sabato 20 aprile 2019

Speranze e rassegnazioni appenniniche: Casarola, Succiso, Buffanaro

Le speranze erano davvero ai minimi livelli, ma ancora qualcosa che batteva forte c'era. Con la bugia del "dai partiamo presto che così ci facciamo anche un tratto con la luna piena sulla neve che è sempre uno spettacolo" alle 4:00 mi trovo Succiso con Luca per poi dirigersi verso il Passo della Scalucchia. La verità sarà invece che tutto il primo tratto è esposto a est mentre la luna illumina i versanti a ovest.
Quando Luca mi aveva scritto, per descrivermi il possibile itinerario mi aveva mandato un messaggio che non stava nella schermata di un telefono: logico che la mia ingordigia non potesse non resistere a questo invito, e d'altronde oggi qualcosa è da fare.
Il primo puntino del disegno di oggi è la est del Monte Casarola. Una volta usciti dal bosco, risalito il primo pendio nevoso, ci si ritrova su un crinalone dal quale se ne può ammirare la parete est, e ancora più a sud le placconate della Via della Vela (che l'anno prossimo è da fare). Abbandonato il sentiero, perdiamo quindi un po' di quota per scorrere sotto i possibili canali, scartandone subito uno in quanto poco ripido, poi un altro in quanto sembra perdersi nel nulla e infine scegliendo il terzo.

La neve dura trovata sul sentiero che ci aveva illuso di trovare condizioni ottime, lascia presto il posto a una neve ben meno vigorosa, anche se non pessima. A metà salita ci godiamo lo spettacolo dell'alba, con rocce e neve che si tingono lentamente di rosa per poi essere illuminate più prepotentemente dalla palla di fuoco all'orizzonte. Prepotente è anche il vento che ritroviamo sulla cresta una volta usciti dalla parete.
"nord che non sono più Nord": ahimè constatiamo che la Nord dell'Alpe di Succiso prende già parecchio solo nella parte alta, e un pochino anche nella mediana essendo più un Nordest che un Nord. Questo fatto, combinato alla qualità della neve finora incontrata, ci fa desistere dal tentare qualche via su quella parete lì: peccato, ci speravo.
Una possibilità potrebbe essere il canale nord di Monte Alto, ma il versante della valle delle Sorgenti del Secchia è completamente o quasi sgombro di neve e la discesa sarebbe quindi poco veloce e piacevole. Tanto vale proseguire verso la cima e da lì valutare il da farsi. Intanto il vento soffia e soffia.
Dalla cima decidiamo di scendere per la cresta Sud che porterebbe al Passo di Pietratagliata. Ma le folate di vento sono talmente intense da rendere precario l'equilibrio, soprattutto per Luca che sta portando gli sci sullo zaino nella speranza di farsi qualche discesa una volta che la neve ci avrà smollato. Meglio abbandonare la cresta e scendere per un canale nevoso verso la conca dei ghiaccioni alla base del versante nord-ovest del Monte Alto.
Cambio di programma quindi, lasciamo il materiale da scialpinismo di Luca nascosto dietro un sasso e ci dirigiamo verso il canale nord di Punta Buffanaro. Appurato che le condizioni non sono proprio al top, l'obiettivo adesso è quello di far passare un po' di tempo in modo che la neve si scioglia ulteriormente e renda possibili e divertenti le discese per Luca (e Nicola che presto ci raggiungerà).
