martedì 25 dicembre 2018

Alla ricerca della serenità: Natale Appenninico

Non voglio dire che la giornata di ieri abbia lasciato il segno, però ho proprio bisogno di una tranquilla giornata a stendere i nervi alla ricerca di serenità con un trekking tranquillo e senza impegno. Ma due picche me le porto dietro che non si sa mai che riesco a trovare qualcosa di ripido e salibile.
L'Appennino Reggiano mi fa sempre sentire a casa, e la buona conoscenza che ho dei suoi sentieri e luoghi mi permette di non mettere nemmeno mano alla cartina per pianificare il mio giro. Parto dagli impianti di Febbio armato di frontale ma con una luna che illumina ancora a giorno.
La risalita delle piste non è certo al ritmo trail, ma presa molto più con calma visto che tanto di chilometri da macinare oggi ce ne saranno. La zero neve permette il progredire comunque agilmente. E durante la salita sole e luna si contendono il primato dell'illuminazione del cielo, con una luna che all'ultimo tenta di accendersi come un neon ma nulla può fare di fronte alla potenza del sole.
Come all'Alpe di Succiso la situazione è desolante anche qui: non ci sono pendii innevati ma solo deboli lingue da dover andare a cercare e comunque la cui uscita è piuttosto dubbia su terra. Lascio perdere e me ne vado su cresta verso la cima del Cusna con un bel vento impetuoso che ti congela fino alle ossa.
Sulla discesa verso il basso sotto la cresta est non posso più rimandare la calzata dei ramponi: la cresta si dimostra poi piuttosto spoglia e poco impegnativa. Poche foto in vetta e poi giù di corsa sui propri passi alla ricerca di un maggior tepore: già queste sono le ore del mattino più fredde, inoltre il vento che mi scuote come un fuscello amplifica tutto il freddo che si può.
Trattando allegramente sulla schiena del gigante confermo l'idea che avevo di salire anche verso il Prado. Si conferma ora che le temperature sono molto migliorate e che noto che come orari non ho problemi e nemmeno come gamba. Inoltre spero pure di riuscire a farlo prendendo una qualche lingua di neve che mi eviti la salita per il sentiero normale.
Scorrendo sotto le pareti nordovest e cipolla inizio a temere che l'impresa sarà ardua. Sì, ma una volta raggiunto il Lago Bargetana noto una striscia che dovrebbe poter essere salibile fino in cima. E noto pure una persona laggiù che probabilmente ha avuto la mia stessa idea quindi vado. Peccato che lei (lui) in realtà se ne starà il più lontano possibile dalla neve cercando l'erba.
Accidenti, ci sono un altro paio di canalini piuttosto invitanti, ma non sapendo come continuano sopra evito l'avventura e me ne sto tranquillamente sul mio canale a 35-40 gradi nel quale le piccozze non sono per nulla necessarie e posso andare solo con bastoncini e ramponi. Meglio che niente almeno i polpacci friggono.
Che bella questa sensazione di salire su dritto per dritto coi Ramponi che mordono la neve a volte solo con le punte frontali a volte con tutte le punte per la gioia della caviglia punto questo freddo sano, non come quello nebbioso della pianura. Mi ci voleva proprio!
Arrivo praticamente in cima, dove trovo un altro disagiato come me che non è altro che la persona che mi precedeva sulla salita. Mi concedo un po' più di calma e di foto, "oggi si vede anche il Tibet" come direbbe il vecchio saggio: in realtà si vede mare e Monte Rosa ma per me è già abbastanza. Il vento però soffia ancora forte e non mi permette di stendere la tovaglia e concedermi il mio pranzo di Natale in quota.
Via giù allora, a scappare da questo vento che mi sta creando un fastidio agli occhi tipo congiuntivite. Devio continuamente a destra a buttare un occhio ai canali e alle lingue di neve per capire se quelli che vedevo da sotto riescono a uscire fino in cima o se ci sia solo terra ed erba.
Senza il vento impetuoso è tutta un'altra cosa, però ancora un po' di vento lo si patisce e quindi di nuovo non posso stendere la mia tovaglia e pranzare. Continua la discesa, e una volta giunto al Passo di Lama Lite riprendo verso il Passone: chissà forse là potrò concedermi cibo e birra.
E invece no manco lì, non riesco a trovare un angolino riparato dal vento dove non debba sedermi sul fango. Porta pazienza, scendi giù verso il bosco. Ma all'imbocco dello stesso ormai il sole se n'è già andato e quindi nemmeno qui mi posso godere il pranzo.
Come temevo, il mio pranzo finisce consumato sul cruscotto dell'auto dopo essermi dato una lavata alla fresca fontana al parcheggio. E come temevo finito il pranzo il sole si è nascosto dietro La Piella lasciando la mia auto all'ombra. Non c'è verso di cacciarci una dormita dentro l'auto con effetto serra. Mi tocca scendere verso la pianura.

