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domenica 2 luglio 2017

Il Bianco nel grigio: Aiguille du Tour Sud (A1 2017)

Io ci provo. D'altronde se nessuno tenta ogni tanto di rompere un pochettino gli schemi, tutto resterà fermo e fossilizzato nel passato: tutto evolve invece. Quest'anno che ho un grado in più, le mie idee possono avere un  peso leggermente maggiore, e quindi..proviamo. Che poi, chissà che prova: difficoltà e dislivelli contenuti, meta solo 15min più distante che il Gran Paradiso e costi simili al Monte Rosa. La Marmolada è stata una meta ipertranquilla ed economica e vicini. Ora.. daje! 

Ultima uscita del Corso A1 2017 del CAI di Carpi: destinazione Le Tour (Chamonix), Refuge Albert 1er e tentativo di salita al..incognita. 

Il bus ha la comodità di poterci dormire tutti, nessuno che deve guidare, ma la scomodità che obbliga a partire quasi 2h prima che se si andasse in macchina. Alle 3 lasciamo una pianura rinfrescata dai temporali di ieri, con la speranza che le previsioni meteo incerte ci regalino invece qualche bella sorpresa. Ronfata epica fino a uno degli autogrill più tristi della storia ma con una delle fami più cospicue di sempre. 

Poi eccoci al traforo del Monte Bianco, ma io me la dormo ancora, troppo stanco dalla settimana. Si sbuca di la con un meteo decisamente differente, dal quasi sole alla quasi pioggia. E il mio compagno di banco Roberto già mi ricorda la Verte: il quarto compleanno è vicino. E dopo poco più di 6h, eccoci al parcheggio degli impianti di Le Tour, carichi come delle molle, eccitati per l'ambiente in cui stiamo per immergerci. 

Con le gambe che piangono tristezza, mi tocca piegarmi al buon senso e prendere gli impianti. Quell'invitante sentiero che sale a mo di vertical non può esser mio, oggi. Due tronconi ci depositano a circa 2000m, e la Haute Savoie, per farci sentire maggiormente a casa, decide di regalarci un paesaggio tipicamente padano. Padano autunnale: la nebbia. 

E vabbeh, se questo è il prezzo da pagare per poter avere il sole domani, va bene! Tutti in marcia sul sentiero ben marcato, più in falso piano che in salita, con qualche tratto esposto ma attrezzato: ma tanto non si vede molto.. Però che bello, dopo un po' fiocca neve! Con Enrico che mi dice "oh ma neanche questo inverno ho preso nevicate così, me le devi far prendere tu a luglio!". 

Neve, pioggerella, un pelo di vento, tanta umidità nell'aria e nebbia: il paesaggio non è certo incoraggiante, ma la marcia è continua e lineare verso la speranza. Bianco per terra, bagnato, poi ecco che spunta la seraccata bassa del Glacier du Tour (la cui lingua vedevamo già da basso). Sorrisoni e voglie di artigli artificiali per poterla scalfire.. 

Ultimo tratto di risalita della morena, sempre a vista della seraccata, ma sopra ci sono le nuvole che non permettono di vedere la maestosità delle cime che contornano l'ambiente. Qualche gradino metallico, ed eccoci all'accogliente Refuge Albert 1er: accogliente e..che tope le cameriere! Val la pena di tornarci! Ci sistemiamo nelle stanza, si mangiucchia qualcosa, ci si ricompatta e ce la si racconta tra panini e risate e birre calde. 

Ma non siamo mica qui a pettinare le bambole! Tutti fuori per le esercitazioni di soccorso in valanga: sotto il rifugio, verso destra (faccia a monte) tre discreti nevai possono servirci come campi ARTVA. Enrico sale in cattedra e spiega l'attrezzo, come usarlo, poi viene il momento di provarlo, mentre di nuovo ricomincia a nevicare e il freddo inizia a farsi sentire. 

Si prova la differenza di sondaggio tra pietra e zaino, si spiega lo scavo, e poi dai, si può rientrare al caldo a far baracca e prendere piccozate in fronte. Io invece me ne vado alla ricerca dell'attacco di domani: un po' il ruolo, un po' l'aver proposto una gita che seppur di grado F è comunque sconosciuta a tutti (ma iper tracciata, una piccola A14 nella neve), meglio che mi metto avanti e vado in esplorazione. 

Seguo gli ometti sulla parte alta, giungo alle piazzole tenda, solo domani capirò di esser rimasto troppo basso, ed ecco il Signal Reilly davanti a me: ma già dalla sua base partono le nuvole che non permettono di vedere nulla. Mi siedo su un sasso, a pensare. La vastità, il silenzio, la serenità di un ambiente che dorme irrequieto. Qui il tempo è un concetto relativo. Meglio non relativizzarne lo scorre, alzarsi e tornare dentro, se no chiamano i soccorsi. Scendo e rientro a lato del ghiacciaio: porco cane, mica tanto lato, ci sono sopra! 