Scendendo per il ruscello innevato e poi per sentiero, ci dirigiamo verso il rifugio Città di Sarzana, abbandonando presto il sentiero per risalire una pietraia che rappresenta l'anticipo del canale Nord che stiamo puntando. Il canale è timido e ci vuole un po' prima di riuscire a vederlo. Si parte con un pendio nevoso blando che man mano si impenna nella parte alta e si restringe in mezzo a delle rocce.
Le placconate di punta buffanaro, sulle quali tra l'altro corrono anche delle vie, non mi danno l'impressione di essere molto solide accoglienti due punti ci sono dei piattini appoggiati sul inclinato che sembra che non aspettano altro che un colpo di vento un po' più forte per venire giù. E sono piattini magari delle dimensioni i 2 x 4 m
Finalmente il giochino si fa gustoso: in alcuni tratti, dove ha debolmente svalangato, la neve è bella dura da permettere l'infissione solo delle punte dei ramponi, e i polpacci raggiungono temperature da fissione nucleare. Goduria! Alla mia destra sembra staccarsi una piccola variante, ma per fortuna decido di non prenderla: sarei finito su centinaia di metri di placche inclinate visto che il canale non è ancora finito, qui c'è solo un cambio di pendenza che sembrava che sbucasse verso il cielo.
Raggiunto il crinale, immancabile vento forte. Mangio qualcosa, aspetto Luca, poi insieme andiamo su Punta Buffanaro visto che siamo qua e visto che siamo ancora alpinisti classici che puntano a solcare il pavimento della cima.
Adesso proseguire per la cresta con questo vento sarebbe un po' una rottura di scatole, cerchiamo quindi di tagliare per pendii nord cercando di tornare verso il circolo glaciale di Monte Alto e il materiale lasciato giù. Escluso un tratto di neve che sotto nascondeva placche insidiose, il resto del taglio è abbastanza fattibile e ben presto siamo assolati nel vallone.
Luca aspetta il buon Nicola con cui dopo salire a Monte Alto e scenderlo con gli sci. Per me non ha molto senso ravanare per salire a Monte Alto e ravanare per scendere da Monte alto, quindi una volta arrivato Nicola saluto entrambi e me ne torno indietro sui nostri passi.
Risalgo il canale che mi riporta verso la cresta Sud dell'Alpe di Succiso, e da lì per cresta fino alla cima già varcata qualche ora fa. Mi godo il panorama meno frizzante e meno ventoso di prima, ma non me lo godo nemmeno troppo perché inizio ad avere voglia di arrivare alla macchina e dormire un po'.
Breve spuntino sulla cresta Alpe-Casarola, di nuovo verso Monte Casarola e poi sentiero che mi riporta al Passo della Scalucchia. Alla macchina mi aspetta una birra fresca, qualcos'altro da mangiare, ma soprattutto due materassi da stendere sul sedile del passeggero e..Morfeo che non vede l'ora di accogliermi.
La sveglia delle 17:00 non suona, ma alle 17:30 apro spontaneamente gli occhi e mi ritrovo completamente da solo al passo senza più neanche una macchina, in uno scenario un po' surreale ma fantasticamente solitario. Me ne vado verso la pietra di Bismantova: finché sono qui tanto vale andarci e far la classica Ferrata degli Alpini.
L'idea era di salirla al calar del sole e poi godermi il tramonto in cima. Purtroppo il cielo si è pesantemente velato e il tramonto non sarebbe molto scenico. Dopo aver salito in velocità la ferrata mi fermo qualche minuto in cima, poi dopo scendo che è meglio andare a mangiare e bere piuttosto che stare qua per nulla.

