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sabato 11 febbraio 2017

Scanaldo al Monte Giovo con gli AdL

Partire temendo di fare una ciaspolata e finire a tarallucci e vino, e invece spararsi ben 4 canali (2 in salita e 2 in discesa). Queste sono le magie dell'Appennino Modenese in veste invernale, magie rese possibili da chi conosce questi luoghi come le proprie tasche, che anche col whiteout più totale sa dove scendere: gli Alpinisti del Lambrusco.
L'occasione è l'evento che hanno organizzato, Scanalando, per mettere in pratica la teoria della loro guida Appennino di Neve e Ghiaccio Vol 2 (ricordo la serata di presentazione al Cai di Carpi). Con Giorgio arriviamo al parcheggio e siamo i primi: le condizioni meteo e l'incognita qualità neve devono aver mietuto vittime ed entusiasmo.

Insieme agli AdL ci fermiamo a colazione dal buon Tex al Rifugio Vittoria, campo base di questa due giorni (per noi un giorno solo). Col prime luci dell'alba, mettiamo il naso fuori, sotto un cielo cupo, un freddo che non c'è, e ci dirigiamo verso la Borra dei Porci. Chissà.

Tutto parte con un buon ravan ciaspolamento, di quelli che mi mancavano in questo "inverno" avaro di neve. I polpacci in fiamme dopo appena 50 passi su pendenze accentuate con padelle ai piedi che scivolano, ma un cielo che si fa chiaro, azzurro, quasi limpido, oddio! Sta a vedere che..
Il bosco si apre sull anfiteatro sotto la croce, pieno sole, pienamente accaldati dalla salita breve ma intensa, e noi estasiati dal parco giochi che ci apre dinnanzi. La Roccia Rossa è ben visibile, ma i primi dubbi iniziano a farsi largo: tutta al sole, fa già caldo, rigelo pare assente, e si sente un rumore continuo di "sassolini" che scendono dalle pareti.
Cambio, si va verso lo Sperone della Borra dei Porci. Un bel traverso ciaspole ai piedi, per concludere degnamente il ravanage, e una volta alla base di questa via ci si arma di tutto puntino con la ferraglia. Oddio, io e il mio amico non sapendo bene come sarebbe andata a finire, siamo come al solito armati come se si andasse a fare una big wall.
Mentre tutti fanno le persone "normali", Marco si inventa varianti piccanti ma estetiche. Noi siamo diretti nel Canale Sinistro, lo Sperone lo temiamo un po' troppo duro per noi. La roccia è incrostata di neve e ghiaccio, degli sputi di pittori autorevoli, una piccola Scozia vicino (beh, insomma) casa. La neve per di più regge bene, e l'entusiasmo inizia a farsi largo.

Io e Giorgio risaliamo il canale, i ragazzi armeggiano alla base della partenza della loro via, ma ben presto ce li vediamo ripiegare dentro la nostra stessa salita: comincia (continua) così una bellissima giornata in compagnia di persone fino a ieri "viste" solo sui social. Questo era anche uno degli obiettivi di questa uscita, stringere la mano non pi solo in modo virtuale.

Le persone si intrecciano, l'ambiente è da favola, le foto si sprecano e tutte le facce sono ampiamente sorridenti: e chi ci credeva?! Io no di certo. dentro la strettoia, chi mi sta davanti armeggia alla ricerca di una fessura dove dovrebbero trovarsi due chiodi per fa sosta: lo guardo e "ma perchè non usi il cordone che c' qui?", giusto a fianco della fessura, un candelotto di ghiaccio imprigiona cordone e maglia rapida. Scottish.

Ci leghiamo, e ne nasce così un bel marasma di corde in questo piccolo angolo del canale sinistro: alla fine faremo due cordate da 3 per minimizzare tempi e casino. Lascio il tiro a Giorgio per bontà divina, e con noi si lega Giampa: ma partono prima gli altri ragazzi, facendo sì che me ne resto per ultimo. Posso così godermi e assaporare i prossimi 55m di salita un po' più "da solo".