Tra chi dorme e non piglia pesci, non possiamo fare breafing prima di cena, solo qualche chiacchiera e considerazione sul domani . Il bello dei nostri corsi, è innegabile, è la convivialità che si crea velocemente tra istruttori e allievi: non c'è un fossato a separare le due categorie (beh, nei momenti didattici e nelle salite non può mancare un minimo di distacco), ma forse perchè siamo scarsi, non siamo supereroi, possiamo e riusciamo tranquillamente a mischiarci e passare dei momenti come gruppi di persone alla pari. Io poi che ho una forte autoironia ed è molto difficile che me la prenda per qualcosa, è un attimo che oltre all'immancabile Stefania, altri si allargano a prendermi in giro. 

Cenone della madonna con zuppa salvadenti (4 piatti), cous cous con verdure (per gli onnivori anche la carne), e torta. Ziobo maledetta ingordigia, ho un otre al posto della pancia! Ma perchè devo sempre mangiare come se non ci fosse un domani? Tartaruga capovolta, amica mia. E fuori fiocca alternata a pioggia. 

Breafing tra istruttori post cena. La traccia più marcata è quella dell'Aiguille du Tour, il grado e il dislivello (F e 800m) sono pienamente alla portata di un corso A1, è la cima più blasonata della zona: dai andiamo tutti la! Deciso tra noi, passiamo a trovarci coi nostri compagni di cordata per vedere loro cosa avevano elaborato (compiti a casa) e discutiamo il da farsi. Minchia che pancia piena! 

Tutti a letto, la sveglia suonerà presto (anche se non troppo presto su). In stanza faccio notare alla locomotiva Enrico, il fatto che "Beh Enrico, però a SA1 mica ti capita di essere in una stanza con più donne che uomini" ma la sua risposta mi gela "non so se sia un bene però!". "Vale, spegni la luce dai che dormiamo" la spegne e Steve con molta naturalezza (essendo ancora le 21 e quindi con luce fuori) "ah beh ora sì che cambia" e via a ridere! 

Suona la sveglia, ma non è la mia! Qualcuna l'ha messa prima di me: che orgoglio questi ragazzi! C'ho una smania addosso dopo aver visto che siamo sopra un tappeto di nuvole e che qualche stella si vede..ma presto le nuvole si alzeranno e non si vedrà più nulla. Vestizione, creme, faccia, colazione (senza esagerare, se faccio l'ingordo poi chi si muove?). Alfredo e Alessandro confermano non farcela e restano in rifugio. I ragazzi efficienti come sempre non si fanno aspettare (non a lungo almeno).

Si parte, davanti a noi delle frontali sono già sopra il Signal Reilly. Prendiamo l'avvicinamento che ho fatto ieri, a seguire gli ometti sulla pietraia che sale sopra il rifugio. La frontale quasi non serve già più. Morali alti e speranze profonde che alla fine il sole trionfi. Vincerà la nebbia mista neve e pioggia. 

Fa caldo. Porca vacca. Rocce bagnate. Un po' per voler "far strada", un po' perchè c'ho smania anche io, fame di alta quota e voglia di divertirmi, sto davanti e spesso devo fermarmi perchè il mio passo è troppo frenetico. Valentina mi sta dietro, ma meglio ricompattarsi un po' tutti. Poi ecco che come ieri, arrivato alle ultime piazzole tenda, si scende su fanghilia, si salta il torrente e si mette piede sulla neve. Si risale un po' di morena, e ora tanto vale ramponarsi e imbragarsi. 

Che palle inizia a piovigginare. E metti la giacca. Però tolgo la maglia se no muoio di caldo. E il coprizaino. Non li toglierò più all'arrivo in rifugio. Il gruppone avanza ora legato 3 a 3 per un totale di 8 cordate: l'assedio. Chi è già partito, coi miei proseguo un pochetto sulla morena per stare distante dagli altri, e anche per superarli: nessuna competizione, in montagna per me non esiste, solo vorrei esser io in quanto ad aver proposto la gita, a prendermi la responsabilità di eventuali errori di percorso. 

Si risale il lato sinistro del Signal Reilly, questa prua di roccia che emerge dal Glacier du Tour: coi cambiamenti climatici e il ritiro dei ghiacciai, diventerà sempre più prominente questa prua. Sembrava più corto questo tratto, poi si taglia a destra per salire in groppa alla prua ed accedere davvero al Glacier du Tour, bello sconfinato. Oggi poi che si vede per metà. E fiocca. 

Vabbeh, la traccia è buona, impossibile perdersi, il tracciato coincide con la relazione, proseguiamo. Dietro di me tutti belli in fila indiana come si addice a una progressione su ghiacciaio. Noto le prime rocce incrostate di neve, un qualcosa che mi richiama l'inverno appena passato, el soddisfazioni che mi ha dato. E oggi non sarà diversa. 