Qui altre foto.

sabato 13 aprile 2019

Ma 'ndo Vajo?! Ravanar m'è dolce in questa nebbia (AG1 2019)

Driiiin! Suona la sveglia! Che cacchio di ore sono? Le 3:20. Mado' son solo tre ore che sono a letto, che sonno, ma 'ndo vado? Ah già, c'è l'uscita del Corso AG1 2019 del CAI di Carpi. Mi aspetta una bella giornata su neve ripida, a ramponare e vedere panorami mozzafiato: no, ferma sono sveglio e sto comunque sognando.
Le previsioni meteo non sono pessime, ma brutte. Anche le condizioni della neve non sono pessime, ma brutte. Per questo l'uscita da due giorni si è trasformata in un giorno singolo con destinazione Carega. Almeno lì le previsioni danno solo nuvoloso e addirittura qualche schiarita, e di neve non ne ha fatta tanta, e qualcosa mi dicono si dovrebbe riuscire a fare.
Invece a Recoaro piove. A colazione ce la prendiamo con calma che tanto il sole non ci corre certo dietro a scaldarci le rocce. Arriviamo a Campogrosso in mezzo alle nuvole e con una leggera pioggerella (o umidità al 100%). Vabbè ora che siamo qui, incamminiamoci e vediamo cosa riusciamo a fare, mal che vada ci ammazzeremo di didattica.
Il sentiero Dovrebbe essere lo stesso di due settimane fa, ma il suo aspetto è parecchio diverso dalle nuove condizioni, oltre al fatto che non riusciamo a vedere nulla. Un camoscio in mezzo a due campanili ci da il benvenuto in un parco giochi che oggi ha un aspetto più da Silent Hill. Ramponi ai piedi e proseguiamo sul sentiero 157, costretti ad attraversare varie valanghe e con una neve pessima: bagnata, pesante, per nulla trasformata.
Mi giro verso AnnaM che come me ha già salito il Vajo del Cengio, quello che vorremmo salire oggi, e le domando "ma non siamo già troppo avanti?" e lei "ma non lo so, forse" e io "Beh più o meno sì, perché il Pra degli Angeli l'abbiamo già passato": si vede tantissimo, ma 'ndo siamo?! Arrivati in prossimità della Guglia Berti è appena appena visibile il suo zoccolo: proviamo a salire traversando leggermente verso sinistra. Diventa sempre più lampante che oggi non saliremo nulla: la neve è davvero pessima e per nulla trasformata nemmeno dentro i corridoi di valanga. Sì affonda una spanna minimo.
Salendo ci si rende pure conto che la nuova nevicata è scesa sul secco su parecchi tratti, visto che poi la valanga ha portato via tutto facendo affiorare la ghiaia. Arriviamo nei pressi del Vajo delle Frane e ci ritroviamo a dover scavalcare un dosso dove l'accumulo nevoso fa affondare fino al ginocchio e anche oltre. FrancescoB che è passato avanti se ne accorge bene.
Ricompattato il gruppo ai piedi della fascia rocciosa a sinistra della quale ci si imbocca nel Vajo del Cengio, la situazione è che continua a non vedersi a più di 30 metri (e forse pure meno), la neve fa cagare, non c'è traccia e sono pure già quasi le 9:00. "Ragazzi voi cosa fareste?" "Ma io andrei" "A me veramente non piacciono molto queste condizioni, mi sembra pure un po' pericoloso": se ne discute un po' finchè non si decreta che "No ragazzi, andiamo giù perché è troppo tardi, le condizioni sono brutte e non ci godremo una fava perché la giornata fa cagare. Andiamo a fare un po' di didattica". Ma 'ndo vajo? Giù!
Accidenti, va bene brutto per brutto ma non pensavo così brutto: le previsioni davano un po' di schiarite al mattino e pensavo che viste le temperature dei giorni precedenti la neve fosse trasformata. Quando si dice "tutti finocchi col culo degli altri": Luciano e AndreaG provano a tracciare qualche passo nel vajo e resisi conto che si affonda fin oltre al ginocchio e la fatica annessa, esclamano "Sì sì meglio andare giù".
Tornando indietro sui nostri passi scendiamo fino quasi al sentiero, per poi risalire per pestare bene il pendio e prepararlo all'esercitazione di ricerca travolti in valanga. Prima di questa, alla base della Guglia Berti, tento invano di mostrare quanto tenga un fungo di neve, che invece proprio non ne vuol sapere di reggere: la neve è bruttissima e in mezzo ci sono strati talmente deboli che corda e giacca la tagliano come se fosse il tonno Rio Mare con un grissino.
L'esercitazione di ricerca in valanga va invece meglio, non fosse che un travolto viene trovato dopo 19 minuti punto. Infine una bella truna dentro la quale tentare di percepire quanto si stia comodi e ci si possa addormentare anche ore. Beh dai almeno si è fatta giornata adesso non resta che spingere con bicipite e falangi su boccale e forchetta: annamo ar rifuggio!

Qui altre foto.
Qui la guida del guru dei Vaji del Carega.

sabato 30 marzo 2019

Noi sì che Vajos: Vajo dei Colori (AG1 2019)