Il canale si presenta davvero in buone condizioni, la neve tiene piuttosto bene (cercando quella buona): finalmente un Appennino Invernale come si deve. "Mi ride anche il culo" per usare un eufemismo. Peccato solo che le previsioni previste si sono avverate: nuvoloso, e lassù è whiteout.

Con qualche passo di misto erba e terra (normale per la nostra catena montuosa) vedo ormai il mio amico in sosta, e lo raggiungo coi guanti bagnati e freddi. Mah, e gli altri dove sono? Qua io, Giorgio e Giampa, gli altri tre che sono subito scesi a vedere il Fantasma, che si conferma essere un fantasma: insalibile per chi conserva un po' di senno.

Si scende rapidi per il canale Alpha99, appena a fianco (fondamentale essere qui con i ragazzi, io non sapevo si potesse scendere da qui), fino a incrociare altri merenderos dell'evento che però si sono dati agli sci. Sfoderò così il Mars di via da dividere con un nuovo compagno di cordata oggi, e la torta ricotta e cioccolato della mitica sorellina, che ci ricarica di energie pronti per il prossimo..

Eggià, e che famo ora? Un altro canale! Andiamo verso il Canale Centrale, che ho già salito in una delle più belle giornate alpinistiche che io abbia passato in Appennino. Quella di oggi poteva essere una delle peggiori, e invece si sta rivelando una piacevole sorpresa. Nuovo traverso ripassando sotto l'attacco del canale sinistro, e nuove peste che stamane non c'erano allora la montagna si è popolata!

Partiamo tutti d'accordo, tutti dentro il centrale, che si presenterà bello carico di neve e quindi addomesticato. Canale meno incassato del sinistro, ma anche lui con un fascino tutto patagonico o scozzese, o semplicemente Appenninico. E affollato, raggiungiamo alla sosta i ragazzi di Parma, capitanati da the red climber e da montagnatore.

Più spazioso e con già della gente che occorre aspettare, si opta per tre cordate da due stavolta, e finalmente posso partire io a tirare da primo: una mucca al pascolo, con tutta questa ferraglia che tintinna. Neve goduriosa, pare ci sia pure del ghiaccio, anche se mi pare più una super crosta che un qualcosa di continuo. Ma godimento puro resta. Uno sguardo giù a osservare le nuvole che salgono, la visibilità che ci abbandona, e le condizioni che si fanno ancora più severe.

Nessuna protezione in tutto il tiro, salito in velocità sia per evitare di stare sotto le (deboli) scariche di chi ci precede, ma sia perchè par d'essere al primo rapporto sessuale nella pubertà: fretta di..provar piacere! Paragoni questi che non vogliono esser "da maniaco", ma di certo sono i più chiari e che tutti, alpinisti o no, possono capire.

Arriva Giorgio, tocca a lui, maledetto anche oggi ti fai un tiro più di me. Mentre sale arrivano i ragazzi AdL, e uno di loro osserva famelico la placca ghiacciata (pochi cm, se non mm) sopra di noi: l'avevo già adocchiata, e sarebbe bello salirla da secondo.. Quasi quasi..

Ma la corda finisce, non capisco se il mio amico ha fatto sosta o meno, e non posso certo rischiare. E vabbeh, prossimo giro a fare gli asini, oggi meglio di no. Parto per navigare nella nebbia più totale, piantando picche come se non ci fosse un domani, stando attento ai tratti deboli, scorgendo il mio amico lassu, come un marinaio nei porti dei film horror, che si mescola al cielo.

I ragazzi di Parma sono spiaggiati all'uscita, si dirigono verso la cima. Gli AdL ci raggiungono, due chiacchiere, il da farsi, scendono ragazzi di Bologna tra cui un'amicizia comune con Stefania (mai mollare!), insomma un ritrovo coi fiocchi!

Via verso la cima, anche perchè dovrebbe essere ben tracciata: lo spero visto che non si vede a 5m. Incrociamo altre persone, e infine la croce, ingrassata a furia di incollarsi ghiaccio e neve grazie al vento. Verrebbe voglia di scalarla, ma non mi pare igenico: se scivolo non si sa dove mi ritrovano.