Traversone con un paio di risalite fino a giungere a una piccola discesa alla base di un contrafforte roccioso. L a traccia si divide: ho già idea che a sinistra risalga verso il Col Superior du Tour, mentre dritto prosegue verso il Col du Tour. Sulla cartina la traccia scialpinistica chiama quest'ultimo, ma le tre relazioni che ho fanno salire per il primo. Così pure chi si è svegliato prima di noi. 

Valentina e David, vamos! E la pendenza si accentua. Meno male tutto è pestato e gradinato, ma un "Pellegrini ci hai fregato!" da basso lo sento arrivare.. Anche questa scarsa visibilità, l'ambiente è mozzafiato. Dentro un canalone contornato da creste e guglie aguzze: ma che ne sa il Monte Rosa?! Qualche pausa per far riprendere fiato ai ragazzi, e poi ecco gli ultimi metri di roccia. Roccia incrostata di neve: tanto love. 

Ma che bello ma che bello! Un po' di varietà e di mani da usare non solo per tenere la picca, ma siamo comunque su difficoltà ben accettabili, anche se non proprio da grado F come dicono le relazioni. Qualche spuntone da assicurazione veloce, e con un passo strano sguscio fuori dall'ultima lama per passare in territorio elvetico: ben più nuvoloso del francese e pure più ventoso! 

Viste arrivare altre cordate, proseguiamo grazie a chi ci ha preceduto. La base del Purtsheller è un buon punto di riferimento per farci capire che non stiamo andando a farfalle. Un dosso da risalire, la traccia che arriva dalla Cabanne du Trient, ed ecco apparire davanti a noi la crepaccia terminale e la parete rocciosa da risalire per la vetta. 

Noi gli zaini non li abbandoniamo (anche perchè in cima voglio mangiare e bere), andiamo incontro alla bocca famelica del ghiacciaio che oggi resterà a digiuno, e alla base della roccia togliamo i nodi a palla e accorciamo la conserva, inizialmente pure troppo. 

Per fortuna chi è salito prima di noi sta già scendendo. Traversone in salita verso destra su roccia con mani e piedi che non si muove nulla, impressionante. Veramente sfizioso, ma veramente non può essere solo un F.. Ambiente suggestivo con le rocce sporche di neve, pandori con lo zucchero a velo:si vede che ho fame. 

Arriviamo alla breche che separa la nord e la sud (beh, non proprio, sarebbe più in basso) e di là..però che esposizione. Si risale in arrampicata facile, che però coi ramponi ha un po' più di pepe, così come con le moffole umide. Venticello, freddo, neve, bagnato: le condizioni meteo stanno alzando l'asticella delle difficoltà. 

Ancora qualche passo, e alle 8e40 eccoci in vetta all'Aiguille du Tour S! Solo che speravo fosse più spaziosa. Valentina però non si sente più le mani per il freddo: prova gli scaldotti, poi le do i miei asciutti, che dopo Alessia in Marmolada salvano anche lei. Intanto arriva su gente, e inizio a capire che non possiamo stare qui a lungo, non c'è posto. 

Arrivati Fiorella e Federico coi loro allievi, scendiamo. Scendiamo è un parolone. Più traffico che in A14 la domenica sera di luglio: buchon! Fortuna vuole che nonostante il casino, gli intrecci, la gente che passa non curandosi che tu stavi educatamente aspettando di avere il posto per passare in sicurezza senza minare quella altrui, tutto resta ancora piuttosto cauto. 

Ma siamo fortunati noi, perchè poi gli altri istruttori mi riferiranno che a momenti si veniva alle mani! Scendiamo incrociando Fabio Roberto. Urlo alla gente che se non ci fa scendere loro non potranno salire, mamma mia quanta gente. Che fosse frequentata lo si sapeva, ma nessuna relazione parlava di scarse possibilità di incrocio salita-discesa: qui certi metri sono obbligati a entrambi. 

Arriviamo alla breche dopo un'eternità. Ma non è ancora finita, c'è il traversone. E altra gente che sale e che scende e che sorpassa mentre io pazientemente volevo far passare chi saliva: cortesie percepite da chi saliva almeno. Penso che ci abbiamo messo quasi 1h a scendere un tratto che abbiamo salito in 30min. 

Ora sono più tranquillo, superato il tratto duro e dove il traffico era davvero un problema. Con calma facciamo le nostre cose e così ne approfitto per vedere tutti gli altri arrivare qui, e potermi così mettere la mente serena che tutti stanno bene. Claudio ed Enrico non sono saliti, avevano già visto troppo traffico e maleducazione alla base della parete.. 

Arriva Stefania con una frase che mi ricorderò per sempre "adesso ti abbraccio, poi ti dò due schiaffi": per fortuna si ferma alla prima metà. Poi arriva Linda..lei non sta bene. Scivolata, anche per colpa della ressa, lei che un po' ne sa dice essersi storta la caviglia (invece ha il perone fratturato!): ma ziocca l'ultima uscita! E sono già li che penso a come fare una barella, se chiamare l'elicottero, ma lei, stoica, dice di farcela. Solo deve andare con calma. 