Qui altre foto.

lunedì 24 dicembre 2018

Le giornate decisamente no: trekking alpinistico a Brentino

Ci sono quelle giornate che sono completamente inverse. Diciamo pure che ci fosse già un buon mix di ingredienti: un'arrampicata arrampicata probabilmente oltre le mie possibilità, un ginocchio che mi fa male se cerco di caricarlo da piegato, freddo e giornate corte.

La giornata parte malissimo con una nebbia, che già mi ha sconvolto ieri, che non si dirada nemmeno arrivati a verona. Persiste. Ormai mancano 2 chilometri ad Affi e ancora siamo in mezzo alla nebbia: se è così finiamo in palestra. Al casello varchiamo la linea di confine tra le terre buie e le terre illuminate: almeno questa cosa sembra essersi aggiustata.
Brentino me lo ricordo bene, è un po' uno spauracchio: vie dure poco frequentate, sentieri di avvicinamento giunglosi e discese molto esposte. In un periodo in cui ho più paura del solito questo è già abbastanza per farmi tenere le orecchie dritte. Ci avviamo dal parcheggio con un freddo bestia ma vedendo che il boomerang lassù è al già al sole.
Io credo che chi abbia aperto queste vie e cercando questi sentieri d'accesso sia davvero uno bravo. L'avvicinamento parte su comoda carrareccia ma infestata dalle piante, per poi infilarsi su per pendii scivolosi saltando sassi, ghiaie, alberi caduti che non sempre è chiaro che siano caduti e che afferrati per trazionarli..poi ti restano in mano. Di certo ci scaldiamo.

Giunti all'attacco dopo pochi minuti di immobilità per prepararsi, il freddo si fa già sentire. Siamo al sole ma un po' coperto dagli arbusti intorno e tira vento. Accidenti. Sono pure già le 10:00, bisogna darsi una mossa per percorrere questa via o altrimenti facciamo notte. Giorgio ha già profetizzato che "Mal che vada ci facciamo un trekking a Brentino".

Come da tradizione parte il mio amico, E considerando che il primo tiro è anche il più duro, questa tradizione mi viene incontro. Tre spit a distanza molto ravvicinata fanno presagire che non siano per nulla banali quei metri, e infatti anche Giorgio ci impiega parecchio tempo a tentare riprovare partire scivolare mollare. Finché una volta ghisato non si decide ad azzerare: ma anche così la faccenda risulta parecchio complicata. Prosegue poi verso l'alto, ma non lo vedo correre fluido da far pensare che le difficoltà siano drasticamente calate, anzi. E mi sembra che vada pure oltre la sosta: accidenti a lui, io che già Inizio ad avere il sospetto che tocchi calarsi.

E ora tocca a me. Tutti quelli che fanno endurance dicono che sia la testa a comandare il corpo. Probabilmente è vero anche in arrampicata, e oggi la testa comanda in senso negativo. Azzero tutto l azzerabile perché se ha fatto fatica lui, io di certo non posso passare. E anche azzerando è molto difficile, anche perché dopo il terzo spit ne hanno tolto uno, quello che era fondamentale per azzerare facilmente.
Grido al mio amico che non ce la faccio, poi riprovo e riprovo finché non riesco a passare. Ma ormai la testa è andata, non posso farci nulla e sarebbe deleterio sforzarmi di negare l'evidenza. Di nuovo azzero l'azzerabile anche se alcuni passaggi mi tocca farli puliti. Il vento soffia, il freddo avanza, arrivo in sosta e verifico che ci abbiamo messo 2 ore per fare 40 m.