Proseguiamo verso la cresta est, impossibile effettuare la traversata Giovo-Rondinaio, degna conclusione della giornata. I ragazzi proseguono, esplorano, noi li seguiamo, affascinati dalla conoscenza che hanno di ogni angolo di queste montagne. Arriviamo nei pressi dell'uscita di Ciliegina Gully, e Marco non lo tiene più nessuno.

Indietro un po' di passi, e scendiamo dal canale sinistro del triangolo. Oddio, qua io e Giorgio ci mettiamo una bella dose di fiducia nei nostri nuovi compagni: stiamo scendendo su un pendio uniforme, uguale, che si confonde col cielo. nemmeno tanto appoggiato. Un branco di gamberi che scendono faccia a monte e che finalmente trovano davvero il canale cercato.

Parecchi metri gamberando, poi loro decidono che "anche Ciliegina Gully è da farsi", ma noi un po' titubanti pensiamo sia meglio accontentarci e scendere. Sì dai, non tiriamo troppo la corda oggi, che già  andata di lusso, siamo entrambi assonnati e dobbiamo tornare a casa.

Si scende sognando già altri canali, pensando a "sabato prossimo come sei messo?" "ma io devo essere a Carpi alle 16" "beh magari qualcosa riusciamo a fare lo stesso": siamo in eterna pubertà.

Fiduciosi della tenuta del ghiaccio, che a dire di Giorgio due settimane fa era molto ma molto di più, attraversiamo il Lago Baccio, che alla fine cerca di catturarmi un piede, maledetto. Pochi metri e potremmo finalmente svaccarci al tavolo del Rifugio Vittoria, mangiare, bere, scherzare coi vicini di tavolo, e rimembrare col Tex la prima volta che ci siamo conosciuti, che entrambi ci ricordiamo benissimo!






La giornata è stata di certo ottima dal punto di vista alpinistico, non certo buona dal punto di vista meteo, ma di quelle che umanamente ti lasciano il segno. Conoscere e ritrovare tante persone conosciute solo virtualmente, sorrisi e risate come se ci si conoscesse da anni, vedere facce di trentenni (e più) gioire come quelle dei bambini davanti ai loro primi e agoniati giochi: Andrea, Edoardo, Giampaolo, Giorgio, Marco, Niccolò. Anche questa è montagna. La mia montagna.

Qui altre foto.
Qui report.
Qui guida.

domenica 23 febbraio 2014

Usciva dal cassetto: Canale Centrale e Traversata Giovo-Rondinaio

Ognuno ha dei sogni nel cassetto, sono questi che ci spingono a migliorarci, allenarci, istruirci per raggiungerli. L’attesa per il loro compimento sembra sempre infinita, e quando riesci a realizzarli la differenza tra questa infinità e i pochi secondi, o minuti, o ore di realizzazione, sono nulla rispetto all’infinità, è matematico. Possono poi essere sogni che nel momento del concepimento sembrano astronomici, sembra di chiedere la luna, poi di fatto col passare del tempo e col crescere delle competenze la loro realizzabilità aumenta sempre più, ma non per questo perdono fascino. Il fascino nasce col concepimento degli stessi. 

Era marzo 2010, sul giornalino del CAI usciva un articolo di una bella alpinistica compiuta da Nicola e Mirko sul Giovo: in quell’istante nasceva il sogno. Non ero nemmeno un alpinista allora (forse non lo sono nemmeno adesso, ma almeno mi ci sono avvicinato), il corso A1 dovevo ancora iniziarlo, e quelle foto, quel racconto, quella poesia mi rimasero impresse. Ambivo anche io una giornata così a fare quello. 

Sono passati quattro inverni da allora, ogni volta il sogno mi sfuggiva. Beh di certo il primo inverno non sarei stato tecnicamente pronto, poi quando (forse) lo ero non c’erano le condizioni. Non volevo rischiare che il mio sogno fosse oscurato da una meteo mediocre, condizioni buone del tracciato ma panorama nullo causa nuvole. La realizzazione doveva essere una giornata perfetta. Poi capii che la perfezione non esiste, però nemmeno accontentarsi del mediocre. 