Eh David e Valentina , a esser in cordata con il direttore tocca far questo: esser i primi a salire, ma gli ultimi a scendere. E oggi aspettare anche la cordata in difficoltà: che poi, parliamoci chiaro, gentilezza e mutuo soccorso, si aiuta perchè se fossimo al suo posto vorremmo essere aiutati. 

Sempre nella nebbia, scendiamo, lentamente, verso il Col Superior du Tour, di nuovo. Non ci fossero stati inghippi ne visibilità scarsa, si poteva proseguire e scendere per il Col du Tour, ma meglio di no ora. Che poi a scenderlo lo ritrovo molto più facile di prima. 

Il tempo si dilata. La nebbia che rende tutto più ristretto ma sapendo che invece tutto è ampio. Il caldo e la fame. Il dover progredire molto più lentamente del proprio passo. Non me ne voglia la povera infortunata, ma è durissima stare dietro al suo passo. Inizio ad avere un sonno e una stanchezza che mi ricordano la prima traversata dell'Appennino, quando per un colpo di sonno che sentivo arrivare, mi accasciai sul crinale a dormire, come un animale selvatico. 

Giunti quasi sopra il Signal Reilly, con la scusa di mangiare e bere qualcosa, chiedo a miei di fermarsi. In realtà mi devo ribeccare, e sono confortato nel sapere che anche loro due stavano vivendo lo stesso stato fisico e mentale. Onori invece a Linda che continua nella sua discesa, che roccia di ragazza! Mangiato e bevuto qualcosa, lasciato prendere un po' di largo a Federico, Fabio e Linda, ripartiamo a passo nostro. 

Discesone più prolungato verso est, per risalire le rocce più in alto di dove siamo scesi stamane. Ritroviamo i nostri tre compagni di viaggio, ci togliamo ramponi e corda e la libertà dei movimenti torna tra noi. Loro partono prima, di buon passo pure, la ragazza senza rampone si muove meglio si vede. Poi andiamo noi, e ben presto arriviamo al rifugio, dove ci sono tutti, alcuni già scesi, manca però Linda e suoi!

Come abbiam fatto a non trovarli? Strade così diverse abbiam percorso? Fantasioso quel costone roccioso con mille ometti. Eccoli finalmente. David si accorge di aver perso un rampone e torna indietro. Ma porca miseria. Inizio a fare i conti con la funivia: ultima discesa alle 16e30. Tutti scendono, io resto a fare due chiacchiere con la Vale. David ove sei?! 

Aspetta, conta, ammazza il tempo. 14e30, basta vado a cercarlo, ci manca solo sia caduto in un canalone: bella fine corso! Salito un po' lo vedo, senza rampone, "dai che dobbiamo andare!". Ci si incammina anche noi, scendendo sfruttando tutte le lingue di neve che si può: operazione salva ginocchia!

Messo piede sul sentiero che inizia a traversare verso destra, cavolo Linda è ancora lì.. Inizio a temere la funivia. La raggiungiamo e stiamo con lei e Federico (che le porta lo zaino) fino alla fine. Testa bassa, mi concentro solo sul suo piede, pronto a reagire nel caso dovessi vedere che perde l'equilibrio: potrei contare le cuciture della scarpa, che ipnosi. 

Linda. Ziobo che forza d'animo questa ragazza. Che positività. Non si lamenta, non dice di voler i soccorsi, ride, sorride, qualche ahia quando si appoggia male. Davvero una forza d'animo e una solarità invidiabile. Se affronta così la vita..tanto di cappello.

Paura di arrivare tardi. mando avanti David e Valentina "dai ragazzi andate a sentire il tipo dell'impianto che ci aspetti. Però filmatevi mentre col vostro italiano e inglese cercate di farvi capire da un francese!". Quanto è lontano l'impianto? Tanto fino alla fine non o vediamo, grazie alla nebbia. Poi sentiamo delle voci "chiude alle 16e45, avete 15 minuti!" arriveremo a pelo per 4. 

Bon è fatta, sospiro di sollievo. Sento che è quasi finita: questo weekend nella mia testa è filato molto più liscio che la Marmolada, nonostante tutto. Ma ora, che da me non dipende quasi più nulla, che le mie responsabilità stanno per finire, mi sento leggero. Spensierato. La seggiovia si tuffa nella nebbia, fredda, ventosa. Rinfresca la mente. Contento di tutto, sopratutto dei corsisti: ecco, sotto questo aspetto che sia quasi finita, dispiace.

Aiutando sempre Linda, una spalla a sorreggerla, zompettiamo verso il bus dove quasi tutti sono dentro che ci aspettano. Peccato, speravo fare un bel discorso di fine gita, ma rimanderò al dopo cena, ormai ce ne sono che stanno già dormendo in bus. E anche io, una volta cambiato e sistemato, non vedo l'ora di chiudere gli occhi e lasciarmi andare in shavasana! Ma profonda!

