sabato 15 marzo 2014

Con la coda tra le gambe: Scarpacò, tentativo

Erano sogni di gloria, ma si frantumarono al sorgere del sole, quando potemmo constatare dove eravamo e dove saremmo dovuti ripassare. 

Il weekend ce l’ho completamente libero, anche al lavoro riesco a salvarmi nonostante la settimana difficile, e ho pure la possibilità di partire il venerdì sera. D’accordo con Riccardo decidiamo per un weekend lungo, in zona Campiglio o Val di Sole. Spulciando su web, Ricky mi manda il pdf di questo bel giro, panoramico, lungo, isolato, dal dislivello oltre 2000m. Praticamente mi stuzzica sapendo già la mia risposta.
Partiamo finito lavoro, veloce pizza in paese, e alle 23 entriamo in Val Nambrone, parcheggiando intorno a quota 1100, visto che oltre lo spazzaneve non è arrivo. Una luna maestosa ci da la buonanotte, noi ci infiliamo nel sacco a pelo per poter dormire ben 2 ore! E faccio un incubo con uno psicopatico a mo de “Non aprite quella porta” in versione basso modenese.
Sveglia, si scalda il latte, e si parte sci ai piedi. Ore 2e45. Dopo pochi minuti un muro di neve ghiacciata, marrone, sassi, alberi, ostruisce il passaggio: una bella e grande valanga di fonde, che brutto inizio. Avanti, togli e metti gli sci per qualche tratto di asfalto scoperto, e altra valanga, stavolta anche più grande! Va beh.. Ma al buio non abbiamo idea di cosa stiamo attraversando.
Strada noiosa, si arriva al Rifugio Nambrone e si va oltre, e passiamo sopra un cono valanghivo di cui non ci sono però chiare le proporzioni.. Si scavalla il Sarca e si inizia a salire i tornanti della strada che porta al Rifugio Cornisello. E una valanga invade la strada, si prova a traversarla sci ai piedi, un po’ di brivido e si. Stesso gioco altre 5-6 volte, a volte togliendo gli sci perché il brivido è troppo. Zero termico alto, grado 2, previsto sole.
Il bosco finisce prima di quello che speravo, speravo arrivare al Rifugio Cornisello protetto dagli alberi, anche se a dir la verità le valanghe appena dimostrate dimostrano che anche nel bosco tanto protetti non si era. Almeno intanto ci godiamo la luce che man mano avanza, il tutto vista Brenta che si colora di rosso.
Già, ma la luce mostra anche gli squarci sui monti che ci stan di fronte, valanghe di fondo cospicue. E anche verso dove stiamo andando ce ne sono. Cerchiamo di far foto per cogliere la luce che avanza lenta, ci distraiamo.
Non abbastanza, saliamo ma continuiamo ad attraversare valanghe, e quel che preoccupa di più è che di pendii carichi ce ne sono ancora sopra le nostre teste. Quando il sole fa capolino e le illumina a giorno, abbiamo capito che è finita, non ci possiamo permettere di ripassare di qui tra sei ore, quando il sole avrà scaldato a modo i pendii per renderli trappole.
In più iniziamo a dover superare dei pendii inclinati mezzi ghiacciati e mezzi molli. Giriamo l’angolo, almeno al Rifugio Cornisello per ammirare la valle e la nostra cima vorremmo arrivare, ma lo vediamo lontano, tutto un pendio inclinato da attraversare, vorrebbe dire tornare qui tra un’ora abbondante, quando il sole avrà scaldato ancora. No no, basta, dietrofront.
Si torna sui nostri passi, superando l’ultimo pendio sci in mano e ci fermiamo a mangiare. Ore di auto, poche ore di sonno, fatica perchè comunque siamo intorno ai 900m di salita, di cui alcuna sprofondando in mezzo alle valanghe sci in mano), il tutto per una colazione vista Brenta a 1950m di quota. C’est la vie. Siamo delusi. Ci eravamo illusi di una giornata spettacolare, una fatica boia che sarebbe stata ricompensata con una visuale e un selvaggio ampio, per poi finire la sera a birra e salsiccia e una dormita spaziale.
Nulla di tutto ciò oggi, per di più noto che la mia pelle di foca si è di nuovo rotta, che due maroni, tocca cercare in fretta e furia qualcuno che me la ripari. Scendiamo, con la coda tra le gambe, con le pive nel sacco, con la voglia di arrivare all’auto il prima possibile, perché sì, stiamo fuggendo per la paura di restarci sotto, ma finché non siamo alla macchina non siamo matematicamente salvi.
E non possiamo nemmeno dire che bella sciata, visto che siamo su una strada coperta di neve. E adesso con la luce vediamo tutte le valanghe che abbiamo attraversato, che prima erano belle dure, ora belle molli e quindi con il piede che sprofonda fino al ginocchio, a volte di più, la scarpetta che si bagna (povero piede, coi pesci!).
Riusciamo comunque a ridere e scherzare, rischiare capitomboli, ma soprattutto iniziare a pensare come rifarsi domani! Video. Il Brenta si sfoggia tutto per farci salire ancora più voglia. Ma ogni montagna che vediamo intorno a noi è spoglia di neve, è scesa tutta in fretta e portandosi con se amici di terra e pietra.
Al pianoro del Rifugio Nambrone ripassiamo sopra la neve smossa dell’andata, e solo ora capiamo l’entità di questo mostro. Così come capiremo l’entità di quelli che hanno occupato la strada. Io non so se sia usuale o meno che ci siano così tante valanghe di simili proporzioni, però di certo ne siamo usciti spaventati. Che non è male.
All’auto ci cambiamo in fretta per poter arrivare a Pinzolo e far riparare la mia pelle, si fa un po’ di spesa e in un parchetto del paese imbandiamo la tavola, fornelletto e remember estate 2012:canederli in brodo di wuster! Poi meglio dormire un po’ sulla panchina che da sala da pranzo si è trasformata in sala da letto, con ormai deciso dove andremo domani. A rifarci.
A onor del vero, però abbiamo visto una gran bell’alba, ma avremmo voluto anche vedere altro!