Si pianifica il weekend: sabato scorso nonostante l’essere in mezzo alle nuvole, i miei amici hanno trovato condizioni ottime nel canale sinistro, questo mi fa ben sperare, anche se so che l’Appennino è una brutta bestia, a distanza di un giorno cambiano le condizioni drasticamente, ma davvero. Però dai.. Poi ci si mette la meteo, tra venerdì e sabato previste nevicate, tocca spostare la gita a domenica, quando verrà anche più freddo e ci sarà una giornata di sole. Bene bene! 

Un corno. Nevica più del previsto. Il rifugista ci smonta, nella telefonata di sabato sera ci dice che le condizioni chissà quali saranno, ha nevicato, neve fresca, se viene freddo stanotte si trasforma, ma chissà. Che fare? Sciogliamo gli ultimi dubbi con una preghiera, proviamo ad andare, mal che vada arriviamo all’attacco, se non ci pare in condizioni, saliamo per la cresta nord e facciamo la traversata. 

Sono le 2e45, ritrovo al parcheggio. Dopo aver dormito un paio d’ore scarse, per la gioia di quel gufo di Nicola scopro che mi tocca guidare, Gianluca non se la sente, la fatica inizia subito. Poi la seconda parte cambio pilota con Marco. Arriviamo al parcheggio, luna e stelle, freddo insomma (a casa avevo visto -4°C alla stazione online). Abbiamo fatto prima del previsto, perciò ci cambiamo con calma, con Gianluca che si lamenta “ma che sport del cazzo che facciamo, quanto si stava bene a letto”, colazione scadente con thermos di caffelatte e panini al cioccolato artificiali.. 

Sono quasi le 6, lasciamo la macchina e ci incamminiamo al lume della nostra frontale. Il parcheggio affollato, e con non tutte le auto coperte di ghiaccio, mi fa temere di trovare la ressa: da un lato è di conforto, vuol dire che in tanti han valutato che si può salire, dall’altro è sempre una rottura avere qualcuno davanti, si allungano i tempi e si rischia la roba in testa. E invece, saremo solo noi nel canale, e sulla cresta incroceremo solo due persone salite da tutt’altra parte. 

Sono sminuito, le aspettative basse per l’esito della giornata sono d’obbligo per non rischiare di farsi prendere dalla smania e rischiare più del necessario. Me ne sto nelle retrovie, lascio davanti Marco e Gianluca, quest’ultimo conosce bene l’avvicinamento. Sotto la conoide valanghiva calziamo i ramponi e ci mettiamo in assetto da salita, manca solo la corda. 

La neve non è proprio buona, una ventina di cm di fresca sopra, sotto dura cemento o bagnata: ma siamo in una zona di accumulo e su pendio aperto, potrebbe essere tutto diverso nel canale e sul crinale. La cascatella, che le guide danno come salibile in quanto ghiacciata, piscia acqua, ma me l’aspettavo. Subito cerchiamo il frizzante con un saltino di misto, avanti.
Il sole non riesce a illuminare la zona: nubi nefaste stazionano sopra l’Appennino modenese-pistoiese, il cielo è colorato in modo variopinto di toni caldi e di toni grigi, un’alba particolare e insolita. Giungiamo sulla Borra dei Porci, una sorta di cengione sopra il bosco da percorrere alla ricerca dell’attacco del canale che più ti aggrada. Circa sopra di noi un canale è visibile, ma non è il nostro, dobbiamo traversare verso sinistra. 

Notiamo segni di scariche recenti, questo è un bel fatto, può voler dire che ieri il Giovo ha avuto il tempo di scrollarsi di dosso un po’ della neve fresca caduta, ciò ci conforta. Ma il traverso inizia a rivelare quello che ci potrebbe aspettare: fino alla caviglia (abbondante) di neve fresca da pestare.. Sono le 7, siamo sotto il canale. 

L’estetica del canale centrale al Giovo è notevole, per questo è probabilmente uno dei più percorsi, oltre al fatto di essere facilmente riconoscibile dalle sponde del Lago Santo. Sale dritto, incassato, di solito presenta dei salti di ghiaccio, oltre a un lato sinistro sul quale le colate sono abbondanti (come quantità, non come qualità), e per finire, spit dove far sosta. Spit di cui oggi non vedremo nemmeno l’ombra, coperti dalla neve o dal ghiaccio, non si sa. 

