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domenica 22 settembre 2019

AR1 in Brenta: Spigolo Gasperi

A volte le cose che capitano per caso sono pure quelle che riescono bene. Dopo un intenso corso AG1 è una propensione sempre maggiore al mondo del Trail, piuttosto che al sempre più affollato mondo dell'arrampicata e dell'alpinismo, la mia disponibilità al corso roccia del CAI di Carpi si era limitata a qualche "Tenetemi come riserva". Una riserva che data l'assenza di tre "Sì" scende in campo per questa piacevole partita a un'unica squadra, squadra sempre vincitrice.
Terza uscita del corso AR1 del CAI di Carpi: destinazione Dolomiti di Brenta, nello specifico Rifugio Tuckett. Dolomiti di Brenta che per quanto riguarda l'arrampicata mi hanno sempre descritto come un mondo a sé stante, con gradi nettamente più stretti della media (cosa che però in quelle poche arrampicate che ho fatto in Brenta non ho riscontrato). Il mio arrugginito stato di forma arrampicatoria mi fa perciò dubitare: ma se come ho imparato dalle endurance è la mente che domina il corpo e non viceversa..mo speriamo che me la cavo.
L'orario di partenza non è dei più mattinieri, riusciamo a incamminarci dal parcheggio di Vallesinella che sono da poco passate le 9. La giornata sembra splendida, ben più del previsto: non c'è una nuvola in cielo e il fresco frizzante del parcheggio viene soppresso dal riscaldamento dovuto alla salita lungo il sentiero, coadiuvata dal peso degli zaini. Cerco subito lo sguardo di Nicola per rimembrargli quell'epica giornata all'assalto del Canalone Neri, al quale ricordo lui mi rimpalla "Stavo giusto parlando con gli allievi di quella volta che ci portasti su Cima d'Asta a sputare sangue senza ciaspole con gli scialpinisti che ci deridevano". Bei ricordi, Bei tempi.
L'ora e 40 di avvicinamento al Rifugio Tuckett vieni alle allietata come sempre succede alle nostre uscite da racconti, aneddoti, prese in giro, scambi di opinione, tra tutti: istruttori e allievi sono sullo stesso piano, gli istruttori si dimostrano essere soltanto degli allievi con un po' di esperienza in più. E non mancano certo le bonarie prese in giro: la scia di speziato indiano che il nasone di Nicola dice di fiutare dietro di me, il racconto di come è nato il nomignolo "Dave l'eterno", e le battute sconce di Nicola che un giorno ci faranno pervenire una denuncia per molestie sessuali.
Dal rifugio è già ben visibile la via alla quale l'eterno ha indirizzato la mia cordata. Il piacevole clima concede pure di mangiarsi un panino a petto nudo nella speranza di asciugare un po' una maglietta bella sudata. Con calma tutti quanti ci dirigiamo verso i relativi attacchi, chi più vicino e chi più lontano. Fortunatamente e inaspettatamente sembriamo essere i soli ad arrampicare qui oggi, tranne una cordata che vedo sulla normale del Castelletto Inferiore, ma già sulla prima cengia. In breve siamo all'attacco e comincia la rumba.
L'altra cordata che sale insieme a noi e quella composta da Tommaso ed Ennio. Tra una cosa e l'altra sarò io il primo a partire e a rimanere costantemente davanti lungo l'ascesa: dato che il meteo sembra bello stabile non c'è eccessiva fretta, se non fosse per l'ora della cena che ci hanno minacciato essere al massimo alle 7. Nodi a otto, filatura delle corde, passaggio del materiale, scarpette, e via che si va (il casco è stato messo per primo).
Lo spigolo Gasperi è quasi una variante della via normale, per raggiungere il quale è necessario scalare la prima parte della stessa. Circa 100-120 metri di sviluppo di arrampicata dentro un caminone obliquo superato direttamente o spostandosi su placca alla sua sinistra. Difficoltà basse ma su roccia bella levigata dai millenari passaggi e dal millenario effetto canale di scolo pluviale.
Il caldo sole settembrino a volte va in crisi nei punti più profondi, ma per nostra fortuna lui e il camino sono orientati perpendicolari in queste ore. Una roccia compatta rende difficoltoso metter giù delle protezioni, ma almeno in sosta si trovano cementati e anelli bovini, più bovini di quelli della pietra! E già mi ci vedo a calarci in doppia da qui: già perché credo che sia quasi impossibile riuscire ad arrivare in vetta oggi senza usare poi la frontale e rischiare di rimanere senza cena.
Salto la terza sosta ufficiale fiducioso di poter raggiungere la prossima e risparmiare quindi un po' di tempo cosa che riesco a fare: mi avanzano solo pochi metri di corda. Solo che adesso Marco e Marcello non riescono a sentire la mia voce, e non avendo concordato in modo chiaro come sostituire i segnali vocali ad altri segnali, ci si trova in un culdesac. La classica trappolina che faccio a ogni corso. Dopo un po' i ragazzi partono, probabilmente anche confortati dalle indicazioni di Tommaso.
Bene, arrivati qui occorre percorrere la cengia verso destra (faccia a monte) per arrivare all'attacco dello slanciato spigolo Gasperi. Cengia facile con pochi tratti di arrampicata o disarrampicata, ma esposta e dove è difficile assicurarsi. Ben presto scompaio dietro una curva: ai miei avevo detto di partire quando finivano le corde, ma questo già iniziano a tirare. Trovare l'attacco adesso non è facile: un chiodo in mezzo dei sassi mi fa quasi dubitare che l'attacco sia sopra di me, ma non è possibile. Proseguo tirando la corda a forza, ma non vedo spigoli netti partire sopra di me: da giù era molto più facile individuare dove passava la via ma adesso è piuttosto complicato.
Un altro chiodo, che potrebbe indicare che c'è da salire qui, ma titubo: sta a vedere che ci tocca tornare indietro perché non trovo l'attacco. Provo a proseguire, ma dopo una decina di metri la corda tira veramente troppo e devo tornare indietro a fare una sosta da quel chiodo integrando con un Friends un po' dubbio. Nel mentre osservo per terra, notando una sorta di sassi ammassati in modo un po' strano: sembra quasi che ci siano un paio di ometti sdraiati. Però non vedo mozziconi di sigaretta, maleducazione che spesso indica un punto di sosta.
Arrivano i miei compagni di cordata, arriva Tommaso, ci confrontiamo un po' ma senza cavare un ragno dal buco. Provo a proseguire, ma poco dietro c'è un irregolare sistema di guglie e un canale che dovrebbe essere quello che stava giusto alla destra del torrione dove corre la nostra via. Oh sta a vedere che ho fatto sosta nel punto giusto: vabbè, provo a salire qui, se più su trovo la sosta a spit, allora sono nel punto giusto, altrimenti so' volatili per diabetici.
Mi hanno inculcato di temere i gradi in Brenta perché sono stretti e severi rispetto agli altri in Dolomiti. E in effetti già in questo primo tiro mi ritrovo ad affrontare dei passaggi non proprio facili, e non riuscendo a proteggermi adeguatamente. Ma tutto sommato riesco a salire sciolto e rilassato, più di quello che temevo visto il mio stato di forma e allenamento. È aperta la caccia alla sosta: guarda in sù, guarda in giù, guarda a destra, guarda a sinistra, salgo zigzagando, ma nulla. Poi finalmente intravedo lassù due spit che si mimetizzano con la roccia e uniti da niente: mica facile trovarla questa sosta! Ma è lei: siamo sulla via giusta!
La scalata inizia a farsi più seria, con difficoltà crescenti e continue, una buona esposizione e sempre una giornata fotonica intorno a noi con un bel sole caldo è un cielo terso. Presanella e Care Alto sono sempre a fare sfoggio di se, anche se piuttosto nudi di bianco. I ragazzi se la cavano e il clima è goliardico, addirittura tra prima e seconda sosta riusciamo a essere sempre a vista e..anche a udito.
O la via è sovragradata oppure non sono così arrugginito come temevo. Non sentirsi mai impiccato è una piacevole sensazione che ti fa godere la giornata, soprattutto in queste situazioni nelle quali non conosci proprio benissimo chi è legato con te. Tutto scorre bene ma.. lentamente Beh oddio, in realtà non avendo l'orologio al polso e non chiedendo mai che ore siano il dilatarsi del tempo ancora non lo percepisco, ma capisco bene che calarsi da questa via potrebbe essere un po' problematico, oltre al fatto che ci sarebbe da abbandonare un po' di materiale e ripercorrere la cengia a ritroso.
Qualche bel passettino in strapiombo non manca, ma soprattutto il terzo tiro regala una sorta di dietro in leggero strapiombo e quindi tutto in bella esposizione. Mamma mia quanto mi piace questo tipo di arrampicata! Altro che placche in piena parete. La Sosta però me la vado a cercare tutta sinistra, e anche se ho quasi la certezza che non sia quella giusta (la giusta potrebbe essere nella nicchia che vedo sette metri sopra di me), voglio proprio fermarmi qui, su questa cengetta stretta per la gioia dei miei compagni di cordata, che infatti tenteranno di starsene tutti belli schiacciati contro la parete e con il barcaiolo di autoassicurazione in vita, mentre io li inviterò a buttare il c*** tutto indietro per saggiare e assaggiare tutta l'aria che gli sta sotto.
La guida parla di 4 tiri, una relazione trovata su web parla di 5, noi siamo un po' tirati come tempi: io inizio a salire e vedo se riesco a saltarci fuori. Di certo non è terzo grado, anzi forse è pure il tiro più continuo e dalle difficoltà comparabili ai due precedenti. E per questi motivi si rivela essere forse più bellino, anche perché diventano molti di più di 30 m. Sempre bene ammanigliato offre la possibilità di superare strapiombetti in modo agevole, fino ad arrivare al netto cambio di pendenza sul pianoro sommitale del Pilastro. Due spit sono su una roccia orizzontale e fortunatamente un torroncino sul quale mi posso sedere per recuperare i miei.
Torroncino comodo per i primi minuti, ma che poi diventa una tortura aspettando che salgano: d'altronde non si può avere tutto dalla vita. Arriva Marco, seguito da Tommaso, un Marcello che si traziona "cigno macigno" e infine Ennio. Tiro fuori il telefono dallo zaino per fare due foto, e scopro essere le 17:37.. la cenaaaaaaaa! 5-10 minuti a tutti quanti per rimettersi in sesto e poi meglio darsi una mossa a scendere, anche perché il primo tratto non lo conosciamo. Inizia pure a far freschino.
Seguendo gli ometti finiamo sull'altro versante della montagna, a tratti su ripide ghiaie sulle quali il buon Marcello ha poca confidenza..ma ne sta facendo. L'altra poca confidenza che ha sono le doppie, ma anche qui porremo rimedio facendogliene fare ben 5 e di cui una su corda singola. Ben presto perveniamo a una sosta per doppia che rinforzo con un mio cordino, che attrezziamo per gruppi numerosi e che facciamo per tutta la lunghezza della corda. Scendo per primo: scende Marcello e lo mando in avanscoperta sulla traccia, scende Marco e lo mando dietro a Marcello, sia per metterci avanti sulla discesa ma anche per toglierli da un eventuale caduta sassi di chi deve ancora scendere. Scende Ennio e lo lascio lì ad aspettare Tommaso mentre io raggiungo gli altri due per vedere di attrezzare nuove doppie.
Altra cengia un po' esposta, che poi si ricongiunge alla stessa cengia che ci ha portato all'attacco. Si torna così a quella che era stata la nostra terza sosta, ed alla quale quasi si vede il rifugio. Attrezzo la doppia ma aspetto Tommaso, dopodiché iniziamo una discesa in sequenza cercando di velocizzare il più possibile. Dall'ultima doppia, con il sole ormai dietro le montagne, ci arrivano urla dal rifugio: è Luca che ci chiede la conferma di esser noi e che ci gufa la frontale.
Ultima doppia e sono alla base della parete a godermi lo spettacolo delle ultime luci e delle sfilacciate nuvole colorate dietro il gruppo dell'Adamello. Nel mentre telefono a casa per far sapere che sto bene e per fare due chiacchiere mentre aspetto che gli altri compiano le loro operazioni. Marcello sulle doppie prosegue calmo calmo calmo, passo dopo passo, un piede dopo l'altro. Arrampicasse anche così non sarebbe male! Sceso Marcello lo invito ad andare verso il rifugio a rassicurare gli altri e togliersi da possibili cadute sassi. Faccio uguale con Marco e poi con Ennio, resto io alla base ad aspettare Tommaso e dargli una mano a far su le corde. A proposito mica che abbiano fatto su una corda sti allievi: se me lo ricordo dopo al rifugio gliele disfo tutte e gliele faccio rifare. Arrivato anche Tommaso giusto a pelo prima di accender la frontale ci dirigiamo verso il rifugio scambiandoci quattro chiacchiere sui pareri della giornata.
Sono già pronto a cospargermi il capo di cenere chiedendo scusa ai rifugisti e alla cucina per il nostro ritardo visto che ormai sono quasi le 20. E invece, dopo aver riposto le cose in stanza ad esserci cambiati almeno una maglietta, entriamo nel rifugio, scorriamo i tavoli cercando sguardi amici, e infine li troviamo tutti a un unico tavolo, con a fianco due tavoli vuoti: uno per noi e l'altro per.."Beh luca, ma Nicola e i suoi dove sono?" "Eh devono ancora tornare, li abbiamo sentiti per telefono 10 minuti fa che erano in discesa" Grazie Nicola grazie, che mi eviti sempre le figuracce essendo più in ritardo di me!
Una sana buffata a suon di risate, una birra media che scende come una tanica d'olio in un motore secco, che necessita poi di essere rabboccato di nuovo con un'altra tanica. Arrivano anche Nicola e Alessandro quando noi ormai abbiamo finito di mangiare: tutto bene quel che finisce bene! Ci sarebbe solo da decidere cosa fare domani: le previsioni meteo sono nettamente peggiorate annunciando pioviggine già di prima mattina. Alla fine la scelta migliore è domattina svegliarsi, mettere il naso fuori e vedere come butta.
La sveglia suona alle 5: mi sono portato dietro la roba da Trail con l'idea di scendere giù a Vallesinella di corsa e tornare su di passo svelto per sgambare un po' e togliere il guinzaglio al camoscio che è in me. O forse più che camoscio dovrei dire mulo. Ma quando la sveglia suona il tepore del piumone mi tiene imbrigliato, e il pensiero di dover uscire e correre su rocce scivolose e bagnate a buio con rischio di accopparmi non è che sia un buon presagio. Poi metti caso che mi faccio qualcosa davvero, divento un problema per il corso: giro gallone e ci vediamo alle 7.
Nonostante non abbia fatto una mazza di attività, e nonostante sappia che probabilmente non ne farò neanche per il resto della giornata, a colazione mangio come se non ci fosse un domani, e al mio tavolo ci divertiamo a verificare cosa ci sia scritto sui biscotti. Che cacchio me ne capita uno della serie "il buongiorno si vede dal mattino".
E si torna così all'annosa discussione di cosa fare oggi. A un ristretto tavolo, ai ragazzi espongo una frase piuttosto semplice "Ragazzi, io se fossi per i fatti miei col c**** che andrei ad arrampicare oggi, scenderei giù e me ne andrei a casa". Al più grande tavolo con tutti quanti, direttore compreso, attendo silenzioso il verdetto (troppi galli nel pollaio fanno solo del casino). Alla fine si opta saggiamente per andare a prendere d'assalto un po' di massi erratici sotto i franoni, sui quali far provare i ragazzi da primi ma con corda assicurata dall'alto: da primi e mezzo.
E sono queste le situazioni in cui un istruttore si stanca di più che a tirare una via. Ho ancora ben presente in me il ricordo di quella giornata del corso A1 in Pietra dove ripetei le stesse cose a 20 persone diverse appeso come un salame a una sosta dalla quale dovevano scendere in doppia. Arrivai a casa annientato come neanche dopo la Tot Dret. Oggi almeno è più blanda, non fosse però per il freddo che si patisce a star fermi. Ma anche questo fa parte del gioco, e i sorrisi e le battute che ci si scambia sono una lauta ricompensa a questa fatica.
Luca passa il suoi friends a chi si appresta a salire da primo, o meglio da primo e mezzo, elencandone non la misura ma il loro costo in euro, giusto per mettere a proprio agio la persona: e da buon Karma, un Friends rischia subito di incastrarsi e non venire più via. Con Davide e Tommaso mi ritrovo ad attrezzare una sosta sulla quale disquisiamo talmente tanto che mi sembra più di essere io una giornata di lezione piuttosto che i ragazzi del corso.
Scorgiamo un paio di cordate sullo zoccolo del Castelletto Inferiore, mamma mia se non gli invidio ad arrampicare con questa roccia fredda! Alla fine a discapito delle previsioni meteo, non piove ma non c'è nemmeno il sole, e con questi pochi gradi centigradi sopra lo zero la roccia non deve essere per nulla piacevole al tatto.
Senza voler tirarla troppo per le lunghe, intorno all'una quando ormai tutti quanti hanno fatto un po' tutto, meglio iniziare a scendere per non chiamarcela proprio addosso la pioggia che finora ci ha graziato. In discesa si fa pure beffa il sole che per un attimo appare e ci fa scorgere le cime che erano state nascoste dalle nuvole. Ma tutto dura poco e noi proseguiamo verso valle tra nuovi aneddoti e risate, fino alle macchine, al discorso finale del buon direttore Davide, e infine verso la dovuta rifocillazione. Anche se a dire il vero mi sono mangiato pure già i miei due panini: oggi non sono proprio in equilibrio calorico.

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Qui in relazione.
Qui una guida.

domenica 12 maggio 2019

Sperandoci e divertendosi: Ghiacciaio del Ventina (AG1 2019)

Arrivato a questo punto la sensazione preponderante che dovrei avere è quella di sollievo: certamente un corso lo si fa perché fa piacere, un lavoro per dovere ce l'abbiamo già. Ma tramandare la nostra passione e cercare di farlo nella massima sicurezza possibile, è comunque dispendioso come energie e tempo da dedicarci. E da direttore del corso c'è pure una certa componente di ansia e preoccupazioni varie non proprio trascurabile. Siamo all'ultima uscita del Corso AG1 2019 del CAI di Carpi.
E invece oltre al naturale sollievo per un alleggerimento degli impegni fisici, morali, temporali,  pervade anche un certo dispiacere. La vetta non è stata raggiunta, non è nemmeno stato tentata, ma nonostante ciò il week-end è stato spassoso, divertente, sereno. Una grande armonia tra tutti, allievi e istruttori: momenti di attenzione ma anche grasse risate a tutto tondo, bonarie prese in giro e sorrisoni. L'alpinismo sarà anche (anche, mica solo!) sofferenza, ma la compagnia nell'alpinismo deve essere questo: complicità e buon umore.
Sabato mattina partiamo con le orecchie basse: le previsioni, costantemente monitorate da una settimana a questa parte, giovedì davano per il weekend un sabato di pioggia debole e temporali in serata e una domenica di cielo quasi limpido. Venerdì la situazione era già peggiorata con piogge anche moderate per tutto sabato e stratificazioni o nuvoloso per la domenica. Quello che rimaneva costante era il vento forte di domenica. Sabato invece e la situazione è precipitata dando anche per domenica tempo molto nuvoloso con pioggia debole.
Così l'avvicinamento del sabato risulta essere praticamente tutto sotto l'acqua. Magra consolazione constatare che "l'ombrellino d'alpinismo" fa proseliti: anche Tommaso e FabioSca salgono con l'arma di Mary Poppins, ben più confortevole di un impermeabile che fa sudare un sacco e che non copre lo zaino. E domani, arrivare al parcheggio di casa alla domenica sera e trovare Gianluca che di fronte a Nicola mi mostra una foto del maestro appeso in parete con l'ombrello.. non ha prezzo.
L'uggiosita è tanta, oltre alla pioggia una nebbiolina densa e un cielo plumbeo: oltre a un ambiente piuttosto brullo che ne fa un quadretto autunnale di tutto rispetto. Ma la carica è tanta, lo "starbene" è già palpabile un po' in tutti, e quindi l'allegria regna sovrana.
Solo le sabbie mobili nevose tra il Rifugio Porro e il Rifugio Ventina fanno digrignare i denti: quell' affondare in modo incontrollato fino al ginocchio o anche ben oltre quando meno te lo aspetti, è una situazione che rompe le scatole e non poco. Ma almeno sono solo 200 metri.

Al rifugio ci accoglie Oreste e suo padre, bonari gestori del Rifugio Ventina. Ci siamo solo noi (e te pareva) possiamo quindi fare i nostri comodi e ciò che meglio preferiamo: installatici in camera e consumato il pranzo al sacco che c'eravamo portati, cambiamo la disposizione dei tavoli e sedie per svolgere la didattica prevista con un tetto sulla testa: ovvero in sala. Fuori piove abbondantemente e uscire a bagnarsi come pulcini e tremare come foglie non mi sembra una scelta saggia.

Dopo un ripasso del cordino da ghiacciaio, sul quale vedo tutti piuttosto ferrati, e della legatura in cordata, giunge il momento del recupero in crepaccio con paranco mezzo poldo. FabioSe si offre volontario per essere soccorritore e Mirco viene scelto come volontario per essere il sacco di patate caduto nel crepo.

Piantare chiodi o metter giù viti da ghiaccio nel pavimento della sala non è un comportamento da bravi ospiti (a meno che si voglia esser defenestrati nel cuore della tempesta), quindi usiamo le gambe del tavolo come ancoraggio provvisorio e ancoraggi definitivi, con il buon FabioSca che "rinforza" la sosta col suo peso.

Tra una domanda trabocchetto e l'altra, un nodo a palla e l'altro da scavalcare, Mirko riemerge dal crepo. Prima di ripetere l'operazione con altri volontari la pausa caffè diventa fondamentale per tutti: soprattutto per me che mi lascio andare a un "Non puoi avere la moglie piena e la botte ubriaca". Niente sveglia alle 3, ma la stanchezza c'è.

Ah, che bellu ccafè pure 'n carcere 'o sanno fà, adesso tocca ad AnnaM recuperare il recidivo (e chissà se redivivo) Mirko. Nel mentre continuiamo a osservare fuori dalla finestra: è autunno pieno con grigio, nuvole e pioggia e adesso pure qualche fiocco di neve. Resuscitato di nuovo l'alpinista zavorra, è il momento tanto atteso ma tanto rimandato per timori vari: discutere a tutto tondo delle possibilità che ci sono rimaste per domani.
La Nordest è già piuttosto chiaro che rimarrà un miraggio. Ci accontenteremo ampiamente e saremmo soddisfatti anche di una nordovest o della via normale! Aspettiamo che arrivino Roberto e Francesco con le novità sulle previsioni meteo, ma probabilmente ogni decisione sarà rimandata a domattina quando ci alzeremo e guarderemo fuori dalla finestra.

Con le picozze saremo anche scarsi, ma con le forchette ci facciamo dare del voi. I pizzoccheri del rifugio sono un must che meriterebbe una visita dello chef Rubio. Anche se iniziano a essere serviti quando alcuni di noi sono fuori alla chiesetta del Rifugio Porro per telefonare (mitico FabioSca che si porta dietro 5-6 telefoni dei pigri che non vogliono uscire) e i due partiti più tardi ancora non si vedono.

Roberto e Francesco arrivano appena in tempo per il piatto fumante, e subito l'allegra brigata si consolida coi due nuovi spassosi elementi. Anche "Stefano" ci mette del suo. E in un attimo le preoccupazioni per domani lasciano posto alle risate di adesso. Il piano è il seguente: 4:30 colazione e vediamo che fare. Buonanotte ai suonatori e ai russatori.

Di certo non mi manca il sonno, ma quelle due o tre volte che mi sveglio sento fuori Eolo dare il meglio di sé: mi ricorda quella volta che abbiamo dormito in tenda in Appennino con la tenda schiacciata sulle guance per il vento, con la paura di volare via da un momento all'altro. Se potevo ancora nutrire qualche speranza di riuscire a salire almeno la normale, inizio ad avere forti dubbi

Suona la sveglia, un'occhiata fuori dalla finestra: è ancora buio, e di stelle manco l'ombra. Alberi incurvati come fronde dei salici e tanto pessimismo nell'aria. Tutti svegli a fare colazione, tutti con la faccia dubbiosa del "che si fa?"; decidiamo comunque di mangiare visto che il gestore si è svegliato per noi, e di tornare a letto un'oretta per vedere se la situazione migliora col passare del tempo. Appuntamento alle 6:30 in sala.
La sveglia suona, riguardo fuori e nulla è cambiato a parte la luce del giorno. Nella mia stanza nessuno esce dalle coperte. Scendo e tutte le altre stanze con la porta chiusa. Vado in sala e non c'è nessuno. Apro la porta per dare un'occhiata fuori e non c'è nessuno. Guardo nel ripostiglio dove abbiamo ammassato tutta la ferraglia e non c'è nessuno. È che c**** allora torno a letto anch'io!
Dopo 20 minuti però non c'è trippa per gatti, tiro giù tutti dalle brande che almeno due passi ce li andiamo a fare. Vestiti, armati, ciaspolati e legati siamo pronti per tentare di smaltire almeno la colazione. Due scialpinisti partiti da valle ci precedono, e noi dietro con le racchette da neve. Noi tutti ma non tutti: in cordata con me ci sono Emanuela e Luciano, ma la prima è sprovvista di ciaspole e questo "handicap" esplode già nei primi metri. Già con le ciaspole la crosta superficiale cede e lascia sprofondare per qualche centimetro il malcapitato, ma per lei si parla di decine di cm.
Ma tanto non c'è fretta, non ci sono orari da rispettare o mete da raggiungere a tutti i costi (purtroppo): io e Luciano possiamo aspettare senza nessun problema. Le altre cordate ci passano quindi man mano avanti, per primi quel Roberto saltato su all'ultimo minuto pieno di dubbi sulla sua condizione fisica e che invece adesso scheggia insieme a FabioSe.
Anche Tommaso con Soana e AndreaG sfilano avanti. L'ambiente è ovattato, la neve è presente quasi ovunque tranne che sulle rocce più ripide. Il vento in alto a destra soffia e genera spindrift evidenti. Il pizzo Cassandra è un vedo ma non vedo. Dopo il tratto nel radissimo bosco entriamo nel toboga delle vecchie morene del ghiacciaio: muri di terra e sassi alti decine di metri che lasciano immaginare quanto una volta fosse possente il ghiacciaio del Ventina e quanto sia ridotto a essere un piccolo nano adesso. Tristezza.
Il vento soffia ma provenendo dalle spalle non dà nemmeno troppo fastidio, sarà peggio in discesa! Anche Mirko è senza ciaspole e ci mette un po' la sua cordata, composta da AnnaT e Marco, a raggiungerci. Formichine sul ghiacciaio che salgono verso l'alto, anche se la linea di demarcazione tra il letto del torrente e l'inizio del ghiacciaio è difficile da trovare essendo tutto coperto di neve. è difficile anche trovare un punto da porsi come meta, raggiunto il quale tornare indietro, visto che tanto molto avanti non potremmo andare anche per la neve fresca evidentemente caduta, che rende l'ambiente piuttosto ricco di pericoli oggettivi minimizzabili.
Emanuela stringe i denti e continua la sua avanzata: il tratto peggiore era quello iniziale ma ogni tanto le condizioni del terreno le fanno ancora maledire le ciaspole dimenticate vicino alla porta d'ingresso ieri mattina. Siamo ormai li lì per tornare indietro, ma vedo che anche il resto del gruppetto si è fermato più avanti: tanto vale raggiungerli per comunicargli che noi facciamo dietrofront. Ma anche loro sono dello stesso avviso e quindi via giù tutti insieme! Una foto di gruppo qualche risata soffocata dal vento e via lontano da questo tepore!
E adesso sì che Emanuela ci sta avanti più comodamente: coi ramponi ben saldi mentre noi con le ciaspole che un po' scivoliamo via. Il problema è quando si ritornerà sul piano, una sorta di gioco delle marmotte dove un piede affonda e l'altro anche. Insieme a Mirko cercheranno di fare la traccia migliore possibile: un po come risolvere teoremi irrisolvibili.
Tornare a infilarsi dentro il toboga della vecchia morena è piuttosto suggestivo in questo verso di percorrenza. Sembra di scendere nei più segreti angoli della montagna, a scoprirne un pezzo di storia per poterne leggere il futuro.
Arrivare al rifugio è in parte un sollievo per aver lasciato quelle condizioni un po' proibitive, ma è anche un momento in cui si sà che prenderemo un sacco di freddo nel risistemare gli zaini per scendere. E proprio per questo motivo il peso degli zaini lievita parecchio, facendoci tornare alla memoria la salita da muli da somma di ieri. Ma questo vuole anche dirsi avvicinarsi alla gioviale birra finale.
Sotto una debole ed effimera nevicata scendiamo verso la macchina, in uno scenario meno grigio e più confortevole di ieri (ma giusto un po'). Il tutto in contrasto con quello che è stato l'animo del weekend, sempre piuttosto giocoso, complice e scherzoso. Tante risate nonostante il meteo!

Qui altre foto.

sabato 13 aprile 2019

Ma 'ndo Vajo?! Ravanar m'è dolce in questa nebbia (AG1 2019)

Driiiin! Suona la sveglia! Che cacchio di ore sono? Le 3:20. Mado' son solo tre ore che sono a letto, che sonno, ma 'ndo vado? Ah già, c'è l'uscita del Corso AG1 2019 del CAI di Carpi. Mi aspetta una bella giornata su neve ripida, a ramponare e vedere panorami mozzafiato: no, ferma sono sveglio e sto comunque sognando.
Le previsioni meteo non sono pessime, ma brutte. Anche le condizioni della neve non sono pessime, ma brutte. Per questo l'uscita da due giorni si è trasformata in un giorno singolo con destinazione Carega. Almeno lì le previsioni danno solo nuvoloso e addirittura qualche schiarita, e di neve non ne ha fatta tanta, e qualcosa mi dicono si dovrebbe riuscire a fare.
Invece a Recoaro piove. A colazione ce la prendiamo con calma che tanto il sole non ci corre certo dietro a scaldarci le rocce. Arriviamo a Campogrosso in mezzo alle nuvole e con una leggera pioggerella (o umidità al 100%). Vabbè ora che siamo qui, incamminiamoci e vediamo cosa riusciamo a fare, mal che vada ci ammazzeremo di didattica.
Il sentiero Dovrebbe essere lo stesso di due settimane fa, ma il suo aspetto è parecchio diverso dalle nuove condizioni, oltre al fatto che non riusciamo a vedere nulla. Un camoscio in mezzo a due campanili ci da il benvenuto in un parco giochi che oggi ha un aspetto più da Silent Hill. Ramponi ai piedi e proseguiamo sul sentiero 157, costretti ad attraversare varie valanghe e con una neve pessima: bagnata, pesante, per nulla trasformata.
Mi giro verso AnnaM che come me ha già salito il Vajo del Cengio, quello che vorremmo salire oggi, e le domando "ma non siamo già troppo avanti?" e lei "ma non lo so, forse" e io "Beh più o meno sì, perché il Pra degli Angeli l'abbiamo già passato": si vede tantissimo, ma 'ndo siamo?! Arrivati in prossimità della Guglia Berti è appena appena visibile il suo zoccolo: proviamo a salire traversando leggermente verso sinistra. Diventa sempre più lampante che oggi non saliremo nulla: la neve è davvero pessima e per nulla trasformata nemmeno dentro i corridoi di valanga. Sì affonda una spanna minimo.
Salendo ci si rende pure conto che la nuova nevicata è scesa sul secco su parecchi tratti, visto che poi la valanga ha portato via tutto facendo affiorare la ghiaia. Arriviamo nei pressi del Vajo delle Frane e ci ritroviamo a dover scavalcare un dosso dove l'accumulo nevoso fa affondare fino al ginocchio e anche oltre. FrancescoB che è passato avanti se ne accorge bene.
Ricompattato il gruppo ai piedi della fascia rocciosa a sinistra della quale ci si imbocca nel Vajo del Cengio, la situazione è che continua a non vedersi a più di 30 metri (e forse pure meno), la neve fa cagare, non c'è traccia e sono pure già quasi le 9:00. "Ragazzi voi cosa fareste?" "Ma io andrei" "A me veramente non piacciono molto queste condizioni, mi sembra pure un po' pericoloso": se ne discute un po' finchè non si decreta che "No ragazzi, andiamo giù perché è troppo tardi, le condizioni sono brutte e non ci godremo una fava perché la giornata fa cagare. Andiamo a fare un po' di didattica". Ma 'ndo vajo? Giù!
Accidenti, va bene brutto per brutto ma non pensavo così brutto: le previsioni davano un po' di schiarite al mattino e pensavo che viste le temperature dei giorni precedenti la neve fosse trasformata. Quando si dice "tutti finocchi col culo degli altri": Luciano e AndreaG provano a tracciare qualche passo nel vajo e resisi conto che si affonda fin oltre al ginocchio e la fatica annessa, esclamano "Sì sì meglio andare giù".
Tornando indietro sui nostri passi scendiamo fino quasi al sentiero, per poi risalire per pestare bene il pendio e prepararlo all'esercitazione di ricerca travolti in valanga. Prima di questa, alla base della Guglia Berti, tento invano di mostrare quanto tenga un fungo di neve, che invece proprio non ne vuol sapere di reggere: la neve è bruttissima e in mezzo ci sono strati talmente deboli che corda e giacca la tagliano come se fosse il tonno Rio Mare con un grissino.
L'esercitazione di ricerca in valanga va invece meglio, non fosse che un travolto viene trovato dopo 19 minuti punto. Infine una bella truna dentro la quale tentare di percepire quanto si stia comodi e ci si possa addormentare anche ore. Beh dai almeno si è fatta giornata adesso non resta che spingere con bicipite e falangi su boccale e forchetta: annamo ar rifuggio!

Qui altre foto.
Qui la guida del guru dei Vaji del Carega.