Espongo subito al mio amico la possibilità di calarci. Solo che non possiamo farlo da qui, siccome non ha visto la catena della prima sosta è avanzato fino a un clessidrona mettendoci un suo cordino, metà del secondo tiro ufficiale. Riparte quindi Giorgio per raggiungere la vera seconda sosta dalla quale dovrebbe essere possibile calarsi con una sosta intermedia che non abbiamo la più pallida di dove sia siccome il secondo tiro va completamente in traverso.
L'arrampicata mi scorre già meglio nelle vene, Sarà perché le difficoltà sono calate sarà perché so che tutto sta per finire senza continuare verso l'alto. L'orario proibitivo, la parete che non è già più al sole,le difficoltà che adesso riprendono ad aumentare. Anche se fossi in forma, probabilmente questa via oggi non s'ha da fare.

Con enorme dispiacere dico a Giorgio che penso sia meglio scendere. Il mio amico molto comprensivo, oppure convinto anche lui che sia impossibile finire la via senza la affrontare senza gelarci completamente, acconsente e predispone tutto per la discesa. La prima calata finisce in mezzo a delle sterpaglie ma dove troviamo una sosta di una via che corre a fianco di 31 agosto. Da lì un'altra doppia speriamo che ci depositi a terra.

E invece non sarà così, e l'altra profezia di Giorgio si avvera "Ma perché anche una via sportiva dobbiamo sempre farla finire in modo alpinistico?". Con una sola mezza corda si rimane a 8 m circa da terra, e ci tocca far sosta su un alberello in mezzo alla parete. Cordino abbandonato e via.

Di nuovo alla base, di nuovo sommerso di dispiacere per la mia titubanza, i miei timori, che anche se credo fondati mi dispiacciono comunque. Ma vedo che Giorgio ride e scherza: non se l'è presa, forse non ho compromesso la nostra cordata oggi! Come invece temevo in sosta..

La discesa si rivela più agile del previsto, forse perché il terreno non è particolarmente bagnato: in questo caso sarebbe da stare veramente attenti. Manco la birra finale riusciamo a berci bene visto che il bar della Gigia è chiuso e ci tocca ripiegare con una birra in bottiglia e un panzerotto al bar di Affi. Mamma mia che giornataccia!

Qui altre foto.

domenica 23 dicembre 2018

Uno zaino pieno di speranza: Gemello (?) all'Alpe di Succiso

L'idea è una sola è abbastanza chiara: spicozzare in Appennino. Più che un'idea è una speranza, una speranza molto remota, ma che arde dentro. E non soltanto a me, ho sentito che anche Luca e Federico vogliono tentare di fare qualcosa nella zona dell'Alpe di succiso. Partiti con l'idea di trovarsi la, non ci troveremo mai.
La buona vecchia e cara levataccia, ore di macchina al buio per raggiungere un luogo remoto in Appennino nella speranza che ne valga la pena. Mi incammino col sole ancora lontano dal sorgere, ma quello che vedo rende già la disperazione di quest'anno. Non c'è una mazza di neve
Ormai sono qua, andiamo a vedere, magari ci fosse anche soltanto qualche lingua di neve che arriva fino in cima o qualche pendio inclinato a 45 gradi per far friggere i polpacci, chi lo sa. Il problema è che non c'è nemmeno freddo, salgo e sudo in maniche corte.
Arrivo al rifugio Rio pascolo senza aver praticamente pestato neve. Ormai è giorno, ormai le speranze se ne stanno andando. Dalla prima occhiata dal piazzale del rifugio la situazione è peggio di quello che temevo. Sento Luca al telefono e gli riferisco il tutto: loro parmensi che amano dormire non sono ancora arrivati al parcheggio.

Senza fretta e con tanta calma zen proseguo la salita verso la conca di Casarola e Alpe di Succiso, individuo una lingua di neve che potrebbe essere interessante, poche decine di metri estetici. Provo ad andarci a mettere il naso, spererei piantarci i ramponi ma la neve è sfondosa e non trasformata. Torno sui miei passi e continuo a risalire nel vallone.