Passo davanti per battere un po’ traccia io, al ritorno in auto ci sarà da sbellicarsi dalle risate quando Gianluca al telefono inizierà a narrare a Nicola “eravamo alla base del canale, Andrea è passato davanti, in pratica ci ha detto in modo tacito “dai levatevi dal cazzo, siete troppo lenti, ci penso io e state dietro””. Riporto questo siparietto perché quando tra un paio d’anni rileggerò questo post, non voglio scordarmi delle grasse risate suscitate da questa forzata descrizione dell’accaduto. 

Saliamo fin sotto quello sperone roccioso per legarci, una sola mezza è sufficiente per una legatura a Y oggi. Poi..si parte, parto. Un paio di fittoni basteranno credo, vista l’abbondanza di neve e il fatto di sapere della presenza di spit, non credo saranno necessarie altre protezioni. Di certo vogliamo essere veloci, questa neve fresca, le temperature non proprio basse ci invogliano a uscire dal canale il prima possibile. 

La salita è faticosa, si affonda su neve mica tanto consistente. In previsione del primo saltino, mi sposto a sinistra a cercare uno spit o un chiodo sulle rocce, ma non trovo nulla.. Infilo un cordino nello spuntone semi orizzontale e riparto, torno dentro il canale. Uno sguardo all’insù, l’uscita non è mica lontana, ma vedo un saltino presto. 

Di nuovo sulla sinistra a cercare qualcosa sulle rocce, ma sono ricoperte da ghiaccio (scarso) e neve. Giù un fittone e via verso il primo passo delicato. Il saltino di per se non è tanto ripido, ma il mio piede scava un buco e..vedo nero, ovvero sotto è cavo. Delicato coi piedi, feroce con le picche, supero il passo. Spero che per gli altri due sia rimasta abbastanza neve!
Penso che non sto scattando nemmeno una foto. Uno degli itinerari che agogno da più tempo, e non sto facendo nemmeno una foto. Speriamo che i due bischeri sotto qualcosa facciano! Ma mi rendo conto che abbiamo tutti fretta di raggiungere l’uscita. 

Prima che Gianluca e Marco raggiungano il saltino vorrei mettere giù qualcosa, cerco di nuovo sulle rocce, ma nulla. Proviamo con una vite da ghiaccio, ma ho lasciato tappini e salsiccia di plastica.. Fanculo, niente vite. Ultimo fittone che ho, tac. Ma è psicologico, e sono in vista di un altro salto. Sarebbe bello far sosta anche ma non ne vedo la possibilità, e prediligiamo la velocità oggi. 

Eccoci al secondo salto, ma prima riprovo con una vite da ghiaccio..e ruzzola giù il tappino arancio, chi se ne. La vite entra, sembra anche bene, non che ciò mi rassicuri, la cosa importante è non volare. Saranno non più di quattro metri, ma sono piuttosto delicati.. Neve inconsistente, sotto non si trova nulla di buono, oppure crosta su roccia che si stacca a guardarla. Da sotto non capiscono perché procedo così cauto, ma poi capiranno! 

Riesco a mettere giù un’altra vite, penso “per fortuna le ho prese, con tutta la neve che c’è pensavo non servissero!”, in realtà pensavo anche che saremmo saliti con meno difficoltà! Il terreno spiana lentamente e riesco a uscire, che sollievo. Anche se ora tocca agli altri due.. Gli urlo di dirmi qualcosa prima di arrivare sul delicato, almeno mi preparo una bella piazzola per una sicura a spalla. 