Ci sono quelle giornate che partono male, magari con preoccupazioni fin da casa; ma che poi filano lisce come l'olio e diventano belle giornate. Questa è una di esse.
Dopo due uscite in Appennino (qui e qui), è ora di cambiare destinazione per la terza uscita del Corso AG1 2019 del CAI di Carpi. Le mete esotiche che bramavo però sono tutte non in condizioni, mentre in Piccole Dolomiti qualcosa si può riuscire a fare. E in un bell'ambiente anche! Approfittando della strada prematuramente aperta (non può esserci rischio valanghe se non c'è neve) arriviamo fino a parcheggiare al Rifugio Campogrosso: Ci incamminiamo che è già giorno.
La cosa che mi preoccupa di più oggi, sono le scariche di sassi, che nelle scorse settimane hanno mietuto parecchie vittime (non nel vero senso del termine!) nei post di facebook. Sì certo, partire senza usare la frontale aumenta il rischio di questo pericolo, ma confido nell'essere veloci e agili. Se poi ci fosse da tornare indietro, si girano i tacchi e amen.
(Ri)partiamo male: nella fretta di fare lo zaino e mille altre cose ieri sera, ho dimenticato bandana e macchina fotografica. E niente, mi toccherà aspettare le foto degli altri per rivivere meglio la giornata: una giornata la cui salita è stata fatta quasi in apnea per uscire presto.
Dal traversone che passa sotto il Giaron della scala e il Pra degli Angeli, notiamo un elicottero giallo che gira nella zona. Mentre narro ai miei compagni di cordata, FrancescoL e AnnaM, come non abbia mai trovato il Vajo dei Colori nelle stesse condizioni nonostante le quattro, cinque o sei volte (alcune qui, qui e qui) che l'ho percorso, l'avvicinamento scorre senza intoppi: non fosse per quell'elicottero giallo che sembra proprio girare e cercare nei pressi della parte bassa del Vajo dei Colori.
Quelle che erano preoccupazioni iniziano a diventare qualcosa di più solido. Dal passo appena dopo il Boale dei Fondi inizio a scendere più rapidamente per vedere più da vicino cosa stia accadendo, e a pochi metri dall'attacco del Vajo dei Colori vedo che l'elicottero recupera qualcuno in barella per poi andar via e tornare a recuperare qualcun altro col verricello. Tutto ciò proprio nella parte bassa del vajo.
Non è proprio un bellissimo. Dico subito ai miei che il primo sasso che vedo scendere torniamo indietro. Però ormai che siamo qua tanto vale andare all'attacco per vedere com'è e magari salire qualche metro per sondare il terreno.
Il gruppo si ricompatta, e anche gli altri istruttori dopo aver sentito dell'elicottero sono ben d'accordo che prima di tutto non è un bell'inizio di giornata, e secondo al primo sasso che scende torniamo indietro.
Al di là di preoccupazione di elicotteri e rolling stone, l'ambiente è come sempre spettacolare. Se quello che abbiamo visto in Appennino erano più che altro pareti con canali poco marcati, il Vajo dei Colori è delimitato da alte e verticali pareti rocciose, che lo rendono un impluvio ben scavato dal tempo. A volte guardandosi indietro sembra quasi vertiginoso, nonostante le pendenze siano scarse.
Incrociando mi inizialmente con la cordata di Fabio con AnnaT e Marco, iniziamo la salita. Tutti quanti ci siamo banalmente legati facendo della bambola e mettendoci a una distanza di una decina di metri. Una legatura quasi inutile, forse addirittura deleteria se non ci si protegge: ma anche questo fa parte della didattica, del vedere diverse situazioni e diverse soluzioni.
Va bene averlo fatto ogni volta in condizioni diverse, ma non credevo di aggiungerne una anche oggi. I tratti che l'ultima volta con Stefania rendevano il vajo tendente a un D piuttosto che a un PD, oggi sono palesemente addolciti dalla neve, e tutta la traccia è ben pestata a gradini che permettono di fare riposare i polpacci.