Tento di cambiare completamente esposizione, esco dal sentiero e mi infilo dentro un fosso, ma quando sono quasi dentro scopro che quello che vedevo da molto più in basso era un'illusione: a parte il non essere pendente per nulla presenta pure un sacco di zone scoperte.
Riprendo la salita. La bastionata rocciosa sulla quale inizia Anni Settanta e l'altra più imponente a sinistra sono completamente vuote, e anche in alto il discorso non cambia. Tergiverso aspettando i parmensi, per vedere se provare a infilarci su qualcosa insieme. 
Non attendo di congelare in questa conca nord (ok che non c'è freddo, ma a star fermo viene..) e mi decido a salire ancora un po' per poi traversare a destra e tentare un paio di lingue che vedevo salire verso l'alto: anche se lassù già si capisce che ci sarà da scalfire erba e terra invece che neve e ghiaccio.
Luca Federico  passeranno dal Passo della Scalucchia, risaliranno qualcosa sulla nord-est del Casarola per poi infilarsi a destra della linea salita da me sulla nord dell'Alpe di Succiso. Quando io sarò alla macchina loro saranno in cima: anche stavolta non ci si riesce a trovare
Inizio attraversare per abbandonare il sentiero e recarmi nella zona dove dovrebbero correre quelli che vengono chiamati i gemelli. La neve pare essere trasformata qui ed essere abbastanza dura da poter far godere un po' i ramponi, che calzo prontamente. Tiro fuori anche le piccozze.
Inizio a salire e la neve è ancora buona, l'inclinazione necessita solo di un appoggio da parte della piccozza, ma è meglio che camminare sull'argine in pianura. Indeciso se andare a destra o a sinistra di quello sperone roccioso che sta davanti a me, opto per la sinistra che sembra più breve come continuità nevosa ma almeno più estetica
Detto fatto, l'appenninismo si fa subito sentire. Dopo una decina di metri in cui il pendio si è fatto più ripido, la neve e finisce e obbliga a utilizzare gli arnesi metallici in erba terra ghiaia arbustelli roccia. Come direbbe qualche amico Toscano in questi frangenti "per il buco del c*** Non passa neanche uno spillo".
Passata la pendenza impegnativa su terreno per nulla nevoso, la neve riprende a chiazze su pendente più modeste che quindi risultano percorribili senza troppi patemi. Sbuco sulla cresta tra Casarola e Alpe di Succiso. Un'occhiata giù ma non vedo nessuno, un'occhiata verso sud e vedo il mare di nuvole che copre la Toscana e cerca di sconfinare sul Passo del Cerreto: quegli spettacoli che ripagano la giornata
Me la prendo comoda mangiando qualcosa sotto un caldo sole: troppo caldo sole. Vado un po' verso il passo, poi torno sui miei passi e mi decido a salire sul lato verso la vetta dell'Alpe di Succiso che visto l'orario inizia a capire che non ci sarà modo di trovare Luca Federico  prima che scatti l'ora tale in cui devo tornare a casa.
All'Alpe di Succiso sono particolarmente legato per ragioni inconscio, da lei nasce il fiume che correva dietro casa mia. Una gironzolata sulla sua cima e a vedere la Madonna protetta nella gabbia di Faraday di ferro e dopo mi decido a riscendere.
Non senza però passare anche per il Monte Casarola, che tanto è a pochi minuti di deviazione. Qualche foto anche lì e poi via giù, a cercare un sentiero nascosto da qualche banco nevoso piuttosto ripido da fare in discesa. Il solito Appennino dispettoso.
Scendo continuando a guardare sconfortato i versanti montuosi mezzi nudi: la speranza che avevo è durata poche decine di metri, i cambiamenti climatici iniziano a essere veramente vistosi. Non che questo dovrebbe essere periodo per percorrere canali, ma non dovrebbe esserlo non perché non sono in condizioni, ma perché ci sono dei metri di neve.

Breve sosta rifugio Rio pascolo e poi noiosa discesa fino alla macchina. Il meteo è il clima sono decisamente confortevoli seppur sbagliati. Sarà davvero uno shock scendere verso valle e trovare in pianura una nebbia fitta, umida, fredda: su a Cucciso c'erano 15 gradi, giù in pianura ce ne sono due con quel umidità che ti si attanaglia alle ossa.

Qui altre foto.
Qui la guida.

domenica 9 dicembre 2018

What else for dietrofront? Pizzo Recastello


Il "What else?" di solito è sinonimo di "ma che vuoi di più?" riferito a cose belle. Invece stavolta è riferito a "quale altro segnale vuoi per farti capire che meglio lasciar perdere?". Peccato, perchè la trasferta è faticosa, e un nulla di fatto ha un certo prezzo. Anche se, tornare a casa, è il migliore degli obiettivi che una giornata in montagna possa ottenere. 

Sveglia molesta, il ritorno dell'attività invernale: driin alle 2. Le 2, non le 14. Ritrovo con Federico e Mirco, poi al mitico bar della colazione ci raggiunge Luca: conosciuto due estati fa sullo Spigolo del Pollice, a Cristina ieri ho chiesto informazioni sulla zona e così Luca che era da solo si aggrega a questo gruppo di pippe. Gamba ne ha da vendere il ragazzo, oggi gli tocca andare piano se non vuole seminarci. 