Arriva il momento, ma cavolo, sono meno orizzontale di quello che speravo.. Scalcio coi piedi, mi creo un po’ di spazio e isso su gli altri due, prendendo un freddo becco al ginocchio che poggia sulla neve.. Vedo spuntare Gianluca, dopo un po’ Marco, è fatta. Quasi. 
 Il patema d’animo lascia ora spazio a una tranquillità maggiore. Al di la del fatto di aver superato o meno le difficoltà tecniche, ci certo abbiamo superato i pericoli oggettivi maggiori. Sembra quasi una metafora: nel canale incassato imprigionati dalla paura e da un senso di voglia di uscire, ora in spazio aperto con la pace dei sensi e la calma e la contemplazione di ciò che ci aspetta.
 Non si scorge anima viva, solo noi, noi la neve e l’Appennino invernale. La prossima cima, e quella ancora più in la. Nubi filacciose passano dal versante emiliano a quello toscano, assomigliano a quelle che avevo ripreso su Punta Buffanaro (qui), ma qui la luce è ben diversa. Un filmatino per rendere l’effetto. Il sole è ancora offuscato da quelle perfide nubi che sostano solo qui sopra di noi. Il vento soffia, come sempre qui in Appennino! Osservo le mie muffole: tanto caldo non fa se palline di neve ghiacciata continuano a restare attaccate.

Bene, ora c’è la seconda parte, la traversata fino al Rondinaio, questa non dovrebbe presentare pericoli o problemi, vedremo. Intano, verso la croce del Giovo, che Gianluca e altri sabato scorso hanno cercato invano in mezzo alla nebbia.. Verso quella foto che ogni lunedì a lezione di yoga vedo incorniciata nello spogliatoio, foto dove Mirko marcia su un pendio ghiacciato verso una croce bianca spumosa. Una foto che fino ad oggi mi ha ricordato un sogno che avevo nel cassetto, e che domani mi ricorderà un sogno realizzato. 

Ed eccoci alla croce, un bel panorama sul crinale circostante. Non ci sporgiamo verso il Lago Santo, salendo abbiamo notato delle belle cornici, meglio non solleticarle. Vediamo due che ci vengono incontro dalla cresta opposta della montagna, sono saliti per uno dei canali dell’Altaretto. Qualche foto e via che si inizia  la seconda parte dell’itinerario. La traversata Giovo Rondinaio non è difficile, poi so’ che è già tracciata da ieri. Mi ricordo solo di un punto in cui c’è da stare un po’ attenti, la parte attrezzata per scendere dalla Grotta Rosa: in realtà ce ne sarà un altro ben più delicato, ma ce ne accorgeremo. 

Slegati, liberi, col cielo alla portata del tocco di un dito, gioiosi e goduriosi di questa giornata dal meteo ideale per starsene su una cresta in montagna, trottiamo allegramente per queste schiene dei nostri monti, tanto banali d’estate, quanto pieni di sorprese d’inverno. In men che non si dica siamo a quello che ricordo essere il tratto con la catena, ma la catena si vede, non è coperta come Nicola ci aveva minacciato. La si sfrutta per calarci quei pochi metri per proseguire il nostro viaggio. 

Vivo già la tristezza della brevità della cosa: in base ai tempi di Nicola di quattro anni fa, a mezzogiorno probabilmente saremo già all’auto, a metà giornata.. Ma ne val la pena. Si prosegue per dolci pendii e spazi aperti, il sole sempre dietro alle nubi, la nostra fame che aumenta. Ai piedi dell’Altaretto troviamo la nostra salle a manger, qui il vento si placa e lo spazio è ampio per scrollare lo zaino e aprirlo alla ricerca di vivande. E intanto, il sole esce glorioso dalle nuvole che lo tenevano imprigionato. 

Si sale su questo monticciolo e di là..boom, che discesa ripida! Allora è questa quella di cui parlava Nicola, non quella la dietro! Eh mica male ‘sto passaggio.. Beh passaggio, saranno anche 50m di dislivello da perdere, su inclinazione di 55°-60°: seguiamo le tracce che hanno cercato di stare un po’ vicino alle rocce di cresta, probabilmente per trovare qualche appiglio e appoggio su qualcosa di più consistente della dama bianca.
Con calma scendiamo, e giungiamo a un passo talmente ventoso che scappiamo via subito! Ma prima di proseguire, un’occhiata al punto chiave della traversata. Il continuo susseguirsi di sali scendi non ti fa rendere conto di quanto stai avanzando, di cosa ti aspetta due minuti più in la, è una continua sorpresa, è uno scoprire un angolo diverso dopo averne appena apprezzato il suo predecessore. È solo l’Appennino. 