Se devo essere sincero, il vajo non me lo godo molto. Sono in apnea e non vedo l'ora di uscirne, di essere fuori dai pericoli di questo pazzo clima e di questa roccia marcia. Nonostante ciò, un pochino chiacchieriamo, ma ai primi accenni di stanchezza dei miei compagni di cordata gli rendo noto che (forse un po' troppo brutalmente) se hanno fiato per parlare vuol dire che avrebbero fiato anche per camminare, e quindi di conservarlo per la funzione motoria. Cit. "Io non ho tato, ma non sono cattivo".
Il groviglio iniziale si è sciolto e le cordate sono sparpagliate a distanza di qualche decina di metri una dall'altra. Nel vajo ci siamo solo noi, anche se vedo delle peste recenti: qualcuno deve aver attaccato a orari più consoni dei nostri.
Superato il tratto di ferrata, che di solito è quello che dà più problemi, inizio a sentirmi più tranquillo, anche se la strada è ancora lunga. A destra e sinistra si diramano i mille altri vaji dalle mille altre difficoltà, ma tutti belli (brutti) secchi. Chissà se il prossimo anno qualcuno di questi riuscirò a salirlo..
Ed eccola su ti appare l'uscita. Cerco di consolare Francesco indicandogliela, non manca molto. A sinistra la deviazione per l'intramosca, mentre noi proseguiamo a destra. Non guardo l'ora ma credo che non stiamo andando così male come tempi.
A poche decine di metri dalla bocchetta posso quasi tirare un sospiro di sollievo e tornare un pochino più amabile ai miei compagni di cordata, raccontare qualche aneddoto e far notare in che bell' ambiente siamo immersi. E con quale roccia marcia intorno.
Proprio gli ultimi metri si impennano, ma con tutto grandinato come se fosse una scala, anche le mani lavorano in appoggio. Una volta fuori a farla da padrone è un caldo afoso estivo. Recupero FrancescoL e AnnaM e dopo un'ora e mezza possiamo stringerci la mano e congratularci per la salita: sono solo le 10:00, ottimo lavoro!
Attendiamo tutte le altre cordate, quella di FabioSca con AnnaT e Marco, quella di Ivan con AndreaG, quella di FedericoR con Soana e Luciano, quella di Tommaso con Emanuela e FabioSe. Man mano colonizziamo Bocchetta Mosca apparecchiandola come alle migliori feste. Solo Ivan poveretto si sdraia moribondo: il ragazzo oggi non ha una salute da pesce.
Si vede che il sole e il tepore piacciono a tutti: rimaniamo a cincischiare più di mezz'ora. A un certo punto mi tocca richiamare tutti sull'attenti e fagli presente che magari potremmo anche avviarci. AndreaG e FabioSe in disparte che se la chiacchierano vengono quindi avvicinati da tutto il resto della ciurma, in un chiaro assetto da pressing della serie "Oh ragazzi, se non l'avete capito stiamo aspettando voi".
Un lungo serpentone sì dirige verso Bocchetta dei Fondi, traversando totalmente tutto il versante sud di Cima Mosca, per poi intraprendere la salita finale che suona di piccola mazzata. E mentre tutti noi rimettiamo i ramponi, il pesce malaticcio scende verso la sua salvezza: il Rifugio Campogrosso dove poter stare al sole a mangiare e banchettare nella speranza che forze e salute tornino a lui.
Noi altri invece scendiamo con calma, forse troppa calma, distratti anche da un gruppo di camosci che ci attraversano la strada e poi fuggono in direzione del canalino est di Cima Mosca: scommetto riusciranno a salire anche senza piccozza e ramponi. Loro sì che hanno il 4x4 e l'assetto invernale inside!
Tornati sul sentiero percorso stamattina, posiamo armi e bagagli per la fase didattica della giornata, ovvero la ricerca in valanga da parte di un gruppo numeroso. Armati di ARTVA, o di pala, o di sonda, o di parole, si tenta di salvare i poveri ARTVA seppelliti da FedericoR. Tutti vengono estratti, con qualche diatriba tra leader e ricercatori. Psicologicamente non è un'esercitazione facile, ed è solo un'esercitazione!
Tornando sui nostri passi, tra una chiacchiera e l'altra, contro ogni previsione siamo alla macchina piuttosto presto, e senza aver visto nemmeno un masso venirci dolcemente incontro: che successo! Ma soprattutto, che fortuna! Non resta che festeggiare ampiamente al Rifugio Campogrosso, dove il caldo è tale che più che fine marzo sembra a fine giugno. E meno male che Emanuela mi presta gli occhiali da sole altrimenti avrei dovuto pranzare ad occhi chiusi.