Meno male si parte a buio, anche se non troppo: buona parte dell'avvicinamento ci rimane sconosciuta (anche se qualche anno fa io sono già passato di qua), ed è un bene. Mi piace definire le Orobie come dei brulli Appennini con impiantati sopra dei pezzi di Alpi. Ecco, il brullo non è bello. 

Il vento si inizia a udire, odere, sentire, soffrire, quando si piglia la direttissima abbandonando la panoramica. Poi Luca opta per la direttissima della direttissima, e vabbeh. Provvidenziali catene per zone ghiacciate, ed eccoci dopo 1000m di tranquillo avvicinamento al Rifugio Curo: 1000m di avvicinamento, vi amo Orobelle. 

Armati dei ferri del mestiere, via in cammino lungo il lago. Ma..dov'è Mirco? Abbiam fatto ormai 500m e non lo si vede più, nascosto dietro una curva? Luca va a vedere che succede (correndo), li vediamo poi in lontananza armeggiare ai piedi dell'emiliano e poi vedere il bergamasco ricorrerci incontro. Come sospettava Federico, problemi coi ramponi. Mirco torna al rifugio. Primo campanello. Beh, secondo, il primo è nel mio animo. 

Ripartiamo ma senza aver chiaro quando occorra abbandonare il sentiero e risalire il costone per andare verso l'attacco del Couloir dei Ratti. Viste due persone salire, decidiamo di seguirli, anche perchè il pendio sembra prestarsi bene a salire evitando piolet traction su dry. Ma la farina la fa da padrona, e un po' ci si demoralizza sulle condizioni. 

Ci si demoralizza anche sulla correttezza della salita, perchè sembra che puntiamo più al canalone nord che al couloir. Terminata la tratta pendente, quella piana ci permette di vedere la possibilità di traversare sotto la prua rocciosa per andare a cercare a destra il nostro itinerario. Solo che le nuvole che arrivano da nord ovest sono piuttosto scure e minacciose, e il vento (forte) arriva da la. Terzo campanello. 

Sgusciamo a destra, ma io e Federico ci siamo già guardati e siamo piuttosto dubbioso sull'infilarci nel budello dei roditori. Giunti alla base vediamo che è pure affollato e che sono le 10:30. Rapido calcolo, previsto peggioramento meteo al pomeriggio, ma già ora non ispira molto, "Luca, a noi non sembra il caso proseguire..". 

Detto fatto, si torna indietro per provare a salire almeno il canalone nord, che almeno da quello possiamo tornare indietro in qualsiasi momento. Un gruppo di persone che avevamo davanti però sta tornando giù. Il vento imperversa, nevischia. Saliti un centinaio di metri subiamo due o tre sbuferate che "mo va a cagher, andiamo giù".
Il quarto campanello è una sorta di "what else?", cosa devo dirvi ancora per farvi tornare giù? Scendiamo, anche se come accade sempre in questi casi, ci si volta spesso indietro a guardare dove si voleva salire, se si sta facendo la scelta giusta, i dubbi: ma "tornare indietro è sempre la scelta giusta". 

Fosse poi semplice tornare indietro! Inizia a nevicare, dura poco, il meteo è di una variabilità pazzesca. Seguiamo delle tracce immaginando che siano quelle corrette, e non quelle improvvisate da dove siamo saliti. E invece vediamo tornare su i cinque che avevamo davanti, ravanare: mi immagino la traccia gps a disegnare i petali di un fiore. 

Scorgiamo in lontananza altri alpinisti, andiamo verso di loro e troviamo così la "scorciatoia" per attaccare il couloir dei ratti. Da conoscere, perchè un po' ripida e da basso non sarebbe chiaro dove porti. Un local inizia a sfottermi per il mio accento come fa sempre Flavio, tirando fuori l'evergreen Loris Batacchi capoufficio pacchi. Spiegare a questi bergamaschi la differenza tra emiliani e romagnoli è dura.. 

Al Rifugio riesce il sole, troviamo Mirco, e scopriamo che in tanti oggi sono comunque tornati indietro.. Allora non abbiamo fatto male! Mangiamo quel che abbiamo e si torna giù verso l'auto, a ritroso sulla brulla parte appenninica: le discese quelle belle. Quattro chiacchiere al parcheggio con altri alpinisti: "ah ma conosci l'Oldrati allora?" "è mia moglie", a stoppare subito qualsiasi frase strana. Non resta che bersi una birretta in allegria a farsi quattro risate e scoprire che tutto il mondo è paese..

