassa e andare. Ginocchia cotte, spalle pure. Testa a dura prova. Minuti, ore, voglia di una doccia, di mangiare, bere, sdraiarsi. Siamo in ballo da più di 15 ore. Una pausa intermedia, poi giù fino al Prarayer, la fontana: un'altra pausa che dura pochi secondi data l'infestazione di zanzare affamate. La forestale a lato della Diga di Place Moulin, km di falso piano.
Si parla poco: la stanchezza si sente, la mente si cerca di tenerla più vuota possibile in modo che le gambe vadano avanti senza pensare. non guardare avanti per non vedere quanto manca. Massì dai, è lunga, e allora? Allenamento. E in ogni caso, le cose belle vanno sudate, la pagnotta guadagnata con la fatica ha un sapore diverso. Che cavolo, l'abbiamo salita la Dent d'Herens!
Praticamente la discesa è un parto gemellare: il primo esce una volta che raggiungi il sentiero che da valle porta al rifugio. Ma poi il restante è l'altro gemello ritardatario. Tutto finisce alle 20e45, all'auto, dove buttiamo tutto a terra e ci togliamo subito gli scarponi. GODO!!!! Nuova stretta di mano, la terza: la prima in cima, la seconda in discesa rimesso piede su ghiacciaio, e una ora.
Ora il più è tornare a casa senza ammazzarsi per colpi di sonno. Ci si alterna, si dorme entrambi in qualche piazzola, autogrill, quel che si trova appena la palpebra del guidatore fa fatica a stare su, e quella del copilota dormiente non vuole tirarsi su. Arrivo a casa alle 4, sistemate un po' di cose e fatta la doccia mi infilo a letto (che caldo) alle 4e30. E fatico a prendere sonno: ma l'adrenalina non poteva tornare prima?!

NB: da Facebook leggo che tra la cresta e il pendio nevoso ci sono delle doppie attrezzate da 25-30m (la seconda da 15). Soluzione non verificata ma che se veritiera è nettamente comoda

Qui altre foto.
Qui la guida.
Qui report.