Che livido la Linda.. Tutti diventano dottori, ma bonari e spesso perchè "il mio ci assomigliava quando..". Passato il tunnel del Bianco, in Val d'Aosta splende il sole: in alto no, ma a valle si, e si odono le ole di "ma guarda te" "ma accidenti!". Sosta in autogrill per prendere del ghiaccio, e si riparte svelti.

La cena che tutti vorrebbero, in autogrill, ma almeno c'è del self service. Io e la Ste adocchiamo la pizza, la vogliamo tutta, facciamo lo scontrino, arriviamo davanti alla vetrina. Anche Alfredo e Alessandro hanno adocchiato la nostra preda, come leoni vogliamo difendere il cibo "no, quella l'abbiamo già presa noi", per fortuna loro devono ancora fare lo scontrino, così non litighiamo.

Finisco per ultimo di mangiare, pausa pipì, il gelato dell'ingordo, arrivo al bus per ultimo: già pronto e carico per fare il mio discorso ma..il cinematografo che è dentro Alfredo è già esploso e il film di montagna è già partito. Addio discorso. Perchè mica posso farlo quando finisce che la gente starà dormendo, ne a Carpi che tutti avran voglia di andare a casa. Pace.

Un'altra dormitina, mi aspettano due giorni in cui gestire tutta la fine corso per poi poter andare qualche giorno in vacanza in montagna. Ora c'è da gestire anche l'infortunio di Linda: non male come primo corso da direttore, già un'infortunata! Ma lei sorride, e io sorrido di conseguenza.

Qui altre foto.
Qui report.

domenica 4 giugno 2017

È nuvoloso sul ghiacciaio..ma ce la facciamo: Marmolada, A1 2017

La preparazione di questo zaino mi mancava. Ramponi, piccozze, cordino da ghiacciaio, il cambio per il pernotto in rifugio. Da quanto tempo non mi capitava un pre uscita del genere? Ah ecco, ci sono. O no? Ma chissenefrega, questo è l'alpinismo per cui ho iniziato: l'alta quota è la meta che mi ha spinto a iscrivermi al corso A1 nel lontano 2010. Corso di cui ora, nel bene e nel male, nel bello e nel brutto, mi ritrovo direttore. 

Fortuna ieri non siamo tornati tardi, anche se un po cotti sì. Fortuna che preventivamente avevo pure già apparecchiato (messo a soqquadro) il pavimento della camera della montagna. materiale, indumenti, vettovaglie, ferramenta, sparsi in modo non casuale per la stanza. Più materiale del necessario, visto che la didattica avrà la sua fetta di importanza. 

Corso A1 2017 del CAI di Carpi, prima uscita su ghiacciaio. Prima esperienza per molti corsisti, o almeno prima esperienza dove a un lato ludico viene affiancato un lato didattico, volto poi a consentirgli un domani di padroneggiare questa ludicità (?), al poter realizzare i propri sogni in autonomia. Va beh, divagazioni filosofiche di una mente in costante conflitto tra ragione e cuore, o che nella montagna ha raggiunto un equilibrio tra le due. 

Incredibilmente puntuali, incredibilmente efficienti: questo corso è davvero puntuale negli orari che ci diamo, almeno per le partenze. Alle 10 posso già sbraitare per dividere il Mar Rosso: "a sinistra chi sale in bidonvia, a destra chi sale a piedi. Chi sale in bidonvia prende le corde". Siccome siamo puntuali, siccome il meteo dovrebbe reggere, siccome le ore di salita al rifugio sono contenute, si può salire il più possibile "by fear means". 

Incamminati sotto un caldino notevole (da notare la mise mia e di Ilaria, ma la mia c'era da aspettarselo), ci districhiamo prima tra vegetazione abbondante che crea un'atmosfera da bagno turco, e in seguito su placche rocciose levigate ma anche lavorate, dove la dea che tiene in mano la falce e si veste sempre di nero e con un bel cappuccio è in agguato; almeno secondo Francesca

Il Lago Fedaia resta sempre più in basso, il profilo del Sasso delle Dodici appare, e il paesaggio si fa sempre più preglaciale: sul triste paesaggio roccioso, a volte sfasciumoso, a volte ghiaioso, a volte levigato, senza alberelli a farti ombra, senza fiori a dare colore al grigio o al nero o al marrone. Antipasto però, della tenerezza, della pace, della tranquillità, della morbida durezza del paesaggio glaciale e delle alte vette. 

Si prosegue a buon ritmo, osservando grigiori minacciosi dietro le montagne a sudest, per sbucare alla panoramica sella dalla quale si possono ammirare l'articolato gruppo del Catinaccio e lo svettante gruppo del Sassolungo. Teatri di passate avventure, custodi di sogni futuri. Speriamo non troppo futuri. 

La prima neve, i primi scivoloni: Alessia diventa bob umano per qualche metro, le mie preoccupazioni di incolumità degli allievi schizzano per un attimo in circolo a formare qualche trombo al cervello, ma si sciolgono quando lei si rialza ridendo. Partiamo bene.. 