Qui altre foto.

sabato 1 dicembre 2018

Calduccio poetico: Chi vuol esser lieto sia


C'è da violentarsi a volte, ma ne vale la pena. Tanta strada per andare a salire una via che ho già percorso (ma tanti anni fa, non ricordo nulla tranne i rumori molesti di uno dei nostri), in assoluta pessima forma arrampicatoria e un po' anche fisica. Però, mira o mare quant'è bello.. E che voglia di tepore! partiamo benissimo con Giorgio che prende l'auto ma lasciando il portafoglio con soldi e documenti a casa. 

La Liguria si presenta nel modo col quale l'ho sempre identificata: piccola, caotica, concentrata. Ed eccoci a far colazione in un bar piccolo, su una strada piccola, con tutto concentrato. E in seguito a un parcheggio piccolo, caotico, concentrato. Il sentiero, scosceso, trasandato, a picco sul mare. Tutto perfettamente ligure. 

Ci incamminiamo sulla dorsale, e in breve io e Giorgio scendiamo lasciando proseguire Ivan e Dario che vanno a fare un'altra via. Scendiamo, meglio dire che in certi tratti cerchiamo di evitare di ruzzolare giù: anche se lo ricordavo pure più impervio, il "sentiero" di discesa non è per nulla un T. In breve però la vista del mare appaga la fatica, sperando che poi arrivare al sole ci possa mitigare il freddo. 

Traverso verso l'attacco ed ecco che una cordata ci precede (ma tanto sarà talmente veloce da non essere mai di impedimento). La scomodissima sosta a picco sul mare con l'alberello alle spalle e questo particolare calcare salinizzato. Oggi si caga la romella, lo sò: tr al'esser brocco, esser fuori allenamento, e avere pure un ginocchio che non permette sforzi..Giorgio portami su tu! 

Da tradizione parte il mio amico, e già i primi metri danno il loro filo da torcere: almeno la palla di fuoco ci infuoca quel tanto che basta per fanculizzare la pianura padana e la sua uggiosità, Arco e il suo freddo. Lo sento chiedere a chi è davanti dove si trovi la sosta. Scoprirò che, porco cane, la domanda era ben posta siccome ci si arriva verso la fine un pepato traverso. 

Arzillo e tranquillo posso andare io: alemno il 5a riuscirò ancora a farlo, no? E invece no. Ma sì che ci riesco! Tiro divertente che ti fa godere il posto e il clima: inizia pure a esserci caldo, rimpiango i pantaloni corti e glorifico la maglietta a maniche corte. 

Riparte Giorgio, un inizio su bella roccia lavorata ma poi lassù lo aspetta quel muretto che già lui si ricorda e sul quale ho visto la ragazza prima andare molto ma molto cauta: da seconda. Eh ma anche io da secondo me la sudo e non poco: quel maledetto passaggio per riportarsi sulla destra abbandonando lo spigolo che tanto era caro.. 

E scopro così che anche il quarto tiro è della stessa difficoltà del primo, terzo e quinto (o almeno così dice la relazione), io che speravo fosse un altro 5a (o mi illudevo di ricordare così?). E infatti mi cibo di resting e A0 per poter progredire: non fosse che un passo non è azzerabile, e con la tipica eleganza di un elefante su un pavimento di cristalli guadagno quel terrazino tanto agognato. Poi mi perdo e resto troppo a destra, ma almeno alla sosta vera ci arrivo. 

Il temibile ultimo tiro che mi ha raccontato Stefania. L'unico sul quale tra l'altro sento pure il mio amico sincerarsi di "Oh occhio qui, che potrei volare": invece bravo il ragazzo che sale senza quasi colpo ferire. Mo tocca a me però.. Sul passaggio chiave tribolo e titubo, salgo e scendo, penso e guardo. Il capocordata al nostro fianco mi chiede pure se vada tutto bene, e io gli rispondo "sì sì tranquillo, sono solo un brocco!". 

Fine via, foto di rito, Mars, due battute, ed estraiamo la focaccia ligure che per magia ha reso il sacchetto di carta bianco un sacchetto che pare di plastica e di certo è trasparente: viva l'olio! Giornatone di quelli in qui ti godi di più il paesaggio e il tepore che la via..ma va bene così!

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