Qui altre foto.
Qui report.
Qui la guida del guru dei Vaji del Carega.

sabato 23 marzo 2019

Poker chiuso in bellezza: Terzo Canale del Corno alle Scale (AG1 2019)

Dopo la ricognizione di ieri (è stato un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo), il Qubo arancione torna al Rifugio Cavone, dopo una bella colazione al Bar il Pergolino. Oggi non più da solo, ma col Corso AG1 2019 del CAI di Carpi, motivo anche per il quale la frontale oggi non serve, ahimé.
Essendoci già stato ieri, oggi sono abbastanza tranquillo che la giornata dovrebbe filare liscio come l'olio visto le condizioni che ci sono. C'è solo da vedere se il terzo canale è ben salibile o meno: è l'unico che non ho percorso ieri. Ma questo lo scoprirò presto visto che ci vado io
È impressionante vedere come in 24 ore lo spessore della neve sia calato drasticamente. Già sul sentiero di salita verso la Valle del Silenzio mi accorgo bene di ciò, ma sarà sui prendi al sole all'uscita dei canali l'impatto sarà maggiore.


Ben presto siamo fuori dal bosco, altro che avvicinamento al Passo di Lama Lite di sabato scorso! E da qui possiamo sparpagliarci ognuno sul proprio itinerario. FedericoP con AnnaT e Luciano insieme a Ivan con Emanuela e Marco vanno verso il quarto canale prendendo la traccia molto bassa. FabioSca con Soana vanno su quello che secondo me doveva essere il secondo canale, ma che per il caos di nomenclatura che c'è in questa zona tra 1 2 3 4 5 e 0, numerazione modenese numerazione bolognese, finiscono su quello che per me è il primo. In cordata con me AndreaG e FabioSe e a seguire Tommaso con AnnaM e FrancescoB. Possiamo andare a solleticare le rughe della nord del Corno alle Scale: come piccole formichine che cercano di arrampicarsi e raggiungere la cima.
Coi miei salgo fino a delle rocce dov'è possibile approntare una sosta. La neve la ritrovo esattamente come ieri: accumuli sfondosi alternati a tratti durissimi pelati dal vento.
Lascio la sosta dicendogli fin da subito che finita la corda passeremo alla conserva lunga in modo da guadagnare tempo e poter salire agilmente la prima metà del canale. Prima metà un po' faticosa visto che è quasi tutta da tracciare: le vecchie peste sono un lontano ricordo spazzato via dal vento.
La giornata è di nuovo spettacolare con un bel cielo limpido e un vento che ancora non dà molto fastidio. Temperature accettabili e solo un po' di freddo alle mani quanto vanno a contatto con la neve.
Finita la corda intimo i miei di partire, ma si vede che ci sentiamo poco e quel chiodo da togliere non deve essere così comodo: cerco la posizione idonea per non ghisarmi i polpacci in attesa che loro partono, e con già in vista un saltino di ghiaccio e misto non banalissimo: quel saltino è meglio che quando lo affronteranno i miei secondo, io mi ritrovi su una bella sosta, altro che conserva!
E infatti superato esso riesco a scorgere lassù un bel roccione cosparso di crepe e fenditure per piazzarci un po' di roba. Riesco pure a recuperare i miei lasciando scorrere le corde in giù per decine di metri, così non c'è neanche bisogno di rifilarla, meglio così.
L'uscita sembra già lì ad aspettarci, e invece mancano più di 100 m. Saluto AndreaG e FabioSe con la mezza promessa di fare una sosta prima che la corda finisca, e così recuperarli con un tiro classico. Peccato che salendo non riesco a trovare zone giuste per piazzare due protezioni vicine (fare sosta proprio in mezzo al canale con due fittoni non mi sembra molto igienico): devo quindi intimargli di salire in conserva ancora una decina di metri per poter raggiungere un altro gruppo di roccia.
FabioSe da terzo di cordata ha l'onere di dover recuperare il materiale, è vero, ma nel mentre AndreaG è talmente veloce che arriva in sosta quasi prima che FabioSe sia partito. FabioSe d'altronde dimentica un friend con rinvio nelle rocce sotto la sosta. In sosta: "Ragazzi vorrei ripartire per il terzo tiro, ma mi manca il friend viola, chi ce l'ha?" "Io no" "Io nemmeno" " Eppure io sono sicuro di averlo usato, probabilmente proprio sulla roccia che sta lì sotto. Tommasoooo, c'è un friend lì su quella roccia?" "Sì sì, c'è pure il rinvio!". Ma..
A posto, Speriamo che non serva. Di nuovo errata valutazione delle distanze, avrei pressione che tiro riesco a uscire dalla via, e invece ce ne vorranno quasi due pieni. Almeno man mano che si sale la neve migliora nettamente, e polpacci iniziano a sentire la gironzola ta di ieri. Raggiungo un gruppo di rocce Dove metto giù una protezione per poi sentirmi urlare che le cose sono quasi finite due punti ma come volevo arrivare fuori!
E niente, mi tocca stare qua in un posto neanche bellissimo ma almeno protetto da eventuali scariche. Peccato solo che la sosta non possa essere come si suol dire "a prova di bomba", ma d'altronde questo è terreno alpinistico e avventuroso dove occorre trovare un compromesso tra sicurezza, velocità, efficienza e teoria. Recupero i miei e nel mentre vedo che Tommaso scende: un friend si è incastrato e rimarrà per sempre su questa parete. A proposito di protezioni, FabioSe litiga coi fittoni quando questi sono da estrarre.
L'uscita è davanti a noi, bella dritta ma molto meno di quello che sembrava visto dall'alto. La vera vista per valutarla, sarebbe quella di fianco.. Ieri avevo visto uno Spit all'uscita per fare sosta, ma mi pareva troppo a sinistra e quindi obbligava a un tratto duro per raggiungerlo. E invece alla fine il ventaglio di uscite pare essere abbastanza equivalente: tanto vale salire per cercare di andare a raggiungerlo e almeno fare una sosta fatta bene.
Il vento che prima si incanalava e dava un po' di fastidio, si è notevolmente calmato. Posso quindi godermi questa bella uscita per nulla banale, che va a insinuarsi in un tratto di diedro tra roccia e neve ghiacciata a tratti un po' esile. A tratti l'erba sotto affiora, ma può essere violentemente spicozzata come da buon appenninista. Qualche metro verso sinistra ed ecco lo spit. Nonostante il vento torni a farsi sentire, al sole è tutta un'altra cosa e adesso il budello visto dall'alto ha un che di rassicurante:  per forza, ormai sono sono fuori!
Non vedo nessun'altra cordata intorno, se non fosse per FabioSca che laggiù sta recuperando Soana. AndreaG sale per primo e lo vedo godersi il tratto duro del canale. Quando tocca FabioSe è talmente divertito che le picozze le lancia insieme a mò di pistolero pazzo.
Viste le difficoltà avute da Tommaso dietro di noi, decidiamo di aspettarlo prima di andare verso il punto di ritrovo all'uscita del quarto canale. Ci raggiunge anche FabioSca con Soana. Rispetto a ieri quasi tutta la poca neve che c'era ha lasciato ampio spazio all'erba e le mirtillaie. È impressionante come a distanza di 24 ore si sia sciolta così tanta roba. Adesso per arrivare alla croce di vetta o per scendere al Passo della Porticciola è inutile tenere ramponi
Tommaso recupera in fretta il distacco, solo che arrivato a pochi metri dall'uscita si sente urlare che la corda è finita. Prova a cercare di far sosta, ma trovando poco di raccomandabile e per sveltire il tutto gli si propone di lanciargli una corda alla quale assicurarsi per poi essere recuperato dall'alto mentre i suoi due procedono eventualmente in conserva. Un po' la stessa scena vista da me la settimana scorsa sul Monte Cipolla. Restituisco il favore!
Possiamo così ricompattare queste tre cordate per poi dirigerci incontro alle altre due e passare alla fase didattica della giornata. Calate in doppia dentro il quarto canale, qualche chicca su questa manovra, la risalita assicurati dall'alto con un ottimo tre quarti di barcaiolo di Emanuela e si fa presto a passare qualche ora quassù.
Districandosi tra erba, sassi, terra e mirtillaie, raggiungiamo il Passo della Porticciola per rimettere i ramponi: su questo pendio in discesa è meglio non rischiare inutilmente. La foto di insieme dello squadrone con alle spalle la parete nord del Corno alle Scale è una buona sintesi gioiosa della giornata, Ma la gioia della giornata non può che terminare con birra e torta ai mirtilli del Rifugio Cavone, arriviamo!

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