Poco prima delle 11e30 attraversiamo il "Tunnel of Love" della bidonvia: beh ragazzi, chapeaux! 30min in meno di quelli previsti dai cartelli, 1h30 scarsa per coprire i 530m di salita, daje! Ci siamo tutti, anche i ritardatari che sono saliti in bidonvia anch'essi. Accolti dalle ragazze del Rifugio Pian dei Fiacconi, sistemiamo le nostre cose lasciando il non necessario in camera, breve spuntino e alle 12 ci si avvia per la fase didattica. 

David veste un casco piuttosto improbabile che viene subito bannato. Divisi per cordate, si parte per mostrare i passi base della progressione su neve senza ramponi. Oddio, la qualità della neve (pappa) mica permette molta fantasia sul come muoversi: "fate mordere tutte le punte dei ramponi", ma i denti per mangiare del budino non servono.. 

Io e i miei, Alessia e Andrea, risaliamo fino al vecchio rifugio per poi scendere per placche e rocce, si prosegue incontro agli altri fermandosi su un isolotto roccioso per calzare ramponi, legarsi per simulare la progressione su ghiaccio (facciamo il check sound della cordata AAA) e..mettere il guscio, ziocca piove. E così il gruppo si sparpaglia come un branco di aringhe che incontrano un barracuda affamato. Chi prosegue verso l'alto e chi si rifugia verso il basso. 

Noi si sale, anche per raggiungere chi sta su, anche per capire se su ci sia neve buona per fare una sosta che possa tenere un ipotetico caduto in un crepo. Impazienti, bagnati, infreddoliti, altri che scendono, e sorpresa altri che risalgono. Facciamo qui, facciamo la, facciamo su, facciamo giù, la pioggia ha cessato, non che non possa ricominciare, ma dopo le prove di autoarresto (stavolta il bob umano è gradito), si scende a cercare gli altri. 

Oh, ma dove sono, ormai siamo al rifugio..ah eccoli a destra. Davide e Alfredo hanno già iniziato a mostrare qualche paranco, Federico una sosta: breve appello su chi è arrivato da poco e quindi non ha visto dal'inizio, e li chiamo a me per ricominciare lo show di una delle manovre più traumatiche al corso A1: il temutissimo paranco mezzo poldo. 

Gianluca, fammi quello che cade nel crepo, con dolcezza però che vorrei riuscire a tenerti.. Ti tengo bestiaccia, stai buono che ora ti tiro fuori da li! Nonostante la neve in formato pappa per centenari senza dentiera, la picca tiene il cordino da ghiacciaio, provvidenziali fittoni mi permettono una sosta decente. Tempo infinito per regolare la lunghezza dei cordini a quanto voglio io. 

Sosta fatta, trasferimento del peso, andiamo a vedere come sta il mio amico, torniamo su e prepariamoci a fare della fatica. In realtà nemmeno tanta, Gian ha fretta e voglia di esser salvato nel più breve tempo possibile. Le operazioni si seguono, pure il nodo a palla da far passare dentro al gigi, et voilà, "mon ami est salvè". Bon, facce perplesse, "bomber ma io quello non riuscirò mai a farlo", e un provvidenziale "ragazzi, già se riuscite a tenere la caduta è tanto".

Nonostante la poca fatica fisica della giornata, la spiegazione mi ha reso l'ugola simile al deserto dei Gobi: devo bere della birra. Devo mangiare una torta. Deve venire presto ora di cena. Ammazziamo il tempo tra spiegazioni della cartina sotto le martellanti positive curiosità dell'incontenibile Francesca, e passiamo poi a una partitella a briscola in 5 in cui riesco a essere 3/3 su il fetente compagno di chi vince l'asta.

Secondo tempo del match incrociato domande-risposte (si andrà ai supplementari durante il pasto) e poi.. sbam, se magna, avvoltoi! "So' mezzo francese, del formaggio faccio manbassa", ma anche del resto non scherzo. Dolce sì, dolce no, dolce certo, e la panza sta meglio. Ora ce tocca..

Notizie meteo poco rassicuranti per domani: toccherà alzarsi presto, ma di questo gli allievi hanno dimostrato forte disponibilità. Breafing istruttori, spaventati da orario di partenza, dal temutissimo tratto attrezzato dove oggi una cordata ha pure fatto due tiri di corda a salire: stabiliamo l'unica possibile, cioè che quando si arriva la, valutiamo. 

Colazione per le 4, ringraziando Guido che si sveglierà per farcela e che si raccomanda (giustamente) di non far volare una mosca nel tratto compreso tra il cuscino e la sala da pranzo. Imbraghi già giù e..corde già pronte. Ma pronte pronte! Compresi nodo a otto, bambola, mezzo barcaiolo, nodi a palla! Mda. 

Suona la sveglia, il cuore si accende, la mente rifiuta: scendo rapido dal letto, bramoso di salire, impaziente di vedere il cielo, Apro la finestra: vedo le stelle, e non perchè i miei compagni di stanza mi han tirato un cartone in faccia. La tensione dovuta alle responsabilità materiali e immateriali che ho si smussa nel constatare che dai, ci siamo col meteo. Un'illusione. 