Ma ora il Rondinaio è la davanti a noi, assediato da orde di sci alpinisti, e davanti agli occhi abbiamo l’ultima parte di cresta simil misto, che ci riserverà ancora qualche passaggio esposto, ma di pochi passi davvero, prima di mettere saldamente piede su una colata bianca continua. Colata sulla quale e dalla quale vedo parecchie tracce di sci, discese su bella polvere pare, oggi la neve è meglio per le aste che per i ramponi, mi mancano gli sci, ma la soddisfazione è alta. Qualche sguardo all’indietro per controllare dove stanno i miei amici, mi fa apprezzare l’eleganza della cresta percorsa. Con Gianluca che continua a dire “sembra di essere a 4mila”, beh non esageriamo (questo e questo vuol dire essere a 4mila). 

Ed ecco la seconda croce della giornata, che con mio stupore è davvero sommersa! Ricordo che la croce del Rondinaio è bella lata, io saltando non riesco a toccarne il legno orizzontale: oggi ci sono seduto sopra! Ora, se fossimo dentro una valle non mi meraviglierei di trovare un metro e mezzo di neve, ma qui su una cima di crinale esposta al vento patagonico appenninico, mi stupisco eccome. Appena arrivano gli altri due, altra foto di vetta (con bacino a Marco per farmi perdonare). Altra contemplazione di panorama, dal Cimone all’alpe Tre potenze, al Giovo e al bacino del Lago Baccio. 
Ma sono solo le 10e30 “raga, andiamo fino al Rondinaio Lombardo?” e senza troppo mugugnare anche Marco e Gianluca acconsentono a prolungare un po’ la giornata, si vede che godono anche loro di quest’ambiente e vogliono goderne ancora. La cresta qui è davvero facile, si vede essere ben percorsa. Do un’occhiata alla est del monte appena superato, documento per un amico, poi sul nuovo percorso che ci aspetta, cercando di salire ogni dosso senza lasciarmi scappare nulla, a rischio di trovare roccette e neve poco consistente.
Ammirando il bacino del Lago Baccio, osservando un sacco di persone che a quest’ora ed esposti al sole salgono canali, le tracce di una lepre che provetta alpinista come noi ha percorso la cresta che ora stiamo solcando, giungiamo sulla terza croce di oggi. Ora si che la giornata è alpinisticamente conclusa. Una gran bella giornata. 

Scendiamo per un tratto bello ripido puntando dritti il bosco, nel quale poi occorre districarsi ed evitare i blocchi di ghiaccio che cadono dagli alberi in fase di abbronzatura. Il casco l’ho tolto e tac, un bel ciocco sulla mia zucca vuota! Arrivati sulle sponde del Lago Baccio, si torna al fragore della civiltà, dopo qualche ora “dispersi” nella nostra essenza. 

Evitando gli sci alpinisti arriviamo alla macchina, tutti carichi e felici, ci cambiamo per poi poter andare a rifocillarci al Rifugio Vittoria, sempre gentile nel fornirci indicazione sullo stato dei percorsi della zona. Birra da ¾ (anche se la matematica dice che sono 2/3!) e salsiccia con polenta. Gli altri due non lo sapevano di quanto ci tenessi a questo giro, ma vedo che lo hanno apprezzato un tot anche loro. 
Gianluca la sera scriverà “Spesso mi capita di chiedermi quali sono i motivi che mi spingono a rischiare la vita per … cosa alla fine? Poi guardo le foto di giornate come questa e tutto diventa chiaro. Non c’è bisogno di aggiungere altro.”, lo dicevo anche io qui. Io sulla mia pagina scriverò “e un altro sogno dal cassetto esce e si esaudisce. non proprio come lo desideravo o come mi aspettavo, ma va bene così. d'altronde l'attesa e le aspettative falsano sempre la realtà, e spesso sono più emozionanti del compiersi stesso: anni e mesi sono un'eternità rispetto a quelle poche ore. Beh è andata, son contento. grazie”

Un sogno è uscito dal cassetto, ma se ci guardo dentro..oddio quanti ce ne sono ancora!

Qui altre foto.
Qui video.
Qui report.
Qui il report da qui tutto nacque.