Qui altre foto.
Qui report.
Qui video.

venerdì 14 marzo 2014

Meglio del previsto: Oscilvart e Fravort

Ho provato ad aspettare per vedere se potessi ritagliarmi del tempo, ma questa settimana proprio non se ne parla. Posto quindi il link alle foto, nella speranza che loro raccontino quello che non trovo il tempo di descrivere, ahimè.

Qui le foto.

sabato 1 marzo 2014

Save the Saturday: Hamster in Febbio

Sì ma non è possibile. Ormai il meteo cozza sempre con le mie disponibilità. Sabato che ho tutta la giornata disponibile, addirittura il venerdì sera fino al sabato sera, meteo infame. Una settimana lavorativa psicologicamente da smaltire, e in attesa della prossima, voglia di sfogarmi e fare qualcosa che mi piace. Devo salvare il sabato.
“non vedo altra scelta” esatto, l'sms di Riccardo sulla mia proposta è lampante e azzeccato: la sola che possiamo fare è andare su qualche pista dismessa, salire con le pelli, scendere sulla neve che scenderà mentre noi saliamo, poi risalire, poi scendere di nuovo sull'altra che ha fatto, insomma fare i criceti e allenarci. Piuttosto che niente..
Con calma si parte, niente levatacce, alle 6e15 si carico gli attrezzi, a Villa Minozzo però ancora piove, ma il barista ci rincuora “a mille metri nevica!”. Peccato che al bar sul giornale si legge che gli impianti di Febbio hanno in parte riaperto..chissà. Sotto la tettoia delle case che perimetrano il parcheggio, ci cambiamo comodi, asciutti e con calma, pronti alla sudata epica, in intimo e giacca, ma sappiamo patiremo caldo. Ricky coi pantaloni dei puffi, io coi miei Vertigo Light che si inzupperrano a modino.
Alla partenza la sola neve è quella caduta stanotte, ma sono 40cm che spero ci eviteranno di raschiare la terra.. Certo che però 40cm qui..chissà quanti saranno su! Tracce di uno scialpinista davanti a noi, lo troveremo alla prima stazione che tornerà giù, dopodiché tutto da tracciare con lo sci che affonda di 20-30cm. Alberi belli carichi ma che scaricano già il loro candido carico, poco vento (per ora), ma dal cappuccio scendono le gocce (la neve si scioglie all'istante sui nostri indumenti).
Tracciamo noi, passaggio tipico sotto volte di faggi carichi (e una scarica me la becco), e mi ricordo quando qualche hanno fa venni qui con lo stesso intento, ma con la tavola: una fatica.. Tanta neve fresca e tante cadute dalle quali rialzarsi. Oggi spero sarà diverso.
Ormai il bosco è quasi finito, meglio pensare di iniziare con la prima discesa. Che goduria! Tanta neve fresca, non proprio farina, le temperature rendono questo manto un po' pesante, ma riusciamo a fare belle curve e divertirci. Ben presto, ma dopo qualche tratto a spinta, siamo già bassi, e dopo una tamponata di Riccardo siamo pronti a ripellare per tornare su.
Con mio stupore siamo solo noi, boh, o che siamo così suonati o non capisco. Beh meglio, ci godiamo tutto per noi. Si risale per la stessa pista di prima, ma dopo la volta dei faggi catapulta addocchiamo la pista che sta alla nostra sinistra.. Dovrebbe esser rossa, ma guardala, li tutta immacolata, liscia..
Salgo un po' di più rispetto a prima, giusto per vedere se si vede qualcosa da quel dosso ma..fuori dal bosco solo le nuvole basse, zero visibilità. Ma soprattutto, i pendii sommitali de La Piella così carichi di fresca non mi sembrano il luogo adatto dove cacciarsi. Via le pelli, altra discesa.
E dopo la prima divertente parte “Ricky, che dici, scendiamo di li” “Si può fare” e via per la pista immacolata, con le gambe che fino al ginocchio scompaiono sotto la neve! Bello bello, le gambe che ondeggiano nella coltre bianca, sentirò anche di sera a letto questo movimento.
Solo che come temevo, pista molto in disuso, dovremo evitare le sterpaglie, ma sopratutto i crepacci. No, crepacci veri no, ma fossi di scolo profondi si! Non ha nevicato abbastanza per tapparli, e il primo ci tocca superarlo infilandoci nel bosco. Il secondo volendo provare con una spaccata lanciata con uno sci sull'altra sponda, finirà con uno sci dentro l'acqua..
E non è finita! Altri fossi, parte piana tutta da spingere, pista maledetta. Finalmente si trova il modo di tronare sulla pista di salita, ma ormai siamo alla fine. Io un altro giretto sulla ruota me lo farei, ma Riccardo è troppo provato dalla cena pesante e dalle poche ore di sonno. Poi è vero che sono bello bagnato.. Via giù fino al parcheggio. Saltelli sui fossetti, involontari, spinta sul piano, accarezzando l'erba.
Missione compita, il sabato è stato recuperato in qualche modo. Birra e panino al bar deserto del parcheggio e si torna a casa. Speriamo che le mie prossime disponibilità possano esser sfruttate! E che caz..

Qui altre foto.

domenica 23 febbraio 2014

Usciva dal cassetto: Canale Centrale e Traversata Giovo-Rondinaio

Ognuno ha dei sogni nel cassetto, sono questi che ci spingono a migliorarci, allenarci, istruirci per raggiungerli. L’attesa per il loro compimento sembra sempre infinita, e quando riesci a realizzarli la differenza tra questa infinità e i pochi secondi, o minuti, o ore di realizzazione, sono nulla rispetto all’infinità, è matematico. Possono poi essere sogni che nel momento del concepimento sembrano astronomici, sembra di chiedere la luna, poi di fatto col passare del tempo e col crescere delle competenze la loro realizzabilità aumenta sempre più, ma non per questo perdono fascino. Il fascino nasce col concepimento degli stessi. 

Era marzo 2010, sul giornalino del CAI usciva un articolo di una bella alpinistica compiuta da Nicola e Mirko sul Giovo: in quell’istante nasceva il sogno. Non ero nemmeno un alpinista allora (forse non lo sono nemmeno adesso, ma almeno mi ci sono avvicinato), il corso A1 dovevo ancora iniziarlo, e quelle foto, quel racconto, quella poesia mi rimasero impresse. Ambivo anche io una giornata così a fare quello. 

Sono passati quattro inverni da allora, ogni volta il sogno mi sfuggiva. Beh di certo il primo inverno non sarei stato tecnicamente pronto, poi quando (forse) lo ero non c’erano le condizioni. Non volevo rischiare che il mio sogno fosse oscurato da una meteo mediocre, condizioni buone del tracciato ma panorama nullo causa nuvole. La realizzazione doveva essere una giornata perfetta. Poi capii che la perfezione non esiste, però nemmeno accontentarsi del mediocre. 

Si pianifica il weekend: sabato scorso nonostante l’essere in mezzo alle nuvole, i miei amici hanno trovato condizioni ottime nel canale sinistro, questo mi fa ben sperare, anche se so che l’Appennino è una brutta bestia, a distanza di un giorno cambiano le condizioni drasticamente, ma davvero. Però dai.. Poi ci si mette la meteo, tra venerdì e sabato previste nevicate, tocca spostare la gita a domenica, quando verrà anche più freddo e ci sarà una giornata di sole. Bene bene! 

Un corno. Nevica più del previsto. Il rifugista ci smonta, nella telefonata di sabato sera ci dice che le condizioni chissà quali saranno, ha nevicato, neve fresca, se viene freddo stanotte si trasforma, ma chissà. Che fare? Sciogliamo gli ultimi dubbi con una preghiera, proviamo ad andare, mal che vada arriviamo all’attacco, se non ci pare in condizioni, saliamo per la cresta nord e facciamo la traversata. 

Sono le 2e45, ritrovo al parcheggio. Dopo aver dormito un paio d’ore scarse, per la gioia di quel gufo di Nicola scopro che mi tocca guidare, Gianluca non se la sente, la fatica inizia subito. Poi la seconda parte cambio pilota con Marco. Arriviamo al parcheggio, luna e stelle, freddo insomma (a casa avevo visto -4°C alla stazione online). Abbiamo fatto prima del previsto, perciò ci cambiamo con calma, con Gianluca che si lamenta “ma che sport del cazzo che facciamo, quanto si stava bene a letto”, colazione scadente con thermos di caffelatte e panini al cioccolato artificiali.. 

Sono quasi le 6, lasciamo la macchina e ci incamminiamo al lume della nostra frontale. Il parcheggio affollato, e con non tutte le auto coperte di ghiaccio, mi fa temere di trovare la ressa: da un lato è di conforto, vuol dire che in tanti han valutato che si può salire, dall’altro è sempre una rottura avere qualcuno davanti, si allungano i tempi e si rischia la roba in testa. E invece, saremo solo noi nel canale, e sulla cresta incroceremo solo due persone salite da tutt’altra parte. 

Sono sminuito, le aspettative basse per l’esito della giornata sono d’obbligo per non rischiare di farsi prendere dalla smania e rischiare più del necessario. Me ne sto nelle retrovie, lascio davanti Marco e Gianluca, quest’ultimo conosce bene l’avvicinamento. Sotto la conoide valanghiva calziamo i ramponi e ci mettiamo in assetto da salita, manca solo la corda. 

La neve non è proprio buona, una ventina di cm di fresca sopra, sotto dura cemento o bagnata: ma siamo in una zona di accumulo e su pendio aperto, potrebbe essere tutto diverso nel canale e sul crinale. La cascatella, che le guide danno come salibile in quanto ghiacciata, piscia acqua, ma me l’aspettavo. Subito cerchiamo il frizzante con un saltino di misto, avanti.
Il sole non riesce a illuminare la zona: nubi nefaste stazionano sopra l’Appennino modenese-pistoiese, il cielo è colorato in modo variopinto di toni caldi e di toni grigi, un’alba particolare e insolita. Giungiamo sulla Borra dei Porci, una sorta di cengione sopra il bosco da percorrere alla ricerca dell’attacco del canale che più ti aggrada. Circa sopra di noi un canale è visibile, ma non è il nostro, dobbiamo traversare verso sinistra. 

Notiamo segni di scariche recenti, questo è un bel fatto, può voler dire che ieri il Giovo ha avuto il tempo di scrollarsi di dosso un po’ della neve fresca caduta, ciò ci conforta. Ma il traverso inizia a rivelare quello che ci potrebbe aspettare: fino alla caviglia (abbondante) di neve fresca da pestare.. Sono le 7, siamo sotto il canale. 

L’estetica del canale centrale al Giovo è notevole, per questo è probabilmente uno dei più percorsi, oltre al fatto di essere facilmente riconoscibile dalle sponde del Lago Santo. Sale dritto, incassato, di solito presenta dei salti di ghiaccio, oltre a un lato sinistro sul quale le colate sono abbondanti (come quantità, non come qualità), e per finire, spit dove far sosta. Spit di cui oggi non vedremo nemmeno l’ombra, coperti dalla neve o dal ghiaccio, non si sa. 

Passo davanti per battere un po’ traccia io, al ritorno in auto ci sarà da sbellicarsi dalle risate quando Gianluca al telefono inizierà a narrare a Nicola “eravamo alla base del canale, Andrea è passato davanti, in pratica ci ha detto in modo tacito “dai levatevi dal cazzo, siete troppo lenti, ci penso io e state dietro””. Riporto questo siparietto perché quando tra un paio d’anni rileggerò questo post, non voglio scordarmi delle grasse risate suscitate da questa forzata descrizione dell’accaduto. 

Saliamo fin sotto quello sperone roccioso per legarci, una sola mezza è sufficiente per una legatura a Y oggi. Poi..si parte, parto. Un paio di fittoni basteranno credo, vista l’abbondanza di neve e il fatto di sapere della presenza di spit, non credo saranno necessarie altre protezioni. Di certo vogliamo essere veloci, questa neve fresca, le temperature non proprio basse ci invogliano a uscire dal canale il prima possibile. 

La salita è faticosa, si affonda su neve mica tanto consistente. In previsione del primo saltino, mi sposto a sinistra a cercare uno spit o un chiodo sulle rocce, ma non trovo nulla.. Infilo un cordino nello spuntone semi orizzontale e riparto, torno dentro il canale. Uno sguardo all’insù, l’uscita non è mica lontana, ma vedo un saltino presto. 

Di nuovo sulla sinistra a cercare qualcosa sulle rocce, ma sono ricoperte da ghiaccio (scarso) e neve. Giù un fittone e via verso il primo passo delicato. Il saltino di per se non è tanto ripido, ma il mio piede scava un buco e..vedo nero, ovvero sotto è cavo. Delicato coi piedi, feroce con le picche, supero il passo. Spero che per gli altri due sia rimasta abbastanza neve!
Penso che non sto scattando nemmeno una foto. Uno degli itinerari che agogno da più tempo, e non sto facendo nemmeno una foto. Speriamo che i due bischeri sotto qualcosa facciano! Ma mi rendo conto che abbiamo tutti fretta di raggiungere l’uscita. 

Prima che Gianluca e Marco raggiungano il saltino vorrei mettere giù qualcosa, cerco di nuovo sulle rocce, ma nulla. Proviamo con una vite da ghiaccio, ma ho lasciato tappini e salsiccia di plastica.. Fanculo, niente vite. Ultimo fittone che ho, tac. Ma è psicologico, e sono in vista di un altro salto. Sarebbe bello far sosta anche ma non ne vedo la possibilità, e prediligiamo la velocità oggi. 

Eccoci al secondo salto, ma prima riprovo con una vite da ghiaccio..e ruzzola giù il tappino arancio, chi se ne. La vite entra, sembra anche bene, non che ciò mi rassicuri, la cosa importante è non volare. Saranno non più di quattro metri, ma sono piuttosto delicati.. Neve inconsistente, sotto non si trova nulla di buono, oppure crosta su roccia che si stacca a guardarla. Da sotto non capiscono perché procedo così cauto, ma poi capiranno! 

Riesco a mettere giù un’altra vite, penso “per fortuna le ho prese, con tutta la neve che c’è pensavo non servissero!”, in realtà pensavo anche che saremmo saliti con meno difficoltà! Il terreno spiana lentamente e riesco a uscire, che sollievo. Anche se ora tocca agli altri due.. Gli urlo di dirmi qualcosa prima di arrivare sul delicato, almeno mi preparo una bella piazzola per una sicura a spalla. 

Arriva il momento, ma cavolo, sono meno orizzontale di quello che speravo.. Scalcio coi piedi, mi creo un po’ di spazio e isso su gli altri due, prendendo un freddo becco al ginocchio che poggia sulla neve.. Vedo spuntare Gianluca, dopo un po’ Marco, è fatta. Quasi. 
 Il patema d’animo lascia ora spazio a una tranquillità maggiore. Al di la del fatto di aver superato o meno le difficoltà tecniche, ci certo abbiamo superato i pericoli oggettivi maggiori. Sembra quasi una metafora: nel canale incassato imprigionati dalla paura e da un senso di voglia di uscire, ora in spazio aperto con la pace dei sensi e la calma e la contemplazione di ciò che ci aspetta.
 Non si scorge anima viva, solo noi, noi la neve e l’Appennino invernale. La prossima cima, e quella ancora più in la. Nubi filacciose passano dal versante emiliano a quello toscano, assomigliano a quelle che avevo ripreso su Punta Buffanaro (qui), ma qui la luce è ben diversa. Un filmatino per rendere l’effetto. Il sole è ancora offuscato da quelle perfide nubi che sostano solo qui sopra di noi. Il vento soffia, come sempre qui in Appennino! Osservo le mie muffole: tanto caldo non fa se palline di neve ghiacciata continuano a restare attaccate.

Bene, ora c’è la seconda parte, la traversata fino al Rondinaio, questa non dovrebbe presentare pericoli o problemi, vedremo. Intano, verso la croce del Giovo, che Gianluca e altri sabato scorso hanno cercato invano in mezzo alla nebbia.. Verso quella foto che ogni lunedì a lezione di yoga vedo incorniciata nello spogliatoio, foto dove Mirko marcia su un pendio ghiacciato verso una croce bianca spumosa. Una foto che fino ad oggi mi ha ricordato un sogno che avevo nel cassetto, e che domani mi ricorderà un sogno realizzato. 

Ed eccoci alla croce, un bel panorama sul crinale circostante. Non ci sporgiamo verso il Lago Santo, salendo abbiamo notato delle belle cornici, meglio non solleticarle. Vediamo due che ci vengono incontro dalla cresta opposta della montagna, sono saliti per uno dei canali dell’Altaretto. Qualche foto e via che si inizia  la seconda parte dell’itinerario. La traversata Giovo Rondinaio non è difficile, poi so’ che è già tracciata da ieri. Mi ricordo solo di un punto in cui c’è da stare un po’ attenti, la parte attrezzata per scendere dalla Grotta Rosa: in realtà ce ne sarà un altro ben più delicato, ma ce ne accorgeremo. 

Slegati, liberi, col cielo alla portata del tocco di un dito, gioiosi e goduriosi di questa giornata dal meteo ideale per starsene su una cresta in montagna, trottiamo allegramente per queste schiene dei nostri monti, tanto banali d’estate, quanto pieni di sorprese d’inverno. In men che non si dica siamo a quello che ricordo essere il tratto con la catena, ma la catena si vede, non è coperta come Nicola ci aveva minacciato. La si sfrutta per calarci quei pochi metri per proseguire il nostro viaggio. 

Vivo già la tristezza della brevità della cosa: in base ai tempi di Nicola di quattro anni fa, a mezzogiorno probabilmente saremo già all’auto, a metà giornata.. Ma ne val la pena. Si prosegue per dolci pendii e spazi aperti, il sole sempre dietro alle nubi, la nostra fame che aumenta. Ai piedi dell’Altaretto troviamo la nostra salle a manger, qui il vento si placa e lo spazio è ampio per scrollare lo zaino e aprirlo alla ricerca di vivande. E intanto, il sole esce glorioso dalle nuvole che lo tenevano imprigionato. 

Si sale su questo monticciolo e di là..boom, che discesa ripida! Allora è questa quella di cui parlava Nicola, non quella la dietro! Eh mica male ‘sto passaggio.. Beh passaggio, saranno anche 50m di dislivello da perdere, su inclinazione di 55°-60°: seguiamo le tracce che hanno cercato di stare un po’ vicino alle rocce di cresta, probabilmente per trovare qualche appiglio e appoggio su qualcosa di più consistente della dama bianca.
Con calma scendiamo, e giungiamo a un passo talmente ventoso che scappiamo via subito! Ma prima di proseguire, un’occhiata al punto chiave della traversata. Il continuo susseguirsi di sali scendi non ti fa rendere conto di quanto stai avanzando, di cosa ti aspetta due minuti più in la, è una continua sorpresa, è uno scoprire un angolo diverso dopo averne appena apprezzato il suo predecessore. È solo l’Appennino. 

Ma ora il Rondinaio è la davanti a noi, assediato da orde di sci alpinisti, e davanti agli occhi abbiamo l’ultima parte di cresta simil misto, che ci riserverà ancora qualche passaggio esposto, ma di pochi passi davvero, prima di mettere saldamente piede su una colata bianca continua. Colata sulla quale e dalla quale vedo parecchie tracce di sci, discese su bella polvere pare, oggi la neve è meglio per le aste che per i ramponi, mi mancano gli sci, ma la soddisfazione è alta. Qualche sguardo all’indietro per controllare dove stanno i miei amici, mi fa apprezzare l’eleganza della cresta percorsa. Con Gianluca che continua a dire “sembra di essere a 4mila”, beh non esageriamo (questo e questo vuol dire essere a 4mila). 

Ed ecco la seconda croce della giornata, che con mio stupore è davvero sommersa! Ricordo che la croce del Rondinaio è bella lata, io saltando non riesco a toccarne il legno orizzontale: oggi ci sono seduto sopra! Ora, se fossimo dentro una valle non mi meraviglierei di trovare un metro e mezzo di neve, ma qui su una cima di crinale esposta al vento patagonico appenninico, mi stupisco eccome. Appena arrivano gli altri due, altra foto di vetta (con bacino a Marco per farmi perdonare). Altra contemplazione di panorama, dal Cimone all’alpe Tre potenze, al Giovo e al bacino del Lago Baccio. 
Ma sono solo le 10e30 “raga, andiamo fino al Rondinaio Lombardo?” e senza troppo mugugnare anche Marco e Gianluca acconsentono a prolungare un po’ la giornata, si vede che godono anche loro di quest’ambiente e vogliono goderne ancora. La cresta qui è davvero facile, si vede essere ben percorsa. Do un’occhiata alla est del monte appena superato, documento per un amico, poi sul nuovo percorso che ci aspetta, cercando di salire ogni dosso senza lasciarmi scappare nulla, a rischio di trovare roccette e neve poco consistente.
Ammirando il bacino del Lago Baccio, osservando un sacco di persone che a quest’ora ed esposti al sole salgono canali, le tracce di una lepre che provetta alpinista come noi ha percorso la cresta che ora stiamo solcando, giungiamo sulla terza croce di oggi. Ora si che la giornata è alpinisticamente conclusa. Una gran bella giornata. 

Scendiamo per un tratto bello ripido puntando dritti il bosco, nel quale poi occorre districarsi ed evitare i blocchi di ghiaccio che cadono dagli alberi in fase di abbronzatura. Il casco l’ho tolto e tac, un bel ciocco sulla mia zucca vuota! Arrivati sulle sponde del Lago Baccio, si torna al fragore della civiltà, dopo qualche ora “dispersi” nella nostra essenza. 

Evitando gli sci alpinisti arriviamo alla macchina, tutti carichi e felici, ci cambiamo per poi poter andare a rifocillarci al Rifugio Vittoria, sempre gentile nel fornirci indicazione sullo stato dei percorsi della zona. Birra da ¾ (anche se la matematica dice che sono 2/3!) e salsiccia con polenta. Gli altri due non lo sapevano di quanto ci tenessi a questo giro, ma vedo che lo hanno apprezzato un tot anche loro. 
Gianluca la sera scriverà “Spesso mi capita di chiedermi quali sono i motivi che mi spingono a rischiare la vita per … cosa alla fine? Poi guardo le foto di giornate come questa e tutto diventa chiaro. Non c’è bisogno di aggiungere altro.”, lo dicevo anche io qui. Io sulla mia pagina scriverò “e un altro sogno dal cassetto esce e si esaudisce. non proprio come lo desideravo o come mi aspettavo, ma va bene così. d'altronde l'attesa e le aspettative falsano sempre la realtà, e spesso sono più emozionanti del compiersi stesso: anni e mesi sono un'eternità rispetto a quelle poche ore. Beh è andata, son contento. grazie”

Un sogno è uscito dal cassetto, ma se ci guardo dentro..oddio quanti ce ne sono ancora!

Qui altre foto.
Qui video.
Qui report.
Qui il report da qui tutto nacque.