Vestizione, scarponi, crema da sole (ottimismo), guanti, colazione. Non troppo abbondante, non esageriamo. "Ale, Andre, quando ci siete io sono lì con la corda" "Ale, Andre, quando ci siete sono fuori coi ramponi ai piedi", ah eccoli. imbraco, ramponi, corda già in cordata,  e non trovo più il mio cordino da ghaicciaio. Rientro, ne trovo uno sul tavolo che non è il mio, ci sarà stato uno scambio, vabbeh piglio questo. 

Ora si fa sul serio. 

Il rumore dei ramponi sulla neve non è quel bel suono metallico scricchiolante, rigelo assente e nuvolaglia già ben presente in cielo: la cima non si vede. Frontali che identificano le formichine sul ghiacciaio, ma ormai inutili, si vede già. Siamo tutti in marcia, e ormai fatto il primo passo, gli altri sono molto più facili, o meglio, logicamente fattibili. 

Cerco di salire senza fretta, senza forzare la mano ai miei compagni di cordata, senza impiccarli: siamo riusciti a partire a un buon orario, speriamo che il meteo ci grazi e permetta di arrivare in cima prima che si scateni l'inferno. Fa caldo, ma l'andatura e il venticello che ogni tanto si sente, e il rischio concreto che inizi presto a piovere, mi fa optare per mettere il guscio. 

9 cordate, partite quasi tutte insieme, un'unica traccia (fuori da essa si sfonda), è un attimo combinare un groviglio di corde. E invece ci si riesce a districare senza troppi impacci, senza peste abusive di corde altrui. Guardo il cielo, tormentato; mi guardo intorno, e si percepisce la voglia frizzante di tutti di questa nuova esperienza e della meta da raggiungere. 

Le tensioni accumulate e le preoccupazioni per la logistica, le tempistiche, le intemperie, e ogni altro ostacolo prevedibile o meno alla buona riuscita della gita se ne vanno, svaniscono. Ormai siamo qui, non possiamo fare altro che avanzare, e godercela. 

Si risale la prima impennata, ma la traccia gradinata consente una progressione sempre frontale. Ormai la cordata AAA è passata in prima posizione: non è una gara, è solo un tenere il proprio passo. Mi guardo davanti e vedo l'anfiteatro roccioso terminare in mezzo alle nuvole, e non svettare verso l'azzurro come speravo. Mi guardo dietro e vedo tanti puntini in rigorosa fila indiana. 

Le nuvole all'orizzonte (a ogni orizzonte in qualsiasi direzione si guardi) stanno per essere scavalcate dal sole: egli è sorto già da un po, ma non è ancora riuscito a scavalcare la coltre grigiastra. Ora invece i suoi raggi tingono la nebbia che ci sta intorno, la sua aura infiamma in lontananza: il paesaggio si fa fiabesco, ma con una vena di thriller dovuta al "tra un po' se voglio mi scateno". 

Spettacolo. Rare luci solari tingono i pendii nevosi di ombre e luccichii. Atmosfere lattiginose sembrano farci fluttuare in questo ambiente tanto inospitale quanto bramato. Tracce di scariche, di piccole valanghe ti fanno tornare coi piedi per terra, ti fanno pensare "ohi, con calma, qua non si scherza". 

Traverso verso destra, neve smossa e marciotta, qualche metro con i piedi 70cm sotto la neve. Alessia che si spoglia morente di caldo, un cielo che ci regala qualche raggio di sole che presto scappa via. Il terreno che si impenna di nuovo, un tratto di ghiaccio scoperto (un crepo visibile quando scenderemo).  In vista della parte rocciosa dove troveremo la ferrata: chissà in quali condizioni.. 

Ecco il cavo metallico. La tensione torna a farsi padrona. Vediamo se ce la caviamo. Salgo il più possibile, sosto su un fittone, recupero i miei due e opto per una conserva lunga tra me e Alessia, e i miei compagni li faccio muovere un po' a mo di ferrata. Divertente per me il digrignare delle punte metalliche sulla rocce, la becca che morde quel poco ghiaccio che c'è: chissà per gli altri due. 

Ogni istruttore sale un po' a suo modo, ci sta. Anzi meglio, tanti spunti per muoversi sullo stesso terreno: quando alpinismo è fantasia, non una regola scritta marcata a fuoco nelle sacre scritture dei manuali CAI. 

Non ho ancora finito i rinvii, ma la schiena del mulo è li bella davanti a me. Bon, già fatto, ottimo. Mi piazzo a fare una sicura a spalla nell'attesa che Alessia spunti da dietro la roccia, e in seguito Andrea. Tutto bene, very good. "Ma dobbiamo scende da li?" chiede una preoccupata Alessia.. 

Forza ragazzi, ora manca poco! Faccio su la corda, e si riparte, con calma, con qualche bella foto a testimoniare la gioia dei mie compagni, esclamazioni che manifestano come apprezzino la bellezza del posto e del come lo si sia raggiunto. 

E alle 7, la cordata AAA è in vetta. Felicità e contemplazione. Purtroppo a corto raggio, pochi scorci vengono regalati da queste masse di vapore acqueo che ci attorniano come una sciarpa non voluta. Arriva Davide con la Crie MarcoR. Tempo del Mars di vetta per noi altri! 

Nuvole che vanno, nuvole che vengono, poco azzurro e tanto grigio, ma la felicità è tutt'attorno. Arrivano Gianluca, Stefania col trainatoe motivato Giovanni. Alessandro e Dario. Fabio con Valentina e Gioele. Poi la visibilità cala, le cordate in lontananza non si vedono più. 

Federico con Ilaria e AndreaGo, Cristian con Linda e MarcoB. Ziobo che freddo però! Alessia inizia a odiarmi perchè non scendiamo, perchè siamo quassù da mezz'ora a prendere freddo e umidità. Eh lo sò bimba, ma da direttore me tocca aspettare gli altri per sincerarmi che tutto vada bene. Gli altri stanno già scendendo , ma mancano due cordate all'appello. 

Ecco Luca con David e Francesca: entrambi verso la croce, con Francesca dubbiosa di essere ancora viva e David che invece sbraccia vittorioso la picca. A seguire Alfredo con Fabio ed Ester, e finalmente possiamo scendere. Qualche secondo di panorama non fa in tempo a essere catturato dalle foto, amen. Alessia capocordata, portaci giù. 

La tensione che in vetta se ne era andata, sopratutto una volta constatato che tutti ci siamo arrivati, torna una volta in prossimità del tratto attrezzato. Imbottigliati, dalle cordate che scendono, e da una che sale. Stavolta conserva corta, e tutti in ferrata. La salita era ben più agevole, ma li vedo piuttosto sgamati i miei. 

Di nuovo imbottigliati verso la fine del tratto metallico, in mezzo alle nuvole che non lasciano vedere a più di 50m da se. Ci si rilega da ghiacciaio con un po' di fretta, ed ecco che i ramponi tornano a mordere qualcosa di più morbido del calcare di cui è composta la Marmolada. Si rimette piede su ghiacciaio. Andrea passa avanti e Alessia torna in mezzo. 

Un po' per la consistenza della neve, un po' perchè il passo di Andrea deve essere un pelo più lungo di quello di Alessia, quest'ultima si ritrova col culo, pardon, sedere a terra prima di esclamare "Andrea rallenta un po'!", ma con sorriso sulle labbra e risata che affiora. Intanto incrociamo un'altra cordata: tutta ben legata con nodi a palla ecc, ma che si è fermata a far sosta spuntino..nello stesso metro quadro. E allora.. 

Scendi scendi, e usciamo dalla prigionia delle nuvole, finalmente lo sguardo può espandersi più in la. La vista del rifugio, il cambio di pendenza del fronte del ghiacciaio, e posso quasi tirare un sospiro di sollievo: tutti tranne Luca e Alfredo sono davanti a noi. Noi siamo ormai al sicuro. Posso chiedere a miei se sono contenti, e il loro entusiasmo è la ricompensa per ogni fatica fisica e mentale del weekend. 

Montagne bagnate ovunque, nuvole sfilacciate che lambiscono i crinali, umidità. Poco prima delle 10 siamo di ritorno al rifugio, dove c'è chi ci aspetta da un po' e non vede l'ora di scendere: ma pronti, scendiamo sì prima di prendere della pioggia! Solo che, a me, tocca aspettare tutti quanti e sincerarmi che ci siamo tutti.

Consegnate le chiavi dell'auto a chi sta in macchina con me, magno, preparo zaino, tengo sott'occhio chi scende, verifico che le corde vadano in bidonvia, e attendo pazientemente Alfredo e Luca. Arrivati anche loro, raccatto chi vuole scendere a piedi, ormai già piove, chi si sta prendendo il caffe dentro, e "dai raga', andiamo giù che c'è gente che aspetta".

Metto la mano dentro la maglietta e ritrovo il mio diavolo di cordino da ghiacciaio, dopo aver guardato da maniaco l'imbraco di tutti quelli che mi passavano a raggio di vista. Ma che caz. E quello che avevo preso dal tavolo, era di Fabio.. 

Il bob umano ci delizia con una nuova acrobazia delle sue, ma sempre ridendo. Rocce bagnate, un po di neve, ma i bastoncini aiutano, e la pioggia ha smesso. Alla ricerca del sentiero nei tratti non obbligati, tecniche di discesa con l'eleganza tipica dei brapidi, e finalmente in vista del parcheggio. Bona lè, è fatta.

Primo in vetta, ultimo alle auto, vita crudele quella del responsabile..ma ho voluto la bici.. Concordato il dove andare a mangiare, posso cambiarmi e tirare un sospirone di sollievo misto a soddisfazione per l'esito della due giorni: è andata bene, con questo meteo! Bravi ragazzi, alla prossima..

Qui report.
